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Discussione: Professione: Eroe

  1. #1
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    Predefinito Professione: Eroe

    dal quotidiano LIBERO di oggi:

    " Dalle Simone a Giuliana, professione eroe

    di ROBERTA CATANIA

    ROMA - Nicola Calipari, il funzionario del Sismi ucciso in Iraq per fare da scudo con il proprio corpo a Giuliana Sgrena, era entrato a far parte dei servizi segreti nell'estate del 2002. Cinquant'anni, specialista nelle liberazioni di ostaggi ( suo il lavoro di mediazione per il rilascio delle due Simone e dei body guard Agliana, Stefio e Cupertino), Calipari lascia due figli: Silvia, di 19 anni, e Filippo, di 13. La moglie, Rosa, 45 anni, poliziotta come lui, impiegata alla presidenza del Consiglio dei Ministri, ha saputo della sua morte mentre era al lavoro. Sapeva della missione del marito. Sapeva di quanto Nicola nell'ultimo mese si fosse dato da fare per la liberazione della giornalista e, quando ha appreso della morte di un italiano in Iraq, Rosa non ha avuto dubbi: un tuffo al cuore, ha capito che si trattava di lui. L'impegno di Calipari in questa missione è testimoniato dallo stesso direttore del Manifesto, Gabriele Polo, che ha commentato la notizia dell'uccisione dello 007 con la voce rotta dalla commozione: « Ringrazio una persona che è morta, Nicola Calipari, che ho avuto modo di conoscere ed apprezzare per il lavoro che ha svolto per aiutare Giuliana. Il funzionario » , continua Polo, « era quasi diventato un amico, veniva spesso in redazione per tenerci aggiornati sugli sviluppi delle indagini » . Nicola Calipari era di Reggio Calabria, sposato ad una collega originaria di Cosenza, era arrivato a Roma 16 anni fa. Era " un uomo" di Umberto Improta, che, alla fine degli anni Ottanta, da questore di Cosenza aveva apprezzato la sua professionalità come capo della Mobile della provincia calabrese. Così, una volta nominato alla poltrona di via di San Vitale, Improta lo aveva voluto ancora al suo fianco. Nel 1989, quindi, Calipari arriva nella Capitale come capo della sezione Narcotici della squadra mobile. Nel ' 97 prende il posto di Nicola Cavaliere e passa alla Criminalpol, a capo della divisione Lazio, Umbria e Abruzzo. Due anni dopo, le sue brillanti capacità lo spingono oltre e Calipari passa allo Sco, il servizio centrale operativo della polizia di Stato. Nel 2001 torna in questura, dove Calipari era ben voluto da tutti, per sedere al posto di comando dell'ufficio Immigrazione. Un anno e mezzo dopo arriva il salto di qualità e Nicola entra nei servizi segreti militari, nel Sisde, con l'incarico di capo reparto delle operazioni all ' e s t e ro. Quando è partita la raffica di colpi, sulla strada per raggiungere l'aeroporto, la macchina con a bordo la Sgrena e due funzionari dei servizi segreti era ferma vicino ad un call center. Calipari non ha avuto un attimo di esitazione: si è tuffato sulla giornalista appena liberata e con il proprio corpo ha fatto da scudo a Giuliana, riuscendo a salvarle la vita. Ma la scheggia di un proiettile lo ha preso in te- sta e per lo 007 non c'è stato nulla da fare. Morto sul colpo per compiere la missione che si era prefisso e che aveva ribadito, proprio un paio di giorni fa, ad un collega e amico: « La devo riportare in Italia, devo riportare la Sgrena viva » . La questura di Roma e i vertici dell'intelligence italiana, come tutti gli uffici dove Calipari aveva prestato servizio, sono rimasti atterriti dalla notizia del sacrificio costato la vita a Nicola. Colleghi, parenti ed amici si sono stretti intorno alla famiglie e, da ieri sera, un centinaio di persone si sono assembrate sotto l'abitazione in Prati, quartiere a pochi metri dal Vaticano. Tra loro passano uno dopo l'altro, con il volto tirato dalla commozione, anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu, il capo della Polizia Gianni De Gennaro e il questore di Roma Marcello Fulvi. Sono arrivati per abbracciare Rosa, Silvia e Filippo. Attendevano il ritorno di Nicola tra pochi giorni, adesso si ritrovano a piangere un eroe.
    "


