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Discussione: Dazi? si...grazie.....

  1. #121
    Veneta sempre itagliana mai
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    '' E' in gran parte merito di Luca Cordero di Montezemolo se la Juventus non si rivolse ai tribunali ordinari '' (Joseph S. Blatter - Presidente F.I.F.A. - Dicembre 2007)
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    In origine postato da Tahoeman
    "ci stanno"?
    ma come parli? sei sicura di essere padana?


    a furia di litigare con i napuletani mi lascio influenzare però te rispondimi sul 30% dei dazi in Cina e su quelli americani....non tergiversare

  2. #122
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    In origine postato da pensiero
    a furia di litigare con i napuletani mi lascio influenzare però te rispondimi sul 30% dei dazi in Cina e su quelli americani....non tergiversare
    Nota come usa il verbo tergiversare per correggere il "ci stanno" che comunque è corretto da quanto mi risulta.

    E metti il "padana" tra virgolette sempre.

  3. #123
    Veneta sempre itagliana mai
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    In origine postato da Adriano1897


    E metti il "padana" tra virgolette sempre.
    eh no eh....qui non cominciamo ad offendere......je sui na polentona onaona......da generazioni, e me ne vanto

  4. #124
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    In origine postato da pensiero
    eh no eh....qui non cominciamo ad offendere......je sui na polentona onaona......da generazioni, e me ne vanto
    Non sei affatto padana sei veneta.

    Mi mandi una tua foto ti prego?

  5. #125
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    Ma se ci sono i dazi le cose non costano di più ?
    Come faremo poi ad innovarci ?

  6. #126
    Betelgeuse
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    Fatto! Adriano, perché non vai a corteggiare pensy altrove?

  7. #127
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    Predefinito I soldi fanno veni' la vista pure ai cecati..

    La sinistra e la destra litigano su tutto, poi sono perfettamente daccordo quando c'è da esportare quasi tutte le fabbriche italiane in India e Cina. ...

    Perchè tutti (compresi i sindacati Italiani) ce magnano sopra!!!

    L'unica forza politica che mantiene un vero contatto con il popolo è la Lega, la quale da sempre fa politica non "in giacca e cravatta" come gli altri, bensì da sempre in canottiera !!!!

  8. #128
    W BUSH
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    Predefinito Taroccano proprio tutto!!!

    Dopo le griffes taroccate, dopo i cd taroccati, dopo le camicie da 50 centesimi la dozzina, dopo i pelati sanmarzano taroccati ora importiamo anche le mele "altoatesine" taroccate.

    Ecco un articolo da LaPadaniaOnLine:


    <<A causa dell’import cinese il 50% del raccolto rimane in magazzino
    A Bolzano è “allarme mele”
    MAURIZIO FUGATTI Bozen - Avanti tutta alle mele cinesi “taroccate” come italiane e vendute a basso costo, mentre i magazzini delle mele altoatesine si riempiono di merce invenduta. È questo il dato principale che si desume dalla lettura della analisi della Camera di Commercio di Bolzano sulle giacenze di mele nei magazzini altoatesini. Oltre 44.844 vagoni di mele fermi, che rappresentano circa il 50% della produzione totale altoatesina del 2004. Dati in aumento rispetto all’anno precedente, quando a rimanere negli stabilimenti di conservazione era stato alla stessa data il 43% delle mele raccolte. Cifre che riflettono la situazione di criticità di un settore messo alle “corde” dalla concorrenza dei paesi in via di sviluppo. E quando si parla di mele, anche in questo caso, si parla di Cina. Secondo i numeri forniti dalle organizzazioni di categoria nel solo anno 2004 le importazioni in Italia di mele cinesi sono aumentate di oltre il 400%.
    «Si calcola che continuando di questo passo - afferma la Coldiretti - ognuno dei circa 450 milioni di cittadini europei mangerà almeno una mela proveniente dal Paese asiatico». E siamo solo all’inizio, perché la “lieta novella” delle mele cinesi importate è un fenomeno che ha cominciato a fare sentire i propri effetti solo negli ultimi mesi. In primo luogo perché le regole sanitarie, ambientali e i protocolli di produzione applicati in Italia non sono gli stessi di quelli asiatici, con tutti i rischi connessi per la salubrità dei prodotti e per le garanzie del consumatore finale. E poi perché le mele cinesi vengono anche “taroccate” come mele italiane. «Secondo una recente attività di controllo svolta dall’Ispettorato Repressione Frodi - evidenzia la Coldiretti - è risultata irregolare ben una etichetta su dieci tra quelle esposte sui prodotti ortofrutticoli, con l'evidente rischio di spacciare produzioni estere come Made in Italy».
    Il rischio Cina viene lanciato da un territorio da sempre vocato alla produzione delle mele, come quello altoatesino, dove le conseguenze della globalizzazione alimentare non mancano di farsi sentire. Ricordiamo per esempio la polemica sorta nei mesi scorsi proprio a Bolzano, quando sugli scaffali di alcuni supermarket della grande distribuzione della catena distributiva Aspiag, che nel Triveneto gestisce i supermercati della controllante austriaca Spar, apparvero proprio le mele cinesi.

