di Justin Raimondo
Justin Logan, assistente ricercatore in un programma di studi di politica estera al Cato Institute, ha elaborato un nuovo, ed utile, parametro:
"Possiamo ottenere un nome per evocare inappropriatamente l' "appeasment" dei nazisti? Questa e' una tattica frequentemente usata dai neocons e da vari guerrafondai che desiderano equiparare l'opposizione alle loro svariate guerre al sedersi su di una sdraio a guardare l'Olocausto. Per un esempio recente, si vedano gli ultimi articoli del columnist del New York Times, William Safire, secondo cui "non invadere l'Iraq sarebbe stato uguale al non opporsi al nazismo".
La Caduta del '39 e' ultimamente alla ribalta, con i neocons alla ricerca di nuovi Hitler da conquistare - qualcuno che sia un po' più consistente dell'innocuo tiranno di un paese del Terzo Mondo devastato dalle sanzioni. Quando i senatori John Warner e Ted Stevens avvertirono, in un articolo del Washington Post, che vedevano "in Saddam Hussein il futuro Hitler", Pat Buchanan rispose loro in questo modo:
"Ha invaso il Kuwait, una scatola di sabbia grande la metà della Danimarca, e ne e' stato cacciato dopo una guerra durata 100 ore. Il suo paese e' stato sorvolato 40.000 volte da aerei americani e britannici e lui non e' stato in grado di abbatterne uno solo. Non ha marina, ha una forza aerea di quarto livello ed un esercito in rotta e demoralizzato. La sua economia non e' l'1% della nostra.
No, senatori, questo non e' il Fuhrer, e la Guardia Repubblicana non e' la Wehrmacht. Come disse Marx, la storia si ripete - prima come tragedia, poi come farsa".
La terza volta invece si prefigura come una potenziale catastrofe, con le elites occidentali che stanno dipingendo il ritratto della Russia di Weimar che - sotto la tutela di Putin - si starebbe trasformando nell'edizione del Terzo Reich del 21esimo secolo. Queste stesse elites, solo pochi anni fa, salutavano Putin come il salvatore del suo paese ed il preservatore della democrazia in Russia. Ma si trattava di allora, ed oggi e' tutto differente: dal New York Post al New York Times, le pagine op-ed dei quotidiani della nazione sono infestate di commando di opinionisti che guardano all'Ucraina come la Rhineland russa. Se solo l'occidente avesse fermato Hitler prima ... Ma non e' troppo tardi per fermare Putin!
Hitler era il mostro che ridefinì il significato di male assoluto: ma Putin, nei cui occhi il presidente degli USA intravide "l'animo di un uomo fidato", e' solo un po' più invischiato (in Cecenia) di Bush (in Iraq) in una guerra assassina contro gli insorgenti. E' anche Bush l' equivalente morale di Hitler? In qualche modo, non ritengo sia ciò che pensi il coro anti-Putin.
Ciò che e' assolutamente stupefacente, per me, e' come la stessa gente che e' così tollerante con la transizione irachena verso la democrazia da fare addirittura le scuse a Iyad "il Giustiziere" Allawi e da ammirare la verosimile nascita di una repubblica shi'ita modellata sulla falsariga iraniana, sia allo stesso tempo così impaziente verso un paese passato in poco meno di 20 anni dallo stalinismo ad una società relativamente libera.
Putin ha ottenuto il sostegno schiacciante del popolo russo, ed il suo partito, "Unità", domina il parlamento, perché ha cavalcato una piattaforma che mirava a spazzare via gli "oligarchi" e completare la transizione verso una democrazia compiuta in linea con le caratteristiche russe. La "privatizzazione" degli assetti dello stato che ebbe luogo subito dopo il collasso dell'apparato sovietico e' considerata da molti russi come il Grande Strappo: burocrati connessi alla politica si trasformarono improvvisamente in impresari ed acquistarono le infrastrutture economiche a prezzi stracciati. In questo modo acquisirono fortune colossali, che presero poi la strada dell'estero. Gli ex-comunisti divennero i nuovi "miliardari rossi", il cui "leninismo di mercato" formò le fondamenta del nuovo capitalismo di stato. Era un sistema fondato sulla corruzione, e le sue conseguenze sono state profondamente avvertite in seguito. Putin cavalcò quest'ondata di risentimento, che lo proiettò direttamente al potere ma, diversamente dagli altri riformatori, cominciò veramente a mantenere alcune delle sue promesse: gli oligarchi furono presi sommariamente di mira, in alcuni casi arrestati per frode e latrocinio, in altri casi marginalizzati o costretti all'esilio.
