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Discussione: L'asse e il clima

  1. #1
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    Predefinito L'asse e il clima

    Roma. Il filosofo Umberto Galimberti non ha resistito alla tentazione, e neanche l’ambientalista indiana Vandana Shiva. Entrambi, su Repubblica, dopo aver ammesso che la devastazione del sud-est asiatico non può essere attribuita a variazioni del clima o alla malagestione delle risorse planetarie, invitano ad ascoltare il “monito”, l’“insegnamento” che da quella devastazione arriverebbe (“Il trattato di Kyoto attende ancora molti paesi, tra cui l’Italia, al rispetto della natura”, dice Galimberti).
    Lo spessore dell’argomentare fa il paio con la domanda di Maria Luisa Busi, che nello speciale del Tg1 di domenica sera chiedeva se il fatto che stesse nevicando nel Maghreb potesse avere un nesso con il maremoto assassino.
    No, nessun legame, ha spiegato pazientemente Alessandro Amato, direttore del Centro terremoti dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.
    Amato ripete al Foglio che “nessuna vera o presunta variazione climatica può provocare i terremoti”, e precisa anche che lo spostamento dell’asse terrestre che il cataclisma prevedibilmente provocherà, e di cui si è molto parlato in queste ore, non preannuncia scenari da fantascienza: “Quando parliamo di spostamento dell’asse terrestre ci riferiamo a variazioni impercettibili e che comunque rimangono all’interno delle forze che agiscono nella Terra. Non si tratta, quindi, di eventi in grado di perturbare il moto del nostro pianeta nel sistema solare, ma di piccolissime variazioni che possono avere interesse dal punto di vista scientifico. Non ne conosciamo esattamente tutte le possibili ripercussioni, ma certo non sono l’aspetto che deve maggiormente preoccuparci in questo momento”.

    Quello che si può fare
    A preoccuparci è altro. E’ il problema “che eventi catastrofici come quello di due giorni fa avvengono e ancora avverranno, e non possiamo far nulla per evitarli.
    Possiamo però fare qualcosa per non dimenticarli rapidamente, e per predisporre misure che contengano i danni. Entrano in gioco allora i sistemi di costruzione degli edifici, le localizzazioni di centri abitati e di impianti industriali, le reti di sorveglianza.
    Non si può evitare che arrivi l’onda, ma si può in certa misura fare in modo che non trovi persone sulla costa, addirittura sulle spiagge”.
    Nel Giappone ipertecnologico, che convive quotidianamente con quella minaccia, il sistema d’allarme copre l’intero arcipelago. Muraglie di cemento, porte metalliche anti-inondazione, altoparlanti per avvertire la popolazione, itinerari di evacuazione e luoghi di raccolta sopraelevati predisposti per tempo.
    Difficile immaginare qualcosa di simile nella maggior parte delle zone colpite il 26 dicembre nell’Oceano Indiano.
    Dove però, dice ancora Amato, “non era comunque impensabile riuscire a spostarsi di qualche chilometro nell’entroterra, avendo spesso due-tre ore a disposizione. Basti pensare che in Somalia ci sono volute quasi cinque ore perché arrivasse l’onda. Ma nessuno ha dato l’allarme”.
    Di fronte alla furia naturale è difficile, se non impossibile, distinguere la realtà dalle credenze che confinano con la superstizione.
    Non è niente di più di una credenza popolare, dice Amato, “quella che pretende che dopo un terremoto si stia all’aperto per ventiquattro ore, e poi si possa tranquillamente far ritorno a casa.
    Nel caso del terremoto di Noto, nel 1693, quella credenza provocò il vero disastro, perché la scossa più violenta arrivò due giorni dopo la prima scossa”. Se non possiamo prevedere puntualmente quello che avverrà, sottolinea Amato, “questo non significa accettare fatalisticamente l’imprevedibilità. Negli ultimi trent’anni i ricercatori di geofisica hanno fatto grandi passi nell’aumento del grado di conoscenza dei movimenti delle placche terrestri (la maggior parte dell’attività sismica, di quella vulcanica e delle deformazioni della crosta sono concentrate ai confini delle placche). Sappiamo quali sono le zone dove si sta accumulando energia, a differenza di altre che la rilasciano gradualmente, meno esposte al pericolo. Abbiamo satelliti e reti già in grado di fare questo lavoro d’individuazione del pericolo. Ma dobbiamo ricordarci che di fronte a processi che durano milioni di anni, dei quali noi vediamo solo gli esiti, siamo ancora ai primi passi”.
    E Amato ricorda che “proprio quest’anno, a settembre, si è verificato il terremoto che era stato inizialmente previsto in California, a Parkfield, per la fine degli anni 80. Si era parlato di fallimento, di spreco di strumentazioni e di attività di controllo. Ma proprio quando quella previsione sembrava dimenticata, il terremoto (senza conseguenze, perché la zona è desertica) è arrivato, e della magnitudo prevista”.