    Saluti liberali

  2. #2
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    da www.corriere.it

    " Il personaggio Il buon poliziotto con la faccia mite Calipari ha cercato di proteggere la giornalista. Il comando americano: «Correvano troppo»



    ROMA—Quella faccia «normale» mostrata nei tg o nelle foto trasmette l’immagine esatta dell’uomo che c’era dietro: una persona mite, di buon senso, senza picchi né cedimenti. Una persona che affrontava ciò che la vita gli metteva davanti con calma e tranquillità. Anche se era un poliziotto, e di momenti tranquilli quel lavoro non ne lascia molti. Però serve affrontarli senza agitazioni e senza isterismi, senza esaltazioni né depressioni; aiuta a essere un buon poliziotto.
    E questo era Nicola Calipari. Un buon poliziotto che metteva nel proprio mestiere la faccia e l’anima della persona mite e per bene che era. Normale. Fredda o generosa a seconda delle circostanze e del momento, ma sempre con l’obiettivo «normale» di aiutare qualcuno o risolvere una situazione per il meglio.
    Il buon poliziotto Calipari, 51 anni di vita e 26 di carriera, ucciso ieri sera mentre riportava a casa Giuliana Sgrena, aveva risolto il suo ultimo «caso» facendo proprio questo: aiutare qualcuno risolvendo una situazione complicata. Perché anche nel delicato lavoro svolto negli ultimi due anni nel conflitto iracheno, da caporeparto delle operazioni estere del Sismi, aveva applicato lo stesso metodo. Nonostante le tensioni e le difficoltà di ritrovarsi in un mondo inizialmente sconosciuto e tanto diverso da quello cui era abituato.
    «Lì è un casino vero — raccontava ogni volta che tornava da una missione da quelle parti, dietro agli ostaggi da salvare o a qualche altra emergenza —, parli con uno la sera e la mattina dopo arriva un suo amico e ti dice il contrario. E’ come un suk, un mercato dove ognuno parla la propria lingua, e quando ti rivolgi a qualcuno non sai a chi andrà a riferire davvero. Si va per tentativi, sperando di afferrare il filo giusto e di non rimanere impigliati in quello sbagliato ». Però, con l'esperienza e il fiuto del poliziotto che in Italia ne aveva viste e affrontate tante, aveva trovato gli agganci giusti anche in quel pezzo di mondo. Ed era riuscito a districarsi nel sequestro dei body guard italiani dopo l’omicidio di Fabrizio Quattrocchi. A capirci qualcosa. A contribuire alla loro liberazione. Senza esaltarsi, con un mezzo sorriso e la sigaretta ultrafine in mano: «E’ andata bene ».
    Andò bene anche nel caso di Simona Torretta e Simona Pari, ed era andata bene pure ieri. «Ce la farò, vedrai che ce la farò», aveva detto nell’ultima telefonata fatta da chissà dove («sono fuori», era l’unica indicazione che dava dal suo cellulare quando si trovava all’estero). Ce l’ha fatta, e solo lo sciagurato «fuoco amico» gli ha impedito di sorridere un’altra volta. Con la misura e il disincanto di sempre. Da buon poliziotto «normale», giunto a quel posto delicato grazie alla stima guadagnata in una carriera normale per un bravo poliziotto.
