Aveva 10 anni. Noran Iyad Dib era una scolara palestinese e frequentava la scuola, gestita dall’Onu, del campo profughi di Rafah, nella parte meridionale della striscia di Gaza. E’ stata uccisa nel cortile della scuola: un cecchino dell’esercito israeliano le ha sparato in piena faccia.
Con Noran, sono già cinque gli scolari e i bambini palestinesi uccisi mentre sono a scuola o in casa loro, da cecchini che li prendono di mira attraverso le finestre.
Si tratta di atti deliberati. David Bukay, docente di Scienze Politiche alla Haifa University, insegna ai suoi studenti che “gli arabi vanno ammazzati con un colpo in testa” per il solo fatto di essere arabi, “criminali per natura”. L’esimio professore raccomanda nei suoi corsi (obbligatori per gli studenti) di “umiliare i palestinesi davanti alle telecamere e divulgare quelle immagini”.
La propaganda volta a disumanizzare i palestinesi come “bestie in forma umana” è parte integrante della politica israeliana volta ad espropriarli di ogni diritto. Per puro caso è venuto alla luce l’ultimo trucco del regime Sharon: un decreto segreto per rubare centinaia di ettari di terre dei palestinesi attorno a Gerusalemme est. I proprietari arabi vengono dichiarati “assenti” dalle terre , che non possono più raggiungere perché ne sono impediti dal muro ebraico, in base ad una legge giudaica (e molto talmudica) che consente l’esproprio di campi di persone “assenti” perché espulse o fuggite dal terrore israelita. Del resto è quanto sancisce il Talmud (trattato Baba Bathra, Folio 54b): “La terra dei goym è come terra del deserto non reclamata; il primo [giudeo] che la occupa ne diviene padrone”.
Anni fa, il coraggioso storico ebreo americano Norman Finkelstein scrisse un saggio (“History Verdict: the Cherokee Case”) in cui spiegava come gli indiani Cherokee furono derubati della loro terra e ridotti a un residuo umano dalla politica Usa: una combinazione di “spontanei insediamenti di coloni” nelle terre indiane, cui seguivano azioni militari e negoziati di pace. Il procedimento era invariabile: “coloni bianchi” si insediavano nelle terre indiane; gli indiani si difendevano; la stampa Usa li accusava di “barbarie”, di “terrorismo”, di essere “criminali per natura”. Interveniva l’esercito che, a forza di stragi (e di infanticidi) ricacciava i pellerossa in riserve sempre più ridotte. Il “negoziato di pace” che seguiva convinceva i Cherokee a rinunciare ai loro diritti sulle terre rubate in cambio della promessa di possesso “perpetuo” di quel poco che gli restava. Dieci anni dopo tutto ricominciava.
Norman Finkelstein paragonò chiaramente il fato dei Cherokee a quello dei palestinesi. La sua promettente carriera universitaria è stata stroncata, ed ora Finkelstein sopravvive con piccoli impieghi di volontariato sociale.
di Maurizio Blondet




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