    Su Il Foglio del 28 dicembre

    saluti

  2. #2
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    Difficile, molto difficile commentare l’apocalisse, ed è comprensibile che la necessità di pronunciarsi di fronte all’indicibile, di interpretarlo, possa essere cattiva consigliera.
    Mal consigliata è sicuramente la signora Vandana Shiva, famosa ambientalista indiana, che straparla su Repubblica. Dice che anche se “stavolta le cause dello tsunami sono naturali”, questa è certamente “un’occasione per vedere quali effetti porterà l’uso squilibrato delle risorse terrestri” e chiama in causa Bush e i paesi ricchi, colpevoli di “politiche di inquinamento e sottovalutazione dell’effetto serra”.
    Si può sorridere amaramente, viste le circostanze, di un riflesso politico condizionato che scavalca la realtà e che inventa lo tsunami didattico. Nella realtà, infatti, come tutti gli scienziati ripetono, nessuna attività umana può influenzare o provocare i terremoti.
    Di natura matrigna, di natura indifferente e crudele, di natura sovrana che si vendica degli umani distratti e sfruttatori parla invece il filosofo Umberto Galimberti, altro mal consigliato, che corona il suo pensiero con un richiamo nientemeno che al protocollo di Kyoto. Che c’entra? Non si sa, ma secondo Galimberti la natura indifferente, vendicativa e crudele diventerebbe più benevola, se tutti i paesi lo controfirmassero.
    Più onestamente, il Nobel V. S. Naipaul, sempre su Repubblica, parla di un oscuro “senso di colpa”, del timore che oltre “lo spostamento delle faglie” possa esserci “qualcos’altro, un qualche legame con atti umani, come una maledizione che la natura scaglia contro di noi”.
    Ma mentre confessa questo timore, lo scrittore almeno lo descrive per quel che è: un riflesso emotivo, più che comprensibile di fronte alle immagini terribili che arrivano dall’Indonesia o dallo Sri Lanka.
    No, non esiste nessuna maledizione, ed è in momenti come questo che dovrebbero, semmai, essere tenute ben distinte la sfera della fantasia da quella delle cognizioni scientifiche.
    A meno di non voler considerare come “maledizione” l’esistenza del nucleo turbolento della Terra.
    E’ da lì che nascono i sommovimenti a volte disastrosi del nostro giovane pianeta, le eruzioni vulcaniche e i terremoti.
    Ma è sempre da lì che ha origine il campo magnetico terrestre: il fenomeno, per intenderci, che protegge la Terra dai raggi cosmici, e che quindi permette la vita sul pianeta, la nostra vita, e che lo tiene al suo posto nel sistema solare.

    Ferrara su Il Foglio

    saluti

  3. #3
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    E’ancora presto per valutare l’entità esatta dei danni, ma non penso ci sarà un grande impatto fiscale”, ha promesso il ministro delle Finanze indiano P. Chidambaram all’indomani del maremoto che ha colpito le coste dell’Asia. E ha aggiunto, riferendosi ai fondi per le calamità che la Banca Centrale di New Delhi ha sempre a disposizione, visto il clima monsonico, e che ha già attivato: “Siamo in grado di gestire la crisi e il denaro necessario a gestirla salterà fuori”. Spacconate?
    Per la verità, nel 1992 l’omologo statunitense del nostro Cnr organizzò un importante forum su come valutare le “conseguenze economiche di un terremoto catastrofico”.
    E alla fine gli esperti non riuscirono a trovare un accordo: danno comunque grave o occasione pur tragica per fare business rinnovando assetti urbanistici e parchi produttivi?
    Per capire i retroscena della disputa non c’è bisogno di tornare indietro fino al Nerone che voleva bruciare Roma per “rifarla più bella che prìa”.
    O alla Londra riemersa come capitale moderna e pulita dal grande incendio del 1666.
    O alla Lisbona ristrutturata dal pugno di ferro del Marchese di Pombal dopo il terremoto del 1755. Negli Stati Uniti, non va dimenticato, le due aree più soggette a catastrofi sono, sul Pacifico, la California, con i suoi terremoti, e sull’Atlantico la Florida, con i suoi uragani.
    Ma ciò non impedisce ai due Stati di essere i più dinamici della federazione.
    Una dinamicità, molti ritengono, proprio stimolata dalla consapevolezza di vivere sempre sull’orlo dell’abisso. E neanche si può dire che l’irrequietezza del clima impedisca a Miami di essere una meta turistica tra le più ambite. Gli italiani, anzi, sembrano non avere mai capito che l’estate, tempo di uragani, è proprio la stagione peggiore per andare nei Caraibi, invece calmi a fine anno.
    Come i vari Mitch, Flora o Andrew non hanno però fatto passare la moda delle spiagge centroamericane, così si può prevedere che, dopo una breve eclissi, neanche l’attuale disastro farà passare l’attrazione per gli atolli delle Maldive o le coste thailandesi e cingalesi.

