CAPITAN HARLOCK, UNO DI NOI
"Io vago per i confini dello spazio ... La gente mi chiama Capitan Harlock ... Il Black Jack è issato sulla mia nave, e con questa bandiera che sventola tra le stelle io vivo in libertà. L'universo è la mia casa ... La voce sommessa di questo mare infinito mi invoca, e mi invita a vivere senza catene ...La mia bandiera è un simbolo di libertà".
Leggendo il titolo, qualcuno si starà chiedendo: “Chi sarà mai ‘stò Capitan Harlock?”.
Risposta: un personaggio dei cartoni animati.
Sempre quel qualcuno a tal punto si chiederà: “E che c’entra un pupazzo con le alte argomentazioni che spiccano dalle colonne di questo giornale?”.
C’entra, c’entra. Iniziamo con un po’ di genesi.
Capitan Harlock, nome originale Uchu Kaizoku Captain Harokku, nasce come fumetto manga nel 1977 riscuotendo un successo tale da convincere la Toei Animation a farne un cartone animato. Ideatore ne è il giapponese Reiji Matsumoto, considerato uno dei massimi esponenti di quella che ad oggi può essere definita un’arte a tutti gli effetti, annovera tra le sue creazioni, serie animate che hanno fatto la storia della fumettistica giapponese. Tra queste la più conosciuta e rappresentativa resta senza ombra dubbio “Capitan Harlock”.
Scopriamo perché.
La Storia
La serie è ambientata nel 30° secolo, epoca in cui l’umanità, grazie al forte sviluppo tecnologico, vive in completa pace e circondata da ogni comfort possibile. Tutti i lavori sono svolti dalle macchine, che dopo aver prosciugato le risorse del pianeta, continuano la loro opera sui pianeti colonizzati del sistema solare. La Terra, eliminati tutti i conflitti, è diventata un’unica immensa nazione, amministrata da un governo centrale che l’autore, ovviamente, immagina essere giapponese. Tale governo provvede a fornire gratuitamente ogni tipo di agio alla popolazione, che già affrancata dall’incombenza del lavoro, passa il tempo rapita dalle immagini trasmesse sugli schermi televisivi; questa, inconsapevolmente, è anche la sua condanna. Il governo, infatti, attraverso l’etere, provvede all’emissione di onde ipnotizzanti che inebetiscono la totalità della massa spettatrice. I terresti si trovano cosi privati della loro capacità di pensiero e delle loro identità, omologati in unica mansueta personalità incapace di elaborare opinioni, idee ed ideali; è il prezzo da pagare alla dittatura del finto benessere, della pace e della vita comoda.
A tutto questo, consapevole della degenerazione della società umana e del suo inevitabile oblio, si ribella un uomo; il suo nome è Capitan Harlock.
A bordo della sua nave spaziale, l’Arcadia, prende quegli uomini ancora in grado di decidere del proprio destino, e salpa verso lo spazio cosmico, lasciandosi alle spalle la decadenza e il rapido declino del pianeta natio, nel quale non può più riconoscersi. Il sostentamento della nave e del suo equipaggio è garantito dagli abbordaggi ai cargo governativi, che portano sul pianeta le materie prime estratte nelle colonie spaziali.
Ovviamente il governo centrale, nelle mani di un Primo Ministro imbelle, immediatamente vede nel capitano un nemico, una minaccia all’ordine costituito. Contro di lui il Ministro Kirita ingaggerà una guerra personale, arrivando ad utilizzare una bambina il cui padre era il progettista dell’Arcadia e al quale il capitano, in punto di morte ha giurato di prendersi cura della figlia.
Nel frattempo, proveniente dallo spazio, un oggetto misterioso si schianta sulla Terra e contemporaneamente i più grandi astronomi spariscono e sono assassinati per mano sconosciuta. Logicamente quella mano viene immediatamente attribuita al Capitano ribelle. Solo uno scienziato, il prof. Daiba, comprende che quell’oggetto piombato sulla Terra, caratterizzato da scritte simili alle raffigurazioni maya, non è che un “marcatore” atto ad individuare il pianeta come obiettivo di una prossima invasione. Nel tentativo di avvisare le autorità, cade anch’egli vittima di un’imboscata per mano di una misteriosa figura femminile, che senza l’intervento di Capitan Harlock, eliminerebbe anche Tadashi, figlio del professore. Il ragazzo, portando con se le scoperte del padre, si unisce così al suo salvatore e lo segue sull’Arcadia.
