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    Predefinito L'enigmatica civiltà etrusca

    I misteri degli Etruschi
    di F. I. (*)

    Gli Etruschi, chiamati Tusci o Etrusci dai Romani e Tirreni o Tyrseni dal Greci, sono ancor oggi circondati da un alone di mistero incentrato su due principali problemi. Il primo è quello della loro origine, il secondo è quello della lingua.

    La questione delle origini, per Erodoio (V secolo a.C.), era più che pacifica: gli Etruschi provenivano dalla Lidia, in Asia Minore, da dove, sotto il regno di Ati, figlio di Mani, molti partirono per salvarsi da una terribile carestia e, guidati dallo stesso figlio di Ati, Tirreno, approdarono nella terra degli Umbri, cambiando il nome da Lidi in Tirreni. "Nei loro poemi" ha scritto Raymond Bloch in 'Gli Etruschi', Il Saggiatore, 1959, Virgilio, Ovidio, Orazio chiamarono spesso gli Etruschi, Lidi. Secondo Tacito, sotto l'Impero romano... i Lidi si consideravano ancora fratelli degli Etruschi. Seneca prende, come esempio di migrazione di un intero popolo, quella degli Etruschi, e scrive: 'Tuscos Asia sibi vindicat', cioè "l'Asia rivendica a sé la paternità degli Etruschi".

    Un altro greco, storico e filosofo, Dionisio di Alicarnasso, vissuto a Roma sotto Augusto (negli anni 30-8 a.C.) contraddisse l'ipotesi dei Tirreni emigrati dalla Lidia. Rilevata la diversità di lingua e di religione fra Tirreni e Lidi, Dionisio così sentenziò: "Mi sembra, quindi, che coloro che asseriscono che gli Etruschi non sono un popolo immigrato da terre straniere, bensì una razza indigena, hanno ragione; e ciò mi pare derivi dal fatto che essi sono un popolo antichissimo che non assomiglia ad alcun altro sia per quanto concerne la lingua che per i costumi".

    La questione dopo duemila anni è tutt'altro che risolta e fra le diatribe degli storici contemporanei si va facendo strada una terza ipotesi mediana alle altre due: "La civiltà etrusca, come noi la conosciamo" ha scritto Annette Rathje in 'Gli Etruschí, 700 anni di storia e di cultura', Edizioni Daga Print, Roma, 1987 "si sviluppò senza dubbio sul territorio italiano, come incontro di un'antica tradizione italica con più elevate culture (Oriente e Grecia). La domanda 'da dove vengano gli Etruschi' diventa una falsa questione".

    La lingua etrusca è divenuta, o meglio è ridiventata, leggibile in epoca recente (ma si era conservata fino al V secolo della nostra era) dopo gli strenui sforzi compiuti dai glottologi sulle circa 10.000 iscrizioni trovate in Toscana oltre a quelle, abbastanza lunghe della ''tegola di Capua", del "cippo di Perugia" e delle bende di lino di una mummia greco-romana trovata ad Alessandria e ora conservata nel Museo di Zagabria. Quest'ultimo reperto, in particolare, contiene circa 1.500 parole, ma poiché si tratta di formule rituali relative a un calendario sacro enumerante cerimonie religiose, solo 500 parole differiscono le une dalle altre. In sostanza, l'etrusco è grosso modo incomprensibile nel significato delle frasi, anche se è ormai noto il senso di un discreto numero di parole e nonostante che studiosi e dilettanti sfornino di continuo ipotesi e "chiavi" interpretative puntualmente rivelatesi inadatte. Archeologi e linguisti si lamentano della mancanza, per la lingua etrusca, dell'equivalente della "lapide di Rosetta" che consentì a Champollion l'interpretazione dei geroglifici egizi. Nell'attesa, quindi, che si trovi una iscrizione bilingue o trilingue sufficientemente lunga da soddisfare tutti i dubbi morfologici e sintattici dell'etrusco, non resta che accantonare il problema, forse anch'esso falso, dato che la lingua è soltanto uno dei mezzi espressivi di un popolo.

    Agricoltori nonché agrimensori e poi urbanisti, metallurghi e quindi temibili guerrieri con le loro armi di bronzo e poi in ferro, artisti ma anche mercanti, navigatori, pirati e colonizzatori, gli Etruschi hanno parlato sia con i fatti storici di cui sono stati protagonisti in tutto il bacino del Mediterraneo dal IX al I secolo a.C., sia con le mirabili testimonianze della loro arte, sia con l'eredità culturale, religiosa e morale che hanno travasato quasi per intero nella civiltà di Roma, contribuendo a strutturarla fin dalle sue origini.

    A guardare, però, le gesta storiche degli Etruschi, le loro testimonianze artistiche e urbanistiche e i loro "lasciti" ai Romani, c'è il rischio di incappare in altri falsi problemi e di non "vedere" tutta insieme la realtà profonda di questo popolo che presenta tante affinità con le culture dell'Asia Minore, di Babilonia, della Grecia, ma anche con quelle maltese (se non altro con quella di Tarxien della decadenza e con l'ipogeo di Hal Saflieni), fenicia e punica. Eppure mantiene una sua originalità basandosi su una religione rivelata che informa di sé, in modo totale quanto angoscioso, la vita pubblica, familiare e individuale.

    Per capire gli Etruschi, come per altri popoli, occorre domandarsi quale fosse la loro cosmogonia, la loro teogonia e quindi quali fossero le applicazioni analogiche, pratiche, rituali e profane, pubbliche e private (se mai una privatezza possa esistere in un ambito fortemente impegnato della onnicomprensività di un legame fatale tra gli uomini e gli dei).

    Secondo Raymond Bloch, gli Etruschi mostrano aspetti singolari e chiaramente differenziati rispetto al Greci e ai Romani. Il loro atteggiamento di fronte alla divinità e al destino "è più inquieto - ha scritto -se non addirittura angoscioso e il loro stesso modo di vivere sembra improntato alla ricerca di presagi che prefigurino un avvenire sul quale è pressoché impossibile esercitare una qualche influenza". Tutto nella vita del singolo, della città e del popolo etrusco sembra, per Bloch come per altri storici, "obbedire a una sorta di predeterminazione, che non può produrre se non una forma di pessimismo diffuso". In questa frase, tuttavia vanno rilevate due astrazioni, due figure retoriche e strutturali tipiche del pensiero moderno occidentale, ma incomprensibili, fors'anche inconcepibili, tre millenni or sono.

