La testa sotto la sabbia


Il malcontento dei soldati Usa cresce: ci sono sempre più disertori. L'Esercito corre ai ripari



Il contrasto è stridente: mentre le fila dei combattenti ribelli sembrano ingrossarsi e ribollire di entusiasmo per la causa, i soldati statunitensi impegnati in Iraq sono sempre più stufi e delusi. Il malessere è esploso in maniera plateale la settimana scorsa, quando il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld è stato contestato dagli stessi militari. Ma il disagio delle truppe è un problema cresciuto costantemente nell’ultimo anno. E mentre tra i ranghi dell’esercito aumentano le defezioni, il Pentagono deve escogitare nuovi metodi per mantenere alto il numero dei militari disponibili.
Recentemente il programma 60 minutes della Cbs ha rivelato che, dall’inizio della guerra, più di 5.000 soldati hanno disertato. Ma ci sono anche altri segnali della disaffezione dei soldati. Per la prima volta negli ultimi dieci anni, la Guardia Nazionale non è riuscita a raggiungere il numero di arruolamenti che si era prefissata: cercava 56.000 uomini, ne ha trovati 51.000. Le richieste di congedo tra i riservisti, che erano 15 nel 2001, sono salite a 370 nel periodo compreso tra l’ottobre 2003 e il settembre 2004. All’Individual Ready Riserve mancano ufficiali, un problema che ha seriamente indebolito la capacità di intervento di “una forza militare già svuotata”, secondo un rapporto che l’Esercito ha presentato al Congresso in novembre. Addirittura l’Esercito si è visto costretto a mobilitare 5.600 membri di un bacino di ex soldati, arruolabili solo in caso di emergenza nazionale.
In questo momento, più di 183.000 uomini tra membri della Guardia Nazionale e riservisti sono in servizio attivo. Prima dell’invasione erano 79.000. Dei 138.000 soldati impegnati in Iraq, il 40 per cento sono “militari part-time” che mai avrebbero pensato di essere spediti al fronte. Sono uomini che in patria hanno un lavoro civile, e che – oltre a rischiare di morire o di essere feriti gravemente – quando devono prestare servizio all’estero sono costretti a rinunciare spesso a lauti stipendi, con ovvie conseguenze sul reddito familiare.

Volontari per forza Si capisce dunque perché i vertici della Riserva, nella crescente difficoltà di trovare uomini a sufficienza, abbiano iniziato a respingere molte richieste di congedo da parte dei suoi membri. Il 40 per cento delle domande presentate da ufficiali non sono state accettate. In un caso, riportato dal Seattle Times, a un capitano della Riserva è stato proibito di congedarsi dopo 11 anni di servizio, compreso un impegno di un anno abbondante in Iraq. “La faccenda per me – ha detto il capitano, preferendo rimanere anonimo – è sempre più una questione di bianco o nero: o siamo un esercito di volontari, o non lo siamo. Non riesco a capire come io possa essere considerato un volontario, dopo che mi è stata negata la possibilità di ritornare alla mia vita familiare”.
Nel tentativo di definire un nuovo quadro giuridico per motivare la mancata concessione dei congedi, la Riserva sta inoltre pensando a criteri più selettivi di quelli esistenti. Gli ufficiali che non hanno ancora prestato servizio in Iraq o in Afghanistan non potranno congedarsi a meno che non dimostrino l’esistenza di “estremi motivi personali”, come per esempio l’invalidità o la morte della consorte. Nell’attesa di vedere se queste disposizioni saranno davvero attuate, la Riserva ha deciso di assumere di 400 nuovi reclutatori.

Donne al fronte. Ma il numero di soldati impegnati al fronte potrebbe comunque non bastare. E per questo il Pentagono sta puntando su un serbatoio di militari da cui non aveva ancora attinto: quello delle donne. Secondo le regole esistenti, introdotte nel 1994 dall’allora segretario alla Difesa Les Aspin, le donne soldato sono esentate dall’impiego in “piccole unità di combattimento sul terreno” (Direct ground combat, Dgc) impegnate in azioni di offensiva contro il nemico.
Già in Iraq le donne, stiracchiando un po’ la regola, vengono impegnate come piloti o con compiti di polizia militare. Ma il dipartimento alla Difesa, per supplire alla mancanza di soldati, va più in là: alle Dgc vengono affiancate delle “compagnie di avanguardia di sostegno” (Forward support companies, Fsc), con annesse delle “grandi brigate di supporto” dove possono essere impegnate anche le donne in divisa.
Il rischio che cada anche il tabù delle donne in prima linea c’è. Il Washington Times ha rivelato che lo scorso maggio l’Esercito, in un rapporto speciale presentato al Pentagono, si lamentava del fatto che se fosse stato costretto a formare le “compagnie di avanguardia” con soli soldati maschi, non avrebbe avuto forze sufficienti. “Il personale dell’esercito non può sostenere l’eliminazione di soldati donna da tutte le unità designate a essere unità di azione”, concludeva il rapporto.
Secondo Elaine Donnelly, presidentessa del Center for Military Readiness, se questi piani saranno attuati, aumenterà il numero di vittime tra le donne soldato, e altrettanto succederà per i casi di violenza sessuale contro le donne fatte prigioniere. Per la Donnelly, affiancare agli uomini in prima linea le “compagnie di avanguardia” è uno stratagemma per violare le regole esistenti. E una sua petizione per protestare contro i piani del Pentagono ha già raccolto 20.000 firme.

Alessandro Ursic

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