Le autorità e la popolazione, sordi agli avvisi del Capitano, si ritrovano ad affrontare l’invasione dell’esercito mazoniano della Regina Raflesia, composto da esili e bellissime figure femminili dalla struttura vegetale simile a quella delle piante terrestri. Ovviamente quest’ultime, fiere, forti e fedeli alla loro regina, avrebbero ben ragione degli imbelli terrestri se non ci fosse a contrastarle un manipolo di reietti a bordo di un’astronave. Sono gli uomini e le donne dell’Arcadia del Capitan Harlock, che si ergeranno a salvatori di quel mondo che li ha isolati, combattuti e condannati. Non riceveranno alcuna lode per questo; continueranno ad essere i “ribelli al sistema”, a navigare negli spazi siderali coltivando il loro sogno di libertà, continuando ad aver fede nel pensiero dell’uomo che li guida: Capitan Harlock.
Capitan harlock: mito di un futuro nel presente
L’ideatore della serie, come già detto, è Reiji Matsumoto(vero nome Akira Matsumoto), nato a Kurume nella prefettura di Fukuaka(Kyushu) il 25 gennaio 1938. E’ pertanto solo un bambino, mentre imperversa il tremendo conflitto bellico; lo vive da vicino, in quanto il padre è un pilota dei famosi caccia “Zero”, e questo influenzerà la sua ispirazione e passioni future tanto che una delle sue prime storie sarà proprio “Zero Pilot”. Negli anni a venire sarà, infatti, sempre attratto dalla guerra in quanto azione, rendendola molte volte protagonista nelle sue creazioni, e diventando anche un gran collezionista di cimeli bellici dell’esercito del Sol Levante. Nello stesso periodo della sua crescita professionale, iniziata con un primo fumetto nel 1953, in Giappone si afferma la straordinaria figura di Yukio Mishima. Questi nei suoi romanzi e nei suoi saggi tratterà dell’umiliante occupazione statunitense subita dal Giappone e della conseguente ed implacabile perdita d’identità dell’intero popolo nipponico, assorbito e innocuizzato dall’imposizione della vacua cultura americana. Come risposta a ciò, Mishima aderirà totalmente al bushido (la via del guerriero degli antichi samurai), fondando nel 1968, assieme a degli studenti, l’associazione “Società dello Scudo”. Tale pugno di Uomini, in nome dell’Imperatore e degli antichi valori, nel 1970 compirà l’ardita impresa di occupare il quartier generale delle forze armate giapponesi, prendendo in ostaggio il capo di stato maggiore, con l’intento di risvegliare l’autentico spirito nipponico in quella casta militare che Mishima riteneva l’ultima speranza della nazione. Il tentativo fallì, ed il grande scrittore non vide altra soluzione che darsi la morte con il tradizionale seppuku, davanti agli increduli e vili occhi dello stato maggiore.
La critica che Mishima muove contro il degrado della società giapponese, e di riflesso all’intero sistema post-bellico imposto dai vincitori, è perfettamente comparabile a quella che Matsumoto implicitamente fa del mondo descritto nelle sue serie; il fatto di essere quasi coetanei e di aver vissuto le stesse sensazioni durante il lento degrado di un Giappone occupato, non può non aver influito Matsumoto come già fatto profondamente con Mishima. In Capitan Harlock troviamo una terra ed i suoi abitanti completamenti immersi nell’apatia, vittime di quel progresso tecnologico divenuto una sorte di religione senza spiritualità. Una società molto simile a quella descritta da Ray Bradbury in “Fahrenheit 451”, dove gli uomini rinchiusi nelle loro case fatte di pareti di schermi televisivi, si ritrovano i “crani riempiti di dati e fatti non combustibili, al punto che non si possono più muovere tanto son pieni, ma sicuri d’essere veramente informati. Questo li convince di avere la certezza di pensare, la sensazione del movimento, quando in realtà saranno fermi come macigni”.
Proprio l’immobilismo mentale, la scarsità d’idee e d’ideali spingeranno Capitan Harlock ad abbandonare la terra a bordo della sua astronave. Come Montag, il protagonista del romanzo di Bradbury che si ribella al suo ruolo di inceneritore di libri e che trova infine la via da percorrere seguendo gente come lui rifugiata nel verde fuori la città, allo stesso modo l’equipaggio dell’Arcadia trova il suo spazio vitale nell’infinità dell’universo seguendo solamente la strada illuminata dai propri ideali di libertà.
