Risultati da 1 a 9 di 9
  1. #1
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    Predefinito Auguri al PRI dell'Emilia-Romagna

    Il PRI dell'Emilia-Romagna sta raccogliendo freneticamente le firme per presentarsi da solo, al di fuori delle due coalizioni principali, a seguito della scelta fatta dal PRI nazionale di non concedere l'uso del simbolo in caso di alleanza con il centrosinistra.

    A quanto è dato sapere, l'obiettivo è stato raggiunto nelle province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini; la legge, però, impone di riuscire a presentare le liste provinciali in almeno cinque province delle nove in cui si suddivide la regione; anche riuscendoci in provincia di Bologna, temo ci saranno grandi difficoltà nelle province emiliane (Ferrara, Reggio Emilia, Modena, Parma e Piacenza).

    Come militante dell'MRE sarebbe mio dovere augurarmi, grettamente, che il PRI non riesca nel suo intento. Tuttavia, non me la sento di pensarla così. Auguro al PRI dell'Emilia-Romagna di riuscire a presentare le sue liste, anche se temo che, nel caso in cui ci riuscisse, questo potrebbe danneggiare i candidati dell'MRE.

    In bocca al lupo.

  2. #2
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    Predefinito Tranquillo Hus,

    E ' un gesto di apprezzabile cortesia da parte tua augurarci di riuscire nell'intento(difficile)di presentare le liste nelle particolari circostanze che lì si sono determinate,però non vedo come l'eventuale presenza dell'edera possa danneggiare in modo significativo i candidati dell'MRE presenti nel listone.Un pò diverso sarebbe stato il discorso se l'MRE si fosse presentato con il simbolo...
    omar proietti

  3. #3
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    La realtà è che tutti gli spezzoni repubblicani sono in difficoltà nei rispettivi schieramenti.

    E' un momento cruciale e pericoloso.

  4. #4
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    Comunque, a quanto pare il PRI dell'Emilia-Romagna non ce l'ha fatta.

    Che i miei auguri abbiano portato scalogna?

  5. #5
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    Il Resto del Carlino, 6 marzo 2005

    [b]Poche firme: il PRI non ci sarà alle regionali[/i]

    Doccia fredda per l’Edera. Il PRI non ce l’ha fatta a raccogliere tutte le firme necessarie a presentare una lista autonoma alle prossime elezioni regionali. Uno smacco «storico», anche se va subito precisato che la Romagna, nonostante le diatribe interne al partito, non ha tradito. Sono invece mancate firme sufficienti in Emilia ed è stato il patatrac, dovuto anche al fatto che il via libera per presentare il simbolo è arrivato da Roma solo pochi giorni prima del limite fissato dalla legge. La quale legge prevede che si raccolga un certo numero di firme in almeno cinque province su nove. Ebbene, i repubblicani hanno superato abbondantemente la soglia a Forlì-Cesena, a Rimini e a Ravenna.
    Nelle altre parti della regione, invece, il numero è risultato insufficiente.

  6. #6
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    Corriere Romagna, 6 marzo 2005


    I repubblicani non ce l’hanno fatta

    CESENA -I repubblicani non ce l’hanno fatta. Non sono riusciti a raccogliere le firme necessarie per partecipare alla competizione elettorale. Quindi nelle prossime regionali non ci sarà il simbolo. I repubblicani sarebbero andati da soli.Cosa succederà a questo punto. mario Guidazzi è stato chiaro: non daremo indicazioni di voto. Anzi, il segretario della Consociazione di Cesena sta pensando a due ipotesi. La prima e anche la più semplice è quella di non andare a votare.La seconda più goliardica, ma con la fattibilità ancora tutta da verificare. A tutti gli elettori repubblicani Guidazzi vorrebbe fornire un’edera adesiva che sarebbe da applicare sulla scheda elettorale che, ovviamente, verrebbe annullata. Bisogna però verificare se una simile strada può essere perseguita senza avere problemi con la legge. Se invece non si potrà (ipotesi molto probabile) verrà data l’indicazione di non andare a votare.Intanto Guidazzi scrive a Giuliano Zignani. La lettera aperta la pubblichiamo integralmente.“Abbiamo atteso per giorni la smentita o la rettifica delle dichiarazioni del segretario UIL Giuliano Zignani dopo le notizie apparse sulla stampa locale circa la sua intenzione di voto. La cosa che stupiva e che stupisce ancora è che tali dichiarazioni in favore del candidato della Margherita Damiano Zoffoli venivano espresse dal segretario comunale della UIL che, fino a prova contraria, è iscritto al PRI. Nessun altro dirigente sindacale si è mai schierato apertamente per un candidato, pur essendo parte integrante dell’area politica di Paolo Lucchi o di altri. Non è mio compito eccepire sulla preferenza per questa o quella alleanza, la casa repubblicana è un luogo nel quale si rispetta la sensibilità politica di ogni iscritto che abbia simpatie a destra o a sinistra. Ciò che non è accettabile è che si dichiari apertamente di votare per un candidato di un altro partito”.

