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    Predefinito Rif: L'enigmatica civiltà etrusca

    Con i Rasenna abbiamo una prima esplosione di esoterismo perfettamente italico e di cui i sapienti trarranno a piene mani a partire dalla rinascenza sino ai giorni nostri. E' assolutamente necessario studiare e capire gli Etruschi per chi si interessi di esoterismo,se pensiamo che nelle società occultistiche di fine ottocento una buona dose di magia tellurica etrusca,pur mischiata con altri elementi egizi e mesopotamici,ha dato il là ad una congerie di studi e sperimentazioni incredibili. Il mistero degli Etruschi ha tormentato le menti più fini e (sublimi) della letteratura moderna,pensiamo a Poe,Bradbury o Henry Miller a Parigi,occorre una nuova rinascenza.

  2. #12
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    Predefinito

    IL REGNO DEI MORTI TRA DEMONI E PAURE

    Non sempre i demoni hanno turbato il sonno eterno degli Etruschi. Per le fasi più antiche della civiltà, le testimonianze archeologiche attestano la persistenza di concezioni diffuse in tutto il Mediterraneo, secondo le quali l'anima del defunto continuava a vivere, là dove il corpo era stato deposto. Si avvertiva infatti la necessità di prolungare questa sopravvivenza, costruendo i sepolcri sul modello delle abirazioni, circondando il corpo con oggetti di uso quotidiano, riproducendo le fattezze del defunto, quasi a volere ricostruire l'integrità fisica distrutta dalla morte. Ma, a partire dal V secolo a.C., sotto l'influsso ellenico, questa concezione cominciò ad attenuarsi, per lasciare successivamente posto all'idea della trasmigrazione dell'anima nel regno dei morti, in un aldilà triste e tetro.

    Quando, verso il III secolo, il tramonto della loro civiltà apparve inarrestabile, un senso di angoscia si impadronì degli Etruschi e le tombe si riempirono di terribili figure demoniache: creature dalla carne bluastra, serpenti, demoni traghettatori, mostri che ghermivano le loro prede.



    Tomba dei demoni azzurri, Tarquinia



    Il regno dei defunti era terrificante: là si dimorava senza speranza tra demoni mostruosi. Quando una persona moriva, la sua anima iniziava il faticoso cammino verso il nuovo mondo, sorvegliato all'ingresso dalla terribile figura di Tuchulcha, mostro con orecchie d'asino, muso di avvoltoio e serpenti per capelli.



    Tuchulcha - Tomba dell'Orco, Tarquinia



    Giunto alla porta, il defunto veniva ricevuto da due gruppi di demoni: il primo guidato da Charun che, armato di pesante martello, aveva il compito di condurlo nell'aldilà, l'altro condotto da Vanth, dea dalle grandi ali che, con una torcia, illuminava il camino nell'oltretomba.



    Vanth e Charun - Tomba degli Anina, Tarquinia


    Il defunto procedeva di solito a piedi verso la dimora infernale, altre volte a cavallo, ma il suo viaggio era sempre terrificante, circondato com'è da minacciosi dei infernali. Un destino inevitabile, a cui nessuno poteva sottrarsi. Non mancava comunque la possibilità di migliorare la condizione delle anime attraverso speciali riti di salvazione (contenuti nei "Libri acheruntici"). Riti particolari, con sacrifici cruenti a divinità infere compiuti presso le tombe, che avrebbero potuto trasformare le anime dei defunti in divinità di rango inferiore, le "anime divine". Prescrizioni relative a tali cerimonie sono contenute nel testo inciso sulla "tegola di Capua".

  3. #13
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    Predefinito I misteri degli Etruschi

    I MISTERI DEGLI ETRUSCHI


    Immagine dal sito http://www.nuovaacropoli-cultura.it/

    Gli Etruschi, chiamati Tusci o Etrusci dai Romani e Tirreni o Tyrseni dal Greci, sono ancor oggi circondati da un alone di mistero incentrato su due principali problemi. Il primo è quello della loro origine, il secondo è quello della lingua.

    La questione delle origini, per Erodoio (V secolo a.C.), era più che pacifica: gli Etruschi provenivano dalla Lidia, in Asia Minore, da dove, sotto il regno di Ati, figlio di Mani, molti partirono per salvarsi da una terribile carestia e, guidati dallo stesso figlio di Ati, Tirreno, approdarono nella terra degli Umbri, cambiando il nome da Lidi in Tirreni. "Nei loro poemi" ha scritto Raymond Bloch in 'Gli Etruschi', Il Saggiatore, 1959, Virgilio, Ovidio, Orazio chiamarono spesso gli Etruschi, Lidi. Secondo Tacito, sotto l'Impero romano ... i Lidi si consideravano ancora fratelli degli Etruschi. Seneca prende, come esempio di migrazione di un intero popolo, quella degli Etruschi, e scrive: 'Tuscos Asia sibi vindicat', cioè "l'Asia rivendica a sé la paternità degli Etruschi".

    Un altro greco, storico e filosofo, Dionisio di Alicarnasso, vissuto a Roma sotto Augusto (negli anni 30-8 a.C.) contraddisse l'ipotesi dei Tirreni emigrati dalla Lidia. Rilevata la diversità di lingua e di religione fra Tirreni e Lidi, Dionisio così sentenziò: "Mi sembra, quindi, che coloro che asseriscono che gli Etruschi non sono un popolo immigrato da terre straniere, bensì una razza indigena, hanno ragione; e ciò mi pare derivi dal fatto che essi sono un popolo antichissimo che non assomiglia ad alcun altro sia per quanto concerne la lingua che per i costumi".

    La questione dopo duemila anni è tutt'altro che risolta e fra le diatribe degli storici contemporanei si va facendo strada una terza ipotesi mediana alle altre due: "La civiltà etrusca, come noi la conosciamo" ha scritto Annette Rathje in 'Gli Etruschí, 700 anni di storia e di cultura', Edizioni Daga Print, Roma, 1987 "si sviluppò senza dubbio sul territorio italiano, come incontro di un'antica tradizione italica con più elevate culture (Oriente e Grecia). La domanda 'da dove vengano gli Etruschi' diventa una falsa questione".

    La lingua etrusca è divenuta, o meglio è ridiventata, leggibile in epoca recente (ma si era conservata fino al V secolo della nostra era) dopo gli strenui sforzi compiuti dai glottologi sulle circa 10.000 iscrizioni trovate in Toscana oltre a quelle, abbastanza lunghe della ''tegola di Capua", del "cippo di Perugia" e delle bende di lino di una mummia greco-romana trovata ad Alessandria e ora conservata nel Museo di Zagabria. Quest'ultimo reperto, in particolare, contiene circa 1.500 parole, ma poiché si tratta di formule rituali relative a un calendario sacro enumerante cerimonie religiose, solo 500 parole differiscono le une dalle altre. In sostanza, l'etrusco è grosso modo incomprensibile nel significato delle frasi, anche se è ormai noto il senso di un discreto numero di parole e nonostante che studiosi e dilettanti sfornino di continuo ipotesi e "chiavi" interpretative puntualmente rivelatesi inadatte. Archeologi e linguisti si lamentano della mancanza, per la lingua etrusca, dell'equivalente della "lapide di Rosetta" che consentì a Champollion l'interpretazione dei geroglifici egizi. Nell'attesa, quindi, che si trovi una iscrizione bilingue o trilingue sufficientemente lunga da soddisfare tutti i dubbi morfologici e sintattici dell'etrusco, non resta che accantonare il problema, forse anch'esso falso, dato che la lingua è soltanto uno dei mezzi espressivi di un popolo.

    Agricoltori nonché agrimensori e poi urbanisti, metallurghi e quindi temibili guerrieri con le loro armi di bronzo e poi in ferro, artisti ma anche mercanti, navigatori, pirati e colonizzatori, gli Etruschi hanno parlato sia con i fatti storici di cui sono stati protagonisti in tutto il bacino del Mediterraneo dal IX al I secolo a.C., sia con le mirabili testimonianze della loro arte, sia con l'eredità culturale, religiosa e morale che hanno travasato quasi per intero nella civiltà di Roma, contribuendo a strutturarla fin dalle sue origini.

    A guardare, però, le gesta storiche degli Etruschi, le loro testimonianze artistiche e urbanistiche e i loro "lasciti" ai Romani, c'è il rischio di incappare in altri falsi problemi e di non "vedere" tutta insieme la realtà profonda di questo popolo che presenta tante affinità con le culture dell'Asia Minore, di Babilonia, della Grecia, ma anche con quelle maltese (se non altro con quella di Tarxien della decadenza e con l'ipogeo di Hal Saflieni), fenicia e punica. Eppure mantiene una sua originalità basandosi su una religione rivelata che informa di sé, in modo totale quanto angoscioso, la vita pubblica, familiare e individuale.

    Per capire gli Etruschi, come per altri popoli, occorre domandarsi quale fosse la loro cosmogonia, la loro teogonia e quindi quali fossero le applicazioni analogiche, pratiche, rituali e profane, pubbliche e private (se mai una privatezza possa esistere in un ambito fortemente impegnato della onnicomprensività di un legame fatale tra gli uomini e gli dei).

    Secondo Raymond Bloch, gli Etruschi mostrano aspetti singolari e chiaramente differenziati rispetto al Greci e ai Romani. Il loro atteggiamento di fronte alla divinità e al destino "è più inquieto - ha scritto -se non addirittura angoscioso e il loro stesso modo di vivere sembra improntato alla ricerca di presagi che prefigurino un avvenire sul quale è pressoché impossibile esercitare una qualche influenza". Tutto nella vita del singolo, della città e del popolo etrusco sembra, per Bloch come per altri storici, "obbedire a una sorta di predeterminazione, che non può produrre se non una forma di pessimismo diffuso". In questa frase, tuttavia vanno rilevate due astrazioni, due figure retoriche e strutturali tipiche del pensiero moderno occidentale, ma incomprensibili, fors'anche inconcepibili, tre millenni or sono.

    La predeterminazione, per il pensiero dei popoli coevi a quello etrusco, poteva essere intuita, intravista come ritmo e ordine mai compiutamente intelligibili di un mondo fortemente unitario in tutte le molteplici manifestazioni dal divino, all'umano, al naturale. Il concetto poi di pessimismo (o di ottimismo) diffuso, non poteva altro che essere un effetto, un segnale non certo una causa comportamentale, indicante la rispondenza e l'accordo dell'anima collettiva a quel ritmo, a quell'ordine.

    "Diversamente dai Greci e dai Latini, ma analogamente a parecchie popolazioni orientali, gli Etruschi - è sempre Bloch a scriverlo - concepiscono la natura come subordinata a un fine universale: i fenomeni che si offrono vengono concepiti come prodotti dalla volontà divina per rendere l'uomo consapevole dei propri doveri e del proprio destino futuro. Tutto si riduce, dunque, alla mantica, che appare appunto la scienza universale".

    Anche nelle valenze e nelle pieghe di questo concetto si può celare qualche trappola. L'indovino etrusco, difatti, sia che fosse àugure (specializzato nell'interpretazione del volo degli uccelli), aruspice (letttore delle viscere e del fegato degli animali sacrificati), esperto in brontoscopia (tuoni), cultore dei librifulgurales (sul fulmini) o semplice astrologo non si limitava all'osservazione e alla divinazione degli ostenta (prodigi), ma provvedeva all'espiazione, al ripristino dell'ordine violato, alla facilitazione del presunto volere degli dei o alla deviazione, al ritardo della sciagura prevista in arrivo. Di più, come gli sciamani, gli indovini etruschi sconfinavano nella magia in quanto è stato tramandato che sapessero provocare certi prodigi ed erano sacerdoti, nel senso etimologico del termine, in quanto depositari dei rituales.

