"Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels
Kalipè
di Eugenio Cappuccio
racconto 1
«’Ndo sta?!».
Un calcio in faccia che non scuote più il corpo già saturo.
«Io quelli senz’ano li brucerei tutti!». Un altro calcio, in faccia, un altro gli arriva da dietro, tra le gambe. Ridono.
Silenzio là addosso, si sente il fiume, le macchine sopra che sfrecciano cariche di cosce, redbull, coca, facce abbronzate, capelli rasati, coccarde imperiali, bassi ritmati.
Tito si è seduto, fuma appoggiato ad un cartellone uscito dalle mani di un rotella per caso, beve la birra, rutta, si alza. Fissa il corpo. «Allora?» si china faticosamente sulla faccia, un frutto maturo fradicio, che si sta sbucciando da solo urtando altri frutti diversi e più duri. «Ahò? Voi risponne?» sputa sul frutto sbucciato che non reagisce.
Pietro si è messo a rovistare tra le miserie dentro ad una cassetta di frutta «Peras argentinas» fissata con due chiodi al tronco di un platano rinato da una radice lungo il bordo dell'argine. Curioso destino di questi alberi romani figli di piante minori. Radici avventurate tra vecchie terre di riporto, resti di archeologie, strati di cocci e sabbie e schegge di cessi, occhi blu di bambole lebbrose, che hanno cercato l’acqua del fiume per finire a far da diga a fazzoletti stracciati di plastiche rigurgito dalle piene, assurdi stendardi del prodotto che galleggia impunito sulle acque massime dello scolo biondo. «Rompemoje er culo». «E come famo a rompeje er culo si nun c’ha l’ano?!» urla ridendo Pietro sventolando in faccia a Tito che si fa un piccolo tiro dalla narice destra, una carta di identità del corpo che sembra un sudario concio. La butta sul corpo. La terra è umida. Stagno, decomposizione, alghe, dolciastro e oleoso, qualche cosa che gli cola da dietro l’orecchio mezzo staccato dal cranio, gli scorre piano in bocca e finisce sulla carta di identità che gli è caduta davanti. Non conta più i respiri, né i battiti contro il fango che gli preme freddo la gola quasi tranciata solo la macchia della Maglite in mano a Tito che gioca davanti al suo occhio mezzo chiuso e appannato di rosso, lampi opachi e né conta più il suo desiderio di restare solo, non crede più che oramai soddisfatti dello scempio lo lasceranno finalmente solo attendere il giorno, risentire solo il rumore familiare del fiume, il rovistare dei topi là attorno alla ricerca dei rifiuti del rifiuto. I desideri vanno e vengono, gli diceva sempre il padre mentre aggiustava la carne da arrostire sulla vecchia graticola, i desideri vanno e vengono e devi stare attento ai desideri, possono ucciderti i desideri, ma se ti rassegni ti salvi. Diceva alzando lo sguardo al cielo cupo e carico di pioggia e che avrebbe costretto tutti a lasciare quel posto perché anche là un fiume voleva riconquistare il suo mortale spazio vitale. «Me stai a fa’arrabbia’...» dice Tito alzandosi con il tono di chi si ricorda il professore che alle medie stava per buttarlo fuori dalla classe con la nota dell’accompagno del genitore. Quel tono significava un procedimento che si sarebbe concluso con le inutili mazzate del padre, le bestemmie e la furia che non avrebbe lasciato segni dentro, perchè a lui non gliene fregava un cazzo, né della scuola, né delle mazzate, perchè lui stava meglio per i cazzi suoi con la faccia gonfia e gli amici se ne stavano manzi appoggiati ai motorini e capivano chi davvero c’aveva le palle là in mezzo sotto la fibbia brillante DG.
Tito punta l’alogena della Maglite. La pupilla dietro il velo di sangue non reagisce.
«Mo me devi dì ndo sta, mo me devi di ndo tieni tutta quella robba che ve fregate hai capito fijo de na mignotta!». La Maglite piomba con un rumore sordo sulla testa in terra, due volte in successione ravvicinata, sembra l’eco secco di ramo secco spezzato. E il dolore si allontana rapido come l’eco. Lo sparo che quella notte divagò alle sue spalle fuggendo con Adina, mentre scuri poliziotti in borghese scesi dalla Punto presero a corrergli dietro lungo la vena sterrata oltre la periferia che portava alle cave di tufo. Il proiettile gli si conficcò nella spalla, ma gli sembrò uscire davanti, ed era sicuro di averlo visto quel piccolo siluro argentato, era sicuro di averlo visto uscire e portarsi dietro della polvere dorata da dentro la sua spalla mentre correvano lui e la ragazza verso le grotte dove non li avrebbero più trovati. Ridevano quando al campo raccontava la storia del siluro e dell’oro che gli aveva trapassato la spalla e che era riuscito a vedere, ridevano e dicevano che era un ubriacone drogato. Con quel buco in corpo riuscì a precipitarsi in un pozzo di tufo che Adina conosceva bene e che finiva come uno scivolo sul morbido letto della fungaia e nessuno, nemmeno lo sbirro più incazzato si sarebbe mai avventurato là dentro, neppure uno dei loro cani c’avrebbe provato, nessuno avrebbe adesso potuto raggiungerli, per di là almeno, in quell’utero nero e senza fondo. Adina sapeva dove correva il filo elettrico dei fungaroli e accese la luce che dilagò nella galleria a venti metri sottoterra, e si guardarono con il fiato a martello, lei fissò la spalla, si tolse lo scialle, e lo appoggiò alla ferita vicino la scapola. E sollevandolo si accorse che qualche cosa premeva davanti sotto la clavicola del ragazzo, e come un foruncolo maturo bastò premere perchè le rotolasse in mano l’aculeo di piombo con una scia di sangue trasparente, il proiettile era diventato lungo e sottile e curvo. Glielo mostrò, lui lo prese, mentre Adina gli bendava la spalla forte, con un nodo dietro e che passava sotto l’ascella. Rimasero fermi sulla terra morbida e profumata di muffa, mentre i cuori rallentavano e il sapore dell’aria che entrava nei polmoni si scambiava con i sapori della saliva e delle lingue che riuscivano anche là sotto ad accarezzarsi.