    La predeterminazione, per il pensiero dei popoli coevi a quello etrusco, poteva essere intuita, intravista come ritmo e ordine mai compiutamente intelligibili di un mondo fortemente unitario in tutte le molteplici manifestazioni dal divino, all'umano, al naturale. Il concetto poi di pessimismo (o di ottimismo) diffuso, non poteva altro che essere un effetto, un segnale non certo una causa comportamentale, indicante la rispondenza e l'accordo dell'anima collettiva a quel ritmo, a quell'ordine.

    "Diversamente dai Greci e dai Latini, ma analogamente a parecchie popolazioni orientali, gli Etruschi - è sempre Bloch a scriverlo - concepiscono la natura come subordinata a un fine universale: i fenomeni che si offrono vengono concepiti come prodotti dalla volontà divina per rendere l'uomo consapevole dei propri doveri e del proprio destino futuro. Tutto si riduce, dunque, alla mantica, che appare appunto la scienza universale".


    Suonatore. Tomba del Triclinio (Tarquinia)
    Immagine dal sito http://upload.wikimedia.org/

    Anche nelle valenze e nelle pieghe di questo concetto si può celare qualche trappola. L'indovino etrusco, difatti, sia che fosse àugure (specializzato nell'interpretazione del volo degli uccelli), aruspice (letttore delle viscere e del fegato degli animali sacrificati), esperto in brontoscopia (tuoni), cultore dei librifulgurales (sul fulmini) o semplice astrologo non si limitava all'osservazione e alla divinazione degli ostenta (prodigi), ma provvedeva all'espiazione, al ripristino dell'ordine violato, alla facilitazione del presunto volere degli dei o alla deviazione, al ritardo della sciagura prevista in arrivo. Di più, come gli sciamani, gli indovini etruschi sconfinavano nella magia in quanto è stato tramandato che sapessero provocare certi prodigi ed erano sacerdoti, nel senso etimologico del termine, in quanto depositari dei rituales.

    Anche nelle valenze e nelle pieghe di questo concetto si può celare qualche trappola. L'indovino etrusco, difatti, sia che fosse àugure (specializzato nell'interpretazione del volo degli uccelli), aruspice (letttore delle viscere e del fegato degli animali sacrificati), esperto in brontoscopia (tuoni), cultore dei librifulgurales (sul fulmini) o semplice astrologo non si limitava all'osservazione e alla divinazione degli ostenta (prodigi), ma provvedeva all'espiazione, al ripristino dell'ordine violato, alla facilitazione del presunto volere degli dei o alla deviazione, al ritardo della sciagura prevista in arrivo. Di più, come gli sciamani, gli indovini etruschi sconfinavano nella magia in quanto è stato tramandato che sapessero provocare certi prodigi ed erano sacerdoti, nel senso etimologico del termine, in quanto depositari dei rituales.

    Padroni, evidentemente nell'epoca più arcaica, del sapere che abbracciava la vita e la morte, le scienze e le arti, la religiosità e la guida della cosa pubblica, i sacerdoti etruschi seppero far sbocciare nella società della nascente età del ferro, fra il 900 e il 720 a.C. della rozza cultura villanoviana, una civiltà stupenda che trasformò i piccoli villaggi imperniati su famiglie autonome, in città-stato possenti e ricche che prefigurano il sogno imperiale di Roma.

    Come mito delle proprie origini, o meglio delle origini della loro fioritura, gli Etruschi ci hanno tramandato la leggenda di Tagete, figlio di Genio e nipote di Giove, piccolo come un bambino, dai capelli argentei e dalla saggezza di un vegliardo, scaturito da una zolla di terra toccata dall'aratro di un contadino, che insegna all'intera Etruria tutta la disciplina che abbracciava il sapere, umano e ispirato al divino, più avanzato. Un'altra figura, muliebre stavolta, profetessa, ninfa o sibilla, denominata Vegola o Begoe, completa l'insegnamento di Tagete con l'ars fuIguratoria e con l'agrimensura, rivelatasi di basilare importanza per gli Etruschi prima e per i Romani più tardi.

    Questi miti non possono attenere soltanto al dominio (fin troppo recintato di alti steccati) della storia delle religioni bensì possono per lo meno essere usati come strumenti per la comprensione della storia e della cultura di un popolo, siano esse sacre o profane. Non è infatti privo di significati pratici per il glottologo lo schema del "fegato di Piacenza" (bozzetto in bronzo di un fegato di pecora trovato in quella città nel 1877) con le sue 40 caselle contenenti ciascuna il nome di un dio, con le sue delimitazioni spaziali e con le sue 16 caselle del bordo che sono chiaramente di derivazione astronomica e astrologica. Questo stesso schema è analogo a quello di reperti affini babilonesi ed è ancor oggi presente nella pianta della città di Roma. Né dovrebbe essere priva di significati pratici la lunga litania di formule scritte sulle bende della mummia di Zagabria, solo che si cercasse di compenetrasi nella visione del mondo tipica degli Etruschi.

    Questa visione comportava un misterioso consiglio di Dei superiores et involuti, a cui era sottoposta la triade di divinità principali: Tinia (Giove), Uni (Giunone) e Metirva (Minerva). I templi dedicati a questa triade dovevano essere collocati nelle città in excellentissimo loco nei tre punti cardinali principali (Est, Sud e Ovest, il Nord essendo cieco come sede inaccessibile degli dei) o in un unico punto (come nell'Acropoli greca) e in un solo tempio a tre celle (come in quello di Giove sul Campidoglio, a Roma, o come quello di Apollo, a Veio).

    Al di sotto della triade principale, vi sono altre triadi di divinità più o meno simili a quelle dell'Olimpo greco-romano: Aplu (Apollo), Artumes (Artemide), Turms (Mercurio), Nethuns (Nettuno), Maris (Marte), Turan (Venere) ecc., raggruppate a 12, come i segni dello Zodiaco, a 7, come i Pianeti, a 16 come le zone del cielo.

