Roma. Il filosofo Umberto Galimberti non ha resistito alla tentazione, e neanche l’ambientalista indiana Vandana Shiva. Entrambi, su Repubblica, dopo aver ammesso che la devastazione del sud-est asiatico non può essere attribuita a variazioni del clima o alla malagestione delle risorse planetarie, invitano ad ascoltare il “monito”, l’“insegnamento” che da quella devastazione arriverebbe (“Il trattato di Kyoto attende ancora molti paesi, tra cui l’Italia, al rispetto della natura”, dice Galimberti).
Lo spessore dell’argomentare fa il paio con la domanda di Maria Luisa Busi, che nello speciale del Tg1 di domenica sera chiedeva se il fatto che stesse nevicando nel Maghreb potesse avere un nesso con il maremoto assassino.
No, nessun legame, ha spiegato pazientemente Alessandro Amato, direttore del Centro terremoti dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.
Amato ripete al Foglio che “nessuna vera o presunta variazione climatica può provocare i terremoti”, e precisa anche che lo spostamento dell’asse terrestre che il cataclisma prevedibilmente provocherà, e di cui si è molto parlato in queste ore, non preannuncia scenari da fantascienza: “Quando parliamo di spostamento dell’asse terrestre ci riferiamo a variazioni impercettibili e che comunque rimangono all’interno delle forze che agiscono nella Terra. Non si tratta, quindi, di eventi in grado di perturbare il moto del nostro pianeta nel sistema solare, ma di piccolissime variazioni che possono avere interesse dal punto di vista scientifico. Non ne conosciamo esattamente tutte le possibili ripercussioni, ma certo non sono l’aspetto che deve maggiormente preoccuparci in questo momento”.
Quello che si può fare
A preoccuparci è altro. E’ il problema “che eventi catastrofici come quello di due giorni fa avvengono e ancora avverranno, e non possiamo far nulla per evitarli.
Possiamo però fare qualcosa per non dimenticarli rapidamente, e per predisporre misure che contengano i danni. Entrano in gioco allora i sistemi di costruzione degli edifici, le localizzazioni di centri abitati e di impianti industriali, le reti di sorveglianza.
Non si può evitare che arrivi l’onda, ma si può in certa misura fare in modo che non trovi persone sulla costa, addirittura sulle spiagge”.
Nel Giappone ipertecnologico, che convive quotidianamente con quella minaccia, il sistema d’allarme copre l’intero arcipelago. Muraglie di cemento, porte metalliche anti-inondazione, altoparlanti per avvertire la popolazione, itinerari di evacuazione e luoghi di raccolta sopraelevati predisposti per tempo.
Difficile immaginare qualcosa di simile nella maggior parte delle zone colpite il 26 dicembre nell’Oceano Indiano.
Dove però, dice ancora Amato, “non era comunque impensabile riuscire a spostarsi di qualche chilometro nell’entroterra, avendo spesso due-tre ore a disposizione. Basti pensare che in Somalia ci sono volute quasi cinque ore perché arrivasse l’onda. Ma nessuno ha dato l’allarme”.
Di fronte alla furia naturale è difficile, se non impossibile, distinguere la realtà dalle credenze che confinano con la superstizione.
Non è niente di più di una credenza popolare, dice Amato, “quella che pretende che dopo un terremoto si stia all’aperto per ventiquattro ore, e poi si possa tranquillamente far ritorno a casa.
Nel caso del terremoto di Noto, nel 1693, quella credenza provocò il vero disastro, perché la scossa più violenta arrivò due giorni dopo la prima scossa”. Se non possiamo prevedere puntualmente quello che avverrà, sottolinea Amato, “questo non significa accettare fatalisticamente l’imprevedibilità. Negli ultimi trent’anni i ricercatori di geofisica hanno fatto grandi passi nell’aumento del grado di conoscenza dei movimenti delle placche terrestri (la maggior parte dell’attività sismica, di quella vulcanica e delle deformazioni della crosta sono concentrate ai confini delle placche). Sappiamo quali sono le zone dove si sta accumulando energia, a differenza di altre che la rilasciano gradualmente, meno esposte al pericolo. Abbiamo satelliti e reti già in grado di fare questo lavoro d’individuazione del pericolo. Ma dobbiamo ricordarci che di fronte a processi che durano milioni di anni, dei quali noi vediamo solo gli esiti, siamo ancora ai primi passi”.
E Amato ricorda che “proprio quest’anno, a settembre, si è verificato il terremoto che era stato inizialmente previsto in California, a Parkfield, per la fine degli anni 80. Si era parlato di fallimento, di spreco di strumentazioni e di attività di controllo. Ma proprio quando quella previsione sembrava dimenticata, il terremoto (senza conseguenze, perché la zona è desertica) è arrivato, e della magnitudo prevista”.
Su Il Foglio del 28 dicembre
saluti




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