    [Data pubblicazione: 12/03/2005]>>

    Berlusconi per favore svegliati!

  9. #129
    Silvioleo
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    Per un pugno di voti.
    La battaglia della Lega sui dazi

    di Alberto Mingardi

    Che cos’è un dazio? Apriamo il Devoto-Oli. “Imposta indiretta sui consumi, di riscossione mediata, che colpisce la circolazione dei beni da uno stato all’altro”. Non serve essere un economista, basta il dizionario, per accorgersi che il dazio è una tassa. Certo, non è il genere di tassa che ci colpisce in quanto produttori di un reddito: non è un’imposta diretta. Ma esso è pensato e concepito precisamente per fare aumentare il prezzo di un prodotto: così che quel particolare bene ci venga a costare di più di quanto sarebbe altrimenti, inducendoci a preferirne un altro. I dazi dunque sono imposte che ci colpiscono tutti in quanto consumatori, costringendoci a spendere di più per cose che potremmo – se al mercato fosse lasciato fare il suo corso – acquistare per meno.

    E’ paradossale che sia proprio il partito che ha squassato l’ipocrisia della politica italiana con lo slogan “basta Roma, basta tasse” a lanciarsi oggi in una battaglia per i dazi, cioè: per più tasse. La mutazione genetica della Lega Nord è da tempo agli atti, e del resto ricorda in tutto e per tutte le evoluzioni camaleontiche di Umberto Bossi. Interprete dei sentimenti dei ceti produttivi del Nord, gli occhi all’America, alla Svizzera, poi amico di Milosevic, bestemmiatore illuminato dall’estemporanea adorazione del dio Eridanio, poi imprevedibile vestale della famiglia tradizionale e estimatore verbale del cardinal Lefevre, e si potrebbe continuare. Un po’ è la politica ad esser fatta così. Un po’ è che, a parte il suo sempre più striminzito zoccolo duro di fedelissimi mujaheddin, Bossi difficilmente sa tenersi stretti i suoi voti. Al Nord l’hanno votato tutti, ma mai tutti assieme. Qualche volta ha pescato nell’ampio popolo dei produttori, altre è partito all’inseguimento di un ipotetico, postmoderno neo-proletariato urbano. Diciamola tutta, e con l’affetto che gli si deve in un momento difficile: Umberto Bossi è un Mario Segni di lusso, uno che aveva sbancato la lotteria del consenso e poi s’è visto sequestrare la vincita. La differenza è che Mariotto è colato a picco. Umberto invece galleggia sempre, ha saputo capitalizzare le briciole, ammainate le bandiere al vento s’è ingegnato a metter fieno in cascina. Oggi annusa il mal contento degli imprenditori tessili, e si prepara a rastrellarne il voto. I libri di educazione civica ci raccontano il politico come un animale spronato a far il suo meglio per l’interesse generale. La prassi quotidiana della “democrazia reale” ci restituisce un gioco di lobby e mezzi punti percentuali. E’ evidente che una nuova impennata protezionista vedrebbe due sconfitti: i lavoratori cinesi, e passi. Ma soprattutto i consumatori europei,ed italiani, cioè: noi tutti, costretti a sussidiare, di fatto, l’industria protetta. Se si contassero i voti, la bilancia cadrebbe tutta dalla parte di chi vuole libertà di comprare prodotti meno cari. Però alle elezioni raramente contano i grossi numeri, spesso sono i piccoli a pesare di più, specie quando sono localizzati ed appartengono ad una minoranza potenzialmente chiassosa. Il consumato pescatore di voti, e questo Umberto Bossi è, lo sa bene e si adegua, puntando ad assicurarsi la nicchia che gli consente di mantenere in vita quell’aziendina che è il suo partito.