    Da queste concezioni religiose oltre che dall'applicazione nel tessuto urbano delle regole sacrali dell'agrimensura nacque la prescrizione dei Libri rituales etruschi sulla disposizione a scacchiera della pianta delle città con un ben determinato orientamento stabilito dagli àuguri.

    Dei templi etruschi, con le strutture portanti in legno, le mura in argilla cotta al sole, le tegole del tetto e gli ornamenti del frontone e del crinale in terracotta, non è rimasto granché data la deperibilità dei materiali impiegati.

    Del santuario di Volthumna, in una imprecisata località della zona del Lago di Bolsena, dove ogni anno si riuniva l'intera Etruria, è rimasto appena il ricordo del nome. (Che anche questo santuario, come avveniva davanti al tempio di Tarxien, a Malta, venisse eretto con tronchi di alberi considerati fausti?)

    E rimasta invece, cospicua, la testimonianza di ciò che era stato progettato per l'eternità immobile, a volte serena e a volte (spesso nel periodo della decadenza) cupa. Il destino ultramondano ha rappresentato una delle principali preoccupazioni degli Etruschi ed è grazie a questa angoscia, stemperata o accesa secondo le varie epoche, che si conosce quasi tutto di loro. "Glietruschi - ha scritto ancora Annette Rathie - tennero in gran conto i loro morti. Come gli Egizi, credevano che i defunti continuassero a vivere nella tomba. Perciò seppellivano i morti insieme ai loro oggetti personali e facevano molto per proteggerli", sia - è il caso di aggiungere mediante opportuni rituali sia mediante statue di "guardiani".

    Nel periodo delle origini, con una consuetudine tipicamente orientale, si bruciavano le spoglie e se ne mettevano le ceneri in urne dette canopi.

    A partire dall'VIII secolo a.C. i morti vengono seppelliti in fosse scavate nel tufo. Dal VII secolo vengono costruite intere camere funerarle ricoperte di terra "a tumulo". Nascono poi intere necropoli che si trovano sulle alture, nelle vicinanze delle città e lungo le strade principali, e in esse sono stati trovati, spesso saccheggiati, i più importanti tesori dell'arte etrusca: sarcofaghi, armi, monili, suppellettili, vasellame, statue, rilievi, iscrizioni e affreschi. Questi ultimi, soprattutto raffigurano nel periodo arcaico una visione del mondo, sia pure d'oltretomba, serena e agiata, ovviamente per le classi dominanti.

    Dopo il 474 a.C., tuttavia, quando stavano per volgere a compimento i secula che il Fato aveva concesso agli Etruschi, e dopo che si erano manifestati adeguati prodigi e moniti divini (in pratica dopo la pesante sconfitta di Cuma che spodestò i Tirreni dal predominio sul mari) l'atmosfera delle tombe diventa cupa e via via terrificante. Alta (Ade) e Phersipnai (Persefone) si trasformano in esseri spaventosi che, insieme con un Caronte livido e ghignante, accompagnano le anime in un viaggio, in cui altre figure repellenti e minacciose non lasciano presagire nulla di buono. Come se anche le anime dei singoli non fossero che brandelli di un'anima collettiva giunta a compimento dei suo ciclo... prima che un altro ciclo fiorisse e fruttificasse in altra forma.

    (*) Tratto da "Hiram" n. 9, settembre 1987, Ed. Soc. Erasmo, pag. 266.

    Dal sito http://www.esoteria.org/
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 11-09-16 alle 02:11
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

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    IL FEGATO ETRUSCO DI PIACENZA


    Il 26 settembre 1877 a Ciavernasco di Settima (Piacenza) un contadino, nell'arare il campo dei conti Arcelli, trovò uno strano oggetto. Dapprima lo gettò sotto un albero e, finito di lavorare, lo pulì e lo mostrò al padrone. Questi glielo lasciò. Il contadino lo consegnò allora al parroco don Luigi Fulcini, che lo acquistò per una ventina di lire, per tenerlo in canonica da mostrare ad amici e conoscenti.

    Il conte canonico don Giuseppe Gazzola, persona assai colta, in quei giorni ospite in un paese vicino presso i conti Caracciolo, venuto a conoscenza del ritrovamento, volle vedere l'oggetto. In seguito, il conte Francesco Caracciolo lo acquistò e chiese al contadino a fare ulteriori scavi, ma non si trovò nulla di interessante. Il conte capì che si trattava di un oggetto di valore e che poteva essere importante per l'archeologia. Ne fece un disegno preciso, anche se non capiva i caratteri scritti. Dal disegno ricavò una fotografia, grazie alla quale l'oggetto venne reso noto a molti archeologi.

    Il bronzo venne studiato, analizzato, disegnato, fotografato e si rivelò un oggetto prezioso. Il chimico Dioscoride Vitalì lo analizzò e lo descrisse "principalmente costituito di rame, che vi si trova in forte proporzione, e da stagno, che vi esiste al contrario in tenue quantità, insieme a tracce di ferro". Nei primi anni non si parlò di "fegato". Qualcuno lo paragonò a un "seme di fagiolo", altri alla "metà di un rene umano", alquanto sviluppato, tagliato secondo quel piano che lo divide in due parti simmetriche. Venne definito "fegato" per la prima volta da L. A. Milani nel 1900, seguito da Körte nel 1905, che ne fece uno studio fondamentale nel Die Bronzeleber Von Piacenza.

    Il Fegato Etrusco, conservato al Museo Civico di Piacenza di Palazzo Farnese, risale al periodo tra il secondo e il primo secolo avanti Cristo e non all'epoca della dominazione etrusca nella Pianura Padana (V - IV - sec. a.C.). Per l'esame delle viscere veniva capovolto, con la faccia piana rivolta verso l'alto.



    Questa faccia, con tre protuberanze che riproducono elementi anatomici, è suddivisa in trentotto caselle con iscritti nomi di divinità in lingua estrusca, tra le quali sono identificate: Tin (Giove), Uni (Giunone), Neth (Nettuno), Vetisi (Venere), Satres (Saturno), Culsan (Giano), Selva (Silvani), Mari (Marte), Futlus (Bacco), Cath (Sole), Herole (Ercole), Mae (Maius). Il nastro perimetrale di sedici caselle riproduce i settori del cielo, orientati secondo gli assi cardinali e raggruppati in quattro sezioni, riferite ai diversi livelli del cosmo: cielo, acqua, terra, inferi. Seguendo l'orientamento a sud peculiare della religione etrusca, la parte sinistra del cielo (corrisponde a quella destra dell’oggetto) è occupata da divinità favorevoli, quella destra invece da dèi ostili. Sui due lobi della parte convessa si trovano due iscrizioni: Usils (parte del sole) e Tivs (parte della luna).

