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    Predefinito Ma non è che cambia...

    ...il vento?

    Iraq, verso il voto
    Roma. La crisi di rappresentanza politica dei sunniti iracheni sta trovando, in queste ore, un qualche rimedio in vista delle elezioni del 30 gennaio.
    E’ una soluzione che non proviene da quella “resistenza” che è piaciuta tanto ad alcuni inviati italiani, che è corsa incontro alla propria sconfitta militare a Fallujah, che è divisa al suo interno ed è un nano politico, ma è un progetto pazientemente costruito dal vertice istituzionale, dal premier Iyyad Allawi e dal presidente Ghazi al Yawar.
    Allawi, sciita, si è fatto carico di ricucire i rapporti con il mondo baathista moderato, in dorato esilio ad Amman (Qais Aref, figlio dell’ex dittatore Abdul Rahman Aref, banchieri, ex ambasciatori, capi tribali come Amir e Majid Salman degli al Anbar, imprenditori). L’8 dicembre ci sarà una riunione con almeno 120 esponenti di questa opposizione sunnita, invitata a fare parte del processo democratico iracheno. Una mossa abile, andata a effetto, come dimostra la rabbiosa reazione del “Baath clandestino”, che ha subito diramato un secco comunicato in cui sconfessa i progetti di questi notabili di area baathista moderata, a riprova del danno d’immagine che può venire all’azione delle cellule terroristiche.
    Al Yawar, sunnita e alla testa della più grande tribù irachena, gli al Sammar, forte di tre milioni di membri (anche sciiti), ha invece annunciato la formazione di un suo nuovo partito, al Irakiun (gli iracheni), che probabilmente avrà il conforto di un buon risultato alle urne.
    Non basteranno queste iniziative a dare compiuta rappresentanza al mondo sunnita iracheno, travolto dal regime da cui aveva ricevuto prebende, privilegi e terre rubate a curdi e sciiti dalla pulizia etnica.
    Ma il fatto stesso che i vertici iracheni si preparino alle elezioni mettendo in primo piano il recupero del triangolo sunnita al patto nazionale da rifondare, è una delle prove che in Iraq gli Stati Uniti hanno seguito una buona strategia, anche se accompagnata da scelte tattiche anche sciagurate.
    Chi ha seguito senza pregiudizi la preparazione della guerra in Iraq si è reso conto che il metodo era quello giusto quando, il 9 agosto del 2002, Washington ha invitato Allawi, Ahmed Chalabi, Jalal Talabani, Massoud Barzani e il filo iraniano Abdul Aziz al Hakim a discutere del dopo Saddam.
    E il 17 dicembre dello stesso anno ha visto a Londra che gli Stati Uniti avevano coinvolto tutte le forze d’opposizione irachene nella ricostruzione. Questo criterio è stato sempre rispettato, sia quando i poteri erano ancora nelle mani di Paul Bremer sia quando sono passati, sotto la supervisione dell’Onu, al governo Allawi.

    L’impegno di Bush
    Ai tanti inviati italiani che si divertivano a descrivere il premier come “fantoccio degli Stati Uniti” è sfuggito per mesi che egli era un nazionalista vero e che era stato in contatto con la Cia esattamente come lo erano stati i capi della Resistenza italiana e del Maquis francese, e che non uno dei partiti che avevano lottato contro il regime Baath era stato escluso dal suo governo (che conta anche un ministro comunista).
    La difesa strenua di quel processo politico, a costo delle vite di centinaia di soldati della coalizione, inizia ora a dare i suoi frutti: il 30 gennaio si andrà al voto, lo ha ribadito ieri il presidente americano George W. Bush, le richieste di rinvio sono state bocciate, i curdi del Pdk e del Puk si presenteranno con una sola lista, anche gli sciiti, laici e religiosi, avranno un solo schieramento e anche agli elettori sunniti verranno proposti simboli e parlamentari che li rappresenteranno.
    Un inizio.

    Su Il Foglio del 3 dicembre

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Siria come la Libia?

