U CALIPARI
di Luigi Marattin
Non ci meravigliamo, non ci stupiamo, è tutto inutile. E’ inutile ripetere meccanicamente le reazione di una sera d’estate del 1980 sui cieli di Ustica, o di un inverno di qualche anno fa sulle nevi del Cermis. Lasciamo sfogare la rabbia e la gioia insieme, senza chiederci il perché. Strano ma vero, assurdo ma realistico, triste ma dannatamente esatto, chiederci il perché stavolta non serve proprio a niente. Perché la risposta già c’è, e la conosciamo purtroppo molto bene.
Gli Stati Uniti sono un grande paese, e grande è il suo popolo, nella sua forza, il suo carattere, la capacità di adattamento e lo spirito di iniziativa, giù giù fino alla predisposizione verso la multiculturalità e la tendenza verso la libertà, nel senso più nobile del termine. Avvertenza per l’uso, niente di quanto ho scritto e scriverò si riferisce alla classe politica che governa attualmente questo grande paese, trovandoci ahimè in presenza del più grande divario che abbia mai potuto osservare tra il carattere dei rappresentanti e il carattere ultimo dei rappresentati.
Tuttavia, pur in presenza di tante (e tanto spesso sottovalutate o volutamente dimenticate) caratteristiche positive di un popolo e della sua seppur breve storia, siamo in presenza di alcuni tratti distintivi dal carattere strutturale su cui il nostro essere europei non può e spero non vorrà mai adagiarsi. E che ci offrono, in questa triste circostanza, una spiegazione dal sapore amaro ma ahimè forse del tutto realistico. Questo popolo (per quanto mai come in questo caso le generalizzazioni siano pericolose e inadeguate) non guarda alla guerra in Iraq come ad un tremendo errore, è questa la verità. Questo popolo non guarda alla presenza militare americana come ad un’occupazione, o come ad una sciagurata e illegittima azione unilaterale, come ad una forzatura dell’ordine mondiale o un errore del quale vergognarsi. Lo spirito con cui questo paese affronta questa, e tutte gli altri conflitti che ha sperimentato dalla Guerra di Secessione in poi, è quello di una salvifica e altruistica missione di libertà. Libertà per gli schiavi del Sud, libertà per l’Europa occupata dai nazisti, libertà per i vietnamiti minacciati dalla dittatura comunista, libertà per gli iracheni oppressi dalla dittatura di Saddam. L’unica lente attraverso la quale questa nazione è capace di guardare allo sforzo bellico è quello dell’esportazione dei diritti, della libertà e della democrazia, in nome dei quali è possibile pagare qualsiasi prezzo. Interroghiamoci quanto vogliamo su quanta percentuale di questa caratteristica sia imputabile alla manipolazione della classe dirigente, o quanta sia semplicemente attribuibile al carattere del popolo stesso (Benedetto Croce amava ripetere: “Cos’è il carattere di un popolo? La sua storia, tutta la sua storia, nient’altro che la sua storia”). Non possiamo fare altro che accettarla, e rimanere semmai impietriti e sconcertati nel constatare che né gli errori del passato (vedi la tragedia del Vietnam, che ancora segna profondamente questa società) né macroscopiche circostanze di manipolazione della verità (vedi le bugie sulle armi di distruzione di massa, della cui assenza oramai nessuno più dubita) non servono a scalfire questa granitica convinzione, questa visione della guerra come sacrificio necessario, onore ed onore dell’esportare la libertà sulla baionetta di un fucile o sulla punta di un missile. E’ questa la convinzione degli americani, dei ragazzi che ne parlano la sera tra un drink e un altro, tra una canzone e un’altra, tra una ragazza e un’altra. Dei signori di mezza età con i quali scambi due parole in metropolitana, delle simpatiche vecchiette che si offrono sempre di aiutarti quando ti vedono alle prese con una mappa complicata. Dei tassisti, con i quali scambi due chiacchiere la sera tardi, tornando a casa. Ognuno con la propria specificità, ognuno con le proprie (a volte incredibilmente diverse) convinzioni, ma la concezione della guerra a stelle e strisce come una missione di libertà è ben ravvisabile, nel DNA del popolo.
Mi è bastata questa riflessione per non rimanere sconvolto dalla reazione (nulla) che la società americana sta avendo di fronte alla tragica uccisione dell’agente Nicola Calidari. Mi è bastato ricordare gli infiniti servizi televisivi che guardo ogni sera sui ragazzi della mia età, o molti più giovani di me, che tornano dall’Iraq senza gambe, senza braccia, o senza vita. Beatificazioni laiche, grandi cerimonie, esaltazione del coraggio e della forza, costruzione della leggenda. Certo, nulla contro chi ha pagato di tasca propria (e salato) errori altrui, ma mi piacerebbe ogni tanto ascoltare riflessioni pubbliche approfondite (e non relegate a qualche decina di radicali che si ritrovano a Union Square tutti i sabati) e strutturali su una politica che solo negli ultimi 30 anni ha distrutto una generazione di ragazzi (quella del Vietnam) e ha provocato più di 1500 morti in Iraq, senza portare al momento alcun beneficio concreto, o comunque niente che non potesse probabilmente essere raggiunto con altri mezzi. Mi piacerebbe che questo popolo iniziasse a riflettere come conciliare quella componente essenziale e meravigliosa di cui si fanno genuinamente portatori (la libertà sempre e a tutti i costi) con una considerazione della vita umana che vada aldilà di un qualcosa da offrire gratuitamente alla bandiera a stelle e strisce ogni volta che la nazione ne faccia richiesta, non importa per quale motivo.
La verità credo sia proprio questa. Non ci possiamo aspettare compassione e partecipazione al dolore da parte di un popolo che ogni sera acclama come eroi 18enni che tornano senza gambe, dichiarando (è questa la cosa che più mi ha sconvolto) che lo rifarebbero ancora, perché per la libertà e la democrazia sono disposti a sacrificare gambe, braccia e la loro vita stessa.
E così, Nicola Calidari è per loro soltanto un’altra innocente vittima di guerra, sacrificata sull’altare di ideali dalla memoria corta e di valori genuini e sinceri ma che tanto spesso finiscono per essere drammaticamente svuotati o rovesciati dall’ingranaggio della Storia, e da chi si assume la responsabilità di rappresentarli di fronte al mondo intero.




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