    Sul Fegato Etrusco sono stati fatti molti studi. I più importanti sono quelli dei ricercatori tedeschi Deecke (1880), Korte (1905) e Thulin (1906), che misero in risalto l'importanza di questo cimelio archeologico, definendolo un documento fondamentale per la conoscenza della religione e della lingua etrusca. Ma a che cosa serviva questa riproduzione bronzea di un fegato di pecora con tante iscrizioni? Come già accennato, la sua funzione era connessa all'epatoscopia (interpretazione del volere divino mediante l'osservazione del fegato di un animale sacrificato).

    Il Korte lo confrontò con il coperchio di un'urna cineraria ritrovata a Volterra che rappresentava un sacerdote (III secolo a.C.) che tiene in mano un fegato come quello ritrovato a Ciavernasco di Settima. Il bronzo è quindi uno strumento originale dell'arte aruspicina: l'aruspice interpretava il volere divino da segni particolari riscontrati nel fegato della vittima sacrificata, e poteva prevedere se un'impresa si sarebbe compiuta sotto influssi favorevoli o no, confrontando il fegato ancora caldo con il modello bronzeo, che faceva da guida, da vero e proprio prontuario.




    Una curiosità: la foto del Fegato Etrusco ha reclamizzato gli infusi della camomilla Bonomelli, la Citroepatina della Mastretti ed è finita persino sulle carte assorbenti...
    Ultima modifica di Silvia; 19-11-09 alle 13:17

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    Predefinito Rif: L'enigmatica civiltà etrusca

    Un'importante eredità della civiltà etrusca, ancora attualissima, è il concetto di "persona".
    In pratica questo vocabolo etrusco si trova in tutti i dizionari del mondo.
    Il suo significato, per chi ha una certa sensibilità e capacità di sintesi, appare quasi sconvolgente: "persona" (etrusco) significa "maschera".

    Parecchio suggestivo al riguardo è il capolavoro del regista svedese Ingmar Bergmann dal titolo "Persona", il cui contenuto sembrerebbe fondarsi sull'etimologia etrusca.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 05-04-10 alle 12:21

  4. #4
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    Predefinito Rif: L'enigmatica civiltà etrusca

    Negli anni Settanta furono pubblicati alcuni singolari volumi di Mario Signorelli, studioso di storia e metapsichica... Eccone uno...


    Colloqui con i perispiriti etruschi

    di Mario Signorelli

    Edizioni Mediterranee, Roma 1973

    Colloqui con i perispiriti etruschi - Google Libri



    Tomba dei Rilievi, sec. IV a. C. (Cerveteri, Necropoli della Banditaccia)
    Immagine dal sito http://upload.wikimedia.org/
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 11-09-16 alle 02:10
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

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    Usi, costumi e… frivolezze

    La mancanza di documenti storici e letterari scritti ci impedisce una conoscenza diretta dei costumi degli Etruschi. Tutto ciò che sappiamo proviene dai dipinti delle tombe, dalle statuette bronzee, dai coperchi dei sarcofaghi e dai busti delle urne funerarie. Tutta l'iconografia etrusca, che illustra però solo immagini di aristocratici, fa pensare a una vita piacevole e lussuosa. Del tutto diversa doveva essere quella delle classi inferiori, di cui però non abbiamo documentazione.



    Tomba dei Leopardi, Tarquinia


    Gli uomini, soprattutto i giovani, stavano spesso seminudi, accontentandosi del perizoma, un panno drappeggiato e fermato intorno ai fianchi, oppure mettevano un giubbetto. Le persone anziane indossavano invece una tunica leggera, lunga fino ai piedi, pieghettata e ricamata e, quando faceva freddo, il mantello di stoffa pesante e colorata. Le donne potevano sbizzarrirsi maggiormente: tuniche, gonne, corpini, giubbetti, casacche, mantelli colorati. Soprattutto le gonne colpiscono per loro grazia, con le loro pieghettature, increspature e inamidature, e con le forme svasate che fanno sospettare l'esistenza di cerchi di sostegno.
    Alla metà circa del VI secolo risale l'introduzione del chitone di lino, indumento indossato sia dalle donne che dagli uomini, anche in versione corta al ginocchio (più tardi, in epoca ellenistica, si impose fra gli "eleganti" il chitone attillato con cintura). Il mantello classico, di derivazione greca, era rettangolare, ma andava molto di moda anche il mantello semicircolare, che si portava di traverso lasciando una spalla scoperta.

    Le calzature più comuni erano sandali, stivaletti alti e caratteristiche scarpe con la parte anteriore a punta rivolta verso l'alto e la parte posteriore molto rialzata, dette calcei repandi. Il copricapo più diffuso era una calotta di lana, ma ne esistevano di molte fogge: a punta, conici (tutuli), a cappuccio, a falde larghe e spesso identificavano l'appartenenza di coloro che li portavano ad una precisa classe sociale. Dal V secolo gli uomini, che precedentemente usavano portare la barba, incominciarono a radersi il volto e a portare i capelli corti.
    Le donne amavano molto schiarirsi i capelli e ricorrevano alle più svariate acconciature (nodi, trecce, chignons, tenuti insieme da reti, spilloni e marchingegni vari…). Occupavano un posto elevato sia nella famiglia che nella società, e godevano di libertà che scandalizzavano i contemporanei. Avevano molta cura del corpo, sfoggiavano seminudità o nudità e bevevano a più non posso.