    La sfida dell’ambiente
    Un’altra terra che riesce egregiamente a conciliare precarietà sismica e crescita economica è il Giappone, l’arcipelago dalle 1.500 scosse all’anno, la cui lingua ha dato la parola “tsunami”.
    Dal millenario adattamento della cultura nipponica ai terremoti veniva appunto la tradizionale casa in legno senza fondamenta e senza mura perimetrali, in modo da piegarsi senza spezzarsi, secondo la stessa “legge” che governa l’arte marziale nipponica per eccellenza, il judo.
    Il tetto era in stoppie che volavano via con un vento appena appena forte, ma erano facilmente sostituibili con un po’ di buona volontà, e almeno, se cadevano in testa, non facevano troppo male. Certo, c’era l’insidioso colpo di coda collaterale rappresentato dal rovesciarsi dei bracieri sul legname. Per questo i giapponesi si sono abituati nei secoli a resistere al freddo quasi senza riscaldamento e a nutrirsi di cibo in gran parte crudo.
    Ma poiché neanche le case di legno potevano niente contro gli tsunami, ecco allora gli efficienti sistemi di avvistamento e segnalazione.
    Anche se alla fine è stato il progresso tecnologico delle costruzioni antisismiche a permettere di scendere dai 100.000 morti di Kanto, il primo settembre 1923, ai 5.000 di Kobe, il 17 gennaio 1995, ai 4 feriti di Sendai del 25 maggio 2003.
    Naturalmente, quando Arnold Toynbee elaborò la famosa teoria secondo la quale le grandi civiltà nascono dalle sfide dell’ambiente, non intendeva che il processo fosse sempre automatico.
    Al contrario: come ci sono società che dai disastri si rigenerano, ce ne sono altre che ne ricevono colpi di grazia mortali.
    Il ligure Amedeo Giannini, ad esempio, aveva aperto in un ex-saloon di San Francisco la sua Bank of Italy già da due anni, quando, il 18 aprile 1906, la metropoli californiana fu sconvolta dal famoso terremoto. Ma il figlio di emigranti non ebbe paura a riaprire bottega per strada in mezzo alle macerie, su un precario tavolino. E fu proprio dall’ondata di ottimismo che alimentò che nacque il suo mito e il suo successo, fino alla metamorfosi dell’antica banchetta per emigranti nella potente Bank of America.
    Al contrario, Anastasio Somoza, nelle sue memorie, riconobbe come fosse stato il tremendo terremoto che alla mezzanotte del 23 dicembre 1972 aveva distrutto l’80 per cento di Managua, uccidendo 10.000 persone, a innescare la caduta del suo regime. Con l’arrivo di centinaia di inviati pronti ad alzare il sipario su quel paese miserabile e sulla corruzione che intascava i soldi dell’aiuto internazionale.
    “Annunciatelo nei palazzi di Assur/ raccontatelo in quelli dell’Egitto/ il libretto degli indirizzi non serve più/ e neanche l’elenco del telefono”, scrisse in versi famosi il prete-poeta, e futuro ministro sandinista Ernesto Cardenal, salutando nel cataclisma una sorta di castigo divino alla dittatura. “Il grattacielo della Bank of America (n.d.a: proprio quella di Giannini!) è una torcia nella notte/ la Pepsi Cola è in rovina./ In quella notte i prigionieri sandinisti se ne andarono liberi/ con il Palazzo di Giustizia obliquo e schiantato/ le banche dinamitate/ e crollati i collegi religiosi: tanto, erano solo per i ricchi”.
    In quello stesso 1979, prima che (il 18 luglio) scappasse Somoza era stato costretto alla fuga anche lo Scià Reza Pahlevi (il 16 gennaio). Lì il regime era stato messo in ginocchio da una serie di sismi, l’ultimo dei quali era stato quello che il 16 settembre 1978 aveva distrutto la regione attorno alla città di Tabas, uccidendo tra le 15.000 e le 25.000 persone.
    “Ogni grande terremoto è la fine di una dinastia”, dice un antico proverbio cinese.
    Nel ’78, la montante opposizione islamica al governo dello Scià fece circolare la voce che era stato un test nucleare sotterraneo a provocare il disastro. Va detto che in Iran i terremoti hanno continuato a imperversare anche dopo, e ad essere affrontati con la stessa inefficienza, al punto che secondo molti osservatori sarebbe stato proprio un voto di protesta contro il metodo usato nell’affrontare i due sismi del 1997 a favorire l’elezione del presidente riformista Khatami.

    I terremoti e l’Ancien Régime
    C’è chi dice che anche la crisi economica che innescò la Rivoluzione Francese sarebbe stata dovuta al susseguirsi di cattivi raccolti seguiti agli sconquassi provocati dalle grandi catastrofi del 1783: il terremoto che a febbraio uccise 60.000 persone tra Messina e Reggio Calabria e l’eruzione che, tre mesi dopo, distrusse mezza Islanda.
    Proprio nell’aria dello tsunami che ha appena sconvolto l’Oceano indiano Stephen Oppenheimer, un noto pediatra tropicale inglese con la mania dell’archeologia, nel 1998 ha ambientato lo scenario del suo volume “L’Eden a Oriente”. La sua teoria: 8.000 anni fa un’immane catastrofe naturale sconvolse il continente che all’epoca univa il continente asiatico alle isole dell’Indonesia, sommergendo gran parte del territorio, e costringendo i superstiti a spargersi per il mondo. Ma siccome quel popolo era stato il primo al mondo a scoprire l’agricoltura, da quell’esodo sarebbe nata la civiltà.
    Oltre che i miti del diluvio universale, della scomparsa di Atlantide e della cacciata dal giardino dell’Eden.
    Gli stessi miti sono stati spiegati dall’archeologo greco Spyridon Marinatos nel 1967, a proposito dell’eruzione del vulcano di Santorini, attorno al 1500 a.C.. Sarebbero stati infatti gli tsunami scatenati da quell’eruzione a provocare la misteriosa distruzione della civiltà minoica di Creta, e forse anche a provocare sia le “piaghe” che avrebbero consentito agli ebrei di scappare dall’Egitto sia l’ondata che avrebbe annegato l’esercito del faraone.
    Metà del mondo archeologico è più o meno d’accordo; l’altra metà contesta furiosamente date e circostanze.
    Ma è più o meno la stessa proporzione che ha diviso gli esperti del già citato Forum americano sulle conseguenze economiche dei terremoti.

    Su Il Foglio

    saluti

  4. #4
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    Non avevo dubbi che i responsabili del maremoto che ha devestato così tanti paesi.......fossero....... Bush e Berlusconi ( e un pochino anche il "traditore" Blair).



    Shalom

  5. #5
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    non siate fissati su...