  7. #7
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    Corriere Romagna, 6 marzo 2005

    Ravaglia: “Siamo noi il vero PRI”

    Ravenna - L’Edera non ce l’ha fatta. Nonostante le firme raccolte in Romagna, lo storico simbolo del PRI sarà assente dall’imminente competizione elettorale per il rinnovo del governo regionale, visto che la lista autonoma di Guidazzi non è riuscita appunto a raccogliere le firme in almeno cinque province come prevede la legge. Un insuccesso che non prelude a nulla di buono e la direzione regionale del partito che si svolgerà domani sera, si annuncia all’insegna dell’ennesima resa dei conti. La dichiarazione di guerra porta la firma di Gianni Ravaglia promotore a Ravenna della mozione autonomista gemella di quella presentata dal cesenate Mario Guidazzi che se l’Edera fosse riuscita nell’intento, avrebbe avuto il compito di contrastare il passo al candidato presidente del centrosinistra Vasco Errani. Ravaglia lancia il “guanto di sfida” alla maggioranza di centrosinistra uscita vincente dai congressi locali.“I repubblicani ravennati, questa mattina (ieri, per chi legge, ndr), - annuncia Ravaglia - hanno consegnato 1309 firme certificate per la presentazione della lista provinciale per le elezioni regionali. Di queste, oltre 900 firme sono state raccolte nel comune di Ravenna. L’aver raggiunto tale obiettivo è esaltante - sottolinea Ravaglia lanciando il primo strale polemico - in quanto ottenuto senza alcun apporto della struttura ufficiale del partito e dell’attuale gruppo dirigente del PRI di Ravenna: né il segretario comunale né quello provinciale, tanto meno gli assessori e il vicesindaco hanno firmato la lista, così come non l’hanno firmata i membri della direzione (salvo 2 amici); anzi si sono registrati anche atti di vera e propria intimidazione verso funzionari abilitati alla certificazione delle firme da parte di un assessore del PRI. Ciò nonostante - prosegue Ravaglia - i firmatari della lista dell’Edera uguagliano il numero degli iscritti dell’Unione Comunale del PRI di Ravenna. Il che significa che esiste un altro PRI altrettanto, e forse più forte, di quello rappresentato dall’attuale maggioranza ravennate. Fatto di cittadini e di elettori che non accettano più un partito alleato pregiudiziale e servile del centro sinistra, dove cresce sempre più il peso di coloro che sono tanto distanti dai valori del repubblicanesimo da dichiarare addirittura di voler abolire la proprietà privata. E che, tanto meno, non sono disponibili ad accettare oltre le promesse mancate di Berlusconi”. Una lunga premessa e poi l’“affondo” sintetizzato in due domande evidentemente retoriche.“Un gruppo dirigente che al 97 per cento non firma per la presentazione della lista del proprio partito per restare fedele agli impegni assunti con altre formazioni politiche che peraltro nulla hanno concesso in cambio, ha il diritto di continuare a rappresentare quel partito?”. Ed ancora: “Il comportamento di quel gruppo dirigente, che non ha precedenti nella storia del PRI, prefigura già la volontà di una nuova scissione?”. Due interrogativi che, rincara la dose Ravaglia, “esigono una risposta locale e nazionale, in tal senso sarà interessato il prossimo consiglio nazionale del PRI”. Anche se l’Edera non sarà in lizza per le regionali, le firme raccolte, assicura l’esponente repubblicano, non andranno sprecate. “In Romagna si sono gettate le basi per la costruzione di un PRI autonomo dai due poli, disposto solo ad alleanze programmatiche che ne esaltino dignità e ruolo, che lavorerà per la costruzione di un’altra Italia. Saremo presenti con specifiche iniziative nel corso delle elezioni regionali, così come ci impegneremo per la presentazione di una lista autonoma del PRI per la costruzione del terzo polo a Ravenna, nel corso delle prossime elezioni amministrative”.

    ro. em.

  8. #8
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    Predefinito Quando i comunisti ammazzavano i repubblicani

    Piazzale Loreto è ancora tra noi?

    Il 'chi semina vento raccoglie tempesta' vale a destra come a sinistra. E molti si chiedono se i germi della violenza siano scomparsi del tutto

    Siamo un paese che si sbrodola nella memoria? A sentire Riformista, sì. Camminiamo con il cervello rivolto al passato invece che al futuro. E questo rappresenta un handicap non da poco. Ma ammesso che sia così, siamo sicuri che il passato non faccia sentire il proprio peso anche sull'avvenire? Me lo sono domandato dopo aver letto sulla Repubblica un intervento di Massimo L. Salvadori: 'L'Italia di Matteotti e quella di Mussolini'.