Bastava quello ad accenderli e fargli dimenticare il buco della 7,65 che pulsava sotto la stoffa colorata di Adina. Bastava il contatto della pancia di Adina sulla sua ad accendere il desiderio più forte e a cancellare in un attimo gli antichi moniti e le paure, stava male, ma non si sarebbe rassegnato. Ora lei lo avrebbe spogliato, gli avrebbe passato le mani dappertutto e avrebbe fatto correre la sua bocca dove sapeva lui desiderava e nessun posto gli sarebbe sembrato migliore di quella fungaia nel tufo romano sulla Prenestina, venti metri sottoterra, con una spalla bucata da un anello di piombo e la sua bellissima fidanzata che su di lui mormorava certe parole incomprensibili che si portavano dietro il piacere e muovendosi come un onda con la sua collana di vetro, oltre quei riflessi evocava una specie di buio e di sonno così forti e dolci da farlo svenire. «’Sto stronzo» dice Pietro. «’Sto zinghero de mmerda» si chinano tutti e due sul ragazzo. L’occhio è aperto e fissa oltre, oltre la miseria schifosa là intorno, oltre Pietro e Tito che ancora brandeggia la Maglite comprata a Porta Portese quella mattina, in cui hanno adocchiato una bella ragazza rom e il suo amichetto che vestiti come «alberi de natale» se ne andavano a cercare due valige cinesi per andarsene da Roma. Tito si alza. Caccia da una tasca uno zippo. Lo accende. «Buttacelo tutto sopra a ’sto stronzo vedrai che se sveglia». Pietro lo guarda stranito. Esita. «Ma che voi fa’? Annamosene». «Che cazzo te frega?! Chi ce dice gnente?! Ce fanno er monumento...!». dice Tito. Pietro abdica subito e versa da una latta il residuo. «Com’è a storia? Je manca l’ano, ma come cazzo te vengono in mente... malimortè!?!» scoppia a ridere Tito. Pietro sorride soddisfatto per il complimento del capo. Ridono, ridono, sempre più forte, ridono mentre Tito quasi scivola sul kerosene, ridono, mollano calci al corpo come un balletto a tempo. Passa una macchina a sirene spiegate sopra. «Sei un rom, te manca l’ano pe esse romano e noi te ammazzamo!» ridono fino a tossire. «Se lo sarà magnato...» dice Pietro. «Giusto porca troia c’hai raggione! Spanzamolo!» dice Tito. Pietro lo fissa ridacchiando meno. «Ma che stai a di?...» dice Pietro. «E che je lascio in corpo quel brillocco! A scemo, che ce vò!» Caccia dallo stivale un coltello a serramanico con una lama di otto dita. Pietro lo fissa ebete. Tito si china sul corpo. Pietro raccoglie la Maglite, Tito gira il corpo, Pietro illumina il corpo, Tito gli slaccia la cintura bagnata dei pantaloni.
«A Ti’...» biascica Pietro.
«Nun me rompe er cazzo. Ammazza che puzza! Se cagato sotto sto fijo de na mignotta!». Grigna Tito. Pietro fissa Tito che alza la maglia infangata, strappa la canottiera, libera il ventre. Tito passa la lama sulla pancia alla ricerca del punto di partenza. «Eccolo!» urla Pietro puntando la maglite un metro a destra. La luce cade su un anello. «Evvai!« urla Tito.
Tito si allunga, lo prende. Strappa la Mag dalle mani di Pietro. Se lo rigira sotto la luce della torcia. Osserva il gioiello. Quindi morde l’anello. «Ma che cazzo...!?» dice.
«Che d’è?».
Tito sputa dei frammenti.
«Sto bastardo demmerda! Nun è oro!».
«Ma che stai a di?!».
«E che sto a di?!... È piombo!"
«Er diamante?!».
«Diamante er cazzo... è de vetro!».
Lo frantuma con la Mag.
Caccia un urlo furibondo che riempie il fiume.
Giù il coltello fino al manico a due mani.
Giù una inutile raffica di coltellate.
Giù lo zippo.
Su le fiamme.
Una polvere che sembra oro si alza verso le cime dei rami, l’onda di calore improvvisa smuove gli stracci di plastica, come vessilli in fuga.
Né desideri né rassegnazione, solo il vuoto di un colpo mancato a Roma stanotte.
Il fiume non mostrerà la sua rabbia stanotte. Né il traffico indifferente.
Domani sarà solo kalipè.
Lutto rom.




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