Parla Enrico Cavaliere, presidente del Consiglio regionale
PIER LUIGI PELLEGRIN
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Nessuno si nasconde, ormai, che arrivare al “coordinamento delle Regioni del Nord” equivarrebbe a dare una prima forma politico-istituzionale al concetto di Padania. Non a caso il Carroccio aveva inserito nello statuto del Veneto un articolo che consentiva la formazione di organismi sovra-regionali. Purtroppo la carta costituzionale veneta è stata stracciata dalle insostenibili richieste, avanzate dalle sinistre, di dare diritto di voto anche agli extracomunitari. Uno sgambetto che il presidente del Consiglio regionale del Veneto, Enrico Cavaliere, non ha ancora digerito.
Questa volta, però, il coordinamento delle Regioni sarà un affare solo tra Lega Nord e Polo. In altre parole cosa chiederà il Carroccio agli attuali alleati?
«Una cosa tutto sommato molto semplice, di sottoscrivere nero su bianco un patto nel quale il candidato governatore si impegna davanti agli elettori a sostenere le nostre istanze di libertà. Quando necessario anche contrapponendosi al potere centralista».
E secondo lei il presidente del Veneto, Giancarlo Galan, rilascerà senza alcuna difficoltà il suo autografo su di un patto del genere?
«Se Galan vuole essere rieletto presidente con i voti della Lega Nord, questo mi sembra un percorso obbligato. Altrimenti vorrà dire che non se ne farà nulla, anche perché non può esistere un’alleanza senza precisi impegni politici».
Il coordinamento delle Regioni nacque dopo le elezioni regionali del 2000, come mai poi non decollò più?
«Noi presidenti dei consigli regionali facemmo partire anche gli inviti, ma poi purtroppo venne meno la partecipazione dei governatori, ai quali evidentemente mancò la sensibilità politica per capire quanto fosse importante adottare i provvedimenti migliorativi di iniziativa regionale, per poi portarli all’approvazione del parlamento di Roma».
Secondo lei per quale motivo i governatori si tirarono indietro?
«Per pura miopia: quella volta, infatti, non si capì quanto anche in politica sia vero che l’unione fa la forza. Eppure avrebbe dovuto essere lampante per tutti che portare una legge a Roma, con la forza di più Regioni messe assieme, ci avrebbe dato ampie possibilità di guadagnare molta più autonomia. Invece hanno fatto prevalere il solito dividi et impera romano».
Per quale motivo la Lega Nord, allora come oggi, preme tanto sul coordinamento delle Regioni?
«Uno dei motivi è che, senza il coordinamento, si rischia di cadere nell’equivoco dell’individualismo competitivo tra aree omogenee».
Ma non si è sempre detto che la competitività è uno dei fattori più qualificanti del federalismo?
«Certamente, ma questo accade solo a federalismo acquisito. In questo momento, invece, la competizione tra regioni non fa altro che il gioco dello stato centralista».
Le piace l’idea di un modello catalano?
«Eccome, però non dimentichiamoci che i catalani hanno combattuto e che il loro leader, Pujol, è anche finito in carcere per l’indipendenza del suo popolo. Bisogna, quindi, che i prossimi governatori delle Regioni della Padania siano meno preoccupati delle cose di governo in senso stretto e siano più attenti al ruolo politico di cui è investito un incarico del genere».
Non è che state cercando un martire?
«Macché martire, anche se è andato in carcere, Pujol l’autonomia del suo popolo alla fine l’ha ottenuta. I nostri popoli, quindi, hanno bisogno di persone che per le giuste cause sappiano sollevare i giusti contenziosi contro “Roma padrona”, evitando di abbassare il capo per sottomettersi. Abbiamo già capito che aspettando gli automatismi non si ottiene nulla».
Cosa chiederebbe di fare, come prima cosa, a un governatore?
«Mi piacerebbe che, sapendosene prendere tutta la responsabilità politica, questo governatore “ideale” aprisse un conto corrente, intestato alla propria Regione, dove i cittadini vadano a versare le tasse pagate solitamente allo stato centrale».
Per quanto riguarda il Veneto è inevitabile chiederle se la Lega Nord andrà alle elezioni da sola, oppure no.
«In questo momento la situazione mi sembra piuttosto fluida. E ne sono soddisfatto, perché forse a un certo punto le cose sembravano anche troppo scontate, il che non va bene quando in gioco ci sono argomenti tanto importanti come la libertà e il benessere della nostra gente».
Si parla di federalismo e qualcuno osserva come il senso di appartenenza dei popoli padani sia un po’ annacquato: può bastare la politica per recuperarlo?
«Politica o no, chi ci crede ha l’obbligo di reagire. Io sono convinto che ci voglia un processo di ricostruzione, praticamente ripercorrere a ritroso la strada sulla quale ci hanno incanalato le sinistre negli anni Sessanta, recuperando il terreno perduto a partire dagli strumenti di comunicazione e dall’istruzione, che tanto gioco hanno avuto nell’assopire, se non reprimere, le nostre coscienze identitarie».
[Data pubblicazione: 08/01/2005]




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