...le carte di Bertinotti

La Fed va a sinistra. Ieri sera nei Ds e nella Margherita la rassegnazione prevaleva sulla volontà di scontrarsi contro i fautori del no al rifinanziamento della missione italiana in Iraq, su cui la Federazione ulivista è chiamata questa mattina a esprimersi prima del voto in Senato.
Dopo una giornata di telefonate e tentativi di mediazione, anche Franco Marini si è convinto che il suo tentativo di contarsi per condurre la Fed all’astensione è destinato a fallire.
Un esito che verrà contrastato apertamente, poi accettato senza rinunciare ad “addolcire” il documento comune da presentare a Palazzo Madama.
Ma sempre di un no si tratterà, nella sostanza, come ha confermato Romano Prodi da Parigi.
Ambienti vicini alla segreteria Ds, realisticamente, ammettono la frustrazione provocata dall’impossibilità di riscrivere il mandato della missione italiana e astenersi in aula.
Molti ds si vedono costretti alla “difesa passiva” di una posizione paradossale: il primo atto costitutivo della federazione riformista corrisponde nei fatti all’appiattimento sulle tesi bertinottiane, e dunque alla negazione della stessa ragione sociale della Fed.
Un controsenso che viene interpretato come lo sgraditissimo effetto collaterale della lunga campagna interna per le primarie. Con Prodi ancora una volta costretto a inseguire a sinistra Bertinotti fino al punto di bleffare, come teme più di un esponente della Quercia, quando motiva la propria chiusura alla presunta indifferenza del governo davanti alla richiesta di un’azione in sede europea e all’Onu.
“E se Berlusconi vede il bluff, cosa farà il pokerista Prodi?”, si domandano i riformisti.

La Cdl non si muove. Berlusconi ha ribadito che non vede ragioni per non allargare la maggioranza ai radicali. Lo ha fatto dopo aver incontrato un Marco Pannella più ottimista sul negoziato in corso per ottenere ospitalità dal Polo.
“Non è andata male ma ancora non si è concluso”, confessa un dirigente di Forza Italia.
Berlusconi e Pannella hanno anzitutto discusso l’eventualità di fissare il referendum sulla fecondazione non troppo a ridosso dell’estate, come chiedono i radicali.
Due le date plausibili su cui si ragiona: 29 maggio o 5 giugno. Quanto all’ospitalità, prima di rassegnarsi a concedere alcuni posti riservati al suo partito (non più di tre, pare), il Cav. tenterà in settimana di forzare il veto che Lega e Udc conservano sull’ingresso dei pannelliani nelle liste del centrodestra. Per far questo, urge però un colloquio con Umberto Bossi. Perché dal consiglio federale leghista di ieri giungono segnali interlocutori. Bossi ha annunciato che sarà lui stesso a stabilire i nomi dei candidati leghisti alle elezioni di aprile; che intende dare ampio spazio ai giovani; che in Lombardia il Carroccio non aggiungerà al proprio simbolo la dicitura “per Formigoni” auspicata dai forzisti. Nessuna novità positiva rispetto ai radicali: il ministro delle Riforme Roberto Calderoli dice che “non se ne è nemmeno parlato” mentre altre fonti sostengono che il leader avrebbe confidato ai suoi l’intenzione di tenere Pannella lontano dal centrodestra.
Almeno per le imminenti regionali – avrebbe detto – ma sarebbe meglio se così fosse anche per le politiche del 2006.
Da Forza Italia si sottolinea invece che “ogni soluzione resta aperta fino a che il Cav. non avrà incontrato Bossi e interrotto il gioco di rimessa dell’Udc”.
Il gioco dell’Udc, stando a quanto emerso all’ufficio politico di ieri, si articola in due movimenti non si sa quanto slegati l’uno dall’altro: da una parte la richiesta di maggior rappresentanza nei listini regionali della Cdl, dall’altra il rifiuto opposto all’accordo con Pannella.
L’esigenza di chiarezza fra i centristi è complicata dal fatto che l’ostilità più forte su Pannella proviene da Rocco Buttiglione e Carlo Giovanardi, solitamente vicini a FI, e dal sospetto che
Marco Follini abbia vincolato il proprio sostegno al Cav. anche alla garanzia che la maggioranza non stabilirà intese elettorale con Gianfranco Rotondi, esule centrista fondatore della nuova Dc.

Il Foglio

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