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Discussione: Dazi? si...grazie.....

  1. #31
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    Predefinito

    In origine postato da Fuori_schema
    Sei tu che pretendi che la politica la facciano gli "individui" e non gli stati.

    Ti ho solo chiesto di essere coerente con cio' che dici.
    Io ti ho chiesto di intervenire altrove, perchè non si può mandare a puttane un 3d a causa di provocatori.

  2. #32
    Estremista della libertà
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    Predefinito Torniamo alle cose serie...

    ...con questo comunicato stampa emesso poco fa dall'Istituto Bruno Leoni, che in pratica ripete quanto già detto dal sottoscritto in questa sede.

    Nel momento in cui il governo Berlusconi, per contrastare la pretesa “invasione commerciale” della Cina, si lancia in una battaglia retorica e politica a base di dazi, tale recrudescenza protezionista (davvero anacronistica in un mondo globalizzato) rivela in realtà il fallimento di un progetto politico liberale. Che anziché scegliere la via della liberalizzazione dell’economia e della società per rilanciare lo sviluppo, mendica protezione: nella peggiore tradizione assistenzialista.

    Per Alberto Mingardi, direttore del dipartimento “Concorrenza e globalizzazione” dell’Istituto Bruno Leoni, “il governo dovrebbe utilizzare la ‘minaccia’ cinese per spingere con più forza sull'acceleratore delle riforme, per mettere in discussione davvero il nostro modello di Stato, creando condizioni per un autentico rilancio della nostra imprenditoria”.

    Per Mingardi, d’altro canto, “fa sorridere poi l’evocazione di dazi anti-dumping contro la Cina nel suo insieme, fatta propria da esponenti dell’esecutivo quali Marzano e Urso. Parlare di dumping significa far riferimento non soltanto a teorie economiche più che contestabili, ma anche ad argomenti che sono utilizzati di fronte alla strategia di un’impresa, e non possono essere chiamati in causa per un continente di oltre un miliardo di persone. Non ha senso ritenere davvero che tutti i cinesi si siano coalizzati per mantenere i prezzi al di sotto dei costi, e ciò al fine di distruggere le nostre imprese e spuntare in seguito sovrapprofitti monopolistici”.

  3. #33
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    Predefinito La Cina è un enorme sweat-shop

    La Cina è sicuramente una nazione molto importante e potente a livello mondiale, quindi merita sicuramente del rispetto.

    Però sfortunatamente la sua forsennata politica commerciale, spiccatamente espansionista nel settore industriale e manifatturiero, di fatto impoverisce le classi sociali italiane (e non solo) meno abbienti e porta alla progressiva chiusura un numero sempre crescente di fabbriche del nostro Paese.

    D'altro canto lo 'status quo' odierno è di sicuro molto caro a quei rappresentanti dei soliti "poteri forti" italioti (ovvero gli inciampisti nostrani!): tipo Cgil, Fiat e la montezemoliana Confindustria.

    A loro sì che conviene andare a produrre in Estremo Oriente così si foderano le tasche di tanti bei soldoni, conseguenti allo sfruttamento dei poveri operai cinesi.

    Quindi bisogna pensare prima ai lavoratori italiani:

    No al dumping sociale!
    No alla deindustrializzazione in Italia!

    Sì ai dazi, soprattutto a fronte dell'aggressività commerciale dei moderni schiavisti internazionali!

  4. #34
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    Predefinito

    Il fenomeno cinese è veramente devastante! Lo dico perchè mio padre aveva una fabbrica di pantaloni ed ha kiuso da due anni a causa della concorrenza cinese,io vivo in provincia di Napoli,vicino all'area vesuviana,dove esistono tantissime fabbriche abusive di cinesi,dove anche il Sali e Tabacchi porta la scritta cinese,dove ogni 150m ci stanno negozi ke vendono gli STESSI indumenti di quello di prima. Per un piccolo imprenditore è difficile puntare sulla qualità,gli amici di mio padre in parte hanno chiuso ed in parte lo stanno facendo. Fare un prodotto di qualità quando sai ke le persone almeno da noi nn lo comprano perchè fanno gli "affari" da 3-5euro non è facile! Qualunque sia la politica da adottare è giusta,anche quella dei dazi...

  5. #35
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    C'è da dire una cosa: è ovvio che i dazi anti-dmping in sé e per sé poco possono fare.
    Anzitutto perché anche se l'UE intera li accettasse, resterebbero esclusi i mercati del resto del mondo. Ed è ovvio che un'impresa europea non può partire con l'idea di produrre solo per il mercato "interno".
    Io vedo nei dazi una misura per spuntare le armi di una politica industriale troppo aggressiva e dissennata, specialmente in questi primi mesi dopo la scadenza dei vari trattati di limitazione per le importazioni.