  6. #6
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    Roma. L’Australia lo ha promesso. Aiuterà a mettere in piedi un sistema di monitoraggio e prevenzione degli tsunami, le onde anomale, generate anche da terremoti, come quella che si è abbattuta nel sud-est asiatico domenica, uccidendo decine di migliaia di persone.
    Per quanto gli tsunami, una volta formatisi in alto mare, corrano verso la costa a una velocità che tocca anche i 500 chilometri l’ora, sono fenomeni prevedibili. Esistono persino istituti appositamente creati per il monitoraggio di onde anomale.
    Un sistema di prevenzione degli tsunami nell’Oceano Indiano avrebbe potuto salvare migliaia di vite. Ma non esiste.
    Esiste soltanto per l’Oceano Pacifico, zona in cui fenomeni di questo tipo sono assai più frequenti.
    Secondo molti testimoni, nei luoghi colpiti dall’onda anomala non è scattato alcun tipo di stato d’allerta, nessun’allarme, tutto è successo all’improvviso.
    Certo, era impossibile prevedere il sisma che ha causato lo tsunami, spiegano gli esperti.
    Ma era possibile prevedere che un terremoto di tale portata, verificatosi in mare, avrebbe prodotto onde devastanti.
    I paesi del Pacifico, che conoscono meglio la violenza degli tsunami, nel 1965 hanno istaurato un programma di cooperazione scientifica per il monitoraggio del fenomeno.
    In seguito a qualsiasi terremoto d’intensità superiore a 6,5 punti della scala Richter parte il monitoraggio delle onde e se si registrano situazioni anomale viene dichiarato lo stato d’allerta. Sono 26 gli Stati riuniti nell’International Tsunami Information Center (ITIC), che ha all’attivo un sistema di prevenzione delle onde anomale, l’International Tsunami Warning System, nato sotto gli auspici dell’Unesco.
    Tra questi 26 paesi ci sono anche Indonesia e Thailandia.
    Due delle zone maggiormente colpite dall’onda anomala.
    Per l’area dell’Oceano Indiano, invece, dove il terremoto ha avuto luogo e dove lo tsunami si è prodotto, non esiste alcun istituto simile.
    Eppure domenica, 15 minuti dopo la scossa tellurica, da Honolulu, Hawaii, sono partite le telefonate di allerta degli scienziati ai colleghi dei 26 paesi del Pacifico che fanno parte dell’organizzazione, Indonesia e Thailandia comprese.
    Ma, un oceano più in là, la tragedia si è prodotta all’improvviso. Yoshinobu Tsuji, dell’Istituto di ricerca sui terremoti dell’università di Tokyo, ha detto che l’onda che ha devastato lo Sri Lanka, dopo essersi formata ci ha messo due ore prima di abbattersi sulle coste.
    Il Giappone è tra i paesi più preparati ad affrontare simili emergenze. La parola tsunami è un termine giapponese, significa onda di porto, perché è proprio in prossimità delle coste che la sua energia diventa distruttiva e fatale.
    La capacità di reazione di un paese come il Giappone di fronte a fenomeni di questo genere è sicuramente elevatissima. Tokyo infatti esporta il suo know how in materia di tsunami in altri 15 paesi del Pacifico, quelli a rischio di onda anomala.
    Le popolazioni della costa nipponica o di quella californiana sono abituate a questi rischi, educate a situazioni d’emergenza di questo tipo e pronte a evacuare se subito allertate.
    Non quelle delle coste dell’Oceano Indiano, dove il devastante fenomeno è assai più raro.

    L’energia aumenta in prossimità della costa
    “Nessun terremoto è prevedibile, ma una volta avvertito il sisma si può prevedere l’onda”, spiega al Foglio Antonio Fiorentino, consulente scientifico del Ponte di Archimede, già direttore dell’Istituto d’Ingegneria navale all’università Federico II di Napoli.
    Fiorentino ha studiato le onde anomale per valutare la fattibilità del “Ponte di Archimede”, un condotto flottante a mezz’acqua, nello Stretto di Messina.
    Perché anche a Messina, nel 1908, quando la città fu colpita da un terribile terremoto dell’11° grado della scala Mercalli, si verificò uno tsunami: un’onda di 11 metri si abbatté sulla città.
    “Da noi si tratta di eventi rari – spiega – ma sono state fatte verifiche del moto ondoso, ipotizzando la formazione di onde di 12/13 metri. Lo tsunami è un altro fenomeno, perché le onde possono toccare altezze anche di 30 metri. Ora stiamo studiando la fattibilità del nostro ponte nei 3.200 metri dello Stretto di Jintang (Arcipelago di Zhoushan), a sud di Shanghai, zona ad alto rischio tsunami; sarà prima creato un prototipo in un lago cinese”.
    “Per realizzare qualsiasi opera di questo tipo in quella zona e in prossimità del mare – racconta al Foglio Elio Matacena, presidente della società Ponte di Archimede, che collabora anche con il Politecnico di Milano – è necessario effettuare studi sul fenomeno degli tsunami. E’ la prima cosa che ci hanno chiesto i cinesi”.
    Si tratta di un campo, quello dell’ingegneria sismica, in cui tra i paesi più all’avanguardia c’è sicuramente il Giappone, che a terremoti e tsunami è purtroppo avvezzo.
    Il fenomeno, tipicamente giapponese, ha ispirato il grande Katsushika Hokusai (1760-1849), l’artista nipponico forse più conosciuto nel mondo, tanto che proprio una gigantesca onda è diventata simbolo del suo estro. Ci spiega Fiorentino che le onde anomale dell’oceano possono raggiungere altezze eccezionali e che qualsiasi struttura ingegneristica in prossimità della costa deve essere costruita tenendo conto proprio del fatto che la pericolosità dello tsunami aumenta con l’approssimarsi dell’onda alla terraferma, quando questa incontra i fondali bassi e acquista energia.
    “Lo tsunami, però, si vede in superficie, ma la sua energia diminuisce esponenzialmente con la profondità. Il nostro ponte, che basandosi sul principio idrodinamico di Archimede concepisce l’acqua come un elemento favorevole, nel quale è possibile collocare la struttura di attraversamento, è ancorato a 30 metri sul fondo”.

