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Discussione: Riforma elettorale

  1. #1
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    Predefinito Riforma elettorale

    Roma. Una nuova legge elettorale e la riforma della par condicio. Due capitoli ancora aperti in agenda, che Silvio Berlusconi vuole affrontare prima delle politiche del 2006.
    Avviato il cammino delle riforme istituzionali, concluso il rimpasto con l’inclusione nell’esecutivo di Gianfranco Fini e Marco Follini, il Cav. ha bonificato la sua maggioranza dalle tentazioni termidoriane di An e Udc.
    Confida adesso di non incontrare ostacoli sulla via della riforma del sistema di voto e delle regole sulla par condicio, che considera da sempre “un bavaglio per una grande forza politica” come la sua.
    Sulla modifica della par condicio, il Cav. farebbe affidamento su alleati ben disposti.
    Circa la legge elettorale, è prevedibile che la Cdl si accorderà sul criterio della scheda unica che collega la preferenza per il candidato all’uninominale con il voto assegnato al partito. Qualche negoziato in più si avrà sulla quota proporzionale da estendere nell’attuale sistema elettorale misto (maggioritario per il 75 per cento).
    Dopodiché, per un problema risolto nella Cdl, se ne aprirà uno gravoso nel centrosinistra, che sulla difesa della par condicio mostra una compattezza incline a franare davanti all’ipotesi di una legge proporzionale.
    Ieri Massimo D’Alema ha confermato la sua disponibilità a ragionare su un modello a doppio turno di maggioritario integrale (con abolizione della quota proporzionale).
    Così facendo – glielo ha fatto notare, preoccupato, il leader del correntone Fabio Mussi – il presidente dei Ds ha innescato la reazione dei piccoli partiti dell’opposizione sensibili al richiamo del proporzionale.
    Dai comunisti italiani a Rifondazione, Verdi e Udeur, che criticano rumorosamente l’opinione di D’Alema.
    Alla Margherita d’obbedienza prodiana e a quella di derivazione popolare: irritatissimi e imbarazzati, i due segmenti del partito non sanno se cogliere nelle parole dell’ex premier solo un attacco alla stabilità della Gad, o anche una (un po’ meno probabile) offerta di dialogo al Polo.
    A complicare la serenità dell’opposizione, c’è poi quella proposta, fatta da Prodi, di presentare alle regionali liste unitarie del candidato presidente accanto a quelle dei singoli partiti.
    Una specie di succedaneo della lista unica di cui la Margherita non vuole sentir parlare.

    naturalmente su Il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito I discepoli di Macchiavelli

    Roma. In democrazia, il cambiamento del sistema elettorale può evocare questioni di cultura politica, per esempio se il bipolarismo sia meglio garantito dal maggioritario che privilegia lo spirito di coalizione, oppure da un modello proporzionale che tende invece a rafforzare il ruolo dei partiti. Nel caso dell’Italia, è bene ricordarlo, una modifica del sistema è possibile con una semplice maggioranza parlamentare.
    Come noto, l’iniziativa non coinvolge in alcun modo la cornice costituzionale (a meno di voler trasferire nella elezione dei due rami del Parlamento il premio di maggioranza previsto nel sistema di voto monocamerale delle regioni, il cosiddetto Tatarellum).
    Lo sa bene sia chi consideri la legge elettorale come uno strumento (per esempio Berlusconi), sia chi vi riconosca qualcosa di più.
    Il premier è convinto che la scheda unica e una dose maggiore di proporzionale servirebbero a due obiettivi: guadagnare più voti percentuali a Forza Italia e restituire al centrodestra i consensi degli elettori più sedotti dal simbolo di partito che dal candidato presentato per il seggio uninominale. Vuole modificare il sistema per vincere e vincere bene.
    Il centrosinistra non ha un’idea condivisa di legge elettorale, ma trova un minimo di unità nel ripetere che un cambiamento di sistema alla vigilia del voto sarebbe un colpo di mano.
    Al che si può rispondere con un’ovvietà: così come ogni atto di legge, anche una modifica delle regole del gioco elettorale si effettua sempre dopo un’elezione e prima della successiva.
    Oppure si può ricordare che un uso disinvolto della legge elettorale è patrimonio storico delle democrazie, lecito e accettato.
    E spesso chi stabilisce o ha stabilito di cambiare legge lo ha fatto senza nascondere gli interessi legati alla propria scelta.
    Così è stato nel 1986 in Francia, quando a ridosso delle elezioni François Mitterrand modificò la legge elettorale in senso proporzionale sperando che il Front national di Jean-Marie Le Pen raccogliesse il 10-15 per cento. E che di conseguenza la lista comune di gollisti e giscardiani non raggiungesse la maggioranza assoluta. Il risultato fu contrario alle attese e il presidente dovette rassegnarsi alla coabitazione con Jacques Chirac.
    Altro caso di manovra tecnica per costruire un successo elettorale, è il meccanismo anglosassone che si mette in moto durante il disegno dei collegi elettorali che precede sempre il voto presidenziale e quello di medio termine.
    Si chiama “gerrymandering”, dal nome del governatore del Massachusetts, Elbridge Gerry, che nel 1812 disegnò un collegio a forma di salamandra per concentrare i suoi elettori e disperdere gli oppositori. Negli Stati americani funziona così: prima del voto, una commissione bipartisan composta da democratici e repubblicani, dopo un esame demografico, si confronta per stabilire i confini di ogni collegio.
    In questo confronto può accadere, ad esempio, che i repubblicani cerchino di accorpare a un collegio in bilico una zona ad alta densità di comunità evangeliche (tradizionalmente conservatrici) e spostare così consensi decisivi.
    In Illinois e in Florida il sistema fu molto adoperato prima delle elezioni di mid term del 2002. Sempre negli Usa c’è l’esempio del referendum, sostenuto senza successo dai democratici, che si è tenuto in Colorado nello stesso giorno delle presidenziali (2 novembre scorso).
    Il Colorado esprime 9 grandi elettori appartenenti al partito che raccoglie più voti. I promotori del referendum, sconfitti, chiedevano che 4 dei 9 seggi fossero assegnati al secondo partito.
    Con questo sistema, nel 2000, Al Gore avrebbe attinto dal Colorado i numeri necessari per vincere su George W. Bush.
    E in Italia? In Italia si rievoca spesso la (fallita) legge del 1953, con cui la Dc voleva assegnare il 65 per cento dei seggi alle liste imparentate che avessero ottenuto più del 50.
    Ma si dimentica – segnala il costituzionalista Stefano Ceccanti – “che anche il Mattarellum del 1993, con turno unico e scorporo, fu inizialmente concepito dal pentapartito per rendere più ardua la nascita d’un bipolarismo che marginalizzasse il centro. Poi invece Berlusconi scompaginò i piani”.
    Ferma restando allora la consuetudine di modificare per vincere, gli avversari del Cav. possono appellarsi alla scaramanzia:
    “Spesso il cambiamento punisce i promotori – dice Ceccanti – perché la parte politica che lo subisce riesce a migliorare la sua offerta nel tempo che intercorre tra la modifica e il voto”.

    Su Il Foglio

    Saluti

 

 

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