Al contrario dei nazisti, gli assassini di massa della varietà comunista non dovettero rispondere dei loro crimini, né furono processati, né giustiziati e nemmeno costretti a scusarsi degli errori fatti. Gorbachov pianificò una "rivoluzione dall'alto" e portò il sistema sovietico alla dissoluzione, mantenendo però i privilegi e lo status sociale della nomenklatura.
Il tentativo di Putin di schiacciare gli oligarchi rappresenta lo sforzo finale della Russia di liberarsi della vecchia classe dirigente sovietica. E' un tentativo di tornare in possesso di ciò che e' stato trafugato e spezzare definitivamente il potere dei parassiti che si nutrono da decenni del corpo politico russo.
Questa e' la questione di Yukos, la compagnia petrolifera russa precedentemente posseduta all'oligarca Mikhail Khodorkovsky, ora a riposo in una galera russa. Quando un tribunale USA cercò di arrestare la vendita per bancarotta della Yukos, emanando un'ingiunzione contro la vendita all'asta degli assetti principale della compagnia, l'asta procedette comunque. Una compagnia precedentemente sconosciuta - sostenuta dal monopolio del gas dello stato russo - rilevò la Yukos per 9,4 miliardi di $. La Associated Press riportò:
"Putin dichiarò che la vendita all'asta era assolutamente legale, e ritornò in possesso di quelle proprietà statali acquistate a prezzi stracciati da uomini d'affari con connessioni ben radicate ai tempi del collasso dell'Unione Sovietica. L'acquisto di una sussidiaria della Yukos da parte di una compagnia di proprietà dello stato al 100%, disse, "fu fatto in assoluta conformità ai mezzi di mercato". ... "Putin ha realizzato le sue ambizioni politiche, e lo stato e' rientrato in possesso del suo assetto più importante, il petrolio", dichiarò Chris Weafer, uno stratega dell'Alfa Bank di Mosca. "Ed ha inoltre messo fine all'era degli oligarchi".
Ma cosa sta nascendo, al suo posto? Sia i neocons che i "progressisti" transnazionali sono giunti a conclusioni identiche, riassunte succintamente da Nicholas Kristof:
"L'occidente e' stato risucchiato da Putin. Questi non e' la versione sobria di Boris Yeltsin. Piuttosto e' un Pinochet o un Franco russo. E non sta guidando la Russia verso una democrazia del libero mercato, ma verso il fascismo. Effettivamente Putin ha spostato la Russia da una dittatura di sinistra ad una dittatura di destra. Mussolini, Franco, Pinochet, Park Chung Hee e Putin sono tutti emersi da società piegate da caos economico e politico. Tutti hanno consolidato il potere in parte perché hanno ristabilito l'ordine ed hanno fatto in modo che i treni - o gli aerei - arrivassero in orario".
Ciò può essere un miglioramento rispetto al comunismo, avverte Kristof, ma non e' ancora abbastanza per soddisfare i suoi gusti, e, previdentemente, predice che vi saranno manifestazioni "pro-democrazia" a Mosca. Dal momento che il supporto a Putin tocca il 70%, c'e' da ritenere che dovranno utilizzare una montagna di denaro e di risorse nello sforzo di rovesciare il putinismo dall'interno: ci vorrà qualcosa in più di qualche concerto rock e di una campagna di pubbliche relazioni con colori coordinati prima che i neocons ed i loro novelli alleati "progressisti" possano sperare di applicare alla Russia di Putin il tranello ucraino.
Il giudice americano che ha emanato l'ingiunzione con cui salvare un oligarca russo si comporta come se la conquista della Russia sia già una faccenda militarmente compiuta. Questo e' un impero che presume in maniera del tutto naturale la sua supremazia. La resa non e' richiesta: e' meramente presunta. In un mondo del genere, i diritti delle nazioni di determinare il loro destino sono finiti alla maniera dei diritti individuali, nel cestino della storia.
L'assurda fiction di una "supremazia della legge" globale recitata da qualche giudice di Houston, Texas, sarebbe risibile - se non avesse lo scopo di provocare un incidente internazionale con una potenza nucleare. Mentre 12.000 "osservatori" elettorali armati di "exit poll" invadono l'Ucraina per assicurarsi che il risultato sia quello aspettato, Kristof ed i suoi alleati neocons non vedono l'ora che una simile invasione abbia luogo nel vecchio cuore sovietico. Kristof ha il compito di vendere ai "liberal" ciò che i neocons danno a bere alla destra americana: e cioè che la Russia sta risorgendo, sta ritornando allo stalinismo (o al "fascismo"). Il prossimo passo sarà quello di istigare una campagna di allarme verso il "riarmo" della Russia mentre, nel contempo, noi circondiamo il Kremlino dal Mar Baltico al Caspio, fomentando rivoluzioni "democratiche" in periferia e movendo inesorabilmente verso il centro. Nuova corsa agli armamenti e ritorno della guerra fredda - tutto ciò venduto con il nome di "esportare democrazia" e "libero mercato". Nella nuova russofobia c'e' qualcosa per chiunque.