    Roma. Il premier israeliano Ariel Sharon ha detto ieri che è disposto a incontrare il presidente siriano Bashar el Assad. “Quando ci saranno le condizioni per farlo”. Poco più di un anno fa, nell’ottobre del 2003, Israele bombardava un campo palestinese in territorio siriano, base d’addestramento di Hamas e Jihad islamico.
    Succedeva dopo l’attentato di Haifa, in cui furono uccisi 19 civili. Sharon risponde così alla recente proposta di Assad di riprendere i negoziati interrotti nel 2000, sul destino delle alture del Golan.
    “Ho sentito le grida di pace provenienti dalla Siria: se le sue intenzioni sono serie le esamineremo. Se la Siria fa sul serio si renderà conto che Israele vuole la pace”.
    L’opinione è condivisa dal presidente egiziano Hosni Mubarak, che in una rivoluzionaria presa di posizione ha definito proprio ieri Sharon la migliore chance dei palestinesi per la pace.
    La situazione resta comunque poco chiara: dichiarazioni contradditorie rimbalzano senza sosta da qualche giorno tra Damasco e Gerusalemme, passando per il Cairo. I
    l premier israeliano apre ad Assad, ma precisa che non si arrischierà in trattative fino a quando la Siria continuerà a ospitare terroristi palestinesi sul suo suolo.
    Il ministro degli Esteri siriano, Faruq al Shara, risponde: “Noi abbiamo proposto la ripresa dei negoziati senza condizioni: adesso noto che il premier israeliano le pone alla Siria, e ciò è inaccettabile”.
    Il responsabile degli Esteri di Sharon, Silvan Shalom, ammette che ci sono stati contatti segreti tra i due Stati all’inizio dell’anno scorso. Il quotidiano israeliano Maariv scrive che Assad era pronto ad andare a Gerusalemme per riavviare negoziati di pace. L’Egitto e le Nazioni Unite spingono perché Israele accetti l’offerta siriana: il ministro degli Esteri del Cairo, Ahmed Abul Gheit, ha incontrato in Israele Sharon e Shalom. Si è parlato di piano di ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza, ma l’egiziano ha fatto sapere anche che il suo governo s’impegnerà per favorire la ripresa del dialogo tra Damasco e Gerusalemme.
    Insomma, qualcosa si muove.
    E non soltanto sul confine con Israele.
    Il governo di Assad, da mesi, è impegnato in una serie di micromovimenti di apertura verso gli Stati Uniti, non sempre chiari, spesso ambigui, ma che fanno pensare a un’eventuale
    “conversione” sul modello libico.
    L’11 maggio scorso l’Amministrazione Bush ha imposto sanzioni economiche a Damasco. Washington rimprovera infatti alla Siria di ospitare basi di terroristi, di proteggere Hezbollah, di favorire l’infiltrazione di miliziani in Iraq attraverso i suoi confini, di occupare militarmente il Libano e influenzare la vita politica del piccolo vicino.
    A tutto questo la Siria risponde: i bulldozer dell’esercito di Damasco si mobilitano per costruire una barriera, un muro di sabbia che dovrebbe correre lungo 130 chilometri di confine siriano con l’Iraq e che dovrebbe impedire il passaggio di terroristi.
    In ottobre il governo siriano ha catturato otto kuwaitiani che cercavano di infiltrarsi in Iraq.
    Il giorno prima, in un’interivsta al quotidiano arabo al Hayat, il vicesegretario di Stato americano, Richard Armitage, parlava di un “miglior atteggiamento della Siria” sulla questione delle frontiere porose.