    (rol.s su Il Foglio del 28 dicembre)

    saluti

  7. #7
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    Predefinito Bush crea una "coalition"...

    …di aiuti (senza Onu)

    Roma. Gli aiuti oggi ammontano a 35 milioni di dollari, ma è “soltanto l’inizio”, “gli Stati Uniti sono generosi, gli americani sono e saranno generosi”.
    George W. Bush ieri, esprimendo il suo cordoglio per “il disastro terribile al di là della nostra comprensione” nel sud-est asiatico, il cui bilancio ha superato le 70 mila vittime, ha risposto
    per le rime a chi, nei giorni scorsi, ha detto che l’America è “stingy”, spilorcia, cioè il norvegese Jan Egeland, vicesegretario generale delle Nazioni Unite e coordinatore degli aiuti nell’area devastata dallo tsunami.
    “La persona che ha fatto queste dichiarazioni deve essere stato fuorviato e decisamente mal informato”, ha detto Bush, prima di lanciare le sue accuse avrebbe dovuto dare un’occhiata ai dati: “2,4 miliardi di dollari nel 2004 in cibo e denaro” versati dal governo americano, “circa il 40 per cento degli aiuti mondiali”.
    Per non parlare del fatto che gli Stati Uniti sono i principali contribuenti di quelle Nazioni Unite che si permettono di sottolinearne la “manacanza di generosità” mentre già si vantano di poter raccogliere quasi 2 miliardi di dollari, molto più di quanto mai messo a disposizione dall’Onu, persino più dei 1,6 miliardi di dollari stanziati in Iraq.
    Non è soltanto una questione di numeri.
    Il dissidio tra Nazioni Unite e Stati Uniti è aperto da tempo, tanto che prima della rielezione di Bush il segretario generale, Kofi Annan, aveva più di una volta definito “illegale” la campagna irachena, confermando, scriveva ieri il New York Sun, “la tendenza di funzionari internazionali non eletti a criticare gli Stati membri, anche se in realtà dovrebbero essere al loro servizio”.
    Bush però non ha voluto entrare in polemica diretta con le Nazioni Unite né con coloro che l’hanno tacciato di “insensibilità” per non aver lasciato il ranch di Crawford, dove sta trascorrendo le vacanze.
    Il presidente ha preferito confermare i “fatti” già definiti da membri della sua Amministrazione:
    “Continueremo a collaborare con i governi toccati dalla sciagura, staremo con loro finché non ricostruiscono le loro comunità”. E ha lanciato una “coalizione di soccorso” per coordinare gli aiuti.
    In questo gruppo d’azione le Nazioni Unite semplicemente non compaiono.
    “Prevarremo sulla distruzione”, ha detto Bush con la stessa enfasi con cui ha dichiarato guerra al terrorismo e, seguendo lo stesso schema, ha fatto l’elenco dei suoi alleati – Australia, che ha stanziato 35 milioni di dollari, Giappone, che prevede un sostegno pari a circa 30 milioni di dollari, e India, che ieri ha detto di non aver bisogno di aiuti internazionali e, anzi, di aver già inviato medici e medicinali in Sri Lanka – restando aperto a diverse modalità d’aiuto: “Prendiamo in considerazione tutte le richieste. Siamo ancora nella fase dell’aiuto immediato: piano piano le dimensioni del problema diventeranno note, soprattutto nel momento in cui dovranno essere ricostruite le infrastrutture e le comunità dovranno essere messe nella condizione di poter camminare sulle loro gambe”. Bush ha detto di voler predisporre team in grado di dare una stima accurata dei danni, militari della Marina cui seguiranno in un secondo momento altre forze “di lungo periodo” per organizzare la ricostruzione e ha dichiarato di voler valutare anche la proposta del cancelliere tedesco Gerhard Schröder, che chiede una sospensione del debito dell’Indonesia e della Somalia.