Il grande pericolo per la Russia - e per il popolo russo - e' che l'ideologia del libero mercato e' stata completamente screditata, intellettualmente e politicamente, proprio a causa di quelle privatizzazioni selvagge che avevano provocato il furto dell'intera economia del paese. Eppure Putin deve "marketizzare", se non vuole perdere il vantaggio economico di avere, sul suolo russo, la più grande compagnia petrolifera al mondo. Come asserisce l'articolo dell'AP citato sopra:
"Al governo russo mancano pochi documenti per creare la più grande compagnia energetica al mondo. Una volta che la Gazprom abbia assorbito la Rosneft e la Yugansknefgaz, il Kremlino sarà alla guida di un gigante del petrolio e del gas con riserve sei volte maggiori di quelle della Exxon Mobil Corp. e con una produzione di quasi 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno".
Fare in modo che questo gigante resti in mano allo stato significa replicare le condizioni che portarono al collasso dell'ordinamento sovietico. La ri-nazionalizzazione degli assetti statali trafugati impone un posticipo dei conti finali con la vecchia classe dirigente comunista e, peggio, prepara il terreno al ritorno degli oligarchi. Indebolisce la Russia proprio nel momento in cui i suoi nemici si stanno radunando. [...] Ri-nazionalizzando la Yukos, Putin sta spargendo i semi economici della sua stessa distruzione.
Un'ondata di nazionalismo sta spazzando il mondo, e sarebbe sciocco opporvisi: più insistentemente cercheremo di imporre i nostri dogmi a popoli stranieri, in violazione della loro sovranità nazionale, maggiore sarà il fiasco ideologico. E' una reazione naturale ad ogni imposizione esterna, sia essa un'occupazione militare o un'improvvisa incursione di soldi esteri e di un esercito di "osservatori" elettorali, e può sfociare solo in una guerra.
In Ucraina, sorgerà immediatamente la questione della secessione, e la veemente reazione delle autorità di Kiev svelerà i veri colori della "rivoluzione arancione" - centralista, statalista, fanaticamente sciovinista. Se i distretti ucraini di lingua russa oseranno chiedere autonomia o persino indipendenza, le pretese "democratiche" e "rivoluzionarie" del candidato filo-occidentale saranno immediatamente spazzate via per rivelare una repellente forma di autoritarismo ultra-nazionalista.
La pretesa delle forze di Yushchenko di rappresentare il "liberalismo" europeo e' assolutamente mistificatoria, e ciò e' dimostrato dalla posizione "arancione" sulla questione della lingua "ufficiale" dell'Ucraina. L'uomo dell'occidente ha deciso di mantenere lo status quo, e ciò che la lingua ufficiale sia esclusivamente l'ucraino, anche se, nell'impeto delle promesse elettorali aveva detto di "voler discutere" la questione, favorita dall'altro candidato, di aggiungere il russo alla lingua ufficiale.
Il diritto dei gruppi etno-linguistici di parlare la loro lingua e di praticare la loro religione ed i loro costumi sociali e' sempre stato la pietra miliare del liberalismo classico europeo. Secondo questi standard, la "rivoluzione arancione" e' orribilmente deficiente, ed il campo di Yushchenko rappresenta il cavallo rigido della NATO, più che l'avanguardia del "liberalismo di mercato". Quando l'Ucraina chiederà di entrare nella NATO, e sarà rapidamente accettata, i neocons ed i loro alleati liberali in stile Kristof saranno al settimo cielo - mentre il resto di noi ripiomberà nel mondo infernale della mutua distruzione.
Non abbiamo alcun interesse vitale in Ucraina, e sarebbe un grosso errore porci come gli antagonisti della Russia, laddove essa ha legami più profondi e stretti. L'ingresso dell'Ucraina nella NATO dovrebbe essere vietato dagli USA ma, cosa più urgente, all'Ucraina orientale dovrebbe essere concesso, se lo desidera, di determinare la sua inclusione o meno nella "nazione" ucraina - i cui confini furono determinati, e lasciati inalterati, da Lenin, Stalin e dai loro successori. [...]
L'arroganza dell'occidente, e dei suoi alleati, invita al conflitto. Eccoci, dunque, proiettati verso ciò che molti immaginano come lo scintillante mondo del 21esimo secolo mentre, in realtà, siamo intenti a ricreare i bei giorni gloriosi della crisi dei missili a Cuba. La Caduta del '39 sfociò rapidamente nella follia degli anni '50. Non e' meraviglioso, il progresso?




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