    Mi chiedo per esempio se non sarebbe assai meglio aiutare le nostre industrie tessili attraverso una defiscalizzazione totale delle spese per gli investimenti di qualsiasi genere, oltre che una detassazione degli oneri per il personale.
    Ovviamente servono anche e soprattutto riforme strutturali, e riforme che portino più concorrenza nei nostri mercati.

  6. #36
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    Predefinito

    In origine postato da cannoncino
    Il fenomeno cinese è veramente devastante! Lo dico perchè mio padre aveva una fabbrica di pantaloni ed ha kiuso da due anni a causa della concorrenza cinese,io vivo in provincia di Napoli,vicino all'area vesuviana,dove esistono tantissime fabbriche abusive di cinesi,dove anche il Sali e Tabacchi porta la scritta cinese,dove ogni 150m ci stanno negozi ke vendono gli STESSI indumenti di quello di prima. Per un piccolo imprenditore è difficile puntare sulla qualità,gli amici di mio padre in parte hanno chiuso ed in parte lo stanno facendo. Fare un prodotto di qualità quando sai ke le persone almeno da noi nn lo comprano perchè fanno gli "affari" da 3-5euro non è facile! Qualunque sia la politica da adottare è giusta,anche quella dei dazi...
    Il discorso del sommerso poi andrebbe affrontato con ancora maggior "rabbia"... non si può tollerare che i cinesi esportino in Italia i loro modo degradato di produrre, oltre che i loro prodotti.

  7. #37
    Ospite

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    Il problema è che se noi mettiamo i dazi sui cinesi poi loro li mettono sugli italiani. Leggevo proprio ieri di un famoso industriale del gelato che ha investito non ricordo quanti milioni di dollari in Cina...

    Perchè le ritorsioni sono inevitabili.

    Poi è vero che i cinesi lavorano una marea di ore e vengono pagati male rispetto a noi, ma evidentemente un miglioramento dal punto di vista soggettivo loro c'è stato.

  8. #38
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    Predefinito Grandi interessi..

    In questi paesi orientali non c'è democrazia, ergo non sono nemmeno previste le rivendicazioni salariali per i lavoratori.

    La situazione fa gola naturalmente gola ai soliti rapaci "poteri forti" che vedono enormi margini di guadagno delocalizzando le fabbriche in Oriente.

    Purtroppo alle famiglie italiane, buttate in mezzo alla strada e senza lavoro, non ci pensa quasi nessuno.

  9. #39
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    Predefinito

    " SOLO LA RISCOPERTA DI MASSA DELL'ISTINTO CAPITALISTA PUO' SALVARCI DALLA CRISI DI COMPETITIVITA'




    In un articolo precedente ho lanciato l'allarme contro la diffusione crescente del neo-protezionismo. In questo cerco di contrastarlo. Esso si basa sull'evidenza che ormai non è più possibile tenere la concorrenza con il minor costo della vita nei Paesi emergenti se non accettando un impoverimento delle società ricche per renderle più competitive. Il punto forte della diagnosi è che l'alternativa non può essere tra autoimpoverimento o deindustrializzazione. Per questo la sensazione che bisogna dare un taglio limitativo alla globalizzazione è comune a destra e a sinistra, in Europa ed in America. A sinistra si vuole anche limitare, poi, il "turbocapitalismo", cioè quell'efficienza tecnologica e finanziaria che sostituisce l'uomo con la macchina o che vuole meno lavoratori che siano più produttivi a minor costo (neo-protezionismo sindacale e sua variante autarchica). A destra cresce il numero di chi, pur non volendo limitare il turbo-capitalismo di per se, lo ritiene accettabile solo se porta conseguenze di ricchezza privilegiata per i cittadini della proria nazione riducendo, pertanto, la capacità degli altri di essere concorrenziali (geo-economia competitiva e sua variante neo-isolazionista). Sono comunque tutte idee "limitative" ed ispirate all'idea di reagire con una diga attiva o passiva all'onda competitiva. Diagnosi giusta, ma terapia sbagliata.