    Le inefficienze dell’Itic (delle Nazioni Unite)
    Ma le Nazioni Unite, incastrate dai pregiudizi nei confronti dell’aggressività americana e di quei paesi così “ossessionati dal taglio delle tasse” da essere terribilmente tirchi, si perdono a guardare il dito.
    Le parole di Egeland sono state piuttosto offensive (oltre che smentite dai numeri) e Colin Powell – di cui Bush ha sottolineato ieri “lo straordinario lavoro” – ha diplomaticamente risposto che avrebbe preferito non averle mai sentite pronunciare, e infatti sono state smentite dallo stesso Egeland, vittima di un fraintendimento.
    La critica rivolta dall’Onu assume però un significato ancor più pesante se calata nel contesto attuale, che vede l’organismo sconvolto dagli scandali – “Sex for food” titolava un polemico
    editoriale del Wall Street Journal ieri - e in crisi di credibilità, oltre che di legittimità.
    La decisione di Bush di ignorare le accuse dell’Onu e di creare una coalizione tra chi ha mostrato una concreta intenzione d’impegno è l’ennesimo segnale dell’inefficienza operativa e diplomatica delle Nazioni Unite, oltre che di una relazione logorata da tempo con gli Stati Uniti.
    L’inefficienza è stata rilevata anche in occasione di questa catastrofe naturale.
    Bush ha ribadito ieri la necessità di “sviluppare un nuovo sistema di prevenzione e d’allarme disponibile per tutti gli Stati”, ma le Nazioni Unite, impegnate a fare una distinzione tra paesi ricchi dal braccino corto e paesi poveri non in grado di dotarsi di boe acustiche, sensori, satelliti, dinamiche computerizzate che potessero prevedere, minuto per minuto, l’evoluzione dello tsunami, hanno dimenticato di sottolineare che i prodigi della tecnica non erano necessari domenica scorsa per prevenire, almeno in parte, il disastro nell’Oceano Indiano.
    Il terremoto che ha causato l’onda anomala è avvenuto a ovest dell’isola di Sumatra e ha toccato il nono grado: la scossa è stata così forte che ha spostato l’isola di una trentina di centimetri.
    Per tracciarlo non servivano i raffinatissimi strumenti del Pacific Tsunami Warning Center.
    Tutti i sismografi del mondo hanno rilevato entità e posizione del sisma, esattamente come fecero quasi 100 anni fa per il terremoto di Messina.
    Il centro d’allarme antitsunami è subito entrato in azione, esattamente come fa dal 1949, quando ha iniziato a funzionare, senza boe di rilevamento e senza computer.
    Il direttore delle operazioni, Charles McCreery, ha avvisato Laura S. L. Kong, responsabile dell’International Tsunami Information Center (Itic), che dal 1965 allerta le nazioni del pacifico dal rischio di maremoti: l’Itic fa parte delle Nazioni Unite, anche se a pagarne l’attività sono quasi interamente gli Stati Uniti.
    Mc-Creery ha fornito informazioni chiare, sottolineando che l’onda avrebbe avuto effetti limitati sul Pacifico e devastanti sull’Oceano Indiano. L’allarme a quel punto ha raggiunto 26 paesi, tra cui anche Thailandia e Indonesia, che fanno parte del network collegato con il centro, la dottoressa Kong ha informato anche India e Sri Lanka.
    Da questo momento in poi è diventata una questione di orologi: si trattava di far allontanare il maggior numero di persone dalle coste nel minor tempo possibile.
    La Thailandia è stata colpita dopo un’ora, lo Sri Lanka dopo due e mezza, l’India dopo tre. Per dare l’allarme non erano indispensabili elaboratori e satelliti, sarebbero serviti anche messaggi alla televisione e alla radio, un sistema di altoparlanti nelle città e un piano prestabilito.
    Ma la reazione non è stata né immediata né visibile, e questo fa supporre che ci sia stata un’inefficienza proprio dell’Itic, che ha lanciato l’allarme soltanto nei paesi appartenenti al suo network

    Da Il Foglio del 30 dicembre

    saluti

  8. #8
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    Predefinito L'orecchio dei mari

    Milano. Sembra uno dei tanti villini bianchi che costellano Ewa Beach e i dintorni di Honolulu. Invece no, dietro la tranquilla apparenza si nasconde il cuore del Pacific Tsunami Warning Center, una delle punte di diamante del servizio meteorologico a stelle e strisce.
    Da qui si dirama la rete di sensori che spia le condizioni del più grande degli oceani.
    Tutta la tecnologia è concentrata sul captare due fenomeni in rapida sequenza: una scossa tellurica e una lieve increspatura dell’acqua.
    E’ così che succede, prima un sommovimento sottomarino, poi un’onda velocissima e invisibile.
    In alto mare è una vibrazione che non causa pericolo, sotto costa rallenta, si trasforma in un cavallone violento.
    Ogni giorno, nella casetta, si combatte per abbassare i tempi di reazione, una battaglia che dura dal 1949.
    Il segreto del sistema però non è tutto nei sensori da centinaia di migliaia di dollari, quello che conta è il network che dà l’allarme, i collegamenti immediati con le altre nazioni del bacino, la protezione civile. A pochi chilometri di distanza, protetta dalle altissime pareti di un vulcano spento, c’è la sede centrale di quella delle Hawaii, in grado di far sgombrare le spiagge in meno di un’ora.
    A colpi di telefono, di allarmi dislocati in punti strategici, sfruttando una filiera di comando messa costantemente sotto esercitazione.
    E non è solo questione di tsunami, il P.T.W.C. è una delle tante strutture che dipendono dalla National Oceanic and Atmosferic Administration.
    L’ente, fondato nel ’70, è l’erede della lunga tradizione statunitense di controllo del clima e del territorio, a partire dal Coast Survey del 1807 e passando per il Weather Bureau, fondato nel 1870. Tutti progetti caratterizzati da un’idea chiara: favorire lo sviluppo della scienza e contemporaneamente delle infrastrutture commerciali.
    Detto in soldoni: salvare vite e dollari.
    Il risultato è che a due secoli di distanza il N.O.A.A. dispone di due centri di controllo per i maremoti, di un laboratorio sullo sviluppo marino e di un programma di ricerca che studia le temperature degli oceani, senza contare il monitoraggio del clima e dei cicloni.
    Tutto materiale open source che può sfruttare chiunque.
    Quasi tutte le informazioni sull’aumento delle temperature del pianeta vengono da questi studi sponsorizzati da Washington, peccato che molti ecologisti si scordino di leggere quelle parti in cui affermati scienziati dicono che l’effetto serra non c’entra.