    L’Unione europea premia ma non preme
    Se Damasco cede con Israele e Stati Uniti, non lo fa del tutto con il debole Libano (dal quale ha ritirato un po’ di truppe, ma non il grosso del contingente), neppure davanti alle insistenti richieste di Washington e perfino dell’amico di sempre: Parigi.
    Stati Uniti e Francia hanno infatti sponsorizzato in sede Onu una risoluzione riguardante il ritiro dei siriani dal Libano del sud e la fine dell’ingerenza di Damasco nella politica del paese.
    La mozione si riferiva all’emedamento costituzionale voluto dalla Siria per favorire un altro mandato del presidente libanese Emile Lahoud. Bashar non ha però ceduto.
    La Costituzione è stata cambiata, Lahoud è presidente.
    Ma, dicono in Libano, la Siria finge fermezza, ma teme l’isolamento. L’Unione europea nei suoi confronti è in controtendenza: sostiene che la sua emarginazione creerebbe instabilità e si muove in maniera più dialogante.
    Bruxelles e Damasco hanno concluso i negoziati su un accordo d’associazione.
    Per la firma, forse, sarebbe meglio aspettare la conversione “libica” del regime di Bashar.

    saluti

  3. #3
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    Predefinito L'ultima incognita

    Roma. La conferenza sull’Iraq, convocata a Teheran, si è chiusa con un nulla di fatto.
    La tensione tra l’inviato iracheno e il ministro dell’Interno iraniano, Moussavi Lari, è stata coperta da prevedibili promesse di cooperazione.
    Ma le scarse proposte concrete non sono riuscite a dissipare le ombre sulle mire iraniane in Iraq.
    L’occasione, che doveva servire a suggellare una stagione più distesa nelle relazioni con Baghdad, ha confermato, invece, l’esistenza di molte problematiche ambivalenze.
    Dopo le lamentele irachene a proposito dei porosi confini iraniani, Teheran se ne è uscita con la sua ricetta per la sicurezza irachena: si è offerta d’addestrare i vicini.
    La proposta è stata liquidata.
    Poi per ricomporre la frattura, il ministro dell’Interno iracheno, Falah al Naqib, ha detto che Baghdad “non ha mai accusato il governo iraniano”.
    La precisazione è sottile, visto che nelle stesse ore l’Esercito dei martiri in Iran rendeva noto, come riporta Asianews, che a breve lancerà le sue prime operazioni suicide contro le truppe statunitensi in Iraq, dopo aver concluso l’addestramento di oltre 20 mila aspiranti shahid.
    Le autorità iraniane si sono affrettate a precisare che il gruppo non ha niente a che spartire “con il governo”.
    E sempre nelle stesse ore arrivano anche le accuse dell’Agenzia atomica dell’Onu: Teheran nasconde materiale nucleare.
    C’è anche qualcosa di buono per il nuovo Iraq che arriva da Teheran. Tra tutti i paesi della regione l’Iran è quello che si batte con più convinzione perché le elezioni abbiano luogo il 30 gennaio. Per la prima volta in Iraq il tempo è dalla parte degli sciiti e la dirigenza iraniana vuole evitare che un prolungarsi dell’attesa favorisca la rimonta dei sunniti.

    L’ayatollah Ali al Sistani tiene le distanze.
    Furtivamente criticato dai falchi per la sua flessibilità verso l’occidente e le sue aperture alla democrazia, il quietista incassa applausi nell’ufficialità ma, critico verso il magistero di Khomeini, non può certo essere considerato un alleato.
    Teheran allora tiene d’occhio gli altri, perché per comporre la grande coalizione sciita che si candida a reggere i destini di Baghdad, Sistani ha dovuto allargare le maglie dell’alleanza. Nel gruppo sono entrati il controverso Ahmed Chalabi e il rissoso Moqtada al Sadr, ambiziosi e desiderosi di poltrona, all’occorrenza amici di Teheran.
    Restano legati all’Iran, nonostante i tentativi di smarcarsi da un’amicizia ingombrante, lo Sciri, il clan degli al Hakim e il partito Dawa. C’è davvero molto Iran in Iraq, tra organizzazioni caritatevoli, pellegrini veri e finti, studenti della Haa.
    Ma è vero anche il contrario. Influenti religiosi iracheni fanno parte della ristretta cerchia di consiglieri della Guida suprema Ali Khamenei e consistente è la presenza degli iracheni fuggiti in Iran perché perseguitati da Saddam Hussein.
    E’ un altro Iraq però a insinuare un tarlo d’inquietudine nei potenti di Teheran.
    E se ombre irachene si allungassero sull’Iran stritolando la stanca retorica rivoluzionaria, sulle ali di uno sciismo più pacato e moderato, alla Sistani? L’incognita non lascia indifferenti i vertici iraniani che incoraggiano accademici e mullah con tanto di borse di studio a restare in Iran.
    C’è un altro contagio, più devastante: il pericolo che una democrazia in Iraq rinverdisca le medesime aspirazioni dell’altro Iran.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Nascita di un partito

