Ho firmato l'appello dei 112
Arginare i deliri di onnipotenza
Claudio RisÉ
Mi appare una tragica tracotanza sottoporre la vita, nelle sue modalità riproduttive, a referendum. La vita è, e va onorata, non discussa - e manipolata - attraverso pronunciamenti come i referendum.
Nell'appello del Comitato «Scienza & vita» per la legge 40/2004 (ieri reso noto, e pubblicato nelle pagine interne), si dice che "il concepito, non avendo voce propria, ha bisogno della solidarietà sociale". È vero. Ma, nella mia esperienza di persona, di psicoterapeuta, e di studioso di scienze sociali, il silenzio del concepito è un aspetto - toccante - di quel fenomeno ancora più impegnativo che è il silenzio della vita. Anche la vita tace. Siamo noi che dobbiamo darle voce. La vita non ha giornali, non ha emittenti televisive, partiti, accademie. Non ispira mode. Non si piega a soddisfare qualsiasi desiderio. La vita è semplice (nella sua infinita complessità), ed antica. L'uomo può modificare le condizioni di esistenza, ma non può intervenire sui meccanismi elementari (e misteriosi) dell'essere, della vita, senza stravolgerla. Costantemente riscopro, nel mio lavoro, l'ammonimento di Simone Weil: «L'uomo possiede solo l'avere. L'essere dell'uomo è situato dietro il velario, dalla parte del soprannaturale». È lì, dietro il velario, che si trova l'essere, vale a dire la vita umana. E lì va lasciata, e devotamente onorata. Quell'essere, della vita, al pari del concepito, non parla, ma si esprime silenziosamente. È senza parola di fronte al frastuono del sistema di comunicazioni di massa, dove ogni voce viene zittita dalla più prepotente, e ogni lucidità è smarrita nel sistema degli effetti speciali. Per questo occorre sottrarlo a qualsiasi dispositivo vociante, come il referendum. Certo, oltre a modificare le condizioni di esistenza, l'uomo - grazie alla t ecnica - può ormai intervenire anche sulla vita. Fabbricandone un'altra, che non esprima più un essere "dietro il velario", ma svelato come ogni prodotto fabbricato, come ogni altra "cosa" fatta artificialmente dall'uomo. Questa fabbricazione, nel caso specifico, partirebbe da una vita vera, quella dell'embrione, da sopprimere, per poter proseguire in una vita "perfezionata", selezionata tecnicamente. Come aveva già pensato la genetica dei totalitarismi, nello sforzo di quei regimi di trasformare le comunità in "masse amorfe", e gli uomini in schiavi. Ecco, ho aderito all'appello sopra citato proprio per contrastare questa deriva culturale e morale.
Nella mia professione di psicoterapeuta ho visto infatti che la sostituzione con modi di vita fabbricati secondo modelli intellettuali o tecnici, delle emozioni naturali (affetti primari, spinte istintuali, credenze trascendenti), origina disagi psichici, e successivamente fisici. L'equilibrio psicologico dell'uomo dipende dal suo non discostarsi dalla legge di natura. Per questo penso che sopprimere la vita nelle sue forme più indifese, per poterla meglio manipolare, metta in atto una sequenza produttiva di malesseri oggi inimmaginabili.
Certo, rispettare la vita, nella sua essenza sorprendente e misteriosa, significa anche, per l'uomo - i suoi saperi e le sue tecniche - fare un'esperienza di limite. Ma chi lavora con, e su, la psiche umana, sa bene che l'impennarsi della follia si rivela proprio nello sviluppo delle fantasie di onnipotenza, col loro caratteristico stile arrogante e incontinente. Indifferente e ostile alla profondità e al senso del dolore umano, visto come anomalia da abolire. È questo diffuso delirio che mi sembra importante arginare.
Avvenire - 20 febbraio 2005




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