    Da Il Foglio del 30 dicembre

    saluti

  9. #9
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    Predefinito Cifre

    Sono poche le cose da salvare dentro le Nazioni Unite, e tra queste ci sono le agenzie di aiuti umanitari.
    Svolgono compiti insostituibili, nonostante la gestione burocratica o ideologica dei loro funzionaricchi.
    La rivista scientifica The Lancet ha recentemente criticato la direttrice dell’Unicef per aver trasformato il Fondo per l’infanzia in un collettivo femminista che si occupa di salvaguardare i diritti delle bambine invece di aiutarle a sopravvivere.
    Siamo ancora in attesa, poi, dei risultati dell’inchiesta sul più grande scandalo di corruzione di tutti i tempi: i 21 miliardi di dollari di aiuti ai bimbi iracheni scomparsi sotto gli occhi degli uomini (e del figlio) del segretario generale, Kofi Annan. Nonostante tutto ciò, il grande sistema degli aiuti targato Onu è il più conveniente che ci sia ed è molto più che utile: sfama 100 milioni di persone l’anno, previene l’Aids, cura le malattie e affronta le calamità della Terra.
    Il motivo per cui le agenzie umanitarie non sono disastrose come il Consiglio di sicurezza o l’Assemblea generale è evidente: l’impegno degli Stati Uniti d’America.
    Il 22 per cento del budget dell’Onu, due miliardi e 900 milioni di dollari l’anno, è pagato da Washington (la Russia 1,2 per cento, la Cina 1,5).
    L’America paga il 57 per cento del bilancio del World Food Programme, il 33 per cento dei costi dell’Agenzia per i profughi, il 27 per cento delle spese di peacekeeping e più di metà dell’attività della Croce rossa.
    Quest’anno il governo americano ha donato 2 miliardi e 400 milioni di dollari in aiuti umanitari. Negli ultimi quattro anni, ha detto Colin Powell, gli Stati Uniti hanno donato più di tutti gli altri paesi del mondo messi insieme.
    Dal 1945 nessun paese ha mai donato più degli Usa dentro l’Onu. Nelle prime ore successive al maremoto in Asia, Washington ha finanziato i soccorsi e gli aiuti con una prima e doppia tranche da 35 milioni di dollari, mettendo a disposizione aerei e le navi della marina militare.
    Nessuno s’è esposto tanto (Francia e Cina 34 volte di meno, la Russia 30).
    Eppure un burocrate norvegese dell’Onu, Jan Egeland, ha criticato la scarsa generosità, anzi l’avarizia, di quei leader americani (ed europei) che avrebbero il braccino corto perché impegnati a ridurre le tasse.
    Il funzionaricchio scandinavo annoti che, anche grazie a quelle politiche fiscali, i cittadini americani, privatamente, donano ogni anno al mondo 34 miliardi di dollari.
    Una decina di volte l’intero budget annuale delle Nazioni Unite.

    saluti

  10. #10
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    Predefinito Eccome se c'è un fondamentalismo....

    ….verde

    Roma. Un romanzo fresco di stampa anticipava lo tsunami assassino. Si tratta dell’ultimo best seller di Michael Crichton,
    “State of Fear”, Stato di paura, un milione e mezzo di copie nella prima stampa dell’originale in inglese, nelle librerie da meno di un paio di settimane.
    Ne descrive in dettaglio le dinamiche, la meccanica, le potenzialità devastanti.
    Solo che lo tsunami su cui si impernia il romanzo non è di origine naturale, è prodotto da mano umana.
    No, non dallo sfruttamento cieco delle risorse naturali o da sfrenate attività economiche, dalla voracità del Big business, ma da un pugno di organizzatissimi e tecnologicamente super-attrezzati terroristi ambientalisti, una sorta di Al Qaida “verde”.
    E’ stato diabolicamente architettato come il principale degli eventi ad alta risonanza mediatica orditi a sostegno di una conferenza mondiale sui rischi dei “mutamenti climatici improvvisi” e di una causa multimiliardaria intentata, con gran dovizia di avvocati e fondi, dal minuscolo paradiso turistico delle Isole Vanatu al governo degli Stati Uniti per chiedere un risarcimento per l’inquinamento che provoca innalzamento dei livelli degli oceani e minaccia di sommergere gli atolli.
    Se il terremoto sottomarino artificialmente prodotto con cariche esplosive non produce la “madre di tutti gli tsunami”, milioni di vittime, ma solo un’onda impercettibile al momento dell’arrivo sulle coste abitate, è solo perché i “buoni”, con audacia da finale di film di James Bond, riescono ad impedirlo in extremis, sabotando le macchine fantascientifiche che avrebbero dovuto, nelle intenzioni dei “cattivi”, amplificare gli effetti del maremoto.
    E’ solo un romanzo. Scritto da uno che sa come farli e, ancora meglio, come venderli.
    Ne faranno certamente anche un film, è già praticamente predisposto come sceneggiatura, non si perde in sottigliezze letterarie, pensa già agli effetti speciali.