    In passato, in Iraq (e a tutt’oggi in ogni paese arabo e musulmano, a eccezione di pochi casi, e da quando Trotzky ha proposto l’idea della “rivoluzione permanente”), qualunque tentativo di cambiare il governo o una parte di esso era considerato una “cospirazione contro la rivoluzione”, un tradimento per il quale nessuno avrebbe potuto immaginare crimine più orribile o punizione peggiore.
    In Iraq, la rivoluzione ci è sembrata a lungo l’unico modo per rovesciare Saddam e realizzare i sogni di libertà, giustizia e democrazia.
    C’è sempre qualcosa di affascinante nella rivoluzione, soprattutto per chi, come noi, ha sofferto per tanto tempo sotto una dittatura molto brutale.
    Ho sempre osservato le ingiustizie che avvengono in tutto il mondo e il silenzio della gente al riguardo, e ritengo che l’unica
    cosa che ci potrà salvare è una rivoluzione su vasta scala, che si
    diffonda dall’Iraq ai vicini, perché l’unico aspetto che è sempre
    sembrato interessare il mondo progredito era fornire rapida assistenza alle aree che più ne avevano bisogno, per alleviare il
    nostro tormento, senza però affrontare la causa primaria alla
    base di una tale crisi.
    È un impegno nobile e generoso, ma non era sufficiente, perché non volevamo solo vivere, ma vivere come esseri umani.
    D’altra parte, i governi dei paesi progrediti erano concentrati unicamente sui loro interessi, intervenendo solo quando questi interessi erano minacciati, mentre alcuni governi appoggiavano tali dittature apertamente e senza provare vergogna, (…).

