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Discussione: Bush è progressista

  1. #11
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    Secondo me l'analisi costi-benefici della "guerra al terrorismo" è per "l'uomo qualunque" occidentale assolutamente penalizzante.
    E questo in termini di aumento della tassazione, diminuzione della libertà, e forse anche della stessa sicurezza.

  2. #12
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    In origine postato da ARI6
    Secondo me l'analisi costi-benefici della "guerra al terrorismo" è per "l'uomo qualunque" occidentale assolutamente penalizzante.
    E questo in termini di aumento della tassazione, diminuzione della libertà, e forse anche della stessa sicurezza.
    Personalmente non sono molto daccordo.
    Ma , seguendo il tuo ragionamento , quale sarebbe la giusta strategia da adottare per sconfiggere il terrorismo globale?

  3. #13
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    Predefinito Arriva Bush

    Washington. Quando a metà febbraio George W. Bush verrà in Europa, è possibile che a qualche europeo sia finalmente venuto più di un dubbio sulla politica mediorientale dell’Unione. Nonostante gli errori, i ritardi, i pasticci, dopo tre anni e mezzo di bushismo in medio oriente ci sono state tre elezioni democratiche, una in Iraq domenica, una in Palestina e una in Afghanistan.
    Delle tre tornate elettorali, due sono avvenute sotto l’egida delle truppe d’occupazione alleate (Iraq) e israeliane (Palestina). I liberi popoli del mondo arabo per contro – liberi dall’odiato
    “imperialismo” occidentale, non dalla tirannia dei loro despoti locali - di elezioni libere non ne hanno avute mai, né ne avranno presto, a meno che i loro despoti cedano alle pressioni americane o l’America abbia nuovi appetiti di guerre di liberazione.
    Ma né gli europei timorosi della grandiloquenza repubblicana del discorso inaugurale né i despoti arabi dovrebbero preoccuparsi più di tanto.
    L’entusiasmo della primavera democratica nel mondo arabo va esercitato con cautela.
    Un’elezione, come una rondine, non fa ancora primavera, e le sfide, per l’Iraq e per Bush, sono ancora molte.
    Che cosa dunque ci si deve aspettare dalla visita del presidente americano in Europa?
    Fino a novembre la Vecchia Europa ha tifato per la sconfitta di Bush, ritenendo che la sua politica estera fosse una momentanea aberrazione di un’Amministrazione estremista, guidata da pericolose ideologie.
    L’elezione ha dimostrato invece che la politica estera americana gode di ampio sostegno nell’opinione pubblica.
    La reazione dell’Europa alla vittoria di Bush è stata duplice.
    Da un lato gli intellettuali, i giornali liberal, e il brusio diplomatico a porte chiuse: la sconfitta di Kerry rappresenta la vittoria di una linea politica che rimane per loro aberrante.
    Dall’altro c’è il paternalismo intellettuale esemplificato dalla lettera aperta dei tre saggi d’Europa (Giuliano Amato, Ralph Dahrendorf e Valéry Giscard d’Estaing) al presidente americano.
    L’appello dice: caro presidente, la sua vittoria elettorale ha confermato una linea politica che noi osteggiamo. Quindi noi, la nostra alternativa politica e il nostro candidato abbiamo perso e alla grande. Ergo, tocca a lei cambiare linea. Tutto nell’interesse del futuro della relazione transatlantica, che soffre delle divisioni tra Europa e America.
    Occorre senza dubbio ricucire gli strappi: di fronte a minacce comuni (il terrorismo) ci vuole un fronte unito. L’unione fa la forza, e Stati Uniti ed Europa devono ritrovare l’armonia.
    Da Chirac a Schröder, tutti sperano che il viaggio di Bush dunque ristabilisca un’atmosfera positiva.
    Nonostante le differenze, oggi in Europa c’è un clima di buona volontà: sarà anche un’aberrazione, ma la linea politica di Bush continuerà a guidare l’America per quattro anni. Meglio adeguarsi.
    Ma gli europei farebbero bene a far meglio che adeguarsi. Dovrebbero accettare le premesse della linea di Bush per ricucire lo strappo. Altrimenti tanto vale parlar d’altro.
    Gli europei vorrebbero un maggiore coinvolgimento americano nel processo di pace tra Israele e palestinesi, e offriranno probabilmente una maggiore partecipazione alla stabilizzazione dell’Iraq in cambio di maggior diplomazia americana sul fronte palestinese (leggi: pressioni su Sharon).
    E in questo sbagliano. Per l’America, esistono due priorità: la prima è l’Iraq, dove le elezioni sono un passo avanti importante ma la vittoria non è ancora assicurata.
    La seconda è l’Iran. Gli americani sanno bene – su questo gli europei non sono in disaccordo – che i tempi del cambio di regime causato da fattori endogeni e i tempi del programma nucleare sono diversi: il primo è fragile, lento e incerto, il secondo è rapido.
    Occorre quindi affrontare il problema nucleare con un’urgenza che non ritardi però il lento processo interno di disgregazione del regime.
    Gli europei temono – in parte a torto – una nuova avventura americana contro l’Iran, non rendendosi conto che l’America non ha le truppe per farlo (né la volontà politica) e si occuperà quasi esclusivamente di Iraq nei prossimi quattro anni. L’unica possibilità d’intervento militare si limiterebbe a colpire installazioni nucleari per sabotare, o ritardare, il programma iraniano.
    Per mantenere l’iniziativa diplomatica e non creare a breve una nuova fonte di disaccordo con gli Stati Uniti, gli europei dovrebbero promettere all’America di adottare – cosa finora “inimmaginabile”, a sentire il ministro degli Esteri inglese Jack Straw – una politica del bastone oltre che della carota, mandando forti segnali a Teheran sulla seria intenzione dell’Europa di ricorrere a dure sanzioni economiche – e al limite di sostenere un’azione militare americana – se Teheran non accedesse alle richieste di disarmo.