    Anche nelle valenze e nelle pieghe di questo concetto si può celare qualche trappola. L'indovino etrusco, difatti, sia che fosse àugure (specializzato nell'interpretazione del volo degli uccelli), aruspice (letttore delle viscere e del fegato degli animali sacrificati), esperto in brontoscopia (tuoni), cultore dei librifulgurales (sul fulmini) o semplice astrologo non si limitava all'osservazione e alla divinazione degli ostenta (prodigi), ma provvedeva all'espiazione, al ripristino dell'ordine violato, alla facilitazione del presunto volere degli dei o alla deviazione, al ritardo della sciagura prevista in arrivo. Di più, come gli sciamani, gli indovini etruschi sconfinavano nella magia in quanto è stato tramandato che sapessero provocare certi prodigi ed erano sacerdoti, nel senso etimologico del termine, in quanto depositari dei rituales.

    Padroni, evidentemente nell'epoca più arcaica, del sapere che abbracciava la vita e la morte, le scienze e le arti, la religiosità e la guida della cosa pubblica, i sacerdoti etruschi seppero far sbocciare nella società della nascente età del ferro, fra il 900 e il 720 a.C. della rozza cultura villanoviana, una civiltà stupenda che trasformò i piccoli villaggi imperniati su famiglie autonome, in città-stato possenti e ricche che prefigurano il sogno imperiale di Roma.

    Come mito delle proprie origini, o meglio delle origini della loro fioritura, gli Etruschi ci hanno tramandato la leggenda di Tagete, figlio di Genio e nipote di Giove, piccolo come un bambino, dai capelli argentei e dalla saggezza di un vegliardo, scaturito da una zolla di terra toccata dall'aratro di un contadino, che insegna all'intera Etruria tutta la disciplina che abbracciava il sapere, umano e ispirato al divino, più avanzato. Un'altra figura, muliebre stavolta, profetessa, ninfa o sibilla, denominata Vegola o Begoe, completa l'insegnamento di Tagete con l'ars fuIguratoria e con l'agrimensura, rivelatasi di basilare importanza per gli Etruschi prima e per i Romani più tardi.

    Questi miti non possono attenere soltanto al dominio (fin troppo recintato di alti steccati) della storia delle religioni bensì possono per lo meno essere usati come strumenti per la comprensione della storia e della cultura di un popolo, siano esse sacre o profane. Non è infatti privo di significati pratici per il glottologo lo schema del "fegato di Piacenza" (bozzetto in bronzo di un fegato di pecora trovato in quella città nel 1877) con le sue 40 caselle contenenti ciascuna il nome di un dio, con le sue delimitazioni spaziali e con le sue 16 caselle del bordo che sono chiaramente di derivazione astronomica e astrologica. Questo stesso schema è analogo a quello di reperti affini babilonesi ed è ancor oggi presente nella pianta della città di Roma. Né dovrebbe essere priva di significati pratici la lunga litania di formule scritte sulle bende della mummia di Zagabria, solo che si cercasse di compenetrasi nella visione del mondo tipica degli Etruschi.

    Questa visione comportava un misterioso consiglio di Dei superiores et involuti, a cui era sottoposta la triade di divinità principali: Tinia (Giove), Uni (Giunone) e Metirva (Minerva). I templi dedicati a questa triade dovevano essere collocati nelle città in excellentissimo loco nei tre punti cardinali principali (Est, Sud e Ovest, il Nord essendo cieco come sede inaccessibile degli dei) o in un unico punto (come nell'Acropoli greca) e in un solo tempio a tre celle (come in quello di Giove sul Campidoglio, a Roma, o come quello di Apollo, a Veio).

    Al di sotto della triade principale, vi sono altre triadi di divinità più o meno simili a quelle dell'Olimpo greco-romano: Aplu (Apollo), Artumes (Artemide), Turms (Mercurio), Nethuns (Nettuno), Maris (Marte), Turan (Venere) ecc., raggruppate a 12, come i segni dello Zodiaco, a 7, come i Pianeti, a 16 come le zone del cielo.

    Da queste concezioni religiose oltre che dall'applicazione nel tessuto urbano delle regole sacrali dell'agrimensura nacque la prescrizione dei Libri rituales etruschi sulla disposizione a scacchiera della pianta delle città con un ben determinato orientamento stabilito dagli àuguri.

    Dei templi etruschi, con le strutture portanti in legno, le mura in argilla cotta al sole, le tegole del tetto e gli ornamenti del frontone e del crinale in terracotta, non è rimasto granché data la deperibilità dei materiali impiegati.

    Del santuario di Volthumna, in una imprecisata località della zona del Lago di Bolsena, dove ogni anno si riuniva l'intera Etruria, è rimasto appena il ricordo del nome. (Che anche questo santuario, come avveniva davanti al tempio di Tarxien, a Malta, venisse eretto con tronchi di alberi considerati fausti?)

    E rimasta invece, cospicua, la testimonianza di ciò che era stato progettato per l'eternità immobile, a volte serena e a volte (spesso nel periodo della decadenza) cupa. Il destino ultramondano ha rappresentato una delle principali preoccupazioni degli Etruschi ed è grazie a questa angoscia, stemperata o accesa secondo le varie epoche, che si conosce quasi tutto di loro. "Glietruschi - ha scritto ancora Annette Rathie - tennero in gran conto i loro morti. Come gli Egizi, credevano che i defunti continuassero a vivere nella tomba. Perciò seppellivano i morti insieme ai loro oggetti personali e facevano molto per proteggerli", sia - è il caso di aggiungere mediante opportuni rituali sia mediante statue di "guardiani".

    Nel periodo delle origini, con una consuetudine tipicamente orientale, si bruciavano le spoglie e se ne mettevano le ceneri in urne dette canopi.

    A partire dall'VIII secolo a.C. i morti vengono seppelliti in fosse scavate nel tufo. Dal VII secolo vengono costruite intere camere funerarle ricoperte di terra "a tumulo". Nascono poi intere necropoli che si trovano sulle alture, nelle vicinanze delle città e lungo le strade principali, e in esse sono stati trovati, spesso saccheggiati, i più importanti tesori dell'arte etrusca: sarcofaghi, armi, monili, suppellettili, vasellame, statue, rilievi, iscrizioni e affreschi. Questi ultimi, soprattutto raffigurano nel periodo arcaico una visione del mondo, sia pure d'oltretomba, serena e agiata, ovviamente per le classi dominanti.

    Dopo il 474 a.C., tuttavia, quando stavano per volgere a compimento i secula che il Fato aveva concesso agli Etruschi, e dopo che si erano manifestati adeguati prodigi e moniti divini (in pratica dopo la pesante sconfitta di Cuma che spodestò i Tirreni dal predominio sul mari) l'atmosfera delle tombe diventa cupa e via via terrificante. Alta (Ade) e Phersipnai (Persefone) si trasformano in esseri spaventosi che, insieme con un Caronte livido e ghignante, accompagnano le anime in un viaggio, in cui altre figure repellenti e minacciose non lasciano presagire nulla di buono. Come se anche le anime dei singoli non fossero che brandelli di un'anima collettiva giunta a compimento dei suo ciclo... prima che un altro ciclo fiorisse e fruttificasse in altra forma.

    (tratto da "Hiram", n. 9-settembre 1987, pag. 266-Ed. Soc. Erasmo)

    I misteri degli Etruschi | Arcanae
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 11-09-16 alle 02:07
    "Sarebbe anche simpatico, se non fosse nazista!" (Malandrina) :gluglu:


    "Al di là dell'approvazione o disapprovazione altrui!" :gluglu:

  4. #14
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    Predefinito Rif: I misteri degli Etruschi

    L'OMBRA DEI RASNA - Il mistero degli Etruschi

    di Dino Vitagliano


    Immagine dal sito http://www.homolaicus.com/

    Una gloriosa migrazione venuta da lontano approda sui lidi italici e da sempre sfugge alle ricerche più approfondite. Dov’era la loro patria? Perché scomparvero senza lasciar traccia? Un’analisi degli aspetti misterici e controversi degli Etruschi.

    L’articolo non avrebbe la sua forma attuale senza il contributo prezioso e determinante di Romano Manganelli, da sempre appassionato cultore della civiltà etrusca, che con profonda umiltà mi ha permesso di comprendere i miei sbagli e rafforzare la validità delle mie ricerche. (n.d.A)


    L’ombra dei Rasna

    Gli Etruschi sono il popolo più enigmatico ed affascinante che appartiene all’Italia, territorio principe della loro influenza. Secondo il ricercatore Mario Gattoni Celli, le notizie storiche su di loro non coprono più di cinque o sei pagine di libro. Nulla di più esatto.

    I testi scolastici sorvolano rapidamente sulla potente monarchia etrusca sviluppatasi per molte generazioni, formata da sette re che gli alunni ripetono in successione come una filastrocca, dopo i quali si giunge immediatamente alla nascita della repubblica romana. I saggi degli studiosi, dal canto loro, aggiungono soltanto che gli Etruschi erano autoctoni della nostra penisola che parlavano una lingua indecifrabile e raggiunsero livelli eccelsi nelle arti, nella politica e nell’architettura, evitando di sottolineare le conquiste umane e spirituali donate all’impero romano. Negli ultimi anni, dopo attente riflessioni, si è fatto in strada in chi scrive il sospetto, divenuto pian piano certezza, che un fitto velo di silenzio sia calato sulla stirpe etrusca, per nascondere segreti di vitale importanza. Gli Etruschi non sono mai morti e ci hanno donato un tesoro inestimabile che narra una storia, la nostra, iniziata molto tempo fa.


    Discesero dai Giganti

    I ricercatori più audaci pongono l’origine degli Etruschi in Lydia, a oriente di Smirne, citando Erodoto che scrive ne Le Storie, I, 94: "Raccontano i Lidi che sotto il re Atys, figlio di Manes, vi fu in Lydia una grande carestia; per un po’ la popolazione vi tenne fronte, ma poi, visto che non cessava, … il re divise il popolo in due parti… A capo dei designati a rimanere pose se stesso; degli altri designati a partire, il proprio figlio Tirreno. Gli esuli scesero a Smirne, costruirono delle navi…e salparono alla ricerca di una nuova terra…, finché dopo aver costeggiato molti paesi, giunsero presso gli Umbri dove fondarono città che tuttora abitano…"

    Manes, analogo al primo faraone egizio Menes, è il leggendario monarca Manu, nome collettivo che incarna la guida delle sette razze–madri con le corrispettive sottorazze. Il Manu aveva condotto moltissime migrazioni in epoche antidiluviane dalla primordiale Isola Bianca nel Mar del Gobi, la mitica Thule, territorio tropicale lussureggiante che estendeva i suoi confini al Polo Nord, sino alla formazione dei continenti di Mu e Atlantide. Gli Etruschi chiamavano se stessi Rasna, dalla radice ra, analoga al Ramu, re–sacerdote di Mu, Rama in India e al Ra egizio, personificazione dell'energia solare, cuore vitale del Cosmo. Simboli la svastica ed il globo alato delle tavolette di Mu, effigiate rispettivamente sui muri di Sovana, a Grosseto, e nella Tomba dei Rilievi di Caere. Le vie commerciali degli Etruschi erano le Tule che giungevano sino in Himalaya, e il cui eco ritroviamo nel toponimo Caput–tolium, capo delle Tule, il Campidoglio. Roma, infatti, sorge sul Tevere che incarna la Via Lattea e ha sette colli come gli astri dell'Orsa Maggiore, vicina alla stella polare citata nel Rg-Veda indù, asse del cielo che pulsa a Thule.

