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  1. #31
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    http://news.ft.com/cms/s/0304fe62-8f...00e2511c8.html

    Financial Times
    SMALLER COMPANIES 'IN FIRING LINE'
    By Maija Pesola
    Published: March 8 2005 02:00 | Last updated: March 8 2005 02:00

    David Chan, lead developer at Clockwork Software, says the new European software patent regime would create the equivalent of "land mines" for software developers like him, who are based at small companies, writes Maija Pesola, IT Correspondent. "Under the old copyright laws, if we were creating our own code without reference to anyone else's work, we knew we wouldn't be infringing anyone's copyright. But under the new legislation, we could infringe a patent without even knowing it was there," says Mr Chan. Larger companies, he said, could afford a few infringements, as they would hold other patents and be in a position to negotiate a deal. But Clockwork - with no patents of its own - would not have this luxury. "We would have to just close our eyes and pray." Clockwork creates specialist business software such as payroll and stock control systems, and has won some reasonably sized deals with customers such as Speedy Hire and Ford. However, a patent challenge by a larger rival would spell financial disaster for the company, based in the West Midlands, which employs just 10 people. There would be no question of being able to foot the legal bill, which would be likely to be in the millions. The only option would be to close up shop, says Mr Chan. It would be useless for Clockwork to file lots of patents to protect itself, as these in themselves would swallow up more money and time than the small business could spare. And it would not, unlike big companies, be able to afford to go to court to enforce them, he adds.

  2. #32
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    Financial Times
    Patently a problem
    Published: March 8 2005 02:00 | Last updated: March 8 2005 02:00

    A battle royal has developed over the protection of software inventors' rights in the European Union. A draft directive on "the patentability of computer-implemented inventions", designed more to harmonise than radically alter patent enforcement around Europe, has pitted the European Parliament, which has vainly sought to get the Commission to ditch its draft directive, against the EU Council of Ministers, which yesterday backed the measure. It has also created a big confrontation between big hi-tech companies and smaller developers of open source software, with each claiming the other is trying to stifle innovation.

    This overblown affair stems essentially from the recent tendency of the European Patent Office to follow the pernicious US practice of issuing patent protection not only to new software applications, but also to pure software, such as algorithms, and so-called business methods such as Amazon's one-click payment process; while ingenious, this hardly counts as a genuinely new invention. Almost everyone agreed that the EPO was being too generous in granting such patents, and even the new patent holders felt frustrated because many national courts in the EU refused to enforce their patents.

    http://news.ft.com/cms/s/ce231b84-8f...00e2511c8.html

  3. #33
    .
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    Originally posted by Il_Grigio
    Si può dire porca puttana?
    Sì, e forte e chiaro.

  4. #34
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    tutto ciò che è in uso prima non può essere brevettato, quindi anche freebsd... che viene da un luogo ove i brevetti sw ci sono da sempre...

  5. #35
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    Originally posted by Elendil
    tutto ciò che è in uso prima non può essere brevettato, quindi anche freebsd... che viene da un luogo ove i brevetti sw ci sono da sempre...
    I brevetti che vedi qui (http://webshop.ffii.org/) sono GIA' STATI CONCESSI.

    Controlla pure.

    Contengono cosucce come "tabs", e spesso tali brevetti sono assolutamente generici. Inoltre molti sono stati rilasciati senza troppi controlli ed anche per "invenzioni" assolutamente banali. Infatti l'articolo dell'FT sopra ricorda: "Almost everyone agreed that the EPO was being too generous in granting such patents". Il che' le rende potenzialmente molto pericolose poiche', proprio per la loro generalita' e banalita', l'ambito di applicazione e' estremamente vasto.

    Probabilmente molti di questi brevetti sono impugnabili in quanto semplicemente ridicoli, per uso precedente o quant'altro. Ma impugnare costa.

