...il vento?
Iraq, verso il voto
Roma. La crisi di rappresentanza politica dei sunniti iracheni sta trovando, in queste ore, un qualche rimedio in vista delle elezioni del 30 gennaio.
E’ una soluzione che non proviene da quella “resistenza” che è piaciuta tanto ad alcuni inviati italiani, che è corsa incontro alla propria sconfitta militare a Fallujah, che è divisa al suo interno ed è un nano politico, ma è un progetto pazientemente costruito dal vertice istituzionale, dal premier Iyyad Allawi e dal presidente Ghazi al Yawar.
Allawi, sciita, si è fatto carico di ricucire i rapporti con il mondo baathista moderato, in dorato esilio ad Amman (Qais Aref, figlio dell’ex dittatore Abdul Rahman Aref, banchieri, ex ambasciatori, capi tribali come Amir e Majid Salman degli al Anbar, imprenditori). L’8 dicembre ci sarà una riunione con almeno 120 esponenti di questa opposizione sunnita, invitata a fare parte del processo democratico iracheno. Una mossa abile, andata a effetto, come dimostra la rabbiosa reazione del “Baath clandestino”, che ha subito diramato un secco comunicato in cui sconfessa i progetti di questi notabili di area baathista moderata, a riprova del danno d’immagine che può venire all’azione delle cellule terroristiche.
Al Yawar, sunnita e alla testa della più grande tribù irachena, gli al Sammar, forte di tre milioni di membri (anche sciiti), ha invece annunciato la formazione di un suo nuovo partito, al Irakiun (gli iracheni), che probabilmente avrà il conforto di un buon risultato alle urne.
Non basteranno queste iniziative a dare compiuta rappresentanza al mondo sunnita iracheno, travolto dal regime da cui aveva ricevuto prebende, privilegi e terre rubate a curdi e sciiti dalla pulizia etnica.
Ma il fatto stesso che i vertici iracheni si preparino alle elezioni mettendo in primo piano il recupero del triangolo sunnita al patto nazionale da rifondare, è una delle prove che in Iraq gli Stati Uniti hanno seguito una buona strategia, anche se accompagnata da scelte tattiche anche sciagurate.
Chi ha seguito senza pregiudizi la preparazione della guerra in Iraq si è reso conto che il metodo era quello giusto quando, il 9 agosto del 2002, Washington ha invitato Allawi, Ahmed Chalabi, Jalal Talabani, Massoud Barzani e il filo iraniano Abdul Aziz al Hakim a discutere del dopo Saddam.
E il 17 dicembre dello stesso anno ha visto a Londra che gli Stati Uniti avevano coinvolto tutte le forze d’opposizione irachene nella ricostruzione. Questo criterio è stato sempre rispettato, sia quando i poteri erano ancora nelle mani di Paul Bremer sia quando sono passati, sotto la supervisione dell’Onu, al governo Allawi.
L’impegno di Bush
Ai tanti inviati italiani che si divertivano a descrivere il premier come “fantoccio degli Stati Uniti” è sfuggito per mesi che egli era un nazionalista vero e che era stato in contatto con la Cia esattamente come lo erano stati i capi della Resistenza italiana e del Maquis francese, e che non uno dei partiti che avevano lottato contro il regime Baath era stato escluso dal suo governo (che conta anche un ministro comunista).
La difesa strenua di quel processo politico, a costo delle vite di centinaia di soldati della coalizione, inizia ora a dare i suoi frutti: il 30 gennaio si andrà al voto, lo ha ribadito ieri il presidente americano George W. Bush, le richieste di rinvio sono state bocciate, i curdi del Pdk e del Puk si presenteranno con una sola lista, anche gli sciiti, laici e religiosi, avranno un solo schieramento e anche agli elettori sunniti verranno proposti simboli e parlamentari che li rappresenteranno.
Un inizio.
Su Il Foglio del 3 dicembre
saluti




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