    Antenati degli Etruschi sono i Toltechi, terza sottorazza principe della stirpe atlantidea, come apprendiamo dall’opera di Arthur Powell, Il Sistema solare. Di colore rosso–bruno, avevano un’altezza prodigiosa e primeggiavano nell’arte edilizia con templi ciclopici, strade lastricate e ponti. Crearono un impero splendente durato diversi millenni, quando un cataclisma si abbattè su Atlantide e i Toltechi si spinsero nelle Americhe, fondando la civiltà incaica, mentre i suoi eredi edificarono nel IX sec d.C. Tula in Messico, con i loro enormi "atlanti". Il gene tolteco si ritrova intatto nella sesta sottorazza akkadiana, propria degli Etruschi, che presentano legami inestricabili anche con gli Egizi, i Maya e gli Indiani del Nordamerica, altri discendenti dei Toltechi.


    Un colore regale

    Gli affreschi nella Tomba del Triclinio, a Tarquinia, ritraggono uomini rossi, mentre la Tomba degli Auguri presenta personaggi di rango elevato del medesimo colore che si stagliano sopra individui comuni. Un altro ancora tiene fra le mani un uovo, segno della creazione eterna. I re etruschi, durante le cerimonie rituali, si tingevano di rosso con il minio, e rosso sarà il colore preferito dall’imperatore Nerone. Il rosso, ammettono gli studiosi, ha carattere sacro, senza spiegarne però il motivo. Simboleggia gli ancestrali predecessori e rimanda al culto del pianeta Marte, incarnato dalla Sfinge leonina interamente rossa, a Giza, e dal giaguaro della piramide di Chichén Itzà. Il felino sacro ricompare di nuovo a Tarquinia, nella Tomba dei Leopardi e in quella delle Leonesse, in realtà giaguari. I pellerossa del Nordamerica, infine, come gli Etruschi conservano sepolcri a forma di tumulo e venerano i simboli dell’uovo e del serpente.


    Parlavano sanscrito

    Ma chi erano in verità gli Etruschi? La lingua ne penetra il mistero? L'imperatore Claudio, affascinato dal loro mondo, scrisse i Tirrenika in venti volumi, spariti nel nulla. Stessa sorte subirono gli Annuali Etruschi custoditi nel Tabularium Capitolinum, che narravano la vera origine dei Romani, i Libri Etruschi e i Tusci libelli, conservandosi soltanto qualche frammento negli autori latini. Strano, dato che gli scolari romani andavano a studiare l’etrusco nella prestigiosa Caere. La lingua dei Rasna, afferma il filologo Bernardini Marzolla, svela un’antica discendenza dal primo idioma del pianeta: il sanscrito. Il testo più completo è inciso sulle bende di una mummia scoperta in Egitto due secoli fa, ora al Museo di Zagabria. Le strisce di tela, quattordici metri, compongono il "Libro della Mummia", aggiungendosi alle oltre dodicimila iscrizioni rinvenute.


    Adepti della Grande Madre

    Intorno al 1.000 a.C., gli abitanti della Lydia dimorarono nell’isola di Lemno con capitale Efestìa, nel Mar Egeo, disseminata di necropoli e santuari alla vergine nera Cibele, invocata come madre dell’Indo. Le fanciulle raticavano la sacra teogamia in collegi particolari, che ricordano quelli delle Mamacones inca e delle Vestali romane. La società etrusca era di tipo matriarcale, come Atlantide, con le donne che presenziavano ai sacri culti e godevano di un peso influente nelle decisioni più importanti. Prova ne è la tomba Regolini–Galassi, scoperta nel 1836 a Caere, che ospitava la principessa Larthia, con indosso un fibula intessuta di minuscole sfere granulate. Rivelatrice, poi, la storia di Lucumone, figlio di un nobile corinzio, che insieme alla moglie Tanaquilla giunge a Roma da Tarquinia nel VII sec. a.C. Alle porte di Roma, un aquila afferra il cappello di Lucumone per poi restituirglielo. Un presagio sacro, simile al mito azteco, e alla fondazione della metropoli di Cajamarquilla in Perù, dove un condor avrebbe incoronato il suo fondatore. Tanaquilla è un nome incaico, dato che quilla significa luna, suggerendo che la donna appartenesse ad un antico culto lunare. In etrusco, lo stesso nome è Thanakhvil, dove than è l’aspetto femminile del dio Tin e akhvil è ancella, in quechua aclla, indicante cioè "le ancelle degli dèi", un ordine sacro.


    Gli avamposti megalitici

    Lucumone entrerà a Roma mutando il suo nome in Tarchunies Rumach, Lucio Tarquinio Prisco, e diverrà re nel 607 a.C. dopo la morte di re Anco Marzio (strana assonanza con il termine egizio Ank–hor). Sarà lui a drenare l’acqua che alimenterà il Tevere dai colli attorno a Roma, a creare il Foro Boario, il Tempio di Vesta e il Circo Massimo, luogo di culto. Suo è anche il magnifico tempio di Tinia–Giove sul Campidoglio. Roma, territorio di povere palafitte, entrerà a far parte delle dodici città sacre che coprivano l’intera Etruria, mentre un numero analogo di metropoli interessò la Campania. Nell’erezione di un sito, i geomanti etruschi tracciavano due linee ad angolo retto in direzione nord–sud, il cardo maximus, e il decumanus maximus con andamento est–ovest, ponendo nel punto d’intersezione la pietra omphalos, ritrovata spesso intatta dai moderni mezzi di rilevamento.

    Le metropoli etrusche annoverano Cortona, Arezzo, Fiesole, Tarquinia, Vulci e Populonia. Il monumentale complesso urbano di Caere, con una necropoli che copre 360 ettari, era anticamente il porto più potente del Mediterraneo, insieme ad Hatria, e da innumerevoli altri sulla costa Tirrenica. Uno dei più antichi insediamenti è Vetulonia, che superava Atene con oltre centomila abitanti. Le sue pietre megalitiche un tempo si stagliavano sulla collina–tumulo, ugualmente a Ollantaytambo sulle Ande. Sulla ciclopica Cosa, vicino Orbetello, vigila una Sfinge di pietra e il contiguo monte di Ansedonia è scolpito con animali mitologici analoghi a Marcahuasi. Indistinguibili, poi, la cinta muraria di Volterra lunga 8 km e quella di Pisaq in Perù, come pure i blocchi poligonali di Alatri e Amelia, pesanti centinaia di tonnellate, e Sacsayhuaman, sovrastante Cuzco. Le profonde affinità degli Etruschi con gli Inca trovano autorevole conferma in Zecharia Sitchin, da noi interpellato, il quale ha risposto affermativamente circa la nostra intuizione di un simile legame con la lontana America.

    Colpisce, poi, l’omofonia di Chianciano (probabilmente consolidatosi da un etrusco Clanikiane) e Chan Chan, capitale del Gran Chimù peruviano, le quali conservano anche identiche urne funerarie antropomorfe risalenti al VII sec. a.C. A Poggio Murlo, Siena, è stata rinvenuta anche una statuina con barba posticcia di un "antenato", munita di uno strano sombrero simile al copricapo del Guerriero di Capestrano. Infine abbiamo Veio, patria dell’artista Velca, che scolpì la magnifica statua di Apollo, divinità la cui l’effige sul Palatino sarà alta 15 metri. La stirpe degli Amhara o Aymarà, che abitarono l’antic Ameria (Amelia) con il nome di Amr, adoravano Apu Illu, Signore dei fulmini, sul Monte Soracte in Bolivia, mentre i Romani costruirono sul Monte Soracte, cantato da Orazio nelle sue Odi, un santuario ad Apollo.


    Le invisibili arterie di Porsenna

    L’opera più imponente è il Mausoleo di re Porsenna a Chiusi, tratteggiato da Varrone e Plinio nei loro libri. La struttura sembra un tempio buddhista con ben quindici piramidi di altezza indescrivibile e una sfera di bronzo al centro, che emetteva particolari frequenze. I suoi pinnacoli antenne rivolte al cielo per incanalare l’energia cosmica. Costituiva il centro oracolare madre in Italia, legato con quelli di Delfi, Dodona, Tebe, Heliopolis e Metsamor, in Asia Minore. Sotto il vicino Poggio Gaiella si diparte una fitta rete di gallerie sotterranee inesplorate che formano il labirinto di Porsenna, cuore cerimoniale connesso con le dodici città–stato e le metropoli gemelle al di là dell’oceano. Anche le catacombe sotto San Pietro, una volta templi etruschi, erano parte di questo disegno.

    Funzione iniziatica avevano i cunicoli ad U, come quello lunghissimo ed inquietante di S.Valentino e altri a Pitigliano, Sorano e Sovana, un’area archeologica di notevole interesse, costellata delle famose "tagliate". Queste enormi strade nel tufo, che paiono scavate con il laser, si ergono vertiginose nelle vicinanze di necropoli, templi, luoghi sacri, e spesso vicine le une alle altre. Sorte al ritmo del flauto, con cui gli Etruschi scandivano ogni attività, richiamano alla mente il musico greco Anfione, il quale edifica Tebe "alla musica delle sua lira", presumibile scienza sonica antidiluviana. Se l’enorme traforo sotto Castel Gandolfo, più di 1 km, è un’opera di ingegneria idraulica, lo scopo delle "tagliate" non è ancora chiaro. Alla luce delle attuali cognizioni, rappresentano allineamenti astronomici o tellurici di rilevante importanza, istoriate da glifi cosmici. Il tufo, infatti è un materiale radioattivo, rinvenuto anche a Cuzco e sulla piana di Nazca.


    Guardiani della vita

    L’illustre linguista Georges Dumézil, in appendice alla sua opera La religione romana arcaica (Rizzoli, 2001), dichiara in toni concisi che i Romani mutuarono da un "passato indoeuropeo" un solido sostrato rituale, che "l’apporto etrusco" modificò lievemente. Una contraddizione in termini. Per amore di chiarezza, facciamo notare che gli Etruschi sono l’elemento indoeuropeo, e i Romani si limitarono ad adottare le loro elevatissime concezioni, come in precedenza i Greci, poi totalmente stravolte.

    Gli Etruschi erano un popolo pacifico, costretto ad impugnare le armi soltanto a causa delle vessazioni di Roma. Avevano una visione animista, in cui l’Universo tutto pulsa di vita e ogni organismo è connesso. Da qui l’amore per la Terra, i boschi, le fonti, le montagne e il cielo, sinfonia sublime dell’Energia Prima, che nel corpo umano esprime la sua sacralità attraverso le funzioni sessuali. Il loro pantheon è formato da numerosi personaggi ed esseri ausiliari, esprimenti i molteplici aspetti di una lontana dottrina esoterica, invisibile ai profani. Similmente agli gnostici, ritenevano, infatti, l’uomo al centro delle forze luminose ed oscure, in grado di stabilire da solo quale via intraprendere per tornare in alto.