    Prima le assemblee erano contro la legge
    Pensavamo di potere e dovere contare solo su noi stessi.
    Molti iracheni combattevano contro Saddam e il suo regime con straordinario coraggio, pur sapendo quale orribile fato aspettava loro e le loro famiglie.
    Altri, come noi, continuavano a cercare di ottenere supporto, incoraggiando il popolo a prendere posizione ed educandolo sui suoi diritti, spiegando alla gente che doveva rivendicare la possibilità di decidere autonomamente in merito alla gestione del proprio paese.
    Tuttavia, ogni volta che cercavamo di organizzare un gruppo che non comprendesse soltanto noi e i nostri amici più intimi, non riuscivamo a ottenere l’appoggio di più di 5-10 persone.
    Fidarsi degli altri era quasi impossibile e molto rischioso. Dovevamo tenere conto del fatto che non rischiavamo solo la nostra vita, ma anche quella dei nostri familiari (…).
    Un giorno, durante il regime di Saddam, alcuni amici vennero da noi. Mentre ci intrattenevamo tra chiacchiere e risate, un nostro vicino, un tikrita che lavorava per l’intelligence, venne a bussare e quando aprii mi chiese delucidazioni in merito alle auto fuori casa.
    Gli spiegai che appartenevano ai nostri amici.
    Rispose: “Sai che le assemblee sono contro la legge. Se non fosse perché sei il mio vicino e rispetto la tua famiglia, ti avrei mandato in galera. Stai attento, io capisco, ma altri potrebbero non farlo”.
    Me lo disse con un tono di avvertimento, non come un consiglio. Un giorno concludemmo che non avremmo mai potuto accettare questa vita e decidemmo di cercare supporto e affrontare il governo con una rivoluzione a lungo attesa (…).
    Eravamo pronti al peggio e mi sembrava che il sogno di diventare un vero martire stesse per realizzarsi. Contattammo alcuni amici
    e persone che credevano nei nostri stessi principi e rivelammo loro il nostro piano.
    Ci fu chi non approvò, ma riuscimmo a radunare più di 800 persone (…)
    Il gruppo diede a me, a mio fratello Mohammed e a un nostro
    amico il compito di cercare d’instaurare un dialogo con le autorità: speravamo ancora di poter seguire una via pacifica (…)
    Naturalmente, sapevamo che questo avrebbe potuto costarci la vita, ma chi fosse rimasto avrebbe portato avanti la causa con determinazione.
    Raggiungemmo il quartier generale del governo ed entrammo senza grosse difficoltà. Ci recammo in uno degli uffici (…).
    Un impiegato ci domandò di cosa avessimo bisogno.
    Pregammo, quindi spiegammo che volevamo cambiare il regime. Ci chiese di aspettare mentre chiamava il responsabile,e mi dissi:
    “Ci siamo, chiamano il Mukhabarat”.
    L’impiegato tornò con un uomo che, dopo averci salutato, ci chiese chi fossimo. Gli consegnammo un documento che illustrava
    i nostri obiettivi e un elenco delle persone che ci appoggiavano. Lo prese e ci pregò di tornare tre giorni dopo, per dargli il tempo di studiarlo.
    “Studiarlo?”, mi domandai. “Non ci impiccano?”.
    Il terzo giorno tornammo nello stesso posto: ci aspettava un altro uomo. “Sei un rappresentante di questo gruppo?”, chiese a
    Mohammed. “No, sono il capo.” (Che coraggio! Ora lo fanno fuori e non avrò l’onore di essere il primo martire del gruppo!).
    “Piacere di conoscerla! Sedetevi, prego”, disse l’uomo a Mohammed e al resto del gruppo con un sorriso. (Una trappola! Va bene, ci siamo!)
    Un nostro amico, incoraggiato da questo gesto, chiese del tè! Ci portarono tè e biscotti! (Forse la concessione dell’ultimo desiderio). Dopo pochi minuti, quella persona consultò il computer e ci chiese il nome del gruppo. Glielo riferimmo e lui dichiarò:
    “Congratulazioni! La vostra richiesta è stata accolta: avrete la possibilità di esporre pubblicamente i vostri piani e se aderirà un numero sufficiente di persone, l’attuale governo darà le dimissioni e vi lascerà la leadership”.
    “Cosa!? Queste persone sono così accondiscendenti! Sono deboli o cosa? Potrebbero ucciderci e nessuno oserebbe muovere un dito. Ahimè! Non ci sarà alcuna rivoluzione e non sarò un martire!”.
    Simili domande mi ronzavano nella testa, mentre lasciavamo il palazzo, chiedendoci perché qualcuno che detiene il potere lo cederebbe ad altri senza lottare e senza obiezioni.
    Non era un sogno, ma la realtà, e non è successo nell’Iraq “libero e indipendente” di Saddam, bensì tre giorni fa nell’“Iraq occupato”.
    Il Partito iracheno per la democrazia è ora registrato e competerà alle elezioni.

