A volte le parole non bastano
e non servono, soprattutto
quando i giudizi affrettati sono
solo un modo per stare tranquilli
con la propria indifferenza, perché
sappiamo che, in fin dei conti, il fatto
non ci riguarda, non ci coinvolge direttamente:
fingiamo indignazione e
scandalo e guardiamo alla cronaca
più nera solo con morbosa curiosità.
E siamo subito pronti a invocare pene
più severe, un diverso ordine solo
apparente che però non può cambiare
nel profondo l’anima di questa
gioventù lasciata troppo sola di fronte
al grande mistero della vita e della
morte, tanto da non distinguerne più
il valore. Una gioventù abbandonata
alla sua deriva di valori materiali, di
playstation e di televisione con miti
effimeri. Una gioventù difficile da
guardare negli occhi, da scrutare nel
profondo del suo fragile cuore, perché
è difficile trovare le parole per
parlare a questi nostri ragazzi che si
rinchiudono nel loro mondo asettico,
fatto di squilli al telefonino e di
scorribande in motorino. Quelli che
abbiamo intorno sono ragazzi che
hanno un solo desiderio: quello di
essere ascoltati.
Nessuno li ascolta, nessuno tenta il
rischio di capire le loro ragioni. E gli
si offre solo l’effimero, perché dobbiamo
creare generazioni di persone
che consumano e non di ragazzi che
imparano a pensare, che sono in grado
di avere una coscienza che sappia
discernere tra bene e male, tra lecito
e illecito, tra regola e trasgressione.
Lo dicono proprio loro, i ragazzi
giovani che scrivono, quasi
coetanei di quelli che sulla strada di
Calolzio, in una maledetta sera, hanno
bruciato la propria anima e il proprio
tormento, per pochi soldi.
Da una parte c’è il dolore per l’omicidio
del benzinaio, dall’altro quello
per questi ragazzi che in quel distributore
di benzina hanno lasciato a
terra anche la loro anima e una diversa
coscienza che ora dovranno ricostruire,
nel tormento e nel rimorso,
risentendo l’eco di quegli spari
che hanno risuonato in una sera di
questo strano inverno. Ne esce un
dramma tutto umano che viene incarnato
dalla figura di una donna,
una madre, una vedova di cui non
conosciamo il nome, ma il cui volto
addolorato compare davanti ai nostri
occhi.
Per rispetto, per pudore del suo dolore
non vorremmo mai vedere la
faccia di questa donna che ha guardato
negli occhi il figlio adolescente,
il suo strano silenzio, ha intuito la
sua anima lacerata e lo ha convinto a
compiere l’unico gesto possibile:
l’ammissione della propria colpa. Ci
piace pensarla nella sua forza interiore,
nella terribilità del dolore di
fronte alla colpevolezza del figlio che
ha dovuto crescere da sola.
Ci vuole coraggio ad affrontare, ad
accettare questa verità: è come perdere
il figlio e doverlo di nuovo riportare
alla luce. Questa donna sta
accettando questa sfida, lontano dai
riflettori, perché sappiamo che la
sua sarà una via della Croce, in cui i
rimorsi si alterneranno ai sensi di
colpa. Non potrà però perdere la
speranza, sapendo di dover stare vicino
al figlio che ora più che mai ha
bisogno di lei, ha bisogno delle sue
parole, anche semplicemente del
suo sguardo di mamma.
Ora la aspetta una fatica ancora più
grande, quella di essere la madre
che sostiene affinché la deriva della
colpa non si porti via
definitivamente il figlio. Lei ha capito che la rinascita poteva avvenire solo con il riconoscimento dell'errore. E ha accompagnato il figlio in caserma. E' una grande lezione cristiana quella che leggiamo tra le pieghe di questa tragedia e ci viene da una donna semplice. Ci dice che Dio perdona, solo se riconosciamo il male che abbiamo commesso, anche se non abbiamo consapevolezza di che cosa sia il male. E' l'altro interrogativo che emerge da questa vicenda: una gioventù proiettata all'esterno di sé, incosciente del divario tra realtà e finzione, che crede di vivere continuamente in un videogame. I nostri ragazzi hanno bisogno di ritornare alla consapevolezza che l'uomo è fatto di carne e di anima e che c'è una sostanziale differenza tra istinto e coscienza. La coscienza va costruita con nutrimenti spirituali, morali e civici, per essere in grado di discernere tra le spinte cieche degli istinti. I due ragazzi di Lecco non sono mostri: nessun uomo lo è. Il solo pensarlo vuol dire mettere in discussione l'idea centrale del peccato originale, quello che rende imperfetto ogni uomo e lo rende soggetto alla tentazione del male. Fare questi discorsi oggi vuol dire andare controcorrente, ma bisogna avere il coraggio di ritornare ad un giudizio cristiano della realtà. Bisogna ricominciare dall'esempio di questa donna silenziosa che ha amato tanto il proprio figlio da fargli scegliere, di fronte alla comunità che ha lacerato e offeso, il sacramento della confessione.
Fulvio Panzeri


Rispondi Citando