    Il linguaggio della Natura

    Le rivelazioni uraniche si ritrovano nei Libri acherontici, sulle dimensioni nascoste, rituales, fatales, e i Libri haruspicini riguardanti l’epatoscopia, o esame del fegato, per gli Etruschi un piccolo cosmo in movimento. Una scienza definita dai Romani "etrusca disciplina". I volumi provenivano dal sapiente fanciullo Tages, spuntato da una zolla di terra, informazione che ci ricollega al regno sotterraneo di Agarthi. La Madreterra donò agli Etruschi la geometria sacra e il suono primordiale, con il quale ammaliavano gli animali. Notevole l’incisione del mandala esoterico "fiore della vita" a sei petali, di matrice indiana, trovato sulla stele del guerriero Avele Feluske, a Vetulonia. La disposizione reticolare dei massi negli edifici replica la struttura biologica della cellula, facendo sì che l’intera costruzione prenda vita e "comunichi" determinate frequenze, particolarmente attive presso i corsi d’acqua. L’elemento liquido aveva una funzione purificatrice, ancor oggi apprezzata nei centri termali di Saturnia e Petriolo. Numa Pompilio, che le tradizioni descrivono come monarca pacifico e illuminato, era in contatto con la ninfa Egeria, che abitava una sorgente nel bosco sacro vicino al fiume Almene. L'acqua sorgiva magnetizza i raggi cosmici, come gli infrarossi, rigenerando la terra e le forme di vita. Nell'uomo potenzia la memoria ancestrale e inonda l'ipotalamo di energia planetaria.


    Il bagliore di Zeus

    Numa compose dodici libri di "scienze naturali" che nascose in un’arca nel suo sepolcro, trovato poi vuoto, e introdusse il calendario solare di 365 giorni e ¼. Padroneggiava il "fuoco di Zeus", l'elettricità, e i suoi templi possedevano parafulmini all’entrata. Il suo successore, Tullo Ostilio, morì invece incenerito dalle scosse fulminanti. Il segreto di Numa passò a Porsenna, che nel VI sec.a.C. polverizzò Bolsena, invocando una folgore celeste, e sconfisse con una scarica elettrica un essere feroce dal nome profetico: Volt.

    Lo studio dei tuoni e dei fulmini era codificato nei Libri fulgurales, con le istruzioni per evocare, dominare e guidare le folgori. Riti complessi seguivano alla caduta di un fulmine in un determinato luogo, che veniva immediatamente recintato per precauzione e dichiarato sacro, per la presenza nel terreno di ferro meteorico dei bolidi stellari, vitale agli Etruschi. I fulguratores, provvisti di cera nelle orecchie, allontanavano le vibrazioni residue modulando una parola sacra. Alle Sorgenti della Nova, un’antica metropoli guarda da una scalinata il Monte Becco, santuario etrusco, dove ancor oggi avvengono strani fenomeni magnetici. Anche Costantino, sacerdote del Sol Invictus, consultava segretamente gli aruspici etruschi, disposti a lanciare folgori sui Goti di Alarico nel 410 d.C., sotto papa Innocenzo. I fulgurales erano una parte dei Libri Vegoici, dono della ninfa Vecu al tempio di Apollo, in cui possiamo ravvisare i famosi Libri Sibillini, portati all’imperatore Augusto da una donna misteriosa e distrutti dai cristiani nel 400 d.C.


    Gli iniziati sonici

    Numa istituì il collegio dei lucumoni, formato da 60 sommi sacerdoti abbigliati con la veste di porpora, la catena d’oro, il tutulo conico sul capo che funge da ricettore celeste. In mano il lituo, lo scettro ricurvo sormontato da un’aquila, che emetteva onde sonore. I lucumoni erano medici–sciamani che viaggiavano nei mondi astrali acquisendo prodigiose conoscenze utili alla guida della comunità, come avviene nella culture siberiane ed uralo–altaiche. Fra gli Inca assumevano il nome di astronomi Tarpuntaes. Sempre a Numa dobbiamo la creazione di un altro enigmatico collegio, quello dei Flamines Dialis, custodi del soffio terrestre, che nascondono nel nome l’energia fiammeggiante della kundalini, alla base della spina dorsale. Costretti da severissime norme, dormivano in grotte sacre sopra un piccolo pertugio nel terreno. Il loro abbigliamento consisteva in una "camicia" dalle ignote funzioni e una sorta di stetoscopio con un filo di lana che captava l’afflato tellurico, vestimento che nell’insieme lascia intravedere perdute operazioni geotecniche di vulcanologia.


    La stirpe del silenzio

    Centro iniziatico e cuore della vita etrusca è il Fanum Voltumnae, nella fitta selva del Lamone intorno al Lago di Bolsena, che estendeva i suoi confini sino a Tarquinia, formando un luogo sacro al confine tra cielo e Terra. Qui, nel sacro Tempio, i lucumoni delle dodici città sacre si riunivano ogni anno per eleggere un nuovo sacerdote e celebrare la cerimonia misterica della Paska, in cui si spezzava il pane e si beveva il vino, mentre i partecipanti ricevevano una melagrana, la rigenerazione. I Rasna erano a conoscenza che il loro compito sulla Terra volgeva al termine, come gli Incas che lessero nelle stelle uguale ammonimento. Dieci "saecula" durava la civiltà gloriosa che avevano creato, e nulla, nemmeno il più potente dei lucumoni, era in grado di opporsi. Scomparvero all’alba di un nuovo Sole, stirpe coraggiosa che in silenzio aveva plasmato il tempo.


    Bibliografia

    Aziz, Philipphe La civiltà etrusca - Libritalia, 1996
    Celli, Mario Gattoni Gli Etruschi dalla Russia all'America - Carabba, 1968
    Churchward, James Mu: il continente perduto - Armenia, 1999
    Collins, Andrew Il sepolcro degli ultimi dèi - Sperling & Kupfer, 1999
    Compassi, Valentino Dizionario dell'universo sconosciuto - SugarCo, 1989
    Drake, Walter Raymond Quando gli dèi camminavano sulla Terra - Casa Editrice Meb, 1982
    Feo, Giovanni Misteri etruschi - Stampa Alternativa, 2000
    Gatti, Enzo Gli Etruschi - Edizioni Frama Sud - 2 voll.,1979
    Hancock, Graham Lo Specchio del Cielo - Corbaccio, 1998
    Kolosimo, Peter Italia mistero cosmico - SugarCo, 1987
    Marzolla, Piero Bernardini L'etrusco - Una lingua ritrovata - Mondadori, 1984
    Moreau, Marcel La civiltà delle stelle - Corrado Tedeschi Editore, 1975
    Pallottino, Massinmo a cura di Gli Etruschi - Bompiani, 1992
    Pincherle, Mario Come esplose la civiltà - Filelfo, 1977
    Powell, Arthur Il Sistema Solare - Edizioni Alaya, 1993
    Quattrocchi, Angelo Miti, riti, magie e misteri degli Etruschi - Vallardi, 1992

    ACAM~CIVILTA' ENIGMATICHE~Il mistero degli ETRUSCHI
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    Predefinito Rif: I misteri degli Etruschi

    Etruschi: le origini etrusche


    Immagine dal sito http://www.mondodelgusto.it/

    Le origini

    Il fondatore della questione etrusca è Dionisio D’Alicarnasso, storico greco di età augustea, che dedica cinque capitoli (26 -30) del primo libro delle sue Antichità romane all’esame di questo argomento, confutando – con i mezzi critici a sua disposizione – le teorie che identificavano gli Etruschi con i Pelasgi o i Lidi e dichiarandosi favorevole all’ipotesi che fossero un popolo «non venuto di fuori ma autoctono», il cui nome indigeno sarebbe stato Rasenna. Scrive lo storico: Dopo che i pelasgi ebbero lasciato la regione, le loro città furono occupate dai popoli che vivevano nelle immediate vicinanze, ma principalmente dai tirreni, che si impadronirono della maggior parte di esse, e delle migliori.Sono convinto che i pelasgi fossero un popolo diverso dai tirreni.
    E non credo nemmeno che i tirreni fossero coloni lidii, poiché non parlano la lingua dei primi..Perciò sono probabilmente più vicini al vero coloro che affermano che la nazione etrusca non proviene da nessun luogo, ma che è invece originaria del paese.(Dionisio di Alicarnasso (Antichità Romane) I sec. a.C.).

    Prima di lui le opinioni sulle origini etrusche non avevano avuto, a quanto sembra, carattere di meditata discussione; ma, come la maggior parte delle notizie antiche sulle origini di popoli e città del mondo greco ed italico, erano ai confini tra la storia e il mito, giovandosi al più – nel senso di una giustificazione critica – di accostamenti etimologici ed onomastici.
    Come le origini di Roma e dei Latini erano riportate ai Troiani attraverso le migrazioni di Enea, così per i Tirreni, cioè per gli Etruschi, si era parlato di una provenienza orientale, dalla Lidia in Asia Minore, attraverso una migrazione transmarina, guidata da Tirreno figlio di Ati re di Lidia, nel territorio italico degli Umbri (racconto di Erodoto, l, 94) o di una loro identificazione con il misterioso popolo nomade dei Pelasgi (Ellanico di Lesbo in Dionisio, I, 28), ovvero anche di una immigrazione di Tirreno con i Pelasgi che avevano già colonizzato le isole egee di Lemno e di Imbro (Anticlide in Strabone, V, 2, 4); si aggiungano minori varianti o rielaborazioni di questi racconti su cui non vale la pena di soffermarci.
    Scrive Erotodo: Sotto il regno di Atis, figlio di Manes, tutta la Lidia sarebbe stata afflitta da una grave carestia. Per diciotto anni vissero in questo modo. Ma il male, lungi dal cessare, si aggravava sempre più. Allora il re divise il suo popolo in due gruppi: quello estratto a sorte sarebbe rimasto, l’altro avrebbe cercato fortuna altrove.
    Alla testa dei partenti pose suo figlio, chiamato Tirreno. Dopo aver costeggiato molte coste e aver visitato molti popoli giunsero nel paese degli umbri e vi costruirono varie città in cui tuttora abitano. Ma mutarono il nome di lidii in un altro, tratto dal figlio del re che li aveva guidati: prendendo il suo stesso nome si chiamarono tirreni. (Erodoto (Storie I, 94) V sec. a .C.).