    Nato a Reggio Calabria, aveva cominciato a lavorare in polizia a Genova, Squadra mobile e Volanti, e dopo un po’ era tornato nella sua regione, a Cosenza, Squadra mobile e Volanti.Aoccuparsi di quel che passava la criminalità locale, dai traffici di auto rubate, alla droga, alla corruzione dei funzionari pubblici. Alla fine degli anni Ottanta era arrivato a Roma, Squadra mobile e Volanti. Omicidi, rapine, sparatorie, «gialli» grandi e piccoli da risolvere, di cui si veniva a capo in un giorno oppure mai. E la parete dell’ufficio di tanto in tanto si arricchiva di un «encomio » o di qualche altro riconoscimento ministeriale, come capita ai poliziotti «normali» ma bravi. Quelli che producono sicurezza con il loro lavoro quotidiano, qualche volta visibile, molte altre oscuro.
    Alla Squadra mobile di Roma, la più prestigiosa per un funzionario della Pubblica sicurezza, era diventato vice capo prima di passare al piano di sopra e dirigere la Criminalpol del Lazio. Anni in cui ha affrontato la criminalità organizzata che allunga i suoi traffici nella capitale, dalla mafia, alla ’ndrangheta, dalla camorra alla «piovra» russa, o quella che viene dai Balcani. La ricerca dei latitanti, l’arresto del boss di Cosa Nostra Pasquale Cuntrera in Spagna, l’indagine sull’uccisione dell’operatore del Tg2 Marcello Palmisano in Somalia. A casa, la moglie e due figli, una ragazza che ora ha 19 anni e un ragazzino di tredici, cui ieri sera è toccato affrontare il doloroso viavai di amici, autorità e istituzioni per rendere omaggio all’«eroe più vero di questa storia», come ha detto il ministro Pisanu. Un eroe che il poliziotto Nicola Calipari non pensava di essere, e nemmeno gli interessava essere.
    Dalla questura di Roma è passato al Servizio centrale operativo della polizia, nato per affrontare le emergenze in campo nazionale. Quelle serie, come i sequestri di persona o gli omicidi più inquietanti, e quelle meno serie, come i finti sequestri di persona: capitò in Sardegna, con il figlio di un senatore che s’era inventato un rapimento per tentare di risolvere i suoi problemi personali. Calipari intuì ben presto che c’erano troppe contraddizioni, ma l’affrontò con l’abituale attenzione. E pure quella volta che il sorriso era più di divertimento che di soddisfazione per il lieto fine, ebbe un pensiero per l’uomo che «chissà perché s’è inventato ’sta storia ». E via con un’altra sigarettina.
    Prima di passare al Sismi è tornato alla questura di Roma a dirigere l’ufficio stranieri, anche lì cose serie e meno serie, come quei «rimpatri di massa» voluti dal governo per esaltare la lotta all’immigrazione clandestina. Ininfluenti a contrastare seriamente il fenomeno, «ma che vuoi fà, ci tocca anche questo». Infine l’incarico al Servizio segreto militare, seppure da civile. Le continue missioni all’estero e l’emergenza irachena, la «personale sconfitta» confessata dopo l’uccisione di Quattrocchi vista e rivista nel video dell’esecuzione, per carpire qualche indizio che potesse aiutare a far tornare gli altri rimasti in vita, e il successo con le altre liberazioni; la morte troppo veloce dell’ostaggio Enzo Baldoni e il rilascio incruento di Simona e Simona; le collaborazioni e pure i contrasti con gli altri «mediatori » fino all’ultima faticosa trattativa portata a termine per liberare Giuliana Sgrena. Con l’approccio serio e pacato di sempre. Da buon poliziotto.
    Giovanni Bianconi
    05 marzo 2005
    "