  6. #36
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    Il voto del parlamento europeo e l'astensione dell'Italia

    Brevetti e software, le riserve di Stanca

    Il ministro dell'Innovazione: «Una brevettazione troppo spinta rischia seriamente di trasformarsi in un freno all’innovazione»

    Il ministro italiano dell’innovazione, Lucio Stanca, ha voluto commentare la recente decisione del parlamento europeo di procedere con la Direttiva sulla brevettabilità del software, in spregio della opinione reiterata dell’Europarlamento di rivedere quella decisione. Il commento del ministro è leggibile sul sito Punto Informatico: «Brevetti software: un nodo da sciogliere».

    Il ministro conferma le riserve del nostro paese rispetto a quella decisione (l’Italia si è astenuta) e auspica un miglioramento del testo, in seconda lettura al parlamento, miglioramento tuttavia che lui stesso sa non essere molto probabile. Il punto di interesse del ragionamento del ministro sta in questo: tutta la materia evolve, le precedenti regole più non tengono e non risultano praticabili e soprattutto c’è software e software e se lo si vuole proteggere non tutto tuttavia va brevettato alla stessa maniera. Lo stesso ministro segnala di fatto che una brevettazione troppo spinta rischia seriamente di trasformarsi in un freno all’innovazione, anziché in uno stimolo. La migliore conferma la si trova in un libro recentemente pubblicato in America da parte di due economisti, Adam Jaffe della Brandeis University e Josh Lerner della Harvard Business School.

    Essi sostengono che le cause legali frivole sui brevetti stanno creando una tassa invisibile (ma assai corposa) sui prodotti tecnologici I brevetti frivoli sono quelli che non dovrebbero mai essere accordati, perché non sono nuovi, perché si riferiscono a conoscenze e pratiche già ampiamente diffuse, perché servono soltanto come arma “estorsiva” nei confronti della concorrenza. I casi più noti sono quelli della Sco, che da due anni sta cercando di rivendicare una sua proprietà intellettuale sul sistema operativo aperto Linux, e quello della Eolas che ha cercato di farsi riconoscere dalla Microsoft la titolarità di un banale sistema per allacciare i plug in (dei software accessori) ai programmi per navigare in rete.

    Il ragionamento sui brevetti come freno all’innovazione non è nuovo, ma l’interesse di questo saggio si concentra soprattutto in tre figure sconvolgenti: sono i grafici che rappresentano il numero di domande presentate al Patent Office, il numero di domande accolte e il numero di cause legali. Tutte e tre queste curve salgono gradualmente nel tempo, ma si impennano ripidissime verso l’altro a partire dai primi anni ’80. Secondo i due studiosi questo è l’effetto di alcune decisioni apparentemente minori prese nel 1982 e nel 1990 dal Congresso americano. La prima fu quella di concentrare in un unico tribunale tutte le cause relative ai brevetti che in precedenza erano trattate per competenza da diversi tribunali del paese. Il motivo era di favorire una politica giudiziaria coerente, evitando pronunciamenti troppo difformi tra l’una e l’altra corte, che generavano una situazione di grande incertezza.

    La seconda decisione, anch’essa apparentemente ragionevole, era di ridurre i finanziamenti all’Ufficio Brevetti e di spingerlo ad autofinanziarsi, anche grazie a un aumento dei “fee” dovuti per il deposito e la registrazione. Malauguratamente entrambe le decisioni hanno avuto effetti micidiali. La corte specializzata (U.S. Court of Appeals for the Federal Circuit) rivelò ben presto una evidente tendenza aprioristicamente favorevole nei confronti dei detentori dei brevetti, anche quando si trattava di brevetti assai ambigui e discutibili. Contemporaneamente il Patent Office, incentivato finanziariamente a rilasciarne molti, si dimostrò di manica larga, anzi larghissima.

    Il messaggio combinato di queste due pratiche fu dunque di spingere molte industrie a brevettare a vanvera, sentendosi sufficientemente sicure che in tal modo avrebbero facilmente acquisito un’arma competitiva verso i concorrenti.