    L’origine lidia degli Etruschi entrò senza difficoltà tra i luoghi comuni della letteratura classica: Virgilio dice indifferentemente Lidi per Etruschi. Ne mancava, a detta dello stesso Dionisio d’ Alicarnasso, chi sospettasse una loro origine indigena d’Italia. Ma soltanto Dionisio raccolse le diverse opinioni, le discusse e cercò di dimostrare la propria – cioè quella dell’autoctonia – sulla base dell’estrema antichità del popolo etrusco e del suo isolamento culturale e linguistico tra le varie genti a lui note.
    In epoca moderna il problema è stato ripreso dapprima soltanto sulla base dei testi classici, più tardi anche con il concorso dei dati archeologici e linguistici. La prima fase della discussione fu condotta, tra l’inizio del XVIII e la prima metà del XIX secolo, da N. Freret , B.G. Niebuhr e K.O. Moller, i quali, richiamandosi alla posizione «critica» di Dionisio d’ Alicarnasso, si pronunciarono, sia pure con diversa accentuazione, contro la tradizione erodotea della provenienza degli Etruschi dall’Asia Minore (si arrivò perfino ad accostare il nome Rasenna con quello dei Raeti delle Alpi).
    Di fatto noi riconosciamo l’esistenza di una civiltà etrusca -etnicamente definita dalle iscrizioni in lingua etrusca che cominciano ad apparire nel VII secolo a.C. e durano fino al principio dell’età imperiale romana – diffusa nell’Etruria propria (Lazio settentrionale e Toscana), in Campania e nella parte orientale della valle del Po. La fase più antica di questa civiltà storica (e sicuramente etrusca), caratterizzata da un intenso afflusso di elementi orientali e detta perciò orientalezzante, si riattacca immediatamente alla cultura del ferro villanoviana.
    Dal punto di vista del rito funebre si osserva in Etruria un predominio esclusivo dell’inumazione di età preistorica (con le culture eneolitica e del bronzo); poi l’apparire della incinerazione con i sepolcreti «protovillanoviani» ed una sua netta prevalenza nel villanoviano più antico; un riaffermarsi dell’inumazione nell’Etruria meridionale e marittima durante il villanoviano evoluto e l’orientalizzante; infine un uso promiscuo dei due riti – con prevalenza dell’inumazione nel sud, dell’incinerazione nel nord – per tutta la successiva durata della civiltà etrusca.
    Giova ricordare che anche in Roma repubblicana i due riti funebri erano paralleli e legati a tradizioni familiari (ma alla forte prevalenza dell’incinerazione sul finire della repubblica e nel primo secolo dell’Impero succederà il generalizzarsi dell’inumazione a partire dal II secolo d.C., senza che ciò corrisponda a trasformazioni di carattere etnico).
    Sulla base dei dati offerti dalle tradizioni letterarie, dai confronti linguistici e dall’interpretazione dei fatti archeologici sono state formulate, dall’ultimo secolo, varie teorie relative alle origini del popolo etrusco. Esse possono tuttavia riportarsi sostanzialmente a tre sistemi, di cui uno riprende e sviluppa la tesi tradizionale antica della provenienza degli Etruschi dall’oriente, l’altro continua la scuola di Niebuhr e del Moller nel senso di una provenienza da settentrione, il terzo infine -più recente – tenta di aderire in modo meno generico all’opinione di Dionisio d’Alicarnasso sull’autoctonia degli Etruschi, ricercando le loro origini etniche nel substrato antichissimo delle popolazioni preistoriche d’Italia, anteriori alla diffusione delle lingue indoeuropee. Di queste tre tesi la più nota ed universalmente accettata è quella dell’origine orientale.
    Essa è stata particolarmente cara agli archeologi, italiani e stranieri, che in densa schiera hanno dedicato i loro appassionati studi alle antichità dell’Italia protostorica. Ad essi apparve soprattutto perspicua la coincidenza tra le notizie delle fonti e il fenomeno culturale orientalizzante, manifestatosi a partire dalle coste tirreniche tra l’VIII e il VI secolo a.C., come un improvviso avvento di progresso esotico in contrasto con le forme apparentemente arretrate della precedente cultura villanoviana; si sottolineò anche il capovolgimento del rito funebre dall’incinerazione all’inumazione. Edoardo Brizio (nel 1885) fu il primo ad impostare scientificamente questa tesi, identificando gli invasori etruschi con i portatori della civiltà orientalizzante (poi ellenizzante) in Toscana e in Emilia, e identificando gli Umbri della tradizione erodotea – intesi come ltalici indoeuropei – nei preesistenti incineratori villanoviani.
    Dopo di lui sono stati tenaci assertori dello stesso punto di vista, tra gli altri, A. Piganiol, R. Bloch. La tesi orientale ha trovato e trova larghissimo credito non soltanto fra gli etruscologi, ma anche in generale fra i classicisti e studiosi delle civiltà antiche non strettamente specializzati negli studi etruscologici, attratti dall’autorità della tradizione, dalla facile spiegazione di alcune caratteristiche «orientali» della civiltà etrusca, dalle notevoli concordanze onomastiche tra l’etrusco e le lingue dell’ Asia Minore (rilevate da O. Herbigs) e dall’ancor più evidente rapporto linguistico dell’etrusco con l’idioma preellenico di Lemno. Tuttavia non sono mancate varianti ed attenuazioni della classica impostazione del Brizio, specialmente in conseguenza di una più approfondita considerazione delle fonti antiche e dei dati archeologici: così vi fu chi suppose un arrivo degli Etruschi dal mare, ma attraverso l’Adriatico e non il Tirreno, sulla scia della tradizione dei Pelasgi (E. Pottier); chi immaginò un’invasione in più ondate, a partire dal 1000 a.C..
    Ancora più di recente, l’origine stessa delle culture del ferro dette «tirreno-arcaiche» sia con inumazione sia con cremazione (praticamente il villanoviano) è stata attribuita ad un’ondata egea, entro la quale si collocherebbe l’avvento degli antenati degli Etruschi storici da Lemno e da Imbro; o addirittura si è fatta risalire l’immigrazione dei Tirreno- Pelasgi in Italia alla tarda età del bronzo. Queste connessioni preistoriche e protostoriche con l’oriente sarebbero confermate dalla più volte proposta identificazione dei Tyrsenoi con i Trs. nominati dai geroglifici egiziani: vale a dire con uno dei «popoli del mare» che tentarono l’invasione dell’Egitto sotto i faraoni Merneptah e Ramses III (tra il 1230 e il 1170 a.C.).
    Infine, di fronte all’affermarsi del concetto di una formazione storica degli Etruschi da più elementi (come si dirà più avanti), l’apporto orientale è stato ultimamente riproposto in forma più cauta e limitata, come un fattore di sollecitazione dovuto all’avvento di nuclei di navigatori asiatici od egei, simili ai Normanni del medioevo, ma pur sempre determinante in quanto esso avrebbe imposto la lingua etrusca in Italia. Su questa linea di ipotesi si muovono le idee di H. Hencken circa successive penetrazioni all’inizio del villanoviano e dell’orientalizzante, come l’attuale tendenza a collocare le connessioni orientali in età più remota, cioè nella fase micenea o immediatamente postmicenea secondo la tesi del Berard. La teoria dell’origine da settentrione ebbe però il suo principale fondamento critico nelle scoperte e nelle ipotesi archeologiche del secolo scorso, con particolare riguardo alla ricostruzione pigoriniana, che già conosciamo, sulla discesa degli incineratori delle terremare verso l’Italia peninsulare. Tra questi sarebbero stati non soltanto gli Italici, ma anche gli Etruschi, tanto più che diversi linguisti ritenevano che l’etrusco fosse una lingua indoeuropea e italica. La teoria settentrionale sedusse alcuni archeologi – che però passarono poi alla tesi della provenienza orientale – ma fu soprattutto sostenuta da studiosi di storia antica. Tuttavia, dovendosi riconoscere una profonda differenza etnica e linguistica fra Etruschi ed Italici, O. De Sanctis giunse a rovesciare la teoria pigoriniana identificando gli Etruschi con i crematori discesi dal nord e gl’Italici con le genti eneolitiche già stanziate nella penisola. L. Pareti ha voluto riconoscere una più antica ondata indoeuropea (quella dei «Protolatini») negli eneolitici; un’ondata indoeuropea più recente (quella degli Italici orientali) nei crematori «proto- villanoviani»; e infine il nucleo etnico del popolo etrusco nei possessori della cultura villanoviana, derivata dalle terremare e dalle palafitte dell’Italia settentrionale. Alla teoria della provenienza settentrionale si ricollega, in sede linguistica, la ipotesi di P. Kretschmer sulla pertinenza degli Etruschi ad un gruppo etnico-linguistico «retotirrenico» o «reto-pelasgico» disceso dall’area balcanico-danubiana verso la Grecia e verso l’Italia.

    La terza tesi, o dell’autoctonia fu quindi elaborata nel campo archeologico da U. Antonielli, ma soprattutto sviluppata dalla scuola dei linguisti italiani tra cui O. Devoto, il quale ultimo ne dette una formulazione organica già nella prima edizione del suo libro Gli antichi ltalici (1931).
    Considerati i legami intercorrenti tra l’etrusco e le lingue preindoeuropee del Mediterraneo, il popolo etrusco non sarebbe giunto in Italia dopo gli Indoeuropei, ma rappresenterebbe invece un relitto delle più antiche popolazioni preindoeuropee, una specie di «isola» etnica, così come i Baschi dell’area dei Pirenei rappresentano tuttora l’avanzo di primitive popolazioni ispaniche rispetto alle attuali nazioni neolatine che li circondano.
    La toponomastica sembra dimostrare infatti, come abbiamo visto nel precedente capitolo, l’esistenza nella penisola di uno strato linguistico più antico dei dialetti italici e piuttosto affine all’etrusco stesso e agli idiomi dell’ Egeo pre ellenico e dell’ Asia Minore. Gli Etruschi sarebbero un concentrarsi verso occidente – sotto la spinta degli invasori ltalici – di elementi etnici appartenenti a questo strato: naturalmente con notevoli commistioni ed influssi linguistici indoeuropei.
    Dal punto di vista archeologico, cioè culturale, lo strato etnico più antico sarebbe da riconoscere negli inumatori di età neoeneolitica e dell’età del bronzo ai quali si sarebbero sovrapposti gli Italici o Protoitalici incineratori (rappresentati in Etruria dalla cultura villanoviana), dando luogo alla nazione etrusca storica come un riaffermarsi degli elementi originari della stirpe sotto gl’impulsi culturali provenienti dall’ oriente. Questa tesi, sia pure con formulazione diversa nei particolari, fu cara anche a paletnologi «occidentalisti».