Lo stesso nome dato da Matsumoto all’astronave del Capitano, fusione tra un galeone pirata, una portaerei ed un'astronave, rievoca il mito greco dell’ambiente bucolico dove i puri si rifugiano per fuggire dal caos e dagli imbonimenti delle città, ormai corrotte fin nello spirito stesso dei suoi abitanti.
L’astronave come mezzo di fuga da un mondo impazzito, riprende del resto la figura del veliero che solca gli oceani con il suo carico di disperazione e d’avventura, alla ricerca di quel luogo esotico che gli scrittori del XIX secolo immaginavano come i campi elisii dei loro protagonisti.
Anche l’italianissimo scrittore Vincenzo Fani Ciotti, conosciuto durante il Ventennio Fascista come Volt, nel 1927 darà alle stampe il romanzo futurista “La fine del mondo”, nel quale ancora le astronavi, anzi più precisamente le “eteronavi” sono l’agognato mezzo di fuga di un gruppo di uomini in rivolta, nell’anno 2247, contro un potere mondialista con sede a New York. Le analogie con la saga del Capitano riguardano anche, nel romanzo di Volt, la terra in decadenza e disfacimento a causa del terribile inquinamento causato dalla forte industrializzazione e dall’ipertecnologia fuori controllo.
Tema ricorrente e purtroppo, alla luce dei nostri giorni, anche molto profetico.
Non meno importante è il ruolo svolto nella saga dall’equipaggio dell’Arcadia, composto dalle uniche persone che Capitan Harlock ritiene degne di considerazione. Personaggi che vivono in un ambiente confusionario e nel quale il disordine regna sovrano: l’assistente pilota Yattaran, quando non è impegnato nella navigazione lo si trova nei corridoi a giocare con i suoi modellini; Mazu San è la cuoca di bordo in perenne battaglia per la difesa delle provviste con il gatto del dottor Zero, il medico di bordo, perennemente ubriaco ma lucido nel momento del bisogno. Una sorta di normalità la danno Tadaschi Daiba, pilota di Space Wolf che personifica l’allievo del Capitano; la seconda assistente di volo Yuki, segretamente innamorata di Harlock; Meeme, la creatura eterea salvata dalla distruzione del proprio pianeta, senza un evidente compito, ma che riesce a ad evidenziare il lato umano del Capitano. Nonostante il disordine e la disorganizzazione, l’equipaggio riacquista tutto il suo contegno nelle situazioni difficili, dimostrando l’abnegazione e il coraggio pretesi dal Capitano; dalle sue parole evince lo spirito che guida la vita di bordo: “Pur trattandosi di una nave di pirati .. pur essendo esposta a molte battaglie, l'Arcadia rimane sempre la nostra casa. Quando si è in casa propria, capita a chiunque di sbadigliare o fare un pisolino, oppure gridare .. La regola ferrea di questa nave dice che nel solo momento del bisogno si deve applicare la disciplina .. Lo spazio è immenso e la sua traversata lunga. Capite perché ritengo che questo modo di fare sia quello giusto?"
Il modo in cui la nave si approvvigiona del necessario per il proprio sostentamento, ricalca in pieno lo stile di vita dei pirati; l’abbordaggio dei cargo destinati alla terra con a bordo le materie prime estratte dai pianeti colonizzati. Tale sistema riporta alla memoria le imprese degli Uscocchi, i pirati dannunziani dell’Adriatico, predatori dei bastimenti sabaudi per il sostentamento di quella splendida impresa di Fiume, al quale diete vita proprio il Vate, che con il De Ambris e il Keller crearono quella Reggenza del Carnaro, frutto proibito della vittoria mutilata della grande guerra e fulgido esempio di costituzione repubblicana ideale.
