Ier sera sul canale satellitare francotedesco ARTE, in assoluto il mio preferito, c' era un programma molto interessante sul mito dei Mari del Sud che per più di un secolo ossessionò le menti di molti europei, sopratutto maschi, grazie ai racconti sui liberi costumi sessuali delle vahinés, le donne polinesiane.
Furono i marinai di Cook e Bougainville, primi bianchi approdati su quelle isole, a far nascere il mito allorquando, tornati in Europa, raccontarono quella che ai contemporanei parve la descrizione dell' Eden: un posto dove non esistevano la schiavitù del lavoro, l' ingiustizia della proprietà e i tabù del sesso. I primi scrittori a visitare le isole del Pacifico, Herman Melville, Pierre Loti, Robert Stevenson, confermarono coi loro scritti le notizie sul clima e la pace dei luoghi, sull' abbondanza di cibo e la facilità di procacciarselo, sulla libera e gioiosa vita sessuale dei nativi. Romanzi e racconti che servirono a popolare di immagini paradisiache i sogni degli europei per molti decenni.
Ma già alla fine dell' 800, quando vi giunse Gauguin, la magia era svanita quasi del tutto. L' introduzione del lavoro coatto al fine di sfruttare le poche risorse (pesca, copra, legni pregiati) delle isole e il semplice contatto con i bianchi erano serviti a diffondere malattie sino ad allora sconosciute tra gli indigeni, sopratutto la lue, che ne uscirono decimati.
Anche i liberi costumi sessuali delle vahinés erano ormai solo un ricordo quando arrivò il famoso pittore. Prima di lui, infatti, numerose compagnie e associazioni di religiosi erano sbarcate in Polinesia e alle Hawaii intenzionate a salvare, con le buone o le cattive, l' anima ai nativi apprendendo loro nozioni quali "peccato" "vergogna" "senso di colpa" prettamente occidentali e cristiane.
Dall' arrivo di Cook (1768)a Tahiti a quello di Gauguin (1891) erano trascorsi solo 123 anni. Cosi poco era bastato all' uomo bianco per distruggere il paradiso in terra.
Hollywood riusci nell' impresa di rinverdire il mito. Ahimé solo in celluloide. A partire dagli anni 20, l' epoca del muto, fino a tutti i 60, i film ambientati nel Pacifico furono dozzine. La trama però era quasi sempre a senso unico, senza un lieto fine. Perché l' uomo bianco, dopo aver intrattenuto una appassionata storia d' amore con la bella indigena, inevitabilmente faceva ritorno a casa, agli amici, al lavoro (e probabilmente alla legittima consorte). Secondo i costumi del tempo, i legami interrazziali erano consentiti solo a patto che avvenissero lontano da casa, meglio se a 10 mila km di distanza, e alla fine l' uomo bianco tornasse alla "civiltà".
Gli autori di "A sud di Pago Pago", del 1940, ben decisi a sfidare la morale corrente mostrarono la tresca tra una bionda americana e un capo indigeno (facendolo però prudentemente interpretare da un bianco al quale era stata spalmata un po' di polvere di carbone in faccia per farlo sembrare un polinesiano). Ma anche qui non c' è lieto fine: forse spaventati dalla loro stessa audacia, pentiti d' aver immaginato una storia tanto "morbosa", regista e produttore faranno morire la peccatrice alla fine del film. Piccola curiosità: l' attrice era la bellissima ma poco nota Frances Farmer, madre della ben più famosa ma non altrettanto bella Jessica Lange.
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