    Analisi della teoria della provenienza orientale

    Le teorie sin qui esposte tentano di spiegare ciascuna a suo modo i dati della tradizione, delle ricerche linguistiche, delle scoperte archeologiche, per ricostruire lo svolgersi degli eventi che hanno portato all’insediamento e allo sviluppo del popolo etrusco.
    Si tratta in realtà di ingegnose combinazioni dei diversi elementi conosciuti; ma esse soddisfano soltanto una parte delle esigenze che derivano da una piena valutazione critica di tali elementi.
    Ciascuno dei tre sistemi e delle loro varianti lascia qualcosa di inesplicato, urta contro fatti assodati: senza tuttavia che questo torni a vantaggio delle altre ricostruzioni. Se ciò non fosse, la discussione sarebbe stata da lungo tempo superata con un accordo di massima tra gli studiosi, e la polemica tradizionale non sarebbe giunta ad un punto morto.
    Consideriamo in primo luogo criticamente la tesi orientale. Essa riposa sopra una presunta concordanza tra dati della tradizione – per quanto essi convergono sulla provenienza degli Etruschi dall’oriente egeo-anatolico, siano stati essi Lidi o Pelasgi o abitanti di Lemno – e dati archeologici, cioè la constatazione di una fase culturale orientalizzante nell’Italia centrale.
    Si aggiungano sul piano linguistico, come già detto, la forti somiglianze tra l’etrusco e il lemnio, nonchè le supposte connessioni dell’etrusco con idiomi dell’Asia Minore e perfino del Caucaso. Ma innanzi tutto quale è il valore effettivo di ciascuno di questi elementi posti a confronto, preso isolatamente? Sulle tradizioni relative a migrazioni e a parentele etniche derivate dai poeti e dai logografi greci la critica moderna è generalmente scettica o almeno estremamente prudente.
    Ciò vale in primo luogo per i Pelasgi, popolo leggendario che i Greci ritenevano originario della Tessaglia ed emigrato in età eroica per via di mare in varie regioni dell’Egeo e perfino dell’ltalia, sulla base di concordanze formali tra nomi di località tessale e località esistenti nei paesi che si ritennero meta delle loro migrazioni.
    Così furono dette pelasgiche tutte le zone nelle quali appariva il nome di città Laris(s)a (dalla Larissa di Tessaglia) e cioè l’Attica, l’Argolide, l’Acaia, Creta, Lesbo, la Troade, l’Eolide, l’Italia meridionale. Lo stesso si dica per i nomi affini a quello della città di Gyrton nella Tessaglia, come Gortyna in Macedonia, in Arcadia e in Creta, Kyrton in Beozia, Crotone nell’ltalia meridionale, Cortona in Etruria.
    Va però tenuto presente che in età storica si consideravano di origine pelasgica popolazioni non greche effettivamente esistenti al margine del mondo greco, quasi avanzi di quella antica emigrazione, come gli abitatori delle isole di Lemno e di 1mbro e dell’Ellesponto nell’Egeo settentrionale; e ciò fu immaginato probabilmente – in direzione opposta, cioè in occidente – anche per gli Etruschi fin dai primi contatti dei navigatori greci con l’Etruria, dato che proprio alcuni centri etruschi costieri più aperti ad una intensa frequentazione ellenica e perciò meglio conosciuti, come Caere (detta dai Greci Agylla, con i porti di Alsio, Pyrgi, ecc.) e sull’Adriatico Spina, si consideravano originarie fondazioni dei Pelasgi.
    È senza dubbio a questo filone di tradizioni che s’ispira l’ipotesi erudita di un’identificazione dei Tirreni d’ltalia, cioè degli Etruschi, con i Pelasgi, attribuita da Dionisio d’Alicarnasso allo storico Ellanico, del tutto indipendente dalla versione di Erodoto sull’origine lidia e palesemente contrastante con le opinioni degli autori antichi posterodotei che parlano sì di un’occupazione pelasgica dell’Etruria, ma anteriore e comunque distinta da quella dei Tirreni.
    Quanto al famoso racconto di Erodoto sull’immigrazione dei Tirreni dalla Lidia (o meglio dei Lidi chiamati poi Tirreni dal loro eponimo Tirreno), prescindendo dalla fortuna che esso ebbe nell’antichità, difficilmente sfuggiremmo oggi – dopo le argomentazioni critiche del Pareti – all’impressione che si tratti, così come è formulato, di un’invenzione dei logografi ionici nella fase di più stretti rapporti commerciali e culturali del mondo greco-orientale con l’Etruria e di probabili presenze di navigatori etruschi nell’Egeo, di cui si dirà più avanti, cioè essenzialmente nel VI secolo.
    È possibile che questa storia abbia avuto spunti ispiratori concreti, oltreche in talune apparenti somiglianze tra l’Etruria e il mondo anatolico, anche in accostamenti onomastici con la città lidia di Tyrrha o con il popolo dei Torebi e nella stessa esistenza di Tirreni nell’Egeo, ricordati dagli scrittori greci a partire dal V secolo, ma spesso confusi con i Pelasgi ( cosicchè non è neppure esclusa l’ipotesi che si tratti di un nome diffuso secondariamente in sede di erudizione etnografica come conseguenza dell’identificazione dei Pelasgi con i Tirreni d’Italia, i quali sarebbero dunque i soli Tirreni conosciuti dalla tradizione greca più antica).
    Ancora ai Pelasgi ci riporta la notizia di Anticlide che, per quanto tarda e contaminata favolisticamente con la versione di Erodoto, presenta un’interessante precisazione geografica in quanto parla di un’immigrazione dalla sfera nord-egea delle isole di Lemno e Imbro conosciuta storicamente dai Greci come «pelasgica» (e alla quale richiamano i rapporti linguistici fra etrusco e lemnio).
    In conclusione i dati delle fonti letterarie classiche, leggendari e contraddittorii, non offrono alcuna prova a favore di una provenienza del «popolo etrusco» dall’oriente; tuttavia non escludono possibili echi di singole più o meno remote connessioni del mondo etrusco con l’area egea.
    Passando a considerare l’aspetto archeologico del problema, va notato subito che il fenomeno del manifestarsi della civiltà orientalizzante in Etruria non è tale da giustificare l’ipotesi di un popolo straniero che approdi recando le sue strutture e le sue forme di vita, come invece è evidentissimo in Sicilia e nell’Italia meridionale all’arrivo dei coloni greci.
    Durante la fase del villanoviano evoluto cominciano ad avvenire trasformazioni notevoli che preludono allo splendore della successiva fase orientalizzante: si diffonde il rito funebre dell’inumazione, appaiono le prime tombe a camera, l’uso del ferro si generalizza, aumentala frequenza degli oggetti di bronzo decorato e dei metalli preziosi (oro, argento), e nello stesso tempo s’incontrano sempre più numerosi oggetti e motivi d’importazione straniera (scarabei e amuleti di tipo egizio, ceramica dipinta d’imitazione greca).
    II passaggio alla civiltà orientalizzante non è dunque radicale ed istantaneo. Molti degli aspetti di questa civiltà, come le stesse grandi tombe architettoniche o di imitazione architettonica, la ceramica d’impasto e di bucchero, arredi, gioielli, ecc., rientrano in pieno nello sviluppo della cultura indigena, sia pure sollecitata da influenze esterne, orientali e greche, e soprattutto eccitata dal rigoglio economico. Singoli oggetti importati e motivi provengono dall’Egitto, dalla Siria, da Cipro, da Rodi e in genere dalla Grecia; altri hanno la loro patria d’origine anche più lontano, in Mesopotamia o in Armenia (Urartu).
    Caratteristico è il genere di decorazione che mescola motivi egiziani, mesopotamici, siriaci, egeo-asianici, talvolta in composizioni ibride, o sviluppa i repertori di fregi con animali reali e fantastici, presenti negli oggetti di lusso di origine fenicio-cipriota, ma rielaborati e diffusi in parte notevole dai Greci stessi soprattutto nel corso del VII secolo a .C..
    In sostanza l’impressione che si prova di fronte alle tombe etrusche orientalizzanti e ai loro sontuosi corredi è che l’ossatura, le forme essenziali della civiltà affondino le loro radici nelle tradizioni locali; mentre lo spirito e le caratteristiche degli elementi decorativi, esterni, acquisiti, si riportino alla «moda» orientale.
    E quando appunto si voglia prescindere da questo carattere composito – indigeno ed esotico – della civiltà orientalizzante di Etruria’ e ci si voglia limitare all’esame dei soli elementi importati; allora appare chiaro che essi non sono presenti soltanto in Etruria, ma appaiono più o meno con gli stessi aspetti in altri paesi mediterranei nello stesso periodo, a cominciare dalla Grecia stessa, là dove certo non si suppone un’immigrazione asianica.
    Allo stile orientalizzante succederà in Etruria un preponderante influsso di elementi culturali ed artistici propriamente greci, dapprima peloponnesiaci e ionici e poi attici, nel corso del VI e del V secolo a.C.
    Ad essi è dovuta una ben più decisiva trasformazione della vecchia cultura indigena in nuove forme di vita, anche nel campo più intimo della religione e delle costumanze: basti pensare alle divinità e ai miti ellenici penetrati in Etruria.
    Nessuno naturalmente oserebbe immaginare l’assurdo storico di una colonizzazione etnica greca dell’Etruria nel VI secolo (anche se abbiamo prove convincenti dell’esistenza di nuclei di commercianti greci nei porti etruschi). Non si comprende dunque la necessità di attribuire la civiltà orientalizzante ad un’invasione di stranieri, piuttosto che a un rinnovamento di civiltà. Anche per quel che concerne il rito funebre non esiste alcun brusco trapasso dalla cremazione del villanoviano all’inumazione dell’orientalizzante.
    Già il villanoviano più antico dell’Etruria meridionale mostra tombe a fossa commiste con tombe a pozzo di cremati. L’affermazione dell’inumazione è progressiva nella fase del villanoviano evoluto. Questo processo è del resto comune nel corso dell’VIII secolo non soltanto in Etruria, ma anche nel Lazio, dove non si suppone nessuna immigrazione.
    Inoltre esso appare limitato all’Etruria del sud, perche l’Etruria interna (per esempio Chiusi) non abbandonerà il costume dell’incinerazione prevalente ne durante l’orientalizzante ne per tutta la successiva durata della civiltà etrusca. Nella stessa Etruria meridionale si avrà una parziale ripresa della cremazione nel VI secolo. Un’incidenza di fatti etnici è inimmaginabile, se si intende come sostituzione di un popolo ad un altro.
    Riconsideriamo ora questi diversi elementi nei loro reciproci rapporti geografici ecronologici per verificare se sia sostenibile la tesi orientalistica nella sua formulazione tradizionale e più diffusa – tuttora sostenuta da alcuni studiosi e ripetuta in sede di pubblicazioni non specialistiche – dell’arrivo degli Etruschi in Italia come portatori della civiltà orientalizzante.
    Ma quale civiltà orientalizzante? Noi sappiamo benissimo che le importazioni orientali e più generalmente il formarsi del gusto orientalizzante in Etruria tra la fine dell’VIII e il principio del VI secolo ci riconducono a centri di produzione e d’ispirazione estremamente diversi e dispersi del Vicino Oriente e del Mediterraneo orientale, con una prevalenza, se mai, dell’area siro-cipriota, e poi greco-orientale. È dunque piuttosto alla navigazione fenicia e greca, interessante con analoghi risultati anche altri territori del bacino mediterraneo, che sarà da attribuire l’apporto culturale orientalizzante.
    Questo quadro appare chiaramente inconciliabile con l’idea della immigrazione o della colonizzazione di un popolo straniero che rechi con se il proprio bagaglio di civiltà partendo da un punto ben definito del mondo orientale, cioè, stando alle fonti, dalla Lidia o dall’Egeo settentrionale: tanto più che proprio per questi territori manca ogni specifica analogia culturale con l’Etruria in corrispondenza dell’età alla quale si è voluta riferire l’immigrazione etrusca.
    Le scoperte di Lemno, delle località costiere della Ionia e dell’Eolide asiatiche, di Sardi, dell’interno dell’ Anatolia non hanno offerto finora alcun elemento, se non piuttosto generico (per esempio tumuli, tombe a camera, facciate rupestri, ecc.), di concordanza con i monumenti e con la civiltà dell’Etruria per quel periodo che in Asia Minore è denominato «frigio» (IX- VII secolo) ed a Lemno, impropriamente, «tirrenico» (meglio dobbiamo dire «pelasgico», sulla base della tradizione storica più antica ed autorevole).
    La ceramica geometrica frigia, quella lidia e la caratteristica ceramica arcaica di Lemno non hanno assolutamente alcun rapporto con la produzione vascolare indigena e greco-geometrica d’Italia. Qualche vaso di tipo lidio si diffonde in occidente soltanto nel VI secolo, insieme con tanti altri tipi greco-orientali.
    Così anche la ceramica grigia asiatica è esportata dai coloni di Focea nel Mediterraneo occidentale, ma è rara in Italia, dove non sembra aver alcun rapporto con l’origine del bucchero etrusco. La fibula asianica, presente con estrema dovizia in tutta l’Anatolia, ha una caratteristica forma con arco semicircolare rigido e ingrossamenti a perle o in forma di elettrocalamita; sembrerebbe impossibile che essa non avesse dovuto accompagnare le migrazioni di un popolo asianico.
    Ma è un fatto che essa non ha avuto diffusione verso occidente neanche per via commerciale: finora nell’Italia centrale se ne è trovato un solo esemplare sui Colli Albani, e altri due provengono dalla necropoli di Pitecusa, cioè in ogni caso fuori del territorio dell’Etruria!
    La recente scoperta di una tomba reale a Gordion, capitale della Frigia, con grandi lebeti di bronzo con figure applicate simili a quelle delle tombe orientalizzanti dell’Etruria edi Palestrina, offre un’altra testimonianza della larga diffusione dell’arte bronzistica dell’Urartu sulle vie della Grecia e dell’Italia, ma non è una prova di un rapporto diretto tra la Frigia e l’Etruria.
    Viceversa le connessioni dei centri occidentali dell’Asia Minore con l’Italia sono sempre più intense ed immediate nel VI secolo, a causa delle navigazioni ioniche verso occidente e forse anche di presenze etrusche nell’Egeo, culminando con le preponderanti influenze greco-orientali sull’arte dell’Etruria arcaica. Ma questo fenomeno non ha ovviamente nulla a che vedere con la questione delle origini.
    L’identificazione della civiltà orientalizzante con la supposta immigrazione etrusca secondo le fonti antiche appare insostenibile anche per elementari ragioni di carattere cronologico e storico. L’inizio della civiltà orientalizzante etrusca non è anteriore alla fine dell’VIII secolo, cioè ad un momento in cui i coloni greci erano già più o meno saldamente stanziati sulle coste della Sicilia e dell’Italia meridionale.
    Il racconto di Erodoto sull’immigrazione dalla Lidia non può essere invece arbitrariamente distratto dal suo sistema cronologico, che riporta i fatti al regno di Ati sulla Lidia: cioè, secondo la cronologia tradizionale, poco dopo la guerra di Troia, tra il XIII e il XII secolo a.C. Lo stesso discorso vale anche per le migrazioni pelasgiche. Un avvenimento così notevole agli albori dei tempi storici – ed in parallelismo e in concorrenza con la colonizzazione greca – non sarebbe sfuggito ad altre fonti storiche e soprattutto non sarebbe stato trasfigurato, come in Erodoto, in un episodio leggendario di mezzo millennio più antico.
    Si consideri anzi che una fonte così autorevole come lo storico greco Eforo (in Strabone, VI, 2, 2), parlando della fondazione di Nasso, la più antica colonia calcidese della Sicilia, nell’VIII secolo, afferma che prima di allora i Greci non si avventuravano nei mari occidentali per timore dei Tirreni: ammette cioè implicitamente un’antica presenza e potenza degli Etruschi in Italia prima dell’inizio della colonizzazione greca storica.
    Proprio se si vuol dare giusto valore ai dati della tradizione quali possibili echi di una lontana realtà storica occorrerà ricollocarli nel loro proprio contesto cronologico che è quello dell’ età eroica, cioè riportarli in ogni caso ad avvenimenti corrispondenti alla tarda età del bronzo, che è quanto dire alle fasi tardo-micenee e postmicenee degli ultimi secoli del II millennio a.C.: si tratterebbe in ultima analisi di accogliere l’impostazione critica del Berard, la sola metodologicamente accettabile.
    Ma anche volendo supporre che i racconti di fonte classica contengano qualche reminiscenza di presenze e di apporti orientali sulle coste tirreniche nella tarda età del bronzo, dovremmo comunque sfrondarne le coloriture più ingenue e semplicistiche troppo palesemente ispirate ai modelli delle colonizzazioni storiche, e respingere l’idea di trasferimenti di popolazioni in massa.
    Dovremmo anche, più sottilmente, distinguere l’impostazione aneddoticamente caratterizzata, e perciò fittizia, del racconto di Erodoto sulla provenienza dei Tirreni dalla Lidia – oltre tutto basata sull’ambiguità del concetto e del nome di Tirreni – dai più vaghi ma più diffusi, e presumibilmente più antichi, richiami alle navigazioni dei Pelasgi.
    In questo senso potrebbe anche ammettersi una certa corrispondenza fra dati della tradizione e dati linguistici, sia nella prospettiva geografica ( pelasgità di Lemno, provenienza degli Etruschi da Lemno secondo Anticlide, affinità fra illemnio e l’etrusco), sia nella prospettiva cronologica (antichità del rapporto così nel quadro delle tradizioni come nell’evidenza linguistica).
    Manca invece una qualsiasi spia archeologica, anche se la possibilità che navigazioni egee abbiano raggiunto il Tirreno nel tardo bronzo ci è suggerita da più o meno sporadici trovamenti di ceramica di tipo miceneo, come già sappiamo.


