Palermo. “Vastasunazzi”, dice il cancelliere beffardo.
“Vastasunazzi”, cioè maleducati, scortesi, immaturi.
Il cancelliere è quello che coniò l’espressione “puri e ciuri”, riferendosi all’infido maresciallo Giuseppe Ciuro, servitore al tempo stesso di mafia e antimafia, e ai suoi amici pubblici ministeri.
Adesso il cancelliere ce l’ha con i magistrati che sabato, per decisione dell’Anm distrettuale, diserteranno la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario: hanno deciso di manifestare in toga fuori dal palazzo, mentre il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, sarà in aula.
Vastasunazzi e anche un po’ incauti, pensa non solo il cancelliere: perché la decisione di protestare così contro la riforma dell’ordinamento giudiziario, adottata “all’unanimità in un’assemblea affollata e partecipata”, come recita il comunicato ufficiale dell’Anm, ha provocato mugugni e perplessità da parte di molti, moltissimi giudici, anche da parte di quelli di sinistra, se è vero che Antonio Ingroia, uno dei “puri e ciuri”, aveva fatto in assemblea una proposta diversa.
Molti magistrati avvertono il rischio di fare la figura di coloro che temono il guardasigilli e la sua loquela padana. Parecchi di loro avrebbero preferito sfruttare l’occasione per cantargliele di persona, contestandolo con argomenti e non con una manifestazione che tra l’altro non potrà che rievocare un’altra protesta di pochi giorni fa, tenuta nello stesso luogo fisico, piazza della Memoria: quella degli Lsu, i lavoratori socialmente utili.
A Palermo, in realtà, in tema di giustizia non si capisce più niente da tempo: è finita l’era degli schemi precostituiti, di Caselli e dei caselliani, dell’antimafia chiodata e di quella moderata.
Pure gli avvocati fanno di testa loro: a livello nazionale, l’Unione delle camere penali ha deciso di non partecipare alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, mentre il sindacato dei penalisti palermitani andrà in aula, per rivendicare, dice il presidente vicario, l’avvocato Roberto Tricoli, la “necessità di dialogo; perché è questa assenza di dialogo, il vero male della giustizia”.
Tra i magistrati, la variabile sempre più variabile appaiono non più tanto i pubblici ministeri ma i giudici.
Qualche esempio: l’11 dicembre è stato condannato a nove anni, per “concorso esterno”, Marcello Dell’Utri, senatore di Forza Italia; il 28 dicembre, la Cassazione ha confermato che Giulio Andreotti non mafiò sempre ma in fondo mafiò, nella sua lunga vita.
Piaccia o no, il metodo Scaduti – il sistema adottato dal giudice che, pur non condannando Andreotti, lo mascariò da fargli male, malissimo - è stato fatto proprio anche dalla Suprema corte.
Come possiamo definire, allora, il clima confuso che si respira a Palermo? Ci soccorre ancora una volta il cancelliere:
“Chiamatelo effetto Guarnotta”.
Il giudice che ha dato nove anni a Dell’Utri, infatti, nel 2001 aveva assolto un altro imputato eccellente, Calogero Mannino. L’anno scorso la sentenza Mannino è stata ribaltata in appello e pure l’ex ministro democristiano è stato condannato: cinque anni e quattro mesi.
Viene da pensare che i giudici veramente imprevedibili, a Palermo, siano ormai quelli della Corte d’appello. Ricordate infatti quando impallinarono Corrado Carnevale? Sei anni e mezzo, gli affibbiarono, dopo un’assoluzione in primo grado, poi ribadita in Cassazione.
Ulteriore riprova dell’effetto Guarnotta: c’era un altro politico presunto mafioso, Vincenzo Inzerillo, ex senatore Dc, al quale sempre lui, Guarnotta, aveva mollato otto anni in primo grado; anche qui c’è stato un ribaltone e l’hanno assolto in appello.
E sapete chi ha fatto la seconda sentenza? Francesco Ingargiola, cioè il giudice che aveva assolto Andreotti e condannato Bruno Contrada, ancor oggi sotto processo dopo un’assoluzione in appello e un annullamento in Cassazione.
Ma non è finita. Perché su Palermo rimbalzano pure gli echi, non meno caotici, della guerra per la Superprocura: Gian Carlo Caselli aveva deciso di correre per succedere a Piero Luigi Vigna e il governo ha prorogato l’incarico dell’attuale capo della Dna.
In questo modo Caselli è fuori gioco, Piero Grasso è quasi senza avversari e allora l’antimafia si mette in guerra contro l’antimafia, tra i duecento magistrati che rivolgono a Vigna un appello (respinto al mittente dall’interessato) perché rinunci alla proroga e l’associazione dei familiari delle vittime della strage di via De’ Georgofili, che sostengono l’ex procuratore di Firenze e lo invitano a restare al proprio posto.
Non si capisce più niente anche perché si è messo in mezzo pure il Tar.
Sì, persino il tribunale amministrativo regionale del Lazio: Gioacchino Natoli e Guido Lo Forte, due degli ex caselliani di ferro, erano stati nominati presidenti di sezione del tribunale.
Oltre che per i loro meriti, erano stati promossi dal Csm per assicurare governabilità alla procura di Palermo.
C’è stato però un ricorso da parte di uno dei candidati battuti e il Tar lo ha accolto, stabilendo che bisogna rifare tutto il concorso.
Col risultato (ingombrante, per il procuratore Grasso) che ora forse Natoli ci ripensa e resta in procura.
Riccardo Arena su Il Foglio
saluti




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