    Il risultato finale è che solo i gruppi più grandi possono permettersi di accumulare un portafoglio ricco di brevetti e di difenderlo con i propri avvocati. Questo patrimonio costituisce una barriera per ogni piccolo innovatore e potenziale concorrente che di solito non è in grado né di pagare le royalties della licenza, né di sostenere eventuali spese legali, se citato in giudizio per violazione del brevetto altrui. I grandi gruppi infine, sia quelli della microelettronica che quelli del software, sovente usano i loro brevetti per costituire dei cartelli di fatto, anche quando vietati dalla legge.

    Il sistema è quello delle licenze incrociate, grazie alle quali due soggetti si autorizzano reciprocamente a usare i brevetti dell’altro e si riservano di decidere assieme a chi tra i competitori concedere la licenza. I casi sono numerosi e tutti dovrebbero incitare a una seria riforma del sistema dei brevetti, in America come in Europa.



    Franco Carlini

    09 marzo 2005


    Fonte :Corriere della Sera.IT

  7. #37
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    Brevetti software: un nodo da sciogliere

    di Lucio Stanca - Sulla brevettabilità del software non si deve ridurre il dibattito ad un secco sì o un secco no, la questione è complessa ed una regolamentazione deve comunque essere raggiunta.


    09/03/05 - Roma - La questione è a dir poco amletica e per i suoi contenuti non può neppure avvalersi di precedenti, data l’evoluzione delle tecnologie dell’innovazione digitale, e va esaminata quasi in termini cronacistici prima di addentrarsi sullo scenario in cui essa si colloca.

    Lo scorso 17 febbraio la Conferenza dei capigruppo del Parlamento Europeo approvava all’unanimità la richiesta alla Commissione UE di azzerare l’iter legislativo e di ripresentarne il testo della proposta di "Direttiva sulla brevettabilità delle invenzioni attuate a mezzo di elaboratori elettronici”, detta comunemente “Direttiva per la brevettabilità del software”. Ma la richiesta non è stata accolta dalla Commissione UE che, al Consiglio Competitività appena tenutosi a Bruxelles, ha deciso di rinviare la bozza alla seconda lettura del Parlamento Europeo.

    Certamente si tratta di un cammino lungo, cominciato nel 2002, e non facile. Basterà ricordare l’acceso dibattito e i numerosi emendamenti del Parlamento, il compromesso faticosamente raggiunto nel Consiglio Competitività del 18 maggio scorso ed i recenti rinvii, richiesti dalla Polonia, al via libera verso la seconda lettura in Parlamento.

    Il Governo italiano è stato ed è protagonista in questo dibattito e non aveva approvato, con la sua astensione, il testo votato il 18 maggio 2004. Un’astensione motivata, da un lato, dalla nostra condivisione della necessità di una direttiva che regolamentasse ed armonizzasse a livello comunitario una materia così importante e delicata; ma, dall’altro, dalla nostra insoddisfazione per un testo che, pur rappresentando un netto passo avanti rispetto all’incertezza attuale, conteneva ancora ambiguità tali da non consentire di raggiungere a pieno quegli obiettivi di chiarezza ed omogeneità che stanno all’origine della direttiva stessa. Questa la cronistoria dell’iter della Direttiva.

    Credo che di fronte ad un tema tanto controverso sia utile fare un po’ di chiarezza e, soprattutto, cercare di comprendere le ragioni di tanto dibattito pubblico e politico che spesso si è radicalizzato in un troppo semplicistico “brevettabilità sì - brevettabilità no”, quando il problema, come la tecnologia, è ben più articolato e complesso.

    Proverò a farlo con un approccio scevro da echi “ideologici” tra i diversi e tutti legittimi interessi in gioco, partendo dalla situazione esistente.

    La disciplina vigente è basata sugli articoli 52/2 e /3 della Convenzione di Monaco sul brevetto europeo che, da un lato, include i programmi per elaboratore fra i ritrovati non considerati come invenzione e, quindi, non affidati alla protezione brevettuale bensì a quella del diritto d’autore; ma, dall’altro, tempera questa disposizione, precisando che la loro brevettabilità è esclusa solo quando i programmi siano rivendicati nel brevetto “come tali”.

