LA QUESTIONE RADICALE
di Danilo Di Matteo
Parafrasando Turati, verrebbe da dire: “Che bella cosa le idee radicali; peccato che esistono i radicali!”. Già: mentre i poli mostrano evidenti e tutt’altro che transitorie difficoltà, nel mondo radicale regna la confusione. Alla vigilia delle elezioni regionali e in vista delle politiche i radicali, a volte timidamente a volte con più spregiudicatezza, tornano a interrogarsi sulle “alleanze”. Quattro sono le possibilità: l’accordo con Prodi, quello con Berlusconi, la “Casa laica” (Pri, nuovo Psi, Pli, Sgarbi e altri) oppure lo “splendido isolamento” (ma per quanto ancora?). Il problema e insieme la grande risorsa dei radicali stanno sempre lì, da anni: nella leadership di Marco Pannella, l’uomo dei “contratti” e dei paradossi; il leader che si considera un liberale di sinistra e spesso detesta la “sinistra ufficiale”. La storia del rapporto fra i radicali e il resto della sinistra è fatta di amore e odio, di slanci e incomprensioni, ed è popolata da figure come Pasolini, Sciascia, Craxi, Signorino, Bordon, Rippa e altri. Già: all’inizio degli anni 80 si diceva: “Rose e garofani fioriranno!”; alla fine del decennio la legge Jervolino-Vassalli sulla droga sancì il gelo fra radicali e socialisti. E oggi il simbolo radicale della rosa nel pugno, che poi è anche il simbolo di diverse forze socialiste europee, è addirittura scomparso di scena. Insomma: perché, mentre in Francia una parte del mondo radicale cofondò nel 71 il Psf e un’altra parte – i “radicali di sinistra” – rappresenta una componente della gauche plurielle, da noi i radicali si sentono altro rispetto alla politica e alla sinistra “ufficiali” e passano in pochi mesi dal dialogo con Amato a quello con Bondi e Gasparri (campione del proibizionismo)? Perché Pannella, che un tempo stipulava “contratti” col Psiup e magari con “Lotta continua”, nel 94 si è accordato con Berlusconi (per non dire della successiva nascita dell’ elefantino ad opera di Fini, Taradasch e Segni)? In definitiva: perché tante nobili e spesso solitarie battaglie devono confondersi col qualunquismo e con l’avventurismo? L’unica risposta che so darmi è che Pannella fa del paradosso una regola; riuscendo così a conseguire l’8.5% alle europee del 99 con la “Lista Bonino” e lasciando subito dopo orfana la maggior parte di quegli elettori. Già: in Italia esiste un popolo whig, progressista in campo etico e in tema di diritti civili e liberal-liberista in economia, che non riesce a trovare espressione nei due poli; popolo al quale però i radicali, con le loro esasperazioni (si pensi al paragone fra il Vaticano e i Talebani), con la loro aggressività verbale e referendaria (alludo ai referendum “sociali”), con i loro giochi di parole, col loro integralismo e la loro intransigenza, non riescono a offrire una sponda. Nel nostro paese ci sono certamente almeno due questioni ancora aperte che condizionano pesantemente la vita democratica: il problema dell’informazione, non riducibile al conflitto di interessi, e quello della legalità, della giustizia giusta, del rispetto dello Stato di diritto. Ma bastano le provocazioni e le denunce per affrontare temi del genere? O non occorre piuttosto un ampio disegno riformatore che coinvolga altri soggetti politici e che sappia proporsi con gradualità e realismo? In fondo per il successo nella raccolta delle firme sui referendum riguardanti la libertà di ricerca e la procreazione assistita è stato determinante il contributo dei Ds. E Fassino non perde occasione per porre la questione della riforma degli ordini professionali, a partire dall’abolizione delle tariffe minime. Allora: perché i radicali non incalzano la sinistra su temi del genere, mettendo a nudo le resistenze corporative che in essa si annidano e svolgendo una funzione di stimolo e di pungolo, anziché occhieggiare a una destra con la quale sarebbe impensabile un’intesa di lungo periodo? La fine del Psi ha senza dubbio rappresentato per i radicali uno shock, essendo per loro venuto meno l’interlocutore principale. Ma la sinistra europea è attraversata oggi da profonde linee di frattura, paragonabili a quelle che si ebbero fra marxisti ortodossi e revisionisti e fra socialdemocratici e comunisti: si pensi a ciò che rappresenta Blair o allo scontro Schroeder-Lafontaine o allo stesso caso Zapatero. Come si pongono i radicali dinanzi