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Discussione: Gianfranco Miglio

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    Il profesùr che sognava di “elvetizzare” l’Italia

    Un profilo del grande scienziato della politica, che non ha mai potito vedere le sue importanti concezioni teoriche tradtte in pratica dall'ambiente politico e culturale italiano

    di Carlo Lottieri
    Da Il Giornale, 17 aprile 2009


    Da dove ora si trova, il professor Gianfranco Miglio di certo sorriderà di gusto di fronte alla contesa di questi giorni intorno al suo nome e dinanzi allo spettacolo di quanti adesso vanno rivendicandolo alla propria famiglia politico-culturale. Ed è pure possibile che un’altra volta finisca per farsi ingannare dalle apparenze, lui che pure fu maestro di realismo politico, ma che troppo spesso s’illuse che la forza intrinseca delle sue idee potesse farsi strada da sé tra i mille opportunismi della politica.

    Anche se il grande pubblico l’ha conosciuto per la sua tardiva militanza parlamentare, Miglio è stato sempre e soltanto un professore. Definito da Ernst Jünger come “uno tra gli uomini più colti d’Europa”, fu uno scrittore di rara raffinatezza e un oratore perfino migliore. Sotto certi aspetti, la sua opera più importante resta sconosciuta ai più, dato che sono quelle Lezioni di politica pura che per anni egli illustrò agli allievi e che ora circolano come samizdat: in vecchie registrazioni e in (parziali) trascrizioni.

    Chiunque gli si accostava avvertiva immediatamente in lui il rigore di uno scienziato che, nel solco di un positivismo d’altri tempi, analizzava il fenomeno del potere con il medesimo spirito con cui un entomologo esamina un insetto; e non è certo un caso che un capitolo importante della sua riflessione sia proprio sul parassitismo.
    Passò tutta la vita accademica nei tranquilli spazi dell’Università Cattolica di Milano e lì diede il meglio di sé. Nonostante questo, a più riprese si convinse di poter intervenire nella vita pubblica, magari giocando un ruolo da ispiratore. In linea di massima, i risultati si rivelarono però deludenti.

    Preside della facoltà di Scienze Politiche, nel 1964 – dinanzi a Giulio Andreotti – tenne un’importante prolusione (ora pubblicata nei due volumi de Le regolarità della politica) ad inaugurazione dell’anno accademico e in quell’occasione denunciò con forza il degrado della politica nazionale. Al termine della requisitoria, il Divo nazionale si limitò a commentare che forse lo Stato italiano dava troppi soldi alle università private. E già allora fu chiaro come Miglio fosse sicuramente più a suo agio tra Marsilio e Hobbes, tra Machiavelli e Althusius, che anche solo nei paraggi dei palazzi del Potere.

    Collaborò con Eugenio Cefis e pensò pure di offrire qualche strumento intellettuale a quel rinnovamento della sinistra che Bettino Craxi realizzò tra gli anni Settanta e Ottanta. Ma quando, anni dopo, un noto giornalista gli chiese se era stato craxiano, egli rispose – con quel suo inconfondibile humour – che egli non era mai stato l’ano di nessuno. Indubbiamente giocò sempre in assoluta libertà: allora come negli anni seguenti.

    In fondo, quanti oggi lo tirano per la giacchetta hanno comunque buone ragioni dallo loro; e non solo in virtù delle peripezie politiche del professore. Più in profondità, è necessario ricordare come egli si sia impegnato con passione nel progetto di riforma costituzionale elaborato dal Gruppo di Milano, da lui presieduto: un disegno che, anche sulla scorta della lezione del “decisionismo” di Schmitt, intendeva introdurre in Italia – grazie al presidenzialismo – una qualche responsabilizzazione del ceto politico.

    Al tempo stesso, è sicuramente vero che mai la Lega è stata tanto leghista come quando ha trovato in Miglio il suo teorico. Il neo-federalismo dell’ultima fase intellettuale di questo studioso si proponeva proprio di ridefinire in senso cantonale la Repubblica italiana. Rovesciando il motto americano, Miglio amava sostenere che l’Italia avrebbe meglio rispettato il proprio passato e offerto davvero bun futuro alle nuove generazioni se si fosse decomposta secondo la logica “ex uno (l’Italia), plures (i cantoni)”.