    Tomba delle Leonesse, Tarquinia


    Di notevolissima fattura i gioielli (di bronzo, argento e oro), che rivelano l'alto livello raggiunto dalla metallurgia presso gli Etruschi. In particolare erano maestri nella tecnica della granulazione, che consisteva nel fondere l'oro in piccolissime forme rotonde unite l'una all'altra. Le sfere, davvero minuscole, venivano fissate sulla lamina d'oro, una accanto all'altra, per comporre un disegno o una decorazione.
    Gli Etruschi delle classi agiate facevano nel corso della giornata due pasti abbondanti. Dagli affreschi tombali siamo in grado di ricostruire con buona approssimazione quello che doveva essere un tipico banchetto. I tavoli erano coperti da tovaglie ricamate e apparecchiati con ricchi vasellami. I convitati mangiavano sdraiati su cuscini, accuditi da nugoli di servi. I cibi erano costituiti da ricche portate di carni, ortaggi, frutta.
    I banchetti venivano accompagnati da musica e da danze. Gli strumenti erano a percussione, a corda e a fiato. In particolare quello più utilizzato era il flauto, in tutte le sue svariate fogge. Gli Etruschi apprezzavano molto la musica e solevano accompagnare con essa tutte le attività della giornata: il lavoro, il desinare, le cerimonie civili e religiose. Anche sul campo di battaglia i movimenti delle truppe erano coordinati facendo ricorso al suono delle trombe.



    Phersu – Tomba degli Auguri, Tarquinia


    Erano molto seguiti i giochi sportivi come il pugilato, la lotta, il lancio del giavellotto e del disco, la corsa dei cavalli e dei carri. Un folto pubblico assisteva anche ai combattimenti di gladiatori che avvenivano sempre all'ultimo sangue, uomo contro uomo o uomo contro animale. Un duello gladiatorio, il così detto gioco del Phersu, è dipinto nella Tomba degli Auguri a Tarquinia. Phersu, nome della figura interpretata da uno dei due duellanti, è vestito con una specie di corpetto, con il volto mascherato e un berretto conico in testa. La sua arma è un cane feroce, tenuto al guinzaglio e aizzato contro l'avversario, rappresentato seminudo, con una sacco infilato sulla testa e con in mano una clava, roteata alla cieca nel tentativo di colpire il cane. Ma qual era il significato di questo duello? Phersu simboleggiava probabilmente un demone infernale, portatore di morte, la cui azione funesta veniva evocata e forse dissolta, mediante il rito gladiatorio.

    Fonti consultate: Arte e cultura Etrusca - Storia - Appunti - StudentVille.it e Comune di Corchiano

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    Predefinito La donna

    Due parole a parte merita la condizione della donna etrusca, che occupava una posizione sociale piuttosto rilevante e si trovava in una situazione di quasi-parità con l'uomo: lungi dall'essere relegata alle attività domestiche, si caratterizzava per la libertà di movimento e la titolarità di diritti. La donna – per esempio - poteva trasmettere il proprio cognome ai figli, soprattutto nelle classi più elevate della società. Nelle epigrafi talvolta il nome (oggi diremmo il cognome) della donna appare preceduto da un prenome (il nome personale), segno del desiderio di mostrarne l'individualità all'interno del gruppo familiare, a differenza dei Romani che ricordavano solo il nome della gens. Tra i nomi propri di donna più frequenti troviamo Ati, Culni, Fasti, Larthia, Ramtha, Tanaquilla, Veilia, Velia, Velka, che appaiono incisi sul vasellame migliore di casa o accanto alle pitture funerarie.






    Cinzia dal Maso

    LE ETRUSCHE, DONNE IN CARRIERA




    Sarcofago degli Sposi - VI secolo a.C.

    A Cerveteri furono trovati due straordinari cinerari in terracotta, detti "Sarcofagi degli Sposi", uno al Louvre di Parigi, l'altro a Roma, al Museo di Villa Giulia. Quest'ultimo è il più bello dei due, il più naturale, anche nella voluta stilizzazione ionica. Risale alla seconda metà del VI secolo a.C. ed è in grado di fornire preziose informazioni sul ruolo della donna nella società etrusca. Due coniugi sono raffigurati sdraiati sul letto conviviale in posizione di perfetta parità. Il marito, dal petto possente e muscoloso, appoggia affettuosamente il braccio destro sulla spalla della consorte. I movimenti delle loro mani, che un tempo reggevano coppe e patere, per un'ultima libagione, si intrecciano in un gioco prezioso: le espressioni serene dei volti, i gesti pacati, ci parlano di un reciproco amore e, soprattutto, di un profondo rispetto. E' evidente, anche dall'esame di pitture, statue, specchi ed altri oggetti, che la figura femminile abbia avuto nel mondo etrusco un posto elevato. La donna etrusca era tenuta in grande considerazione e aveva un ruolo di tutto rilievo nella vita quotidiana e sociale. Partecipava ai banchetti, come testimoniano le pitture delle tombe di Tarquinia, sdraiata sul letto con il suo compagno, di solito il marito. Assisteva a spettacoli e giochi. Presenziava a feste e cerimonie. I corredi funebri hanno rivelato che le etrusche potevano possedere oggetti lussuosi e raffinati, sui quali amavano far imprimere il loro nome personale e quello di famiglia. Ricevevano un'adeguata educazione e spesso erano in possesso di una buona cultura, che sapevano mettere a frutto. La storia romana ha tracciato i profili di etrusche scaltre e determinate, come la famosa Tanaquilla, moglie di Tarquinio Prisco, vera artefice della fortuna del marito, che spronò a salire sempre più in alto. Tito Livio riferisce che era stata capace di interpretare esattamente un prodigio celeste quando, sul Gianicolo, un'aquila aveva tolto e poi rimesso il copricapo sulla testa del marito (preasagio che Tarquinio sarebbe diventato re di Roma – nota mia).

    Ai greci, soprattutto agli ateniesi, abituati a chiudere le loro donne in casa, nel gineceo, da cui potevano uscire praticamente solo per partecipare alle processioni o ai funerali, tanta libertà doveva apparire scandalosa e rivoluzionaria. In un passo di Aristotele (IV sec. a.C.) si può cogliere le sdegno di chi era abituato ad ammettere ad un banchetto solo etére o schiave: "gli etruschi banchettano con le mogli, sdraiati sotto la stessa coperta". Teopompo, sempre nel IV sec. a.C., riferendo l'opinione di un altro storico, Ateneo, ricordava malignamente che le donne etrusche "hanno molta cura del loro corpo, spesso fanno ginnastica con gli uomini" e non ritenendo "riprovevole mostrarsi nude, banchettando non accanto ai loro mariti ma a chi capita, bevono alla salute di chi vogliono". Plauto, nella "Cistellaria", sostiene che le fanciulle etrusche solevano prostituirsi per farsi la dote. Si tratta probabilmente dei giudizi distorti di chi non riusciva a comprendere un comportamento diverso da quello cui era abituato. Non bisogna poi dimenticare che Teopompo, il maggior detrattore delle donne etrusche, era ritenuto fin dall'antichità la lingua più velenosa della letteratura greca, al punto che Cornelio Nepote lo definiva "maledicentissimus".