    Questa disciplina, che risale agli anni ‘70, ulteriormente attenuata dagli accordi TRIPS del 1994, di fronte alle attuali dinamiche produttive e alla corsa della tecnologia appare giuridicamente inadeguata e con ampie zone grigie, tanto da aver dato origine a prassi applicative molto disomogenee tra gli Stati membri ed a margini interpretativi che hanno portato ad alcune decine di migliaia di brevetti software in Europa.

    Da qui deriva la necessità e l’urgenza di un intervento regolatorio, in assenza del quale non potrebbe che proseguire la tendenza attuale.

    L’espansione e la pervasività del digitale ha esteso il perimetro di applicazione del software ed oggi in molte industrie, dall’informatica alle telecomunicazioni, dall’elettronica di consumo all’elettromedicale, dall’avionica all’automobile, si utilizza software per realizzare funzionalità un tempo eseguite con dispositivi meccanici, elettrici, elettromeccanici o elettronici, tradizionalmente brevettabili e che rappresentano in molti casi elementi di vantaggio competitivo.

    D’altro canto, il non porre chiari confini a protezione delle invenzioni non tecniche, delle soluzioni per attività commerciali (business methods) e dei software “puri” porterebbe a distorsioni della concorrenza a sfavore delle piccole e medie imprese operanti nell’industria del software, ricchezza del nostro Paese, e dell’”open software community”, ad inaccettabili limiti al progresso tecnologico e ad un vincolo sulla strada dell’Agenda di Lisbona.

    Vi sono, perciò, condizioni alle quali è giusto rispondere con la protezione brevettuale, ma a patto che siano dettagliatamente esplicitati e corredati da casi ed esempi i termini di applicabilità industriale, di novità, di inventiva, di interoperabiltà e di contributo tecnico effettivo. Ed altrettanto chiaramente esplicitato deve essere che un programma per elaboratore, o una sua parte, in quanto tale ed in qualunque forma non può costituire una invenzione brevettabile.

    E qui si coglie la necessità, ma anche l’obiettiva difficoltà, a porre regole chiare e valide per tutti ad un mondo complesso e sottoposto da un inarrestabile tasso di cambiamento tecnologico, componendo le esigenze di garantire ritorni agli investimenti in R&S e di aprire il mercato del software alla concorrenza e all’innovazione.

    Mi auguro che il secondo esame della proposta di direttiva da parte del Parlamento Europeo consenta, non solo quell’ulteriore approfondimento, ma anche quelle modifiche che abbiamo già sostenuto nel corso della prima fase dell’esame in Consiglio.


    Lucio Stanca
    Ministro per l’Innovazione e le Tecnologie


    Fonte : Punto Informatico

  8. #38
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    Originally posted by Max72
    Il ministro conferma le riserve del nostro paese
    Infatti Marzano che era alla riunione NON ha fatto nulla per opporsi. L'Italia si e' semplciemente astenuta... Tutti bravi a parole...

  9. #39
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    Brevetti? Non sul software

    All'intervento del ministro Lucio Stanca pubblicato ieri da Punto Informatico replica la Free Software Foundation Europe, secondo cui le scelte europee sui brevetti vanno respinte subito.


    10/03/05 - Roma - L'attuale dibattito sulla brevettabilità del software non è ridotto, come sostiene il Ministro Stanca, ad un "si ai brevetti o no ai brevetti". Le PMI europee infatti vogliono i brevetti industriali, ma hanno più volte rifiutato il testo attuale della Direttiva. La questione, come sostiene lo stesso Ministro, è ben più complessa.

    C'è troppa confusione, diffusa ad arte da chi vuole impedire un sereno confronto basato sui fatti, sulla scienza e sugli obiettivi strategici di Lisbona. Siamo tutti preoccupati dalla crisi dell'innovatività europea, dalle fughe di cervelli e dalla concorrenza dei paesi ormai non più emergenti, come la Cina. Le PMI europee però non sono affatto certe che le ricette dettate dagli USA e da imprese con base in USA siano efficaci per far riprendere l'economia europea. La Commissione Europea sta lanciando lo sviluppo del settore IT europeo a tutta velocità contro un muro di cemento.