    Ali, blogger iracheno iraqthemodel.blogspot.com

    (traduzione Studio Brindani)
    su Il Foglio

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Opinioni, ma serie

    The vote must go on. “Gli elettori che sostengono la libertà in medio oriente hanno vinto tre volte di fila, eleggendo il presidente Karzai in Afghanistan, l’alleato americano Howard in Australia e Bush negli Stati Uniti”, ha scritto William Safire sul New York Times.
    Ora è il momento dell’Iraq, l’ultimo tassello di quel “ciclo quattro mesi-quattro elezioni” che sta definendo il mondo.
    E’ il passo più difficile questo del 30 gennaio – ieri Bush ha ribadito che la data è quella ed è opportuno che sia rispettata – e i pessimisti cercano di allontanarlo, “in modo da non perdere anche queste elezioni”.
    Per un “orribile momento” è sembrato quasi che ci stessero riuscendo. E’ stato quando Adnan Pachachi ha innalzato il muro sunnita per paura della valanga sciita e quando anche “due grandi partiti curdi” hanno appoggiato la proposta per il rinvio delle elezioni.
    I curdi? Non è possibile, si è detto Safire. Ha fatto un giro di telefonate e ha scoperto che erano strumentalizzazioni, che i curdi sono come si aspettava, “combattono, con l’uniforme irachena, i terroristi”. E allora che elezioni siano –non si può contrastare questo “senso d’inesorabilità” – che si aprano i pronostici, che i risultati delle urne siano anche un “piacevole casino”, sensibile alle “sorprese democratiche” create dal carisma di alcuni candidati.
    “The vote must go on”, perché “una democrazia rimandata è una democrazia negata”.

    Se antiamericano vuol dire antilibertà.
    Tutto quello che capita in giro per il mondo “è un complotto americano”. E’ questa la notizia più popolare che circola su internet, la più cliccata, la più accredita, ha scritto sul Washington Post Anne Applebaum.
    E’ una “scoperta scioccante” per lei che non crede a quel che “in modo troppo semplicistico” Bush a volte dice, cioè che chi non è d’accordo con la strategia americana in Iraq o in altre parti del mondo “odia la libertà”.
    Eppure è così. Eppure tocca ammettere, Applebaum ammette, che non è poi così “semplicistico” sostenere quello che anche Christopher Hitchens – un trozkista – dice da tanto tempo, e cioè che “almeno una parte della sinistra occidentale è così antiamericana, così antibushiana da preferire leader dispotici e totalitaristi ai governi amici degli Stati Uniti”.
    E’ proprio così, perché “molti tra quelli che rifiutano di condannare un dittatore antiamericano non riescono ad ammirare democrazie che sostengono, o almeno non odiano, gli Stati Uniti”.

    Quel che si è guadagnato a Fallujah.
    Certo, a Fallujah non tutto “è andato perfettamente”, ha scritto Max Boot sul Los Angeles Times, ma quel che più è importante non è ciò che è successo, bensì quel che “non è successo”.
    Non c’è stata “una crisi d’immagine”, non ci sono state manifestazioni di protesta né a Najaf né a Karbala (“né al Cairo né ad Amman”), il governo iracheno non si è sfasciato (grazie “alla fiera determinazione del premier Allawi”), e, anzi, “la competenza delle forze di sicurezza irachene è aumentata”.
    Gli scettici “hanno ragione” nel dire che nessun terrorismo “può essere combattuto solo con la forza”, ma è anche vero che “un’efficace azione militare è solitamente il presupposto per una risoluzione politica”, come ha dimostrato l’azione contro al Sadr. L’operazione di Fallujah ha permesso di distogliere i guerriglieri “dal dirottare un processo politico” che si concretizzerà, “ci si augura”, in un “governo legittimo che si sappia difendere da solo”.

    L’ipocrisia degli arabi in Iraq.
    Alcuni opinionisti arabi hanno risposto, sui mass media arabi, ad altri arabi che, al summit di Sharm el Sheikh, avevano definito
    “illegittimo” il governo iracheno di Iyyad Allawi.
    Salama Ni’mat, su al Hayat, in un articolo intitolato “Occupazione democratica?”, ha scritto che “le uniche e prime elezioni libere del mondo arabo si tengono soltanto nei paesi “occupati”: dagli americani, in Iraq, e dagli israeliani, in Palestina.
    E’ “patetico e triste” che ci si preoccupi dell’“occupazione” e non del fatto che nei cosiddetti “indipendenti, liberi e sovrani” paesi arabi i cittadini non possano far sentire la loro voce.
    E il giornalista egiziano Nabil Sharaf al Din, su al Jazeera, ha risposto al capo del Consiglio dei sunniti, Sheik al Dhari, che aveva detto che il summit serviva soltanto ad aiutare l’occupazione, dandogli di “terrorista e macellaio”.
    E ha aggiunto: “Quando gli arabi sono mai riusciti a risolvere da soli le loro crisi e i loro conflitti? Per favore, signori, siamo seri”.