    Tomba dell'Orco, Tarquinia


    Le donne etrusche, invece, godendo di un certo potere, riuscirono spesso utili a mariti e figli, come Urgulania: ambiziosa ed efficiente, amava organizzare le carriere degli uomini di casa. La sua parente Urgulanilla sposò un nipote di Livia (moglie di Augusto), timido e malaticcio, che – contro ogni previsione – divenne imperatore. Claudio, questo era il suo nome, fu un etruscologo eccezionale. Le amicizie ed i legami della moglie gli permisero l'accesso ad archivi privati riservatissimi, che gli servirono a scrivere in greco forse la più completa storia degli etruschi, "Tyrrhenikà", in venti volumi, la cui perdita è una lacuna incolmabile per la conoscenza di un popolo così vicino per costumi al mondo occidentale moderno.

    Ultima modifica di Silvia; 07-04-10 alle 22:01

  7. #7
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    Predefinito Rif: L'enigmatica civiltà etrusca


    Fu il celebre Caylus che il primo produsse al pubblico nel questa gentilissima tazza, chiamandola etrusca, e ne descrisse le misure di sua grandezza, notandone il diametro d'un piede e sette linee, la profondità tre pollici e due linee, la sua elevazione quattro pollici e sette linee. Anche il D'Hancarville che pubblicò molti di questi vasi fittili dipinti, fu attento a darne esatte misure: notizia che s'abbandonò come inutile in tutte le posteriori pubblicazioni di vasi dipinti. È assai rimarchevole osservare che queste fittili tazze di variatissime grandezze hanno pitture interne ed esterne, eseguite con grado eguale di merito d'arte; noi che usiamo recipienti di forme analoghe a questa, non costumiamo tale amplitudine di pitture, e forse neppure gli antichi avrebbero sfoggiato in tanto lusso, qualora questi vasi fossero stati d'uso domestico, e non di semplice religiosa decorazione come io li suppongo.

    Il Caylus volle dare un senso all'allegorica pittura che vi si vede, ed in conto dei due giovanetti che vi si trovano con in mano una canestra di frutti,e quindi anche una lepre, ne desume che siavi espresso il genio della stagione d'autunno, allegandone dottamente in conferma l'esempio d'un medaglione «dell'imperatore Commodo, nel quale con simboli di tal fatta vi si rappresentano le stagioni. Della donna che ha in mano cassetta e specchio non dice cosa veruna.

    Il Genio alato con frutta e lepre, riguardato nell'insieme come simbolo, ha dato luogo in altre occasioni a più congetture, non però discordanti dalla mia principale che questi fìttili dipinti siano stati posti nei sepol-cri in ossequio di Bacco e del culto che a lui prestavasi, non men che alle anime de' trapassati nella stagione autunnale. Un lepre nelle mani d'un Genio alato ed alcune frutte alla Tavola CXVIII, nel volume II di quest'opera, dan soggetto a varie riflessioni e notizie opportune ad intendere il significato della pittura che è nella tazza in esame. Ma poiché nelle interpretazioni che non son guidate da dottrine accompagnate da sicuri e verifici dati si possono ammettere più congetture, cosi nel caso presente non è fuor di proposito il meditare sopra i due nominati simboli frutta e lepre. Il Creuzero, che molto ha Studiato questi, simboli, riconosce il lepre per un immagine individuale di Bacco in un senso afrodisiaco, forse causa della di lui superfetazione, come opinarono fin d'antichi tempi, e ne facevano un animale androgino; sopra di che mi estenderò in più opportuna occasione; mentre all'uopo nostro di aver trovato il simbolo del lepre in un vaso dipinto ch'era presso ad un cadavere, sarà sufficiente ch'io rammenti soltanto, come in varie urne cinerarie si trova scolpito il lepre coi frutti.

    Oltre di che noi ravvisiamo parimente un bronzo pubblicato dal Causeo, dove un amorino sta espresso in atto di tenere in mano un lepre. Noi non troviamo in quel concetto un' azione in tutto naturale, mentre ad un fanciullo non si addice trattenere un animale salvatico in modo che appena si tiene da un adulto cacciatore, e molto meno avendo la sinistra mano occupata a reggere un canestro di frutte, ma troveremo assai naturale d'essere stato espresso con tal concetto o l'autunno, in cui si cacciano i lepri, come simil fanciulletto con lepre si vede in un medaglione di Probo, esprìmente le quattro stagioni, o la libidine del lepre in modo speciale attribuita a questi animali, per cui furon grata vittima a Venere. Or le espressioni di Venere, e per conseguenza d'Amore, non che della lascivia riferita al lepre non potevansi dall'artista sì del bronzo presso il rammentato Causeo, che della pittura della nostra tazza meglio esprimere, che rappresentandosi dall'uno un amorino che avendo preso un lepre lo tiene stretto, come dall'altro un amorino ch'è in atto di correre per raggiungerlo. Se poi riflettiamo alla frequenza colla quale si trovano dipinti ne' vasi, tra le bacchiche rappresentanze, questi amorini, o genietti alati, non troveremo più singolare il ravvisarne due in questa medesima tazza; e se penseremo altresì alla connessione o piuttosto alla identità simbolica tra Venere e Bacco, e i due coniugi Libera e Libero, come deità del matrimonio e della morte, troveremo altresì coerente all'uso che gli antichi fecero di questo vasetto nel porlo allato d'un cadavere, mentre vi si rammenta con simboli bene appropriati quel vicendevole corso di vita e di morte che meditavasi ne' misteri del paganesimo. Per le ragioni medesime, credo aver voluto il pittore accennare i misteri e gli utensili che vi si usavano, cioè la cassetta mistica e lo specchio, ponendo tali oggetti per venusta di composizione pittorica in mano di una donna sedente, che vediamo nella parte esterna della tazza, posta al di sotto della di lei forma in questo rame stesso delineata.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 10-04-10 alle 23:54

  8. #8
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    Predefinito Rif: La donna

    La Tomba dei Tori e i suoi Simboli Religiosi:
    la pietra Ovale e la Croce


    di Graziano Baccolini


    Immagine dal sito http://upload.wikimedia.org/

    Questa mia nuova interpretazione sulle immagini di questa Tomba è stata possibile ed è in accordo con le mie precedenti ricerche su Montovolo che hanno dimostrato che tale sito era un probabile Ombelico del Mondo Etrusco e che la pietra Ovale e la Croce erano importanti simboli religiosi Etruschi.