    Contrariamente a quanto sostiene la propaganda del Commissario McCreevy e degli uffici brevetti europeo e nazionali, il testo attuale pare proprio aprire alla brevettabilità di algoritmi, idee e metodi commerciali. Secondo alcune interpretazioni, la dimostrazione sarebbe nascosta tra le pieghe del testo della direttiva attraverso un artificio retorico basato sul concetto "A non è brevettabile, a meno che si verifichi la condizione B".

    Per esempio, l'articolo 5(2) del testo approvato il 7 Marzo dal Consiglio, recita:

    2. La rivendicazione riguardante un programma per elaboratore, da solo o su un vettore, non è ammessa a meno che il programma, caricato su un elaboratore elettronico programmabile, su una rete di elaboratori programmabili o su un altro apparecchio programmabile, realizzi un prodotto o attivi un processo rivendicato nella medesima domanda di brevetto a norma del paragrafo 1.

    È evidente che questa condizione si verifica sempre. Qualsiasi programma per elaboratore "realizza un prodotto o attiva un processo", per cui il brevetto può riguardare il programma "in quanto tale". E se non riguarda il programma in quanto tale, riguarda sicuramente il processo. Come fa allora il Commissario McCreevy (e gli altri prima di lui) a sostenere che il testo approvato non consentirebbe ad Amazon oggi di brevettare il suo metodo commerciale noto come "one-click buy"?

    Proseguendo, l'articolo 4a(1) recita:

    1. Un programma per elaboratore in quanto tale non può costituire un'invenzione brevettabile.

    Questo testo contraddice l'articolo 5(2). Fu introdotto nella sessione del Consiglio del 18 Maggio 2004 dal Commissario Bolkenstein per convincere il ministro della giustizia tedesco, Brigitte Zypries, la quale interpretò con troppa superficialità il testo. Infatti i programmi per elaboratore non possono essere contemporaneamente brevettabili (Art.(5)2) e non brevettabili (Art. 4a(1)). Per risolvere il dubbio bisogna interpretare l'articolo successivo, il 4a(2), che recita:

    Un'invenzione attuata per mezzo di elaboratori elettronici non è considerata arrecante un contributo tecnico per il semplice fatto di implicare l'uso di un elaboratore, di una rete o di un altro apparecchio programmabile. Pertanto, non sono brevettabili le invenzioni implicanti programmi per elaboratori, in codice sorgente, in codice oggetto o in qualsiasi altra forma, che applicano metodi per attività commerciali, metodi matematici o di altro tipo e non producono alcun effetto tecnico oltre a quello delle normali interazioni fisiche tra un programma e l'elaboratore, la rete o un altro apparecchio programmabile in cui viene eseguito.

    Bolkenstein ha introdotto clausole ridondanti ed inutili come "in codice sorgente, in codice oggetto o in qualsiasi altra forma". Nessuno vorrebbe chiedere un brevetto per il singolo codice scritto da un programmatore, visto che tale codice è già coperto (gratuitamente) da diritto d'autore: sarebbe un brevetto troppo ristretto da non giustificare il suo costo.

    Ma la chiave di questo articolo sta nelle parole "normali interazioni fisiche tra un programma e l'elaboratore". Queste hanno lo stesso significato di "normali interazioni fisiche tra una ricetta e il cuoco": non hanno senso. Invece si tratta di una formula magica il cui uso può essere rintracciato in una recente decisione dell'Ufficio Brevetti Europeo in cui è servita a giustificare un brevetto su regole di calcolo geometrico attribuito a IBM.
    Nel caso attuale l'ulteriore effetto tecnico (oltre le normali interazioni fisiche) consisteva nel risparmio di spazio visivo su uno schermo.