    saluti

  6. #6
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    Predefinito Opinioni a vanvera

    Roma. Non sarà certo la storia a rovinare la festa di Lilli Gruber, non saranno le fastidiose elezioni a Kabul e quella voglia di ricominciare a Baghdad, come ha scritto il pentito Bernardo Valli sulla Repubblica, a guastarle l’allarme umanitario: lei sta seduta diritta, è molto carina e con l’avambraccio pronto per i sorrisi di sbieco.
    Si presenta il suo ultimo libro, “L’altro Islam”, quello con i capelli rossi in copertina che sfuggono dal velo e la moschea di sfondo, la sala è piena di anziani signori, la giacca è nuovissima, è arrivato Fassino e sta ridendo, c’è Simona Torretta lì vicino, ricomparsa dopo un po’ di silenzio, insomma è un pomeriggio di trionfi.
    Lei ha raccontato “la discesa agli inferi” dell’Iraq dopo il crollo del regime di Saddam, a causa dell’occupazione americana, e di questo si deve parlare, oggi.
    Dell’ Herald Tribune e di lei, che “la realtà la conosco bene” e che “questo libro vuole essere un contributo per riuscire a evitare altre guerre”.
    La realtà la conosce bene perché l’ha frequentata “non dagli spogliatoi ma sul campo, anche se da quando l’ha detto Berlusconi sul campo non si può usare più”, sorride, e dalla terrazza dell’Hotel Palestine ha capito subito che non ci sarebbe stato futuro, nessuna possibilita:
    “Coloro che, come me, avevano fatto le cassandre fin dall’inizio della crisi irachena non hanno nulla di cui rallegrarsi: la morte e la distruzione, l’incomprensione e l’ostilità costituiscono un lascito sconsolante di cui tutti dovremo sopportare il peso”.
    E’ la festa di Lilli, questa, quindi non ci deve essere nessuna speranza per l’Iraq, perché lei nel libro, bellissimo, ha detto Gad Lerner, ha scritto:
    “Ogni giorno che passa, l’Iraq precipita negli orrori di un dopoguerra semre più caotico. La violenza è quotidiana… l’anarchia regna laddove erano state promesse pace e prosperità… è stato fatto a pezzi un bene universale come il diritto”.
    E’ una catastrofe perché l’ha detto Lilli, è “un fallimento insensato”, dice Piero Fassino, che però un po’ nelle elezioni del 30 gennaio ci spera, lo dice, prova anche a dire che “sì, sono andato alle manifestazioni contro la guerra, però sentendo dentro di me la debolezza di non avere una risposta: quali strumenti per affermare i diritti, la democrazia?”, e allora forse succederà qualcosa, forse anzi sta già succedendo (ma Lilli cita solo l’Herald Tribune e il Financial Times, snobba la Repubblica dove Valli scrive del boom immobiliare, delle macchine, di centinaia di studenti che chiacchierano all’università), forse bisogna pensarci.
    C’è anche Pier Ferdinando Casini, allarga le braccia, dice che
    “l’autrice” è bravissima e ha fatto un ottimo lavoro, e però a Kabul c’erano lunghe file di donne ai seggi elettorali e file di pastori che aspettavano di entrare nelle cabine per dare il loro voto. Qualcosa vorrà pur dire.