    Questa Tomba, databile al VI sec. A.C e scoperta nel 1892 a Tarquinia, è uno dei monumenti più noti di tutta l'Etruria. E' riportata in moltissimi testi e siti web riproducendo anche i famosi affreschi che sono ancora ben conservati e che hanno solleticato la curiosità di tutti soprattutto per alcune immagini erotiche.

    Il suo fascino deriva anche dal mistero che la circonda. Molti hanno cercato di dare una interpretazione alle varie immagini riprodotte, ma penso che ancora non sia stato dato un serio significato simbolico a tutta la scena. La religione Etrusca, soprattutto in fase arcaica, era piena di simboli che bisogna riscoprire dato che le loro fonti letterarie, dove probabilmente erano spiegati, sono state volutamente distrutte nei primi secoli del cristianesimo (IV-V sec. D.C.).

    Con grande fascino D.H. Lawrence in Etruscan Places ha descritto questa "Tomba dei Tori" intuendo anche che dietro alle immagini ci siano profondi significati simbolici finora sconosciuti.

    Riporto parte della descrizione di Lawrence:

    (..)Il nome di Tomba dei Tori viene da due tori raffigurati al di sopra della porta sulla parete di fondo, uno dei quali è un toro dal viso umano, al quale è fatto carico del `po' di "pornografico", mentre l'altro è disteso serenamente e guarda verso l'interno della stanza con occhio misterioso, dando le spalle tranquillamente ad un secondo pezzo di pittura che secondo la guida non è "pornografico" perchè è una donna.(...) In questa tomba tutto suggerisce l'antico Oriente: Cipro, o gli Ittiti, o la cultura minoica di Creta. Tra le due porte sulla parete di fondo vi è un incantevole dipinto raffigurante un cavaliere nudo con una lancia, su un cavallo senza sella, che si dirige verso una graziosa palmetta, e un pozzo o una fontana sulla quale riposano due animali scolpiti dalla faccia scura, due leoni dallo strano muso nero. Dalla bocca di quello vicino alla palmetta sgorga dell'acqua che cade in una specie di altare di forma concava, mentre da un lato avanza un guerriero con elmo di bronzo e schinieri che sembra minacciare il cavaliere con la spada che impugna con la sinistra, mentre sale sul gradino alla base della fontana. Sia il guerriero che il cavaliere portano gli stivali lunghi e appuntiti tipici dell'Oriente: e anche la palma non è molto italiana.

    Quest'immagine possiede un curioso fascino, e ha un evidente valore simbolico.

    . (..)La decorazione dell'orlo, invece dell'uovo e del dardo, raffigura in mezzo ai dardi il cosiddetto segno di Venere: una sfera sormontata da una piccola croce. "E' quello, un simbolo, chiedo al Tedesco (sua guida). "Non qui! ", risponde bruscamente. "E' una semplice decorazione !"

    Il che probabilmente è anche vero. Ma che un artista etrusco non avesse per esso, in quanto simbolo, una sensibilità diversa da quella di un moderno decoratore, questo non riesco a crederlo. Per il momento mi arrendo. (..)

    Nell'angolo ottuso del tetto gli animali araldici hanno un aspetto strano.

    Il piatto pezzo centrale, il cosiddetto altare, ha quattro teste di ariete agli angoli.

    E successivamente dice: (...)La strana potenza e bellezza di queste cose Etrusche scaturiscono, a mio parere, dalla profondità del significato simbolico di cui allora l'artista era più o meno cosciente.

    (D.H. Lawrence, Etruscan Places, Penguin Books, pag 99- 102,1950.)

    Spesso in altri testi ci si sofferma soprattutto sulle scene erotiche etero- ed omo-sessuali e sui presunti simboli femminili e maschili delle sfere con croce in basso o con dardo in alto, che vengono anche considerati un semplice motivo ornamentale. Inoltre alcuni autori attribuiscono all'atteggiamento aggressivo del toro di destra una disapprovazione della omosessualità mentre alla posizione tranquilla del toro di sinistra una approvazione della eterosessualità.

    La scena tra le due porte viene attribuita ad una scena mitologica greca : l'assalto ed uccisione di Troilo, che giunge a cavallo alla fontana, da parte di Achille. Nel pannello inferiore sono rappresentate chiaramente alberi di olivo ai diversi stadi di crescita simbolizzando forse la vita anche dopo la morte o il continuo rinnovarsi della vita.

    Ora cercherò di dare anch'io una interpretazione, un pò diversa da quelle riportate sopra, forse svelando il significato di alcuni simboli riprodotti e che, penso, diano un senso più realistico a tutta la scena senza dover ricorrere a ragionamenti da psicoanalisi, ricordandoci che nel VI sec. A.C. tutti quelli che entravano in questa tomba dovevano capire immediatamente il significato di queste scene.