    Cordiali saluti

  3. #3
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    Massimo Gramellini in un suo bel pezzo su LA STAMPA di oggi, sempre dai ritagli della rassegna del sito del ministero della difesa:

    http://www.difesa.it/files/rassegnas...0305/6VVFN.pdf


    Cordiali saluti

  4. #4
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    Una medaglia straguadagnata quella del "poliziotto" ucciso dal fuoco amico in Iraq mentre stava compiendo il proprio dovere, una medaglia che non lo restituirà alla sua famiglia, ne' al suo lavoro.

    da www.iltempo.it

    " IL COMMENTO IL GIORNO DI UN UOMO VERO


    UNA SOLA cosa è accaduta. Un uomo in mezzo a una grandine di pallottole. Un uomo, Nicola Calipari. Un poliziotto, perché questo ha fatto tutta la sua vita prima di arrivare laggiù, a Baghdad. Nicola che quando piovono le raffiche non ha il tempo di pensare a Rosellina, la donna che da una vita ama. A Silvia, 20 anni, che va già all’Università. A Filippo, che ne ha solo 13 e chissà se ha la forza di sopportare. O forse ci ha pensato, quando con l’istinto si è gettato sopra Giuliana Sgrena, la donna che aveva appena liberato. Ci ha pensato, un lampo. E prima che l’ultima pallottola lo colpisse, forse un secondo: «Rosellina, Silvia, Filippo...». La vita vale la pena anche per questo. Vale la pena averla messa in gioco. Vale la pena averla persa per salvarne un’altra. La vita di Giuliana. Era la sua missione. L’istinto, ma anche il cuore. Perché l’istinto di ciascuno di noi ci avrebbe guidato altrove. Mani sulla testa e giù per terra. La paura, la speranza che forse ce la si fa. Nicola no, perché aveva un altro istinto. L’istinto di un grande cuore, che non calcola. Che non si nasconde. Che sa amare fino ad offrire la propria vita per un altro. Un’altra, Giuliana. Una che fino al giorno prima nemmeno conosceva. Questo è accaduto ieri, e avremo tempo per capire tutto il resto. Per fare processi agli americani che hanno aperto il fuoco. Il tempo che servirà a spiegare l’assurdità di quell’assassinio. Per le scuse che ormai servono a poco. Per l’errore drammatico che chissà chi ha compiuto. Non è oggi il giorno, anche se due minuti dopo, una prece per Nicola, nemmeno la tragedia ha evitato l’inutile processo, il piccolo e spettrale teatrino politico. È stato il giorno di Nicola, un eroe italiano. Non un incidente che ha rovinato. Non un peccato che ha offuscato la festa. Il giorno di un uomo che ha reso grande questo Paese, che ha ridato senso e grandezza alla stanchezza del nostro vivere. Il giorno in cui fermarsi e ringraziare. Il giorno in cui abbracciare Rosellina, Silvia e Filippo. Quelli per cui Nicola ha dato il cuore. Anche se sarà dura da capire.


    Sabato 5 Marzo 2005
    "


    Saluti liberali

  5. #5
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    dal quotidiano LIBERO di oggi 6 marzo 2005:

    " LIBERO APRE UNA SOTTOSCRIZIONE PER L'UNICO EROE: NICOLA CALIPARI
    Nicola Calipari, eccellente funzionario della Polizia di Stato, agente dei servizi segreti distaccato in Iraq, dopo aver salvato la pelle alla compagna antiamericana Giuliana Sgrena, inviata del Manifesto, ci ha rimesso la propria in una sparatoria. Giustamente è diventato un eroe per tutti, anche per la sinistra che fino a due giorni fa considerava sbirri i poliziotti e gridava: «Dieci, cento, mille Nassiriya», augurandosi cioè che i nostri soldati in missione laggiù nel deserto morissero ammazzati dai terroristi islamici. Noi di Libero però sappiamo che fra qualche giorno mentre si continuerà a parlare della Sgrena, non si parlerà più di Calipari. Dopo la consegna della medaglia d'oro alla memoria, la memoria sbiadirà. E la vedova e i figli saranno alle prese con problemi concreti: quelli della sopravvivenza. Una famiglia senza capo è una famiglia in difficoltà. Ecco perché lanciamo una sottoscrizione in suo favore. Trattasi di vil denaro. Vile ma indispensabile alla vedova e agli orfani se non a lenire il dolore almeno a non aggravarlo. Naturalmente siamo consapevoli che lo Stato provvederà, farà la sua parte. Però siamo anche consapevoli che i tempi della burocrazia italiana sono lunghi; invece le esigenze di due ragazzi e di una donna sola hanno scadenze a breve. Diamo un aiuto, se possiamo. Un aiuto materiale che sia anche testimonianza, segno di solidarietà: gli italiani, i lettori di Libero dimostrino con un piccolo sacrificio di non voler dimenticare il grande sacrificio di Calipari. A pagina 3 le istruzioni su come partecipare alla sottoscrizione.
    "

    Saluti liberali

  6. #6
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    " ROMA - Sono almeno diecimila le persone che da stamattina hanno reso omaggio alla salma del funzionario del Sismi Nicola Calipari.



