Un pamphlet rivendica il diritto all’esistenza di un sentimento a lungo condannato dalla società «post-sessantottina»
Corriere della Sera -pagina cultura


Il pudore torna di moda. In nome della libertà


Il problema non è la televisione volgare, la pubblicità spinta o la cartellonistica ai limiti della pornografia. Non è neanche la corsa impazzita della libertà sessuale, il fatale boomerang di una svagata permissività. Né la spiacevolezza della maleducazione quotidiana o una questione di buone maniere. La posta in gioco è un’altra: lo spazio di libertà dell’individuo, la garanzia dalle intrusioni e dalle manipolazioni dell’altro, la protezione non di pudenda e altre appetitose porzioni di fisiologia ma di una intimità e interiorità profonda del soggetto, senza la quale le relazioni interpersonali diventano invivibili. Così, nella rivendicazione del diritto al pudore fatta in un appassionato pamphlet ora pubblicato da Einaudi, un medico psichiatra e psicanalista francese, Monique Selz, disegna intorno a questa antica e sorpassata virtù uno scenario confuso, frainteso e pericoloso. Siamo avvertiti fin dalla copertina del libro che riporta una frase dell’autrice: «Viviamo in una dittatura della trasparenza. Irresponsabili e infantili, mostriamo e guardiamo tutto, senza interiorità. Al contrario, il sentimento del pudore, libero dalle ideologie, costruisce l’individuo e rende possibile la vita comune». Che tra le idee e le virtù di cui il Novecento, con brutalità politica nella prima metà o con veemenza ideologica nella seconda, si è ferocemente sbarazzato ci sia più di un lemma da ripescare, un termine o una qualità da riportare a galla non è una novità: nel caso del combattimento contro il pudore però la storia è più antica, oltreché tortuosa e controversa.
La dottoressa francese - forte di un’esperienza clinica di devastatati reduci dell’impudicizia contemporanea - con l’irruenza tipica del genere pamphlettistico mette molta carne al fuoco, carne corporea e mentale. Da un lato infatti c’è il corpo. Se nell’Ottocento, mentore eccellente Jean Jacques Rousseau, il pudore diventa appannaggio delle donne e fortezza della carne muliebre esposta e dunque dell’equilibrio della società, tale «specializzazione femminile del pudore» sarà l’elemento scatenante nel Novecento della lotta femminista, il naturale diritto a sbarazzarsene divenendo però in breve un micidiale pregiudizio ideologico: tutto dovrà essere «aperto» e disinibito, la sessualità, la coppia, l’educazione dei figli - tutto sarà poi rovinosamente a rischio.
Ma il tema del corpo non esaurisce la questione, anche se Monique Selz non manca di far notare che è proprio il pudore corporeo - la protezione dagli sguardi altrui di atti fisiologici, la dissimulazione della nudità - che distingue gli esseri umani e le loro società dal mondo animale e dalle sue comunità. L’elogio del pudore si rivolge, infatti, soprattutto alla mente impudica nostra contemporanea, la mente di una società, scrive la dottoressa francese, che è «post-coloniale, post-nazista e post-sessantottina».
Sorvoliamo il colonialismo e il nazismo, i cui rapporti col pudore degli altri sono stati abbondantemente smascherati: sono gli abbagli della rivoluzione del «proibito proibire» che non hanno finito, dice Selz, di alterare, alienare, minacciare la nostra vita. Soprattutto in un modo: «La scomparsa dello spazio della parola». Cioè: «Si guarda, si mostra, ma non si parla più».
Non si tratta di rimpiangere malinconicamente le convenzioni del buon tempo passato, il problema è che l’esibizione dei corpi e dei loro atti più privati ha questo come effetto: di abolire la mediazione del linguaggio e dunque le differenze e la necessaria distanza tra individui, sessi e generazioni. Gli effetti dell’impudicizia non compromettono però soltanto la vita privata, come cronache, inchieste, sondaggi dei nostri giorni non mancano di confermare. Il pamphlet francese s’inoltra nella sfera pubblica, ponendo interrogativi complessi ai quali è difficile dare una risposta definitiva, ma che le contingenze quotidiane ci impediscono di ignorare. Secondo l’autrice, la mancanza del pudore - il quale segna il limite tra me e il mio prossimo e tra l’individuale e il collettivo - inquina gli spazi della società e della vita comunitaria: sotto tiro ovviamente i mezzi di comunicazione di massa - che s’impicciano proditoriamente dei fatti altrui e ci danno altrettanto proditoriamente informazioni e immagini che non vogliamo né ascoltare né vedere - ma non solo.
Monique Selz è veemente nella sua requisitoria, ma non è senza coerenza che fa perno sul «proibito proibire» dei ribelli all’ordine borghese del ’68 per interrogare la tecnologia scientifica contemporanea, come fosse stato in atto un subdolo passaggio di consegne ideologiche. Sotto accusa non è la banale permissività ma una vera e propria crisi di civiltà - fino alle domande conclusive. C’è assistenza e protezione nelle pratiche che oggi si occupano del corpo e dell’essere umano e dei suoi diritti - che si tratti di cure ai malati terminali o di procreazione assistita - oppure una sorta di occulto razzismo, un impudico annullamento dell’altro in nome del suo bene impersonalmente stabilito? E a legare le insofferenze di ieri contro i vincoli del pudore e le invasive offerte di intervento di oggi c’è il filo della libertà, o quello dell’onnipotenza e del disprezzo dei limiti?


Il libro: Monique Selz, «Il pudore», Einaudi, pagine 139, 7