    Baghdad, l’Iran e poi la Palestina
    Sull’Iraq, parte dello scetticismo europeo deve lasciare il passo a un atteggiamento più costruttivo. Innanzitutto, se l’America perdesse, l’America indebolita lascerebbe la regione alla mercé dei terroristi, l’Iraq ricadrebbe nelle mani del vecchio regime (magari in versione riveduta e corretta), e gli altri regimi rischierebbero pure loro di perdere il potere. E il terremoto che ne conseguirebbe produrrebbe uno tsunami politico che travolgerebbe prima di tutto l’Europa, arrivando attutito nella lontana America, la cui minor dipendenza energetica dal medio oriente e la naturale difesa dell’oceano permetterebbero di subir minori conseguenze.
    Ma aiutare l’America in Iraq significa anche soddisfare l’interesse europeo (malposto peraltro) a favorire un ritorno americano sulla scena diplomatica israelo-palestinese.
    Prima gli americani lasciano l’Iraq in buone condizioni, prima possono occuparsi d’altro.
    Una rapida stabilizzazione dell’Iraq, oltre che un successo diplomatico con l’Iran, e non un do ut des il cui prezzo sia la testa di Ariel Sharon, permetterebbe agli americani di poter rivolgere energie ad altri problemi.
    Inoltre, e questo è quanto Bush dovrebbe chiarire agli europei, sul fronte palestinese il 2005 non può sbloccarsi attraverso pressioni americane sugli israeliani.
    Sharon affronta l’anno forse più critico della sua carriera politica, con il ritiro da Gaza e le sue possibili violente ripercussioni interne e regionali, e con una coalizione fragile e litigiosa. Aumentare la pressione su Sharon, in un momento in cui è chiaro che le questioni più difficili del processo di pace rimangono per il momento irrisolvibili, significherebbe solo ritardare il ritiro israeliano dai territori e destabilizzare il governo di Gerusalemme.
    Bush deve quindi frenare sulla road map, accelerare sull’Iran e concertare sull’Iraq. La sua visita in Europa deve portare a tre risultati, che saranno benefici per Stati Uniti e Ue:
    accordo sulla necessità d’investire al massimo per favorire la stabilizzazione dell’Iraq e la crescita della democrazia irachena;
    accordo sulla necessità di perseguire un’intesa con Teheran, con la diplomazia europea ma sostenuta e rafforzata dalla disponibilità non solo americana a ricorrere alla forza;
    sostegno a Sharon per il disimpegno da Gaza. Iraq, Iran e solo dopo il processo di pace: questa dovrebbe essere la sequenza.