    E' senza sosta il pellegrinaggio di cittadini, gente comune che aspetta in silenzio di sfilare davanti al feretro e spesso lascia mazzi di fiori all' uscita e messaggi sui libri sistemati dal ministero della Difesa proprio per raccogliere l' affetto degli italiani. Moltissimi i cittadini con bandiere tricolori, le stesse sventolate quando tornarono in Italia i militari uccisi a Nassiriya, mentre qualcuno sventolava anche bandiere della pace.

    ''E' il piu' triste giorno della mia vita, Nicola sei un nostro eroe'', recita un dei tanti messaggi dove ricorre la parola eroe ma anche la richiesta di pace. Tra le corone, anche quella della Fnsi e quella del Manifesto.

    Ad accogliere stamattina il feretro il vicecapo della Polizia, prefetto Alessandro Pansa, il direttore del Cesis, Emilio Del Mese, con il braccio destro Antonio Vecchione, il prefetto di Roma Achille Serra, che ha abbracciato la vedova, e tanti colleghi che hanno condiviso col funzionario del Sismi esperienze professionali e amicizia.

    La camera ardente e' allestita nella stessa sala che ha accolto le bare dei caduti di Nassiriya. Nicola Calipari, poliziotto schivo ma con una volonta' di ferro, ora avra' dal Presidente della Repubblica una medaglia d'oro al valore e, domani, funerali di Stato nella basilica di Santa Maria degli Angeli. Ma soprattutto sara' ricordato come l'uomo che ha salvato Giuliana Sgrena a costo di morire.

    L'aereo C-130 con a bordo la bara avvolta nel tricolore e' atterrato a Ciampino ieri sera pochi minuti prima della mezzanotte e a Calipari - atteso dalla moglie Rosa, affranta, e dai figli e famigliari - sono stati resi gli onori militari, presenti il presidente Ciampi, il presidente della Camera Casini, il premier Berlusconi e numerosi ministri e parlamentari. Anche il Papa ha speso parole per Calipari, 'eroe generoso', morto tra le braccia di Giuliana Sgrena, per proteggerla dopo averne ottenuto la liberazione.
    "
    http://www.ansa.it/main/notizie/fdg/...817189845.html

    Saluti liberali

  7. #7
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    Un articolo"ecumenico" di SOCCI sul quotidiano IL GIORNALE di oggi...

    " il Giornale del 07/03/2005


    --------------------------------------------------------------------------------

    IL CUORE RITROVATO

    Antonio Socci
    --------------------------------------------------------------------------------