    Vediamo cosa dice la controparte liberista che difende l'idea di un mercato globale senza dighe e protezionismi nazionali o sindacali. Questa sostiene che l'attuale cedimento di ricchezza dall'Occidente verso l'Oriente verrà compensato da un ciclo di ritorno quando il secondo diventerà ricco. E ciò sarà fonte di nuova ricchezza per tutti Pertanto, si dice, bisogna curare ogni male del mercato immettendo più libertà in esso, e non di meno in forma di dighe, blocchi o protezionismi. Vero. Ma c'è un piccolo problema. Se il "ciclo di ritorno" ci mette, per dire, 15 anni, allora non ci sarà praticamente più industria in Occidente capace di cogliere le opportunità della nuova e più ricca domanda in Oriente. Inoltre la teoria classica non ha previsto l'enorme evoluzione e diffusione tecnologica di oggi. Chi dice, infatti, che i nuovi ricchi non prendano anche un vantaggio tecnologico superiore al nostro? E le masse non più protette ed impoverite dal turbocapitalismo selettivo cosa faranno? Giardinaggio? Diagnosi sbagliata, terapia giusta.

    Vediamo il problema riducendolo ad un immagine semplice. Se un volume d'acqua resta sempre lo stesso, l'effetto dei vasi comunicanti pareggerà il livello in ciascuno di essi. La globalizzazione ha messo in contatto dei vasi prima vuoti con quelli occidentali molto pieni. I primi si sono riempiti svuotando i secondi. Il neo-protezionismo vuole mettere un rubinetto a questa perdita della ricchezza liquida. Ma così facendo bloccherebbe l'idrodinamica della ricchezza per tutti. No, il problema è che non aumenta il volume complessivo d'acqua. La soluzione è farlo aumentare.

    La crisi di competitività occidentale non è dovuta al fatto che i Paesi emergenti stanno industrializzando a scapito di quelli già industrializzati. Questa è solo la causa apparente o, meglio, una conseguenza. La vera causa è che l'Occidente non reindustrializza ad un ritmo che compensi la deindustrializzazione. Il problema non è nei Paesi emergenti o nel turbocapitalismo, di per se fonti di ricchezza. Sta invece nel fatto che il motore dello sviluppo nelle società occidentali si è fermato. Prima è imploso e poi è diventato vulnerabile, non viceversa. E quali sono le cause di questa implosione competitiva di America ed Europa, meno la prima più la seconda? Sono tre. (a) La più importante riguarda una regressione dell'attivismo economico delle masse. Diventate ricche dopo il boom del dopoguerra tendono più a privilegiare la "comodità" che non la "conquista capitalistica", lo "spiritualismo" che non la "cultura materiale". Ciò modifica la "domanda" in quanto riduce il fabbisogno di novità crescenti da consumare. E l' "offerta" si adegua diventando meno innovativa. Inoltre meno gente è disposta a combattere la guerra del capitale diminuendo la densità competitiva del sistema e la sua capacità di spesa. (b) I soldi delle tasse hanno sempre più finanziato i consumi che non i reinvestimenti rallentando la futurizzazione dei sistemi. (c) I territori si sono saturati di costi e vincoli invece che di opportunità crescenti. Questo è il motivo per cui ad ogni nuova industria di scarpe in Oriente non corrisponde una nuova industria di aerei ipersonici in Occidente. Per implosione propria l'Occidente non riesce a creare una nuova generazione industriale facendosi così agguantare e predare da quelli che vengono dietro.

    La soluzione è reindustrializzare verso l'alto, cioè alzare un'onda più alta di quella che ci sta sommergendo e non cercare di porvi diga. Ma per farlo la terapia non è di tipo razionale o solo politico, questa la notizia Feltri, ma riguarda la capacità di ripristinare quell'istinto capitalista di massa che ci regalò 50 anni fa la ricchezza. Gli spiriti animali del capitalismo devono tornare a cavalcare. E vale per l'Italia come per gli altri europei e gli americani. Ed è importante che lo si capisca nelle famiglie già da ora, quando la crisi è solo relativa e non ancora finale. Qui cerco di aprire una discussione che rimbalzi nelle attenzioni dei lettori, padri, madri e figli. E per renderla più istruita e forte chiamo il collega Ricossa ed il suo coraggio intellettuale a consulto.
    "

    Carlo Pelanda - 6 giugno 1996


    Saluti liberali

  10. #40
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    Predefinito Lavori forzati

    In quei paesi ci sono milioni di carcerati (anche politici) che sono posti ai lavori forzati.

    I manufatti da loro prodotti vengono anche mandati in Italia.

    Non vedo come si possa mai competere con questo spregevole dumping, che nulla ha a che vedere con il capitalismo o la democrazia.

    Quella è invece schiavitù.
    L'Occidente democratico, pomposo fautore dei diritti umani su scala mondiale, non può assolutamente svendersi per un piatto di misere lenticchie, che poi finiscono nelle tasche dei soliti potentati.

    Le nostre fabbriche non possono sopravvivere a codesti colpi bassi, come il frequente ricorso ai lavori forzati!

 

 
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