    Analisi della teoria della provenienza settentrionale e dell’autoctonia

    Passiamo ora all’esame delle tesi «occidentalistiche», a cominciare da quella della provenienza degli Etruschi da settentrione. Il vecchio raffronto tra il nome dei Rasenna e quello dei Reti è puerile: le iscrizioni rinvenute nel Trentino e nell’ Alto Adige sono assai tarde (posteriori al V secolo a.C.) e, se anche mostrano antichissimi legami o recenti rapporti con l’etrusco, nulla provano ai fini di una supposta originaria immigrazione degli Etruschi, come popolo già formato, dalla regione alpina.
    Dal punto di vista archeologico la critica già fatta ai punti di vista del Pigorini e dello Helbig in firma sostanzialmente l’ipotesi di una discesa di popoli dal settentrione dell’ltalia verso il centro della penisola.
    L’etruschicità della pianura padana è una ben definita conquista dal sud, come dicono anche le fonti storiche: in questo si può andare d’accordo con il Brizio e con il Ducati, pur facendo ogni riserva sulla cronologia ed escludendo che gli abitatori di Bologna villanoviana siano da identificare con quegli Umbri italici la cui apparizione sul versante orientale dell’Appennino è ancora più recente.
    La linguistica ha ormai da tempo superato la vecchia concezione delle affinità genetiche tra etrusco e lingueitaliche: cosicche anche da questo punto di vista la tesi pigoriniana di, una discesa unica di Etruschi edi ltalici ha perduto ogni consistenza. Di qui la teoria del De Sanctis tendente a riconoscere gli Etruschi nei crematori e gl’ltalici negli inumatori del vecchio ceppo eneolitico (meglio noi diremmo ora, nelle genti di tradizione appenninica).
    Sul piano di una grossolana identificazione dei fatti archeologici con quelli etnico-linguistici queste equazioni sarebbero le sole idonee a spiegare la già constatata corrispondenza delle aree dell’inumazione e della cremazione rispettivamente con le aree indoeuropea e non indoeuropea d’ltalia. Ma è evidente, specialmente oggi alla luce delle più recenti scoperte, che non si può parlare in blocco di «crematori» come rappresentanti di un’unica e precostituita realtà etnico-linguistica; che il villanoviano non è una cultura introdotta già formata da qualche area esterna a quella del suo sviluppo, ne presenta forme più antiche a nord dell’ Appennino, ma anzi ha i suoi precedenti immediati piuttosto nel «protovillanoviano» peninsulare, e tra l’altro proprio nell’Etruria tirrenica (dai Monti della Tolfa al Grossetano); che fasi arcaiche di culture di crematori affini al « protovillanoviano», come il «protolaziale» e il «protoveneto», appaiono all’inizio delle culture del ferro del Lazio e del Veneto, spettanti a popoli storici di lingua indoeuropea ma di origine diversa, cioè rispettivamente ai Latini e ai Veneti. Con ciò cade anche – o si riduce nella sfera delle congetture indimostrabili – l’opinione del Pareti che i « protovillanoviani» rappresentino originariamente una sola stirpe, quella degli ltalici orientali (ipotesi tanto più inverosimile in quanto in età storica gl’Italici orientali sono principalmente inumatori), e che una successiva ipotetica ondata di «villanoviani» rappresenti la discesa degli Etruschi. Si tratta, come si vede, di giuochi di pazienza senza alcun fondamento di verosimiglianza critica. In nessun modo l’archeologia può dimostrare un «arrivo» degli Etruschi dal nord.
    Altro argomento a svantaggio della tesi settentrionale è proprio il rapporto della lingua etrusca con la lingua preellenica di Lemno. Per spiegarlo occorrerebbe accettare la tesi del Kretschmer di un’immigrazione parallela dal bacino danubiano, per via continentale, nell’Egeo settentrionale e in Italia; ma resterebbero pur sempre da spiegare gli elementi affini all’etrusco nella toponomastica «tirrenica» dell’Italia peninsulare, che sono profondi e diffusi.
    Ciò non esclude tuttavia la presenza in etrusco di elementi linguistici continentali, ricollegabili a linguaggi nordico-occidentali del substrato preindoeuropeo (come il «ligure» o il «retico») o addirittura a lingue indoeuropee. Ma questo prova, se mai, una larga coincidenza e mescolanza locale di fattori di diversa origine, attraverso una complessa sovrapposizione di aree linguistiche.
    Anche la tesi dell’autoctonia, intesa in un senso assoluto e schematico, presenta il fianco a fondate critiche. Il punto di vista dei linguisti (Trombetti, Ribezzo, Devoto, ecc.), che riconosce nel fondo dell’etrusco il relitto di una più vasta unità linguistica preindoeuropea, è teoricamente ineccepibile, in quanto tiene conto delle affinità mediterranee della lingua etrusca e della presenza del substrato «tirrenico», rivelato soprattutto dalla toponomastica, in gran parte del territorio italiano. Viceversa la ricostruzione specifica dei fatti in base ai dati archeologici, tentata dall’Antonielli e dal Devoto, si dibatte contro gravi difficoltà. Essa presuppone una netta contrapposizione etnica tra indigeni inumatori dell’eneolitico e dell’età del bronzo, e «villanoviani» crematori discesi da settentrione, identificando i primi con lo strato primitivo « tirrenico», i secondi con gli invasori italici indoeuropei.
    Ancora una volta la constatazione della corrispondenza pressoche esatta delle aree d’incinerazione e di inumazione rispettivamente con l’area non indoeuropea e con quella indoeuropea si oppone alla ricostruzione astratta degli autoctonisti. Proprio l’Etruria, dove è tipica e densissima l’occupazione degli incineratori, sarebbe il solo cantone dell’Italia in cui la lingua primitiva avrebbe conservato i suoi caratteri sino alla pienezza dei tempi storici; mentre invece le lingue italiche avrebbero trionfato nella parte orientale della penisola, dove non si hanno tracce se non sporadiche ed insignificanti del passaggio dei supposti incineratori italici!
    È chiaro che l’autoctonismo linguistico non può essere costretto entro l’assurdità di questi schemi archeologici, nei quali appare ancora così evidente l’impronta del vecchio preconcetto pigoriniano. Invano Devoto tentò di ricondurre l’equazione incineratori = Italici al concetto di una corrente «protoitalica» di cui però nulla chiaramente risulta nei fatti positivi dell’etnografia storica italiana.
    In ogni caso un puro autoctonismo si presenta a priori come una teoria antistorica: ed in concreto urta contro l’evidenza di vicende culturali che denunciano influenze europee ed orientali e contro i dati linguistici che dimostrano rapporti tra l’Etruria e l’Egeo oltre che una profonda penetrazione di elementi indoeuropei nella lingua etrusca.

    Etruschi: le origini etrusche - http://www.storiafilosofia.it
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 11-09-16 alle 02:00
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  6. #16
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    Predefinito Rif: I misteri degli Etruschi

    Misteri etruschi senza fine, nuovi scavi a Tarquinia

    A fine mese nella località Doganaccia parte l´ultima campagna per riportare alla luce due importanti tumuli del VII secolo avanti Cristo

    Dipingere la vita nel passaggio verso l´aldilà. Una religiosità figurativa che si declina in scene quotidiane, motivi artistici di una civiltà che con la sua pittura funeraria pare abbia ispirato persino il genio rinascimentale di Michelangelo che, si racconta, per un disegno di Aita, dio dell´Averno, avrebbe più volte studiato e osservato un dipinto di un sepolcro tarquinese.
    E oggi sulla necropoli etrusca di Tarquinia, che si estende per circa cinque chilometri di lunghezza sulla collina dei Monterozzi (così chiamata per gli imponenti tumuli di terra che un tempo coprivano gli ipogei), continua ad aleggiare un velo di fascinoso mistero, un crogiolo di storie e leggende che si fondono con quei sepolcri e quelle aree ancora da scoprire. Se infatti le prime tombe furono rinvenute nella metà dell´800, nel 1958 ebbe inizio la prima grande campagna di scavi che, grazie all´impegno della Fondazione Lerici del Politecnico di Milano, permise di individuare decine di sepolcri dipinti. Ma ancora oggi, con i pochi fondi a disposizione della Soprintendenza e con la collaborazione degli atenei italiani, si continua a scavare, cercando resti e reperti dell´antica civiltà etrusca.