    Ci sono tragedie in cui risorge un popolo. Con la liberazione della Sgrena e la morte eroica dell'agente del Sismi una ventata di commozione ha unito questo Paese così lacerato dalle divisioni e dai settarismi. Poi un sentimento bello e condiviso della Patria, l'orgoglio comune di avere fra noi degli italiani come Nicola Calipari. Una scossa così sorprendente da travolgere perfino le più accanite ostilità politiche. Faccio due esempi clamorosi. Furio Colombo - sì, addirittura lui - nell'editoriale dell'Unità di ieri scriveva: «Questo giornale ha detto ieri e ripete oggi che Berlusconi ha agito da statista convocando subito l'ambasciatore americano». L'altro esempio stupefacente l'ha colto bene Walter Veltroni: «Quando ho visto Gabriele Polo, direttore di un "quotidiano comunista", piangere per la morte di un uomo dei servizi segreti ho pensato che, nella tragedia, stesse accadendo qualcosa di grande. Gli uomini dei servizi che hanno lavorato in Irak, che hanno messo in gioco la propria vita per salvare altre vite, sono eroi di questo nostro tempo e come tali ora è il tempo di riconoscerli».
    Certo, ci sono anche degli estremisti: da una parte i professionisti dell'odio antiamericano e delle dietrologie, indulgenti con i' sequestratori della Sgrena, ma non con i soldati americani che hanno liberato Stefio, Agliana e Cupertino; e dall'altra ci sono coloro che pretendono di essere più filoamericani di Bush, il quale - giustamente - non ha cercato alibi, ma ha telefonato a Berlusconi per confessargli tutto il suo dolore, il suo rammarico, le sue scuse per questo tragico errore dei soldati americani (che va chiarito fino in fondo).
    Come impedire alle piccole polemiche di prevalere sulla bellezza di una ritrovata unità del nostro popolo? Ci pensano gli italiani anche stavolta a mostrare il cuore profondo della nazione. Come dopo la strage di Nassirya, quando riempirono le finestre romane di bandiere tricolori e affollarono in silenzio l'altare della patria per salutare in lacrime, pregando, i nostri soldati di pace. Anche stavolta sta accadendo lo stesso per salutare Nicola Calipari e così torna alla luce quell'Italia profonda troppo spesso ignorata dai media, l'Italia vera da cui nascono uomini straordinari - nell'ordinarietà - cbme Calipari o come il brigadiere Giuseppe Coletta, dopo la cui morte, nella strage di Nassirya, la giovane moglie seppe pronunciare parole di fede e di umanità toccanti ed eroiche.
    L'Italia di Coletta e di Calipari è - anche antropologicamente - la stessa Italia del carabiniere Salvo D'Acquisto e di Giovanni Palatucci, il questore di Fiume che salvò migliaia di ebrei dalla deportazione e dallo sterminio e per questo morì poi di stenti e di sevizie nel lager nazista di Dachau: infatti anche per lui - come già per Salvo D'Acqùisto - la Chiesa ha avviato il processo di beatificazione.
    Perché questa è la vera scoperta: se vai a scavare, a cercar di capire lo strabiliante comportamento di questi uomini, di queste persone comuni che si rivelano - quando il destino lo chiede - giganti di carità, trovi sempre che al cuore c'è la fede cristiana. Una fede vera, profonda, come nelle radici di questo nostro popolo.
    Non vorrei che nelle tante discussioni e ricostruzioni dei fatti si dimenticasse la frazione di secondo in cui Calipari ha voluto fare scudo col suo stesso corpo a Giuliana Sgrena. Vi sembra un gesto normale, un fatto ordinario? Proviamo a pensarci. È semplicemente grandioso. E inspiegabile. Forse è la cosa più grande e importante di tutta questa drammatica storia. L'agente non era tenuto affatto a fare una cosa simile, a buttare la sua vita per salvare un altro, a rinunciare di colpo a tutto (l'esistenza, la sua famiglia, la moglie, i figli amati, che non avrebbe visto più) per una persona in fondo sconosciuta. Se si definisce immenso e addirittura divino, da santi, da martiri, un gesto simile, non si esagera. È Gesù stesso, nel Vangelo, che assicura: «Non vi è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici».
