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Discussione: Salary Cap

  1. #1
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    Salary Cap

    E così per questa stagione il sipario del mitico palcoscenico dell'hockey nordamericano, la Nhl, non si alzerà. La platea rimarrà deserta, e gli attori resteranno dove sono. Cioè in leghe minori come t'Aht, all'estero, a casa loro dediti ad altri sport amatoriali tanto per stare informa.
    Era già accaduto al baseball, senza che sco¬piasse una rivoluzione, ed anche ora i fans se ne faranno una ragione. Da quelle parti vince sempre il dollaro, anche su una pista di ghiaccio o su un diamante.
    Da un lato c'erano i proprietari dei club, dall'altra igíocatori, impegnati in un braccio diferro salariale, in un tiro alla fune immobile.
    Da noi sarebbe intervenuto il governo, il ministro, il sindaco, il sindacalista, il vescovo, l'intellettuale, 1'opíníonísta tuttologo, il prefetto, il questore, i ca¬rabinieri, la guardia di finanza, e così via.
    Gli agitatori di piazza e di curva avrebbero trovato cibo prelibato per i loro denti, sarebbero volati lacrimogeni, sarebbero sorte barricate.
    E tutto il mondo ci avrebbe riso dietro, inva¬dendoci con troupes televisive ed inviati. Finché la
    patata bollente sarebbe finita nelle mani dell'Uomo del Colle il quale avrebbe ammonito la nazione sull'opportunità di trovare comunque un accoman¬damento. Cioè taroccare qualche legge, qualche libro contabile, sino al rituale epilogo a tarallucci e vino.
    Là, no. Perché, piaccia o meno, sono più seri di noi. Perché al fallimento di una Lega o di un club, preferiscono il fallimento di una stagione, sicu¬ramente più visibile e storico, rispetto al meno visibile ma più grave fallimento imprenditoriale. Nessuno, come suol dirsi, porterà i libri in tribunale, nessuno andrà in galera o quantomeno in tribunale, nessuno sponsor scaricherà il fiasco sulla pelle dei lavoratori dipendenti e degli azionisti.
    E tra un mese o due si ritroveranno attorno al tavolo con gli spiriti sbolliti e la consapevolezza di dover reciprocamente scendere a più miti consigli. L'hockey, nel frattempo, avrà beneficiato le pe¬riferie dell'impero, Padania compresa, perché mai prima d'ora nel nostro campionato si erano am¬mirati cotanti campioni, migrati in libera uscita, capaci di elevare il livello tecnico e di affascinare appassionati vecchi e nuovi, Sappiamo tutti che tra qualche settimana, conclusi, i play off, pecchia
    finirà, ma intanto è festa grande.
    Lo sciopero dell'hockey canadese e statunitense dovrebbe offrire anche lo spunto per illustrare a certi maneggioni nostrani i criteri d'ammissione di un club ad una Lega professionistica, che sono fondati esclusivamente sui numeri e sulla razio¬nalità geografica. Cioè la liquidità in banca, la consistenza patrimoniale, i contrattípluriennalí con gli sponsor, gli impianti adeguati, i bacini di utenza, e così via. Sino alla consapevolezza che lo spet¬tacolo passa inevitabilmente attraverso un sostan¬zíaie equilibrio dei valori in pista, che una squadra materasso danneggerebbe tutti, e che il mutuo soccorso non è beneficenza a fondo perduto, bensì investimento comune.
    Così una storia come quella del nostro Torino, rimorchiato in serie A per promozione dell'hockey in proiezione olimpica, ma costretto a giocare in un capannone neppure omologato e pressocché inaccessibile al pubblico peraltro inesistente, ridotto ad un organico numericamente dimezzato e tecnica¬mente a livello dopolavoristico, fatalmente ultimo in classifica, troverebbe spazio non sulle pagine sportive ma in qualche rubrica di cartoons umoristici. Purtroppo da noi i somari non scioperano mai.

    LEO SIEGEL

  2. #2
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    Predefinito

    Il provvedimento per un salary cap italiano per ora resta sulla casta. L.e pressionidelle lobby del calcio si sono mosse con uno scatto degno di un centometrista olimpico. La stessa sorte non è toccata al decreto spalma-debiti la cui velocità di approvazione ha salvato l'intera serie A dai tribunali fallimentari ma nello stesso tempo ha messo in crisi le casse dello Stato.
    Altra verità: il peso dei maxistipend( sui bilanci, per alcune squadre, è cre¬sciuto di quattro volte negli ultimi anni. Prendete l'In¬ter: nel 2001 gli stipendi erano pari a 94 milioni di curo, il fatturato a 113 milioni. Oggi spende il doppio e ricava la metà. Un freno va posto. II collasso è vicino.
    Nell'hockey statunitense, in questi giorni, è in atto un braccio di ferro durissimo tra proprietari e giocatori proprio sul salary cap. Ogni anno ci si mette d'accordo sul monte stipendi. Non si può sfocare. II campionato sul ghiaccio non parte. La lezione è semplice: negli States le regole si rispet¬tano. Il sipario non si aia se non è definito il salary cap e quindi la trasparenza di co¬sti e ricavi. In America lo sport è una cosa seria: si seguono le regole di una sana gestione aziendale. Non si privatizzano gli utili e
    socializzano le perdite. Non ci sono le lobby, imbottite di figli di papà-allenatori, papà-procuratori e papà-di¬rettori sportivi. Allora, in Italia, chi gestisce la tredicesima industria del no¬tro Paese, chi detta le regole del gioco, chi amministra il business, dovrebbe tenerne conto e pensare che il modello americano è possibile anche da noi. E' vero, serve un accordo europeo perchè altrimenti c'è il rischio che Totti vada a prendersi i miliardi al Real Madrid, in Spagna, dove il tetto
    salariale non esiste. Serve ragionare sulle promozioni e le retrocessioni (negli Usa non esistono). Ma non si discute sulla trasparenza dei bilanci, sul pagamento delle tasse. Altrimenti sfor¬neremo solo debiti e non talenti.

 

 

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