    Emanuele Ottolenghi su Il Foglio del 2 febbraio

    saluti

  4. #14
    Silvioleo
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    In origine postato da ARI6
    Secondo me l'analisi costi-benefici della "guerra al terrorismo" è per "l'uomo qualunque" occidentale assolutamente penalizzante.
    E questo in termini di aumento della tassazione, diminuzione della libertà, e forse anche della stessa sicurezza.
    a me questo discorso torna anche...penso pero'che dopo l'avvio della guerra da parte degli USA e nel corso di questo vero e proprio scontro fra civiltà non si possa far altro che stare dalla parte di Bush,e senza tanti distinguo...perchè se molliamo ora credo che le penalizzazioni a nostro carico aumenterebbero...se poi si dice che si poteva non iniziare,allora concordo anche...

  5. #15
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    Scusate ma chi ha dichiarato guerra, George W. Bush o l'estremismo islamico che, dopo una preparazione di anni, ha fatto schiantare quattro aerei civili, due contro le Twin Towers, una contro il Pentagono e l'altra presumibilmente alla Casa Bianca?

  6. #16
    Silvioleo
    Ospite

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    In origine postato da UgoDePayens
    Scusate ma chi ha dichiarato guerra, George W. Bush o l'estremismo islamico che, dopo una preparazione di anni, ha fatto schiantare quattro aerei civili, due contro le Twin Towers, una contro il Pentagono e l'altra presumibilmente alla Casa Bianca?
    beh,questo è vero...io capisco infatti la necessità di Bush di reagire militarmente...forse l'Afghanistan poteva bastare pero'...

  7. #17
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    Come poteva bastare l'Afghanistan, se l'estremismo islamico è diffuso un pò ovunque in Medio Oriente (e non solo)?
    Non si cura un cancro con l'aspirina, serviva (serve) una strategia generale a lungo termine.

  8. #18
    Silvioleo
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    In origine postato da UgoDePayens
    Come poteva bastare l'Afghanistan, se l'estremismo islamico è diffuso un pò ovunque in Medio Oriente (e non solo)?
    Non si cura un cancro con l'aspirina, serviva (serve) una strategia generale a lungo termine.
    poteva bastare come reazione da "vendere" agli americani...e l'estremismo non mi sembra abbia accusato molto il colpo,anzi...forse si potevano privilegiare altre vie...

  9. #19
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    Tipo? Quali vie? L'estremismo mi pare che, con le elezioni irakene, abbia ricevuto uno smacco non da poco. E' stato ghettizzato in una MINORANZA del Paese Irak...
    La reazione non si deve "vendere" per niente, deve essere curativa del CANCRO dell'estremismo islamico.

  10. #20
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito

    In origine postato da UgoDePayens
    Tipo? Quali vie? L'estremismo mi pare che, con le elezioni irakene, abbia ricevuto uno smacco non da poco. E' stato ghettizzato in una MINORANZA del Paese Irak...
    La reazione non si deve "vendere" per niente, deve essere curativa del CANCRO dell'estremismo islamico.
    ma guarda che io non escludo affatto la strada militare,credo pero'che prima di andare in iraq si potesse pensare a lavorare meglio con l'intelligence,x dirne una...sul colpo inferto all'estremismo nutro forti perplessità comunque...

 

 
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