    Ora, Giuliana Sgrena non era neanche un'amica di Calipari. Lui l'aveva vista per la prima volta pochi minuti prima, quando è andato a strapparla dalle mani dei suoi rapitori. Dunque il suo gesto è ancor più straordinario. Soprattutto se si considera il brevissimo istante in cui quest'uomo ha fatto la scelta. Perché nell'attimo, lo sappiamo tutti, prevale l'istinto e l'istinto induce a fare l'opposto: a ripararsi, a proteggersi. Per buttarsi istintivamente a proteggere l'altro con il proprio corpo bisogna che quell'istinto naturale di sopravvivenza sia stato vinto nel corso di lunghi anni, cambiato, convertito da una educazione, fino a concepire lucidamente la propria vita come offerta e dono per altri.
    Esagero? No. È esattamente questo che Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera, ha raccontato dell'agente. In alcune occasioni il giornalista aveva chiesto a Calipari di andare con lui in certi quartieri di Bagdad e Calipari gli aveva risposto di no dicendogli: «Le nostre vite sono spendibili. Le vostre no».
    Si capisce l'emozione di Cremonesi nel riferire queste parole. Perché dimostrano che quel «sacrificio» di Calipari non è stato improvvisato o quasi nvo`,ntario, ma era stato messo - da gran tempo - nel novero delle possibilità, come un suo dovere. Sentiva il dovere di donare la propria vita, senza incertezze,
    anche per sconosciuti. Ecco, io penso che non si possa passare velocemente a parlar d'altro quando ci si trova davanti a uomini simili che definiscono la propria una «vita spendibile».
    Si ha almeno il dovere di domandarsi da dove venga non questo fegato (per dire del coraggio), ma questo cuore (cioè questa capacità di amare).
    Lo ha spiegato ieri ad Avvenire il fratello sacerdote di Calipari: «Sappiamo perché l'ha fatto e da dove è venuto questo suo slancio che gli ha fatto concludere la sua missione e che ha compiuto la sua vita... È sempre stato molto legato al complesso di valori cristiani ai quali siamo stati educati, nella mia famiglia, un' educazione che ha avuto come punti fermi, nell'esempio di mamma e papà, l'onestà, l'impegno nelle proprie responsabilità, la generosità». E dunque, conclude il fratello sacerdote, Nicola «ha vissuto sempre come era stato educato a vivere ed è morto in un impeto, in uno slancio di generosità, che era parte di lui».
    Un'educazione dunque che porta al dono di sé, alla carità fino all'eroismo. A dire il vero da qualche secolo una certa letteratura antiitaliana e anticattolica ha propalato un'immagine opposta di noi e della nostra educazione cristiana. L'economista svizzero Sismondi, nella sua Storia delle repubbliche italiane, cercò di dimostrare che la Chiesa Cattolica aveva corrotto gli italiani trasformandoli in una plebe debosciata e viziosa, nel peggiore dei popoli (idea che viene ripetuta fino ai giorni nostri). Il Manzoni rispose al Sismondi indicando i fatti che lo smentivano: secoli di santità, di eroismo e di martirio, come nessun altro popolo europeo.
    Oggi anche la storia ordinaria di queste persone comuni - Calipari, Coletta, D'Acquisto, Palatucci - lo smentiscono. Cittadini italiani educati da cristiani. In queste ore all'altare della patria di nuovo le parole Italia e cristianesimo tornano a identificarsi. Ma abbiamo un dovere. Ripensare a quelle parole del fratello sacerdote di Calipari: «la nostra educazione». Questa educazione, più umana perché cristiana, è «la vera ricchezza della vita di un popolo». Più del petrolio. È la condizione della sua prosperità, della sua pace e di una felicità possibile.
    "

    Saluti liberali

  8. #8
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  9. #9
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  10. #10
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    dal sito del quotidiano LIBERO.....pubblicato sul giornale di oggi....

    " Presto a Gerusalemme un giardino in sua memoria
    ROMA - « Il ricordo del supremo sacrificio di Nicola Calipari, caduto nell'adempimento del dovere, non deve andare perduto. Alla sua memoria dedicheremo un giardino che verrà piantato sulla collina della Memoria a Gerusalemme » . È quanto ha annunciato Alessandro Ruben, presidente dell'Anti Defamation League Italia. « Nella tradizione ebraica » , ha spiegato Ruben, « l'uomo è paragonato agli alberi, simboli di vita e prosperità. Nell'esprimere ai famigliari di Nicola Calipari e a tutte le forze dell'ordine le nostre condoglianze e il nostro dolore, nel giardino che porterà il suo nome si rinnoverà sempre il suo ricordo e il suo straordinario atto di generosità » .
    "


    Shalom!!!

 

 
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