    Va fatto notare che il Consiglio ha rifiutato l'articolo 4B proposto dall'Europarlamento che avrebbe chiarito in modo più restrittivo il senso del termine "ulteriore effetto tecnico", basato sulla decisione
    di una corte tedesca che sancì il principio per cui il risparmio di risorse computazionali non costituisce "contributo tecnico" perché altrimenti qualsiasi metodo commerciale implementato tramite calcolatore sarebbe brevettabile.

    Nokia o Siemens non hanno nulla da temere dal chiarire, come aveva proposto l'Europarlamento, che "l'elaborazione dati non è oggetto di invenzione". Dovrebbero parlare di più con manager finanziari e ingegneri, piuttosto che con i loro avvocati.

    Il compito dei governi, specie di quelli che si dichiarano liberisti, è di evitare di influire troppo sul mercato.

    È vero che ci sono già ventimila brevetti software elargiti dall'Ufficio Brevetti Europeo (EPO), ma facciamo notare al Ministro Stanca che l'EPO è un ente privato, come la SIAE in Italia, il cui budget proviene anche dal numero di brevetti rilasciati. Non sorprende quindi che l'EPO ritenga che la frase "il software in quanto tale non è brevettabile" sia ambigua. Solo chi ha interesse diretto a creare l'ambiguità trova giustificazioni.

    Abbiamo quindi bisogno di una direttiva che chiarisca all'EPO che l'elaborazione di dati non è materia brevettabile, comunque questa venga realizzata. Siamo altresì convinti che prima che vengano concessi ulteriori monopoli dai governi, bisogna avere più elementi a sostegno delle tesi. Non possiamo neanche confidare sul fatto che il testo preveda di valutare l'impatto della Direttiva sul mercato tra tre anni: è sancito anche nella direttiva 96/9/EC, sulla protezione legale delle basi di dati, e dopo cinque anni dall'entrata in vigore ancora non si parla di avviare una valutazione di impatto. La Commissione teme di verificare che non ha stimolato affatto il mercato?

    I brevetti sono monopoli legalizzati. Come tutti i monopoli sono dannosi, ma possono essere tollerati dalla società quando producono effetti positivi tali da compensare quelli negativi. Persino chi si dichiara a favore della brevettabilità del software ammette che ci sono dei problemi legati al fatto che i brevetti software non descrivono sufficientemente l'oggetto di brevetto, sono troppo ampi, durano troppo a lungo.

    Ciononostante spingono l'Europa ad adottare le ricette statunitensi per il bene dell'Europa.

    L'Europa può quindi permettersi di imitare un modello unanimemente riconosciuto come imperfetto? Non è forse il caso invece di ascoltare la voce dei 10 milioni di aziende europee che chiede di non rendere brevettabile il software e dare un indirizzo chiaro all'EPO? Sicuramente gli obiettivi di Lisbona stanno più a cuore agli europei che al resto del mondo.

    Free Software Foundation Europe

    Fonte: Punto Informatico

  10. #40
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    Dal sito di knoppix

    "Software-Patents" in Europe: The threat prevails

    Soon the European Parliament and the Council of Ministers will again decide about the legalisation and adoption of so-called "software patents" in Europe, which are already used by large companies in other countries to put competitors out of business. This can lead to the termination of many software projects such as KNOPPIX, at least within Europe, because the holders of the over 30,000 already granted "software patents" (currently without a legal foundation) can claim exclusive rights and collect license fees for trivial things like "progress bars", "mouseclicks on online order forms", "scrolling within a window" and similar. That way, software developers will have to pay the "software-patentholders" for using these features, even in their own, completely self-developed applications, which can completely stall the development of innovative software for small and medium companies. Apart from this, the expense for patent inquiries and legal assistence is high, for even trying to find out if the self-developed software is possibly violating "software-patents", if you want to continue to market your software. Contrary to real patents, "software-patents" are, in the draft proposed by the commission, monopolization of business ideas and methods, even without any tangible technical implementation.

 

 
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