    Entro fine mese, in località Doganaccia, partirà la nuova campagna di scavi coordinata dalla Soprintendente ai Beni Archeologici dell´Etruria Meridionale Anna Maria Moretti, dalla direttrice della necropoli Maria Cataldi e realizzata dalla cattedra di Archeologia dell´università di Torino. Gli scavi, diretti da Alessandro Mandolesi, dureranno circa un mese (per poi riprendere l´anno prossimo a scopo scientifico e didattico) e si concentreranno nell´area in cui negli anni ‘30 sono stati scoperti dalla Soprintendenza due tumuli che, per la loro imponenza, sono stati chiamati il tumulo del Re e della Regina. Le tombe, risalenti al VII secolo a. C. e prive di dipinti in quanto costruite in un periodo antecedente all´uso della pittura, sono in parte scavate nella roccia e originariamente erano rivestite da blocchi di calcare. Gli scavi intendono portare alla luce i due tumuli, ma anche il piccolo piazzale sacro rinvenuto davanti alla tomba della Regina, un´area utilizzata per le celebrazioni funerarie in memoria del defunto, riti con cui accompagnarlo lungo la discesa verso l´aldilà. I due tumuli, una volta recuperati, potranno essere ammirati dagli oltre 100mila visitatori che ogni anno frequentano la necropoli di Tarquinia.
    Le tombe attualmente visitabili sono per la maggior parte del IV secolo a. C e appartenevano all´aristocrazia etrusca. Si tratta di sepolcri che sulle pareti conservano dipinti che raffigurano banchetti funebri, scene di caccia, di pesca, di danze e di vita quotidiana. Unici esempi di pittura pre-romana dell´area mediterranea di inestimabile valore storico e archeologico, al punto che dal 2002 l´Unesco ha menzionato la necropoli di Tarquinia (assieme a quella di Cerveteri) tra i siti patrimonio dell´umanità.

    Storia Notizie: Misteri etruschi senza fine, nuovi scavi a Tarquinia
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 11-09-16 alle 01:54
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  7. #17
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    Predefinito Rif: L'enigmatica civiltà etrusca

    LE COLLEZIONI DEL LOUVRE A CORTONA: GLI ETRUSCHI DALL'ARNO AL TEVERE

    Cortona (Arezzo) – Palazzo Casali

    05 marzo - 03 luglio 2011

    Quaranta opere della prestigiosa collezione etrusca del Louvre danno vita a una mostra-evento a Cortona, nel cuore dell'antica Etruria, oggi sede di uno dei più affascinanti sistemi intergrati tra museo e parco archeologico in Italia.

    Ultima modifica di Silvia; 31-03-11 alle 21:10

  8. #18
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    Predefinito Rif: L'enigmatica civiltà etrusca

    A mio avviso la civltà etrusca non è più tanto enigmatica. Molte spiegazioni e scoperte, lingua compresa, si possono ritrovare nella tradizione storica.

  9. #19
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    Predefinito Le Vie Cave

    Le Vie Cave sono profondi tracciati semisotterranei, nascosti nella vegetazione e scavati nel tufo con il solo aiuto di scalpelli e piccoli martelli. Questi suggestivi passaggi, presenti nelle vicinanze delle aree sacre di Pitigliano, Sovana e Sorano, incidono la terra come profonde cicatrici e rappresentano un unicum nell'ambito dell'architettura religiosa degli antichi. Ma a cosa potevano servire? Secondo la leggenda, il re-sacerdote Tarkun (Tarquinio Prisco) ricevette gli insegnamenti sacri direttamente da un essere soprannaturale: Tages, fanciullo con saggezza da anziano, che emerse dalla Terra, dal solco di un aratro. Tages, prima di inabissarsi nel sottosuolo, dettò a Tarkun e ai Lucumoni i Libri Acherontici, testi sacri sul viaggio delle anime verso l'aldilà. Per gli Etruschi esisteva dunque nel sottosuolo una divinità dispensatrice di forza e conoscenza. Le Vie Cave potrebbero quindi essere cammini sacri, passaggi rituali che conducevano dalle città dei vivi a quelle dei morti. La loro profondità sarebbe servita a renderli più vicini al sottosuolo, a contatto con quella che gli Etruschi consideravano la fonte diretta del potere sacro.
    Ultima modifica di Silvia; 27-08-11 alle 16:03

  10. #20
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    Predefinito Rif: L'enigmatica civiltà etrusca

    Stefano Panizza

    LE VIE CAVE, UN ENIGMA IRRISOLTO






    Sono denominate Vie Cave quei percorsi tortuosi semisotterranei, lunghi da poche decine a centinaia di metri, che attraversano, incidendole profondamente anche per decine di metri, le rocce tufacee delle colline del fiume Fiora, la zona più meridionale della Toscana. La pendenza del loro percorso è sempre modesta, pur se il camminamento, che attraversa volentieri luoghi sacri e antiche necropoli, non è mai agevole, dirigendosi frequentemente verso le rive dei fiumi. Si ritiene che le abbiano realizzate gli Etruschi, a partire dal VII - VI secolo a.C., forse sfruttando percorsi appena accennati dallo scorrere di modeste e saltuarie correnti d'acqua. Ricordiamo, al proposito, che il tufo è un materiale vulcanico estremamente malleabile e, per questo, è stato utilizzato ai fini più diversi. E sono ancora ben evidenti i segni lasciati da cunei e picconi per intaccare le pareti rocciose, senza dimenticare l'utilizzo di pali lignei impregnati d'acqua per spaccare le fenditure nella roccia. Secondo gli studiosi "ufficiali", originariamente, la profondità delle Vie Cave era modesta ed è stato solo il continuo calpestio nel corso dei secoli ad inciderle profondamente; in altre parole, le vediamo ora, così come sono, quale risultato di una "costruzione" che si è protratta fino a poche decine di anni or sono. In realtà la presenza di tombe ed incisioni di epoca etrusca a livello della pavimentazione disconosce questa interpretazione, senza considerare che appare incomprensibile la necessità di continui appiattimenti e lavorazioni.

    A parere dell'archeologia ortodossa sono sempre state delle semplici vie di comunicazione. La definizione è sicuramente valida per gli ultimi secoli. Esse erano, e sono tutt'ora, evidenti "scorciatoie" che collegano alcuni paesi della bassa Maremma. Lo dimostrano le tracce del passaggio di carri ed animali e le cronache degli ultimi secoli. Ciò che stride con questa interpretazione è la presenza di sentieri tutt'altro che adatti ad una percorrenza per la presenza, nel camminamento, di molteplici e disagevoli scanalature e per il loro, apparentemente illogico, sviluppo nel territorio. Spesso, infatti, mostrano un andamento tortuoso e labirintico (a volte, addirittura ad angolo retto), sono inutilmente tagliati in modo profondo, presentano a intervalli regolari delle coppelle e, come nel caso di Poggio Cane (ma ve ne sono anche altre), avanzano in modo parallelo per terminare, poi, nello stesso punto. In certuni casi, inoltre, i passaggi sono talmente angusti da permettere il passaggio di una sola persona per volta oppure ostruiti nel camminamento. Caratteristiche che, evidentemente, stridono fortemente con la praticità ed efficienza richiesta ad una via di comunicazione.

    Per alcuni, invece, le Vie Cave erano una di rete di canalizzazione delle acque piovane. In altre parole, servivano per far defluire verso valle, e quindi regolamentare, le precipitazioni temporalesche e, salvaguardare, di conseguenza le coltivazioni nei campi. Se è pur vero che esistono, a margine di alcuni percorsi, appositi canali di scolo, risulta incomprensibile l'idea di costruire ciclopiche strutture per convogliare flussi d'acqua che non dovevano, certamente, essere di stile "amazzonico".





    Secondo altri, al contrario, la chiave interpretativa va ricercata nella visione magico – religiosa che gli Etruschi avevano della vita. In altre parole, potevano essere dei percorsi sacri. Lo dimostrerebbero alcune cose. Si è notato che, mediamente, hanno una lunghezza prestabilita, nello specifico di 400 metri (è evidente il valore simbolico di tale numero), sono profondamente incise (come se si volesse entrare in "comunione" con la Madre Terra, la sua energia e le sue divinità) e hanno un andamento a dedalo (il labirinto è una costante nei riti magici dell'antichità). E non dimentichiamo, neppure, che il loro sviluppo è accompagnato da necropoli e luoghi di culto. Nella valutazione della questione bisogna, poi, sempre tener presente che il mondo dell'oltretomba pervadeva in modo perenne la quotidianità degli etruschi, quasi fosse una ossessione. Ecco che allora, si potrebbe ipotizzare che esse servissero per processioni atte ad onorare il culto degli antenati, il sottosuolo e il mondo ultraterreno, che in esso aveva la sua dimora.

    Ma potrebbero avere avuto anche un valore iniziatico e simbolico. Il camminamento fisico andrebbe letto come "percorso" spirituale dell'individuo, partito nella semioscurità, disagevole e in salita, ma destinato a terminare in spazi aperti e alla luce del sole, con evidenti valori di redenzione e rinascita. Ed è probabile, che allo scopo, fossero scelti quei luoghi nel cui sottosuolo si ritenesse presente una particolare energia positiva. Che l'idea non sia campata in aria lo dimostrerebbero due cose: campi magnetici anomali registrati all'interno di questi percorsi nella roccia e la presenza sovrapposta, attestata dal radioestesista Mauro Aresu, di acque sotterranee. È quanto ci ricorda lo studioso Giovanni Feo, probabilmente colui che ha maggiormente approfondito, pur con un taglio considerato "eretico", il tema delle Vie Cave.

    Secondo quest'ultimo, poi, e rimanendo in un ambito di spiritualità, si potrebbe leggere una assonanza tra queste ultime e i cosiddetti "dromos" (corridoi funerari di accesso alle tombe). Entrambi sono tagliati nella roccia, sono tragitti più o meno lunghi e portano a sepolcri, con un uso collettivo e comunitario nel caso delle Vie Cave. E' importante sottolineare, inoltre, come gli Etruschi, forse in misura maggiore rispetto agli altri popoli coevi, abbiano rivestito l'esistenza umana di valenze misteriose. Volendo generalizzare, la vita terrena era vissuta nella costante consapevolezza di essere in balia della volontà divina, che si poteva interpretare ma mai modificare. Non per nulla la magia e le arti divinatorie erano diffusissime in ogni ceto sociale, tanto da far definire gli etruschi, nei secoli, "i Padri di ogni superstizione".






    In epoca medioevale, la cristianità, poi, riconoscendo il valore sacro di questi luoghi, ha cercato di sostituire l'antica presenza pagana con propri simulacri e testimonianze, come croci, cappelle e chiese.
    Se, infine, focalizziamo, sinteticamente, le considerazioni sopra citate, e cioè una visione magico - religiosa del mondo da parte degli etruschi fortemente estremizzata e con forti accenni al culto della terra, il perdurare di questa spiritualità in epoche successive, la scarsa funzionalità viaria e filtrando il tutto con gli occhi del tempo, è estremamente probabile che l'interpretazione "sacrale" poco sopra menzionata sia la corretta chiave di volta del mistero delle Vie Cave. E, questo, senza escluderne un uso plurimo, ma, comunque, considerato marginale nella mente dei costruttori.


 

 
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