    Le elezioni a Kabul? Non un granché
    No, non saranno le elezioni in Afghanistan a turbare il trionfo di Lilli. Si acciglia un poco, appoggia l’avambraccio, è in posizione:
    “Le elezioni a Kabul non sono state un granché, il presidente governa praticamente solo sulla capitale”. Ma c’è l’avallo della comunità internazionale, dice Casini, ci sono i francesi e i tedeschi, dice Fassino, anche loro sono contenti.
    “Sì sì certo, non fraintendetemi, io dico solo che non si può esportare la democrazia sulle ali dei cacciabombardieri, e le elezioni irachene non saranno la soluzione ai problemi, anzi forse non risolveranno nessuno di quei problemi, serviranno soltanto agli americani per dire che l’occupazione irachena è stata una vittoria”.
    Nessuno è così maleducato da darle qualche torto mentre sputacchia leggera sui barlumi di democrazia, sulle elezioni, su chi per quelle elezioni è anche disposto a morire.
    Va tutto malissimo, “siamo in piena vietnamizzazione, è un fallimento totale”. “Una guerra mediaticamente persa”, dice Gad, mentre elogia “la giornalista militante” e “la deputata più votata dagli italiani e dagli europei”.

    eppure, ai tempi delle "labbra non rifatte" quella democrazia ci è stata portata sulle "ali dei bombardieri".
    Chissà: forse oggi bastano due "labbroni".

    saluti

  7. #7
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    Predefinito

    I norvegesi, come racconta Randi Krokaa, definiscono “bel tempo coperto” una situazione in cui il cielo è pieno di nuvole ma l’aria è diventata respirabile, ogni furia di freddo e di pioggia e di neve è passata o rinviata a domani.
    L’Iraq, questo paese fatale ai nostri tempi, sembra essere entrato in questa condizione a nemmeno due anni dalla sua liberazione armata per mano degli americani e degli inglesi.
    Quelli che parlano a vanvera e biascicano ideologismi non se ne sono ancora accorti, ma quelli che esprimono opinioni serie e informate, compreso l’inviato di Repubblica, un esotico pentito dell’apocalissi, registrano la novità e mettono le mani avanti.
    Dopo Fallujah, dopo che i soldati della democrazia, morendo e dando la morte, hanno colpito la città delle camere di tortura e delle decapitazioni; dopo che perfino lo “spadaccino”, il rasoio decapitatore più brillante di al Qaida, è stato arrestato; dopo tutto questo si vede meglio quel che maturava già prima, un processo politico forse irresistibile che porterà cattive notizie democratiche per gli alauiti di Siria e gli ayatollah iraniani, per bin Laden e per al Jazeera, e per tanti mozzorecchi inconsapevoli e sdolcinati di casa nostra, che poi sarebbe l’occidente.

    Alla fine di gennaio si terrà in Iraq “la quarta elezione”, dice William Safire, dopo la vittoria di Karzai in Afghanistan, di Howard in Australia, di Bush in America, i bad guys che ce l’hanno fatta. Ma anche le elezioni palestinesi del prossimo gennaio, sotto occupazione e insieme sotto l’auspicio della liberazione, potrebbero riservare sorprese importanti.
    Poi verrà il maggio di Blair, e chissà che altro.
    Le autobombe non sono scomparse, anche se da una decina di giorni fanno meno male, ma è in ripiegamento in medio oriente e nel mondo quel degradante spirito di resa e di rinuncia che ha fatto loro da battistrada.
    La lotta tra la normalità e la vita da una parte, le truppe scelte della reazione banditesca all’abbattimento di Saddam dall’altra, comincia a girare verso il quotidiano, la compravendita delle case, la formazione di una classe dirigente che è impreparata alla democrazia, e tuttora vulnerabile dalla violenza, ma di un programma democratico non è in grado di fare a meno.
    Si scopriranno a poco a poco, se il bel tempo coperto continua, nuovi modesti e precari colori di quel teatro di guerra che mette in scena la pacificazione dopo l’orrore.
    E i colpi di coda della bestia ferita non contano.

    L’Elefantino…

    ….sotto i sei articoli apparsi in prima pagina e qui sopra riportati sotto il titolo:
    MA NON E’ CHE CAMBIA IL VENTO?

    saluti

 

 

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