    Penso, prima di tutto, che i simboli della sfera sormontati con una croce non siano certamente motivi ornamentali né tanto meno simboli della fertilità né il cosiddetto segno di Venere, ma rappresentino il simbolo dell'Omphalos, la pietra Ovale o quasi sferica con incisa sulla punta, a volte, una croce, come ho trovato nel Museo di Marzabotto. Questi omphalos venivano messi anche sulle tombe come loro simbolo religioso di rinascita indicando l'uovo primordiale. La croce indicava l'aldilà o la Divinità. Anche la croce nelle porte, trovate spesso nelle necropoli Etrusche, stava probabilmente ad indicare la porta per l'aldilà. Questo omphalos con la croce veniva anche sotterrata nel rito di fondazione dei nuovi insediamenti, come è stato trovato anche a Marzabotto all'incrocio delle due strade principali della città etrusca del V sec. A.C. In questo modo si spiegherebbero le due file di raffigurazioni delle sfere con croce: la fila con la croce rivolta in alto segna la linea di demarcazione del mondo terreste mentre la fila con la croce rivolta verso il basso segna la linea di demarcazione del mondo degli inferi. Sappiamo che vicino ai templi vi era un pozzo che metteva in comunicazione questi due mondi. Questo pozzo verrà chiamato dai romani mundus. Nella rappresentazione murale della tomba dei tori esiste anche una netta demarcazione tra il mondo terreste e quello celeste, usando praticamente lo stesso numero di linee colorate. Però qui non abbiamo più le piccole sfere sormontate con la croce. Se fossero semplici motivi ornamentali dovrebbero esserci. Non dovrebbero esserci se rappresentassero, come credo, le pietre omphalos. Ora la visione di insieme della Tomba dei Tori è molto chiara. Abbiamo una rappresentazione dei tre mondi. In quello celeste spicca il piedistallo che sorregge il cielo con le teste di ariete che probabilmente stanno a indicare l'era dell'Ariete in cui vivevano gli Etruschi. Si deve notare che tali teste di ariete si trovano in molti basamenti che sorreggano pietre Ovali come a Marzabotto, Sasso Marconi, ecc. Attorno animali fantastici alati che simboleggiano il mutare del cosmo o sono simboli di una antica religione che già stava sfumando e che l'artista usava ora liberamente senza conoscere più il significato originario. In seguito questi simboli si modificheranno ulteriormente e l'artista li userà anche soltanto come motivo ornamentale.

    La parte mediana dell'affresco rappresenta il mondo terreno e l'Etrusco, immune dalla nostra falsa moralità cristiana, vedeva anche nei rapporti sessuali la migliore rappresentazione di una vita terrena come può essere la figura dei due "Tori" o meglio del toro e della sua tranquilla probabile femmina.

    La scena della parte inferiore rappresenta il mondo degli inferi dove l'anima giunge su un cavallo senza sella, contornata da altri simboli, come l'albero della vita pieno di foglie che è legato da una sciarpa all'albero della morte.

    La figura centrale può anche rappresentare la scena dell'agguato di Achille a Troilo, ripresa dalla mitologia Greca, ma ciò accentua ancora maggiormente che siamo nel mondo degli inferi. Concludendo penso che ora sia comprensibile tutta la scenografia di questa tomba e che tale mia interpretazione può avvicinarsi a quella di un etrusco del VI sec. AC che riconosceva ancora facilmente i simboli della pietra ovale e della croce come attestano le numerose pietre ovali trovate nei vari Musei Etruschi, finora misconosciute, tra cui alcune "fortunatamente" con ancora la croce scolpita sulla punta.

    Tomba dei Tori - http://www2.fci.unibo.it/
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 11-09-16 alle 02:09
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  9. #9
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    Predefinito Rif: L'enigmatica civiltà etrusca

    Premetto che non sono assolutamente un esperto o un conoscitore di storia etrusca, quindi potrei anche dire cose non esatte. Comunque ho sempre pensato che forse tra le tre ipotesi di origine che vanno per la maggiore, quella relativa alla provenienza dall'Asia Minore (che a naso mi sembra anche quella maggiormente accettata oggi fuori dall'Italia), quella dell'autoctonia e quella della provenienza dal nord la verità potrebbe stare nel mezzo e cioè: perché porsi un problema di origine sic et simpliciter, come se gli etruschi dovessero arrivare belli e formati all'appuntamento con la storia? Per di più pensarli così significa spostare il problema dell'origine nel tempo e nello spazio e la cosa potrebbe tra l'altro valere per qualunque altro popolo, in fondo. Gli etruschi storici invece non potrebbero semplicemente essere il punto di arrivo di un lungo processo al quale potrebbero aver partecipato sia componenti autoctone sia componenti provenienti da fuori Italia? In questo potrebbe risiedere l'originalità di questo popolo. Mi spiego con un esempio banale, tanto per rendere l'idea. Supponiamo che per magia la Francia odierna scompaia, lasciando dietro di sé solo pochi ricordi del passato. Un ipotetico studioso che volesse da poche fonti sparse ricostruire le origini del popolo francese si troverebbe in un apparente dilemma: sarebbe costretto intanto ad ammettere di trovarsi di fronte ad una lingua neolatina, ma non saprebbe se, come e quando i romani sarebbero arrivati in Francia. Il nome Francia rimanderebbe ad un popolo germanico, di cui si avrebbe memoria e della cui migrazione in Francia si avrebbero prove più solide e recenti dell'ipotetica (per lui) conquista romana, ma il francese avrebbe in sé solo qualche traccia di lingua germanica; per di più il nome autoctono sarebbe Gallia, e ci sarebbero tracce di un'autoctonia non romana e non germanica, in primis nella lingua e poi nei più antichi racconti. Insomma, un bel dilemma! Ma apparente, perché i francesi sono il frutto di un processo storico complesso, di cui il nostro ipotetico studioso non saprebbe vedere tutte le componenti. Forse la questione etrusca di può ricondurre a qualcosa di analogo avvenuto in tempi antichi.
    Ultima modifica di Tular; 13-12-10 alle 23:00

  10. #10
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    Predefinito Rif: L'enigmatica civiltà etrusca

    Un monumento fondamentale (e inquietante)che si trova a Vulci: la grande metropoli etrusca.
    Era in discrete condizioni fino ai primi del novecento poi è collassata e gli animali "compositi" (o chimerici) che la abbellivano furono trafugati e portati in vari musei privati americani.
    Ecco come poteva essere La Cuccumella che è il più grande tumulo di tutta l’Etruria, con il suo diametro di circa 65 metri ed un’altezza intorno ai 18 metri, è delimitata da un tamburo circolare di lastre di nenfro poste di taglio ed infisse nel banco di tufo, al disopra delle quali altri lastroni di tufo di dimensioni minori reggono il riporto di terra del tumulo.
    Il monumento non era una tomba ma un luogo di "preparazione per sacerdoti etruschi o meglio per preparare i futuri Lucumoni.
    Ecco come appare oggi: completamente collassata.

 

 
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