    Conosco Salvadori dal 1960, quando vincemmo il Premio Luigi Einaudi per le nostre tesi di laurea. So che è uno storico di valore e una persona seria. In molte parti, il suo articolo mi ha trovato d'accordo. Anche perché Salvadori vi ribadisce verità indiscutibili, persino ovvie. La democrazia è preferibile alla dittatura? Certamente sì. Matteotti era più stimabile di Mussolini? Non c'è dubbio. Dobbiamo stare con la Resistenza o con la Repubblica sociale? È chiarissimo: l'antifascismo e la guerra partigiana hanno salvato l'onore dell'Italia.

    Ho qualche riserva, invece, su due giudizi di Salvadori. Lui li segnala all'attenzione di chi si è accinto a raccontare del sangue dei vinti, ossia della resa dei conti sui fascisti sconfitti. Innanzi tutto, scrive, il sangue corso a fiumi non poteva che essere quello dei seguaci di Mussolini, ossia dei vincitori del 1922, che avevano iniziato e seminato le stragi. Per la verità, osservo, a lasciarci la pelle nel dopo 25 aprile non furono soltanto i vecchi e i giovani militanti di Salò. Nell'Italia del centro-nord la mannaia dei vincitori, di noi vincitori, tagliò tante altre teste.

    Vogliamo ricordarle? Dirigenti industriali, proprietari terrieri, imprenditori, piccoli agricoltori, sacerdoti, democristiani, liberali, socialisti, repubblicani del PRI, sindacalisti cattolici, partigiani non comunisti, ufficiali del Corpo Italiano di Liberazione, e molte donne e uomini che avevano l'unica colpa di appartenere alla borghesia, una classe nemica, da sradicare o da terrorizzare.

    Vennero soppressi anche tanti familiari di fascisti: genitori, figli, mogli, fidanzate, che non c'era nessuna ragione di uccidere. I numeri reali della resa dei conti sono ancora tutti da scoprire. Basta andare in una qualsiasi città del nord Italia per apprendere di morti sconosciute. Del resto, quasi sempre i giustizieri hanno fatto sparire i corpi delle vittime, per celare la nefandezza del loro operato. C'è gente che, sessant'anni dopo, è ancora alla vana ricerca delle spoglie di un parente scomparso.

    Era puro sadismo, una voglia cieca di vendetta? C'era anche questo, naturalmente. Tutte le guerre, soprattutto quelle civili, fanno emergere i migliori e i peggiori. Ma non si comprende quanto è avvenuto se non si rammenta che per molti partigiani comunisti, e non soltanto in Emilia e in Romagna, quegli omicidi erano il primo passo verso il traguardo vero, una dittatura rossa. "Non capisci che stiamo facendo la rivoluzione?", si sentì dire Nicola Matteucci, uno dei fondatori del 'Mulino', mentre cercava il corpo del padre Lionello, un antifascista liberale, ucciso a Massa Lombarda l'8 maggio 1945.

    Ricordare tutto questo è preferire Mussolini a Matteotti? So bene che Salvadori non lo pensa. Ma c'è un altro passo del suo articolo che mi fa riflettere. È quello in cui, nel condannare l'esposizione dei cadaveri a Piazzale Loreto, scrive: "Simili eccessi costituiscono l'ennesima prova che chi semina vento raccoglie tempesta". È un'affermazione indiscutibile, ma può essere usata anche per gli errori dell'antifascismo più radicale nella resa dei conti.

    Rammentiamo che cosa accadde il 18 aprile 1948. Il ricordo di tutto quel sangue era ancora vivo. L'ultimo a essere ucciso, il 4 gennaio di quell'anno, era stato Marino Pascoli, dirigente del PRI di Ravenna. Molti elettori decisero di non volere in Italia una democrazia popolare connotata dalla strategia dell'assassinio. Anche per questo vinse la DC di Alcide De Gasperi. La votarono pure italiani di sinistra che non si fidavano del PCI. Palmiro Togliatti raccolse la tempesta della sconfitta, dopo aver seminato il vento della rivoluzione.

    Quella diffidenza è durata per decenni. Da noi i post-comunisti sono andati al governo soltanto mezzo secolo dopo la Liberazione, perché ce li ha portati un politico democristiano, Romano Prodi. Ma ancora adesso molti si chiedono se i germi della violenza siano scomparsi del tutto a sinistra. Ricordano gli anni Settanta e Ottanta, quando le Brigate rosse facevano decine di morti, mentre nei cortei si gridava 'Uccidere un fascista non è reato'. Oggi assistono alla cacciata di due diplomatici israeliani dalle università di Pisa e di Firenze, nel mutismo del corpo accademico. D'accordo, anche la destra ha sparato e ucciso. E non ci sono più Triangoli della morte. Però non basteranno i disastri e l'arroganza di Silvio Berlusconi a garantirci la vittoria.

  9. #9
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    Predefinito ringrazio jan hus

    i repubblicani in spezzoni staranno sempre in difficoltà. E ogni schieramento ci va stretto.

 

 

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