    Ma è un romanzo a tesi. Che prende ferocemente di mira – e con molta efficacia malgrado una certa abbondanza di stereotipi – il fanatismo, anzi quello che l’autore definisce il “fondamentalismo religioso” ambientalista, tutti i suoi principali miti, e soprattutto il modo in cui si tende a prenderli per verità scientifiche, “vangelo” assodato, e si trasformano talvolta in isteria di massa.
    E lo fa non tanto con una trama elementare. Non solo col modo in cui distribuisce i ruoli dei “buoni” (un avvocato di un’associazione ambientalista, che solo al terzo o quarto tentativo di ammazzarlo comincia a convincersi che qualcosa puzza tra i suoi datori di lavoro; un geniale e dotto agente dell’antiterrorismo ecologico, un po’ più furbo e fortunato di quelli che danno la caccia ad Osama bin Laden) e dei “cattivi” (una specie di Ralph Nader per cui ogni mezzo è lecito contro i complotti delle multinazionali; attori, celebrità e anime belle che si adoperano per la causa “progressista” contro gli orchi del profitto).
    Ma con un apparato impressionante di note e riferimenti a pubblicazioni scientifiche (Crichton si premura ad avvertire che questa è la sola “realtà” nello sua opera di fiction), di grafici e tabelle, riproduzioni di foto satellitari, 20 pagine di fitta bibliografia annotata e numerose “appendici”.
    Con cui si smontano i miti (o almeno le interpretazioni più semplicistiche) delle teorie e dei modelli sul surriscaldamento globale, i diversi catastrofismi climatici, l’erroneità di quasi tutte le previsioni e profezie degli ultimi decenni, le concezioni paradisiache dello stato di natura, del “buon selvaggio” e dell’arretratezza economica, la validità di “toccasana” tipo i protocolli di Kyoto, l’idea che tutto quel che non va sia frutto di sordidi complotti dei “ricchi” incuranti dei “poveri”, e dei grandi interessi industriali, e soprattutto la tendenza dei media a dare tutto questo come assodato e “scientificamente” inoppugnabile.
    Non tutto ovviamente fila. Non si sfugge all’impressione che a tratti ci sia un’eccessiva propensione a demolire miti e “senso comune” fondato su impressioni a effetto sapientemente martellate con altrettanti miti ed impressioni ad effetto.
    C’è chi già si è premurato di fare le pulci anche al suo apparato “scientifico”.
    Il sito web di uno degli scienziati con cui Crichton aveva discusso al momento in cui gli era balenata l’idea di dedicare il suo nuovo romanzo a questo argomento, Gavin Schmidt del Godard Institute for Space Studies della Nasa, sta già pubblicando contestazioni punto per punto delle “note” che di questo passo facilmente finiranno per assumere una dimensione maggiore dello stesso intero romanzo (600 pagine).
    Gli viene contestato, come prevedibile, di aver venduto l’anima al diavolo dell’industria inquinatrice e dei Pangloss per i quali non c’è nulla di cui allarmarsi eccessivamente e tutto va molto meglio di quanto denunciano i catastrofismi, o, per lo meno, il mondo di oggi non è peggiore, anzi infinitamente migliore di quello di ieri o dell’altro ieri, in cui forse c’era meno inquinamento, ma la gente moriva come mosche per cause “naturali”.
    Si potrebbe aggiungere che tanta furia iconoclasta nei confronti dei catastrofisti, dei fanatici in nome di una “scienza” forse non così solida come pretende, contro coloro che hanno esagerato e sbagliato così clamorosamente, in questi ultimi decenni le loro profezie “scientifiche” (Paul Erlich, l’esimio biologo e fondatore del Club di Roma negli anni Settanta, prevedeva come assodato che 60 milioni di americani sarebbero morti di fame negli anni Ottanta) suona bizzarro in uno scrittore che sul catastrofismo più sfrenato, la denuncia accorata dei pericoli di qualsiasi innovazione scientifica, le profezie più terrificanti, ha sinora fondato la propria fortuna letteraria (dal suo primo bestseller sui virus geneticamente modificati sfuggiti al controllo alla serie Jurassic Park).
    E’ un maestro del thriller che sa il fatto suo, e non c’è certo da stupirsi che, visto che i terroristi “normali” tipo Al Qaida sono riusciti a combinare più danni di tutti i terroristi immaginati messi insieme, debba inventarne di nuovi, meno scontati e più temibili.
    Si capisce anche che molti di quelli che si riconoscono in qualche modo negli ambientalisti da operetta (in buona e cattiva fede) ritratti in questo romanzo se la siano presa molto a male.
    Ma dispiace osservare che più senso del romanzo ci hanno fatto dichiarazioni tipo quella del direttore di Greenpeace in Gran Bretagna, Stephen Tindale, e del direttore di Friends of the Earth, Tony Juniper, che a proposito dello tsunami nell’Oceano indiano si sono precipitati a sostenere che la tragedia proverebbe che
    “nessuno può ignorare l’aumento costante di eventi estremi legati al clima e di cosiddetti disastri naturali, che non sono più naturali di un albero di natale di plastica”, e che “ancora una volta si verificano nel mondo reale eventi coerenti con le previsioni sui mutamenti climatici”.
    Sono dichiarazioni del genere che li fanno assomigliare ai personaggi del romanzo, non viceversa. Ad attribuire a un romanzo – specie a un romanzo scritto per “vendere” - dignità di argomentazione “scientifica”, o anche di argomentazione polemica su temi di attualità, bisognerebbe andarci piano. Ma come dargli torto quando sostiene che di come funziona questo nostro pianeta - negli aspetti più basilari, il suo clima, le forze immani che è in grado di – ne sappiamo ancora troppo poco, e bisognerebbe cercare di capirne un po’ di più prima di pontificare?

    Siegmund Ginzberg su Il Foglio

    saluti

 

 

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