a tutto ciò, specie ora che sono membri dell’Eldr party? Non potrebbero contribuire all’elaborazione di un nuovo lib-lab capace di rispondere alle sfide dell’interdipendenza e della modernizzazione? Capezzone ha usato un’immagine efficace per riassumere il ruolo dei radicali negli ultimi decenni: quella della fecondazione eterologa della società italiana. Da soggetti estranei alle culture prevalenti nel nostro paese, sono riusciti a dare voce e forza alle istanze più profonde della gente: si pensi solo alla vicenda del divorzio. Così estranei alle dinamiche del potere e così vicini ai sentimenti dei cittadini! Oggi si tratterebbe di compiere un ulteriore passaggio e “fertilizzare”, come suggerisce Polito, la sinistra. I grandi partiti-chiesa non esistono più e i blocchi sociali e politici dominanti sono pieni di contraddizioni, tanto che l’Italia rischia di perdere il confronto con l’Europa e l’Europa quello con le altre principali aree geo-economiche del mondo; il Welfare, poi, è tutto da riscrivere. E dunque: perché i radicali dovrebbero a tutti i costi coltivare la propria alterità ed estraneità rispetto alle vicende politiche nazionali – salvo proporre di tanto in tanto equivoci “contratti” – anziché dialogare, da liberali, con i riformisti? In fondo quella che Tempestini ha definito “la piccola sentinella radicale” può ambire a svolgere un ruolo analogo a quello che in Gran Bretagna hanno i liberal-democratici. Naturalmente l’Italia non è il Regno Unito; e l’Alleanza, la Fed e i Ds non sono il New Labour. Però chi avrebbe immaginato anche solo quindici anni fa che il nostro paese avrebbe avuto un sistema elettorale prevalentemente maggioritario? Ecco: la difesa e l’estensione del maggioritario (peccato per l’occasione referendaria persa!) possono essere un importante obiettivo comune di radicali e liberal-riformisti. Tutti ricordiamo le battaglie di Pannella per la riforma anglosassone dei partiti, delle istituzioni e dell’economia, e la proposta lanciata anni fa per il Partito democratico in Italia. Bene: anche se da noi non si arriverà al bipartitismo, oggi un’idea-forza della sinistra riformista è proprio quella del Partito democratico. Si tratta di “cose” diverse? Allora discutiamone; cogliamo i punti di contatto e i limiti delle due ipotesi: creiamo un luogo di confronto e di critica costruttiva intorno all’obiettivo comune di passare dalla rappresentanza delle categorie a quella dei cittadini-utenti-consumatori. Con la consapevolezza che il sindacato non può essere il bersaglio principale di un progetto del genere, ma, nello stesso tempo, chiarendo che si è definitivamente chiusa la fase, incarnata da Cofferati, nella quale la Cgil svolgeva una funzione di supplenza nei confronti della “sinistra politica”; e ripensando alla stessa nozione di “sinistra sociale”, che non può non includere, ad esempio, gli outsider tenuti ai margini di un mondo del lavoro e delle professioni ancora troppo corporativo. Perché non riprendere, ad esempio, l’idea di Amato, che guardava soprattutto a tanti ragazzi del sud, di rivedere radicalmente i criteri per l’accesso alla professione di notaio? E perché non rendere più vivibili le nostre metropoli regolando in maniera diversa il rilascio delle licenze ai taxisti? La sinistra liberal, poi, ha riconosciuto la lungimiranza delle elaborazioni e delle iniziative radicali in tema di politica internazionale, e i neoliberal hanno posto la necessità di affiancare all’idea di sovranità degli Stati quella di “sovranità degli individui”. Perché allora Capezzone, che propone il rilancio del Partito radicale transnazionale, non sfida i Ds e l’Internazionale socialista su temi del genere anziché flirtare con i neocons? Il segretario di “Radicali Italiani”, aprendo il terzo congresso del suo movimento, ha dedicato parole molto belle ai ragazzi di oggi: al loro modo di vivere i rapporti interpersonali e l’amore, ad esempio. Quale leader di partito l’avrebbe fatto? Chi, meglio dei radicali, riesce a mettere in primo piano il vissuto delle persone? Le vie finora seguite per tradurre tutto ciò in azione politica e istituzionale si sono però rivelate poco feconde; è ora dunque che i paradossi, i “contratti” e la linea del “tutto o nulla” lascino il posto a un più realistico progetto di cambiamento e di riforme.




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