La difesa dell’ambiente è la strada per la salvaguardia della storia di un popolo
gilberto oneto
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Il territorio è parte determinante nella costruzione identitaria di una comunità. Un popolo è quello che è anche perché beve quell’acqua, respira quell’aria, è immerso nei caratteri del paesaggio in cui vive. Per questa ragione la cura, la salvaguardia, la gestione e lo sviluppo del territorio dovrebbero essere in vetta alle preoccupazioni di una comunità. Purtroppo nella Repubblica italiana (e nella nostra storia più recente) il territorio è visto come una risorsa da utilizzare, come una ricchezza da spartire, vendere e comprare, come un esercizio del potere politico ed economico, come un terreno di esercitazione ideologica. Su di esso si sono gettate ed esercitate torme di faccendieri famelici, amministratori inetti e collusi, operatori ignoranti e professionisti guidati da una cultura specialistica fortemente ideologizzata. Nell’assalto al bene-territorio i robusti appetiti della speculazione fondiaria hanno trovato una valida sponda nella prassi urbanistica corrente, frutto del pressappochismo, della cultura marxista e del più totale disprezzo per la vitalità e la qualità morale e identitaria del territorio: anzi, secondo certa mentalità politicamente corretta (e indirizzata) l’annientamento della specificità dei caratteri territoriali è stato usato come consapevole strumento per la distruzione di ogni diversità e identità popolare specifica.
La difesa accanita del proprio ambiente rientra invece nelle scelte più determinate di tutti i movimenti autenticamente autonomisti: il territorio è visto come una sorta di fisicizzazione della cultura identitaria e come tale va difeso. Anzi la sua specificità va implementata proprio anche per rafforzare con le sue immagini la consapevolezza comunitaria. Per questa ragione i movimenti e i partiti autonomisti e indipendentisti di tutto il mondo sono quasi sempre anche fortemente impregnati di ambientalismo, di quello buono e localista.
Anche la Lega, fin dai suoi primi passi, ha sempre sottolineato questa sua precisa e forte vocazione alla difesa dei caratteri e dei valori del territorio padano. Uno dei punti qualificanti dei suoi primi programmi era proprio orientato alla difesa dei caratteri tradizionali del territorio e della sua insostituibile funzione di collegamento fra le generazioni, nell’ambito di una precisa continuità identitaria.
In coerenza con questi principi, il Movimento aveva elaborato in passato una serie di documenti e di proposte operative che hanno costituito un ricco bagaglio culturale che, purtroppo, ha trovato scarsa applicazione ma che è invece stato abbondantemente saccheggiato da altre forze politiche che ne avevano compreso perfettamente il potenziale e che lo hanno “addomesticato” in funzione delle proprie finalità politiche, quasi sempre diverse da quelle di libertà, autonomia e identità.
In cinque lustri di forte presenza sullo scenario politico, la Lega ha avuto moltissime occasioni di applicare i principi strettamente collegati alle sue idealità. Questi prevedono che la pianificazione e la gestione del territorio siano costruiti sul rispetto delle esigenze vere e verificate della popolazione residente, delle esigenze scrupolosamente analizzate del territorio (le sue vocazioni e la sua capacità di sopportazione degli utilizzi), e delle esigenze della tradizione, intesa come insieme di accorgimenti verificati nel tempo atti a ottimizzare il rapporto popolazione-ambiente. Questa tradizione applicativa ha nei secoli generato uno specifico linguaggio di operatività ambientale che distingue e rende riconoscibile ogni identità culturale. Il linguaggio architettonico e paesaggistico delle terre padane è diverso da quello di ogni altra parte di mondo e costituisce una ricchezza identitaria, oltre che una sicurezza culturale. Si è - in coerenza con questo principio - sempre detto che un paese libero si vede anche dal proprio aspetto fisico e che, per questa ragione, un paese leghista si sarebbe dovuto riconoscere a prima vista.
In parecchie occasioni le amministrazioni locali leghiste si sono comportate con buon senso, correttezza ed onestà. In alcuni casi sono riuscite a dare il forte senso della libertà e dell’autonomia dalle immagini ambientali che hanno saputo costruire. Ma troppe si sono comportate come tutte le altre e, in alcuni tristi occasioni, hanno saputo fare anche di peggio: non è un caso che molte “nostre” amministrazioni siano cadute proprio su problemi collegati alla gestione territoriale, alla redazione dei Piani Regolatori e all’incapacità di controllare gli appetiti che questi strumenti inevitabilmente generano.
Si è anche sempre detto che una conduzione coerentemente autonomista del territorio è resa difficile (se non impossibile) dal quadro normativo generale e dal contorno di connessioni statali e regionali che cercano di impedire ogni cambiamento alla prassi urbanistica di regime. Oggi per la prima volta si è però creata l’occasione preziosa di poter finalmente affrontare modifiche concrete e aprire grandi occasioni per una gestione più liberale, efficace, democratica e rispettosa del territorio. La Regione Lombardia non è solo la più importante della Padania e della Repubblica italiana, ma è anche da sempre una sorta di riferimento culturale in molti campi e - in particolare - in quello delle normative territoriali. Oggi, per la prima volta in assoluto, il cruciale Assessorato lombardo che si occupa di urbanistica e di pianificazione territoriale è affidato alla gestione leghista. La struttura, le dimensioni amministrative e l’autorevolezza politica conferiscono a questa circostanza un valore straordinario: per la prima volta esiste davvero l’occasione di apportare benefici e sensibili cambiamenti, di effettuare quello straordinario giro di boa che potrebbe interrompere la perversa gestione e dissipazione della risorsa ambientale riportandola al valore di affermazione identitaria e qualitativa che deve avere per una comunità libera. Perdere questa occasione sarebbe suicida.
[Data pubblicazione: 31/12/2005]




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