    Memorabili restano taluni suoi testi contro l’imposizione fiscale e l’obbligo politico: come la prefazione che scrisse per una riedizione della Disobbedienza civile che Henry David Thoreau pubblicò nel 1849 per giustificare la libertà di coscienza ed il diritto di non finanziare, con le tasse, iniziative pubbliche giudicate immorali. Spietato realista, quindi, Miglio seppe essere al tempo stesso un intransigente avversario dello statalismo.

    Per altro, a dispetto dell’apparente tensione le due opzioni al centro della discussione (quella presidenziale e quella federale) in Miglio intendevano rispondere alla medesima esigenza: reintrodurre il principio di responsabilità in un Paese dominato da governi variamente balneari e maggioranze oltremodo mutevoli. Ma se in un primo momento egli puntò molto sulla “personalizzazione” del potere, nella sua fase ultima e più matura egli si persuase di investire, semmai, sulla “localizzazione”.

    Già sul finire della seconda guerra mondiale, d’altro canto, era stato tra i federalisti cattolici del “Cisalpino” e dalla sua Como egli ebbe sempre una grande attenzione per le formidabili istituzioni della federazione svizzera. Il suo sogno, da certi punti di vista, era quello di “elvetizzare l’Italia”.

    Essere fedeli a Miglio e rivendicarne l’eredità, oggi, è possibile. Ma perché ciò diventi credibile è necessario immaginare davvero un processo che dia piena autonomia di prelievo e massima libertà di iniziativa agli enti territoriali. Ben venga tale controversia sul professore, allora, se la contesa di natura simbolica si trasformerà in uno sforzo ad interpretarne le idee, e se quindi qualcuno inizierà a prendere sul serio le tesi (ancora oggi rivoluzionarie) elaborate dal professore comasco.

    IBL - Il profesùr che sognava di ''elvetizzare'' l'Italia


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 14-11-09 alle 18:10

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    Pace all'anima sua, ma lo ho sempre considerato culturalmente e politicamente un ***....Veneziani poi, che ha rinnegato tutto se stesso.....ha perfino detto di essere diventato repubblicano ora.....capisco perché dica cazzate....
    Ultima modifica di carlomartello; 14-11-09 alle 16:42

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    Predefinito Rif: Gianfranco Miglio

    Citazione Originariamente Scritto da Gilbert Visualizza Messaggio
    Pace all'anima sua, ma lo ho sempre considerato culturalmente e politicamente un ***....Veneziani poi, che ha rinnegato tutto se stesso.....ha perfino detto di essere diventato repubblicano ora.....capisco perché dica cazzate....
    Gilbert, evitiamo per favore certe definizioni rudi; certo si può non condividere, ma perchè liquidare in questo modo il personaggio? Vedi in modo costruttivo questa critica, perchè puntiamo a discutere, non ad altro.
    Ultima modifica di carlomartello; 14-11-09 alle 16:42

  6. #6
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    Predefinito Rif: Gianfranco Miglio

    mi è sempre piaciuto anche se semplificava un po' troppo: essendo lui lombardo di Como vedeva nella vicinissima Svizzera il solo possibile modello per un Italia ben piu' frastagliata e complessa di quella che conosceva lui.

    Comunque peccato la sua rottura da Bossi che avrebbe dovuto seguire di piu' le sue idee

    Credo di ricordare che disse che Bossi gli aveva dato il piu' grosso dispiacere quando ruppe con lui.
    Bossi negli anni 90 fu diabolico, sempre pronto a giocare al rialzo con chiunque a destra come a sinistra e cio' gli fece anche perdere molti voti e questo miglio non poteva capirlo
    Ultima modifica di FrancoAntonio; 14-11-09 alle 21:50
    non piu' interessato a questo forum

 

 

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