Perno centrale di tutta la saga resta però il protagonista: Capitan Harlock. Un pirata di tutto rispetto: benda all’occhio, cicatrice sul viso, mantello ed abito neri con sul petto raffigurato un teschio bianco, spada e pistola(laser). E' straniero in patria, odiato e temuto dalle autorità per i suoi ideali rivoluzionari, predica sommessamente, con l'esempio, una vita diversa: libera, ma allo stesso tempo fonte di sacrifici e lacrime. Il vessillo del Capitano, un teschio bianco in campo nero, non è simbolo d’efferatezza, bensì emblema di riscatto da un mondo di schiavitù, non materiale, ma mentale. Harlock incarna l'ideale dello "Sturm und Drang"; essere pronti a morire in qualsiasi momento per i propri ideali. La passione che arde in lui ("Sturm") è contemperata da quel sentimento tipicamente romantico di struggente malinconia, di riflessione profonda e continua ("Drang"). Il rituale, quasi liturgico, è sempre lo stesso: il pirata che suona una melodia triste accompagnato dall'arpa di Meeme, mentre lo sguardo è rivolto alle stelle; Harlock abbandona così il mare delle stelle per avventurarsi nel mare più profondo della sua anima. Un moderno "giovane Werther" di Goethe o un "Dorian Gray" di Wilde dai quali traspare quell'aria malinconica, ma allo stesso tempo granitica che li ha resi immortali. Nel messaggio di Matsumoto, Harlock è l'emblema di un’ autentica libertà, una ferrea volontà di non scendere mai a compromessi con una società che imprigiona gli animi. La sua essenza di ribelle e il suo spirito lo spingono a battersi sempre e comunque, anche contro i "mulini a vento". Un autentico Waldganger, il ribelle che nell’antica Islanda si ritirava nei boschi, e nei quali conduceva un’esistenza libera e rischiosa. Figura esaltata da Ernst Junger nel “Trattato del ribelle” del 1951 nel quale va ad analizzare e cercare ”quei singoli che, nei periodi, magari anche lunghi, di puro dominio della forza, pur con notevole sacrificio personale conservano la nozione del diritto. Anche quando tacciono, sono scogli sommersi intorno ai quali le acque continuano ad agitarsi”. La figura del ribelle entra in un ordine diverso, “dove non fa alcuna differenza se l’opinione del singolo contrasta con quella di cento o mille individui. Alla stessa stregua il suo giudizio, la sua volontà, la sua azione possono fare da contrappeso a dieci, venti o mille altre persone”. La descrizione che Junger fa del ribelle calza alla perfezione il personaggio creato da Matsumoto: “Chiamiamo Ribelle chi nel corso degli eventi si è trovato isolato, senza patria, per vedersi consegnato all’annientamento. Ma questo potrebbe essere il destino di molti, forse di tutti, perciò dobbiamo aggiungere qualcosa alla definizione: il Ribelle è deciso ad opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell’intenzione di contrapporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo.” Nella triste realtà che ci circonda e che opprime il nostro tempo, ben pochi uomini mettono in pratica questi dettami, la maggioranza si lascia sommergere da una società soffocante che spegne ogni sentimento a favore dell'appiattimento morale, culturale ed etico. Citando ancora Junger: “L’inevitabile assedio dell’essere umano è pronto da tempo (ndr: oggi in atto), e a disporlo sono teorie che tendono a una spiegazione logica e completa del mondo, e avanzano di pari passo con il progredire della tecnica. L’accerchiamento del nemico è prima razionale, poi anche sociale, e infine,al momento opportuno, lui (ndr: noi), il nemico, viene sterminato. Non vi è destino più disperato che essere catturati in questa spirale, dove il diritto è usato come arma”.
Il Capitan Harlock che è in ognuno, aspetta di essere destato; l’accerchiamento si sta concludendo. E’ ora di decidere se restare dentro il cerchio o saltare fuori.
"Il mio sogno è sempre stato vivere come un uomo che, in ogni momento della propria esistenza, è pronto a partire a bordo del proprio vascello, per mari sconosciuti [...]. Egli incarna ciò che ho sempre voluto essere e può compiere imprese che un uomo comune, ritrovandosi nella propria realtà, può emulare soltanto in un modo: avventurandosi nell'immenso mare della propria anima [...]. Harlock è disposto a sacrificarsi, a faticare, a bere sangue e sudore in nome di un ideale, ed ha una fervida fede [...] quasi religiosa per la vita. E' dunque il simbolo stesso del possibilismo [...]. Io spero che i giovani, sebbene vivano in un epoca che non garantisce un futuro promettente, imparino da Harlock a [...] coltivare i propri sogni gelosamente [...] senza mai rinnegarli, come un pirata non abbandonerebbe la propria nave neppure se stesse per colare a picco!"
[Cfr. Reiji Matsumoto: Harlock sono io, “Super Japan Magazine” n. 12 ]


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