L'ASSASSINIO DI HARIRI E LE SUE IMPLICAZIONI

Damasco, febbraio - Chiunque abbia commesso l'assassinio del grande protagonista della vita politica libanese Rafic Hariri, sono la Siria e l'attuale leadership libanese che rischiano di pagarne le conseguenze. Anche per questa ragione appare come del tutto irragionevole sostenere la tesi che Damasco sia dietro l'attentato terroristico.

Il ministro dell'Informazione libanese, a poche ore di distanza dall'assassinio di Hariri, ha reso noto che c'e' un sospetto, forse un militante islamico, in stato di fermo in relazione all'episodio. C'e` stata anche una rivendicazione da parte di un gruppo sconosciuto che ha affermato di aver colpito Hariri per i suoi strettissimi legami con la casa reale saudita. Il nome usato dal gruppo, Jihad in al Sham (dove al Sham indica un territorio comprendente Libano, Siria, Palestina e Giordania), e' in qualche modo riconducibile a quel Jond al Sham usato da al Zarqawi in Afghanistan e alle sigle di al Qaeda che compaiono in Iraq e in Arabia Saudita (al Qaeda nel Rafidain e nella Penisola arabica).

Tuttavia, l'opposizione libanese ha subito puntato il dito verso la Siria, chiedendo il ritiro del contingente siriano dal Libano prima delle previste elezioni politiche di tarda primavera. L'opposizione libanese e' formata essenzialmente da esponenti cristiano maroniti da sempre contrari ai legami con Damasco a cui si e' aggiunta negli ultimi mesi il leader druso Walid Joumblatt. Questo gruppo gode del sostegno del generale Aoun, rifugiato in Francia 14 anni fa, dell'appoggio degli Stati Uniti e di alcuni ambienti politici francesi.

Va detto chiaramente che Rafic Hariri non faceva parte di questa opposizione. Anzi, i suoi legami con la Siria erano forti. A Damasco, Hariri aveva una propria casa e ogni sua decisione politica la discuteva con i vertici siriani prima di annunciarla. Persino l'autunno scorso, prima che si dimettesse dalla carica di premier, era venuto in Siria per anticipare la sua decisione, prima di renderla pubblica. Hariri tuttavia non era d'accordo con il prolungamento del termine del presidente libanese in carica Emile Lahoud e il fatto che una sua visita da Jacques Chirac, di cui era amico personale, avesse preceduto di qualche settimana l'adozione della risoluzione 1559 da parte del Consiglio di sicurezza dell'Onu, risoluzione appoggiata a sorpresa da Parigi, aveva creato l'impressione anche in ambienti politici libanesi che lui ne fosse uno degli ispiratori occulti.

Meno di due settimane fa e' stato in Siria e in Libano l'inviato di Kofi Annan Terje Roed Larsen con il compito di consultarsi con le parti per preparare la relazione da presentare a fine aprile al Consiglio di sicurezza sull'applicazione della risoluzione 1559. Come nota Fayez Sayegh, direttore del quotidiano siriano Al Tawra, la visita si era conclusa con il diplomatico scandinavo visibilmente soddisfatto. Roed Larsen, dopo essere stato ricevuto dai vertici siriani e libanesi, e aver incontrato i responsabili delle varie comunita' religiose libanesi, si e' recato a Parigi per informare Chirac. "Al termine della sua missione ha detto che l'applicazione della risoluzione dovrebbe tener conto degli accordi di Taef (che posero fine alla guerra civile libanese), delle relazioni speciali tra Siria e Libano e dell'intesa sulla cooperazione e la fratellanza siglata dai governi dei due Paesi (essa prevede un coordinamento e una cooperazione tra le due capitali in materia di difesa e sicurezza)", osserva Fayez Sayegh.

Le considerazioni di Roed Larsen erano in sintonia con quanto Beirut e Damasco ripetono da mesi. Strano, ma forse sarebbe piu' opportuno dire sconcertante che l'attentato a Hariri sia avvenuto a pochi giorni di distanza, quasi a voler vanificare i risultati della visita di Roed Larsen. Chi vuole destabilizzare il Libano, punta ad azzerare la presenza siriana in quel Paese. Ovviamente, il pensiero a Damasco va agli Stati Uniti e ad Israele. A ottobre un'altra bomba aveva ferito a Beirut un ex ministro libanese, stretto collaboratore di Joumblatt, e anche in quel caso si era gridato allo scandalo e all'opera dei servizi segreti siriani. Precedentemente altre bombe avevano ucciso esponenti della resistenza libanese e palestinese senza che nessuno, a livello internazionale, aprisse bocca.

In autunno, una cellulla islamica era stata smantellata in Libano, mentre nel corso dell'ultimo anno tre episodi di violenza sono accaduti nella stessa capitale siriana. Un esponente palestinese legato a Hamas e' stato ucciso con un ordigno collocato nella sua auto, un altro palestinese dell'area di Hamas e' sfuggito a un attentato, mentre un gruppo siriano, con motivazioni antioccidentali, aveva assaltato l'ex sede dell'Onu a Damasco. Questi ultimi episodi non hanno suscitato alcuna condanna internazionale, sebbene fosse piuttosto chiaro chi poteva essere il mandante degli attentati terroristici almeno nel caso dei due esponenti palestinesi presi di mira.

Tra aprile e maggio il Libano dovrebbe andare alle urne. Per Fayez Sayegh la scadenza elettorale dovrebbe essere rispettata, perche' rimandarla rischia solo di creare gravi tensioni. La duplice campagna statunitense contro la Siria, da un lato per un mai dimostrato sostegno alla resistenza irachena, dall'altro per la presenza in Libano, rischia di aumentare nei prossimi mesi con conseguenze che nessuno, nemmeno gli Stati Uniti possono controllare. Mentre il responsabile del quotidiano siriano Dar Al Baath Elias Mourad si dice fiducioso che gli interessi di Washington impongano agli Usa un atteggiamento responsabile in Iraq per salvaguardare l'unita' di quel Paese, che e' in pericolo, un altro grave incendio potrebbe divampare alle frontiere siriane, e nessuno quanto Damasco vuole evitarlo.

arabmonitor