    La Lega è un movimento che storicamente ha incarnato la spinta anti-assistenzialista, l’oltraggio per l’intrigo di protezioni a tutela di pseudo-capitalisti inefficienti, la rabbia per i soldi rapinati ai contribuenti e poi stornati alla classe politica ed ai suoi amici. Di tutto questo, si può ora parlare al passato. La settimana scorsa, Bossi redivivo ha concesso un’intervista al nuovo direttore de “La Padania”, Gianluigi Paragone. C’è di tutto. La battaglia protezionista rivendicata come un lampo anticipatore. La difesa dell’italianità della banche padane, tema nuovo nell’orgia di pensieri del leader leghista, che svela un’inedita sintonia d’intenti col governatore della banca d’Italia Antonio Fazio. Lo stesso governatore Fazio, non un altro, che in un’intervista allo stesso quotidiano, ma con direttore diverso (allora era Gigi Moncalvo), il 28 ottobre 2003 lo stesso Umberto Bossi, non un altro, liquidava come un qualsiasi “questo qui”, segnatamente un “questo qui” piuttosto pericoloso: “potrebbe essere il candidato della prossima Straffenspeditionen del Tribunale Fallimentare Romano”. Il “giro romano di Bankitalia”, “Fazio e i Faziosi”, all’epoca miravano “al futuro ritorno del potere romano che loro incarnano”. Per carità, cambiare idea è legittimo, e la posizione della Lega oggi è di esemplare simmetria: protezionista nel credito, protezionista nel commercio. Di qui a dire che si tratti di una posizione rappresentativa degli interessi del Nord ne passa.

    Se così fosse, vorrebbe dire che quelli che erano un tempo ceti dinamici, ansiosi di opportunità per competere sul mercato, sicuri che, quante volte l’abbiamo sentito dire?, la Lombardia liberata dal peso dello statalismo sarebbe stata la Sylycon Valley del duemila, si sono chiusi su se stessi. Si sono arresi, più che altro, e mendicano protezione perché sanno che quella Roma può pensare di concederla, libertà per competere, e vincere nella competizione, invece no.

    E sì che la Padania titolava l’intervista di Bossi sull’attualità della lezione di Cattaneo. Grande federalista, liberale, nemico delle rendite e del protezionismo, detto per inciso. Va bene cambiare idea ma, per pudore, amici leghisti, aggiornate anche la biblioteca.



    da "Libero", 13 marzo 2005

  10. #130
    Betelgeuse
    Ospite

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    Ecco come ci fregheranno:


    Questa è la politica commerciale che hanno adottato negli Stati Uniti e che praticheranno da noi
    I cinesi applicano prezzi bassi per ottenere posizioni dominanti e in seguito li alzano


    Qualche mese fa le 'colonne' di questo giornale erano le uniche e le sole a descrivere il rischio corso dalle industrie italiane del settore tessile di fronte alla scadenza dell'Accordo Multifibre del 31 dicembre scorso. Solo 'la Padania' per mesi e mesi ha descritto quali erano i reali rischi dovuti alla invasione di merci cinesi a basso prezzo nel nostro mercato, ma sia gli altri organi di stampa e sia i politici (quelli non leghisti!), facevano 'spallucce', quasi ridendosela, spacciando il tutto come il solito 'al lupo, al lupo' in salsa leghista.
    Oggi invece, a nemmeno due mesi dalla apertura dei mercati del settore tessile alla invasione libera delle merci cinesi, il problema si sta manifestando in tutta la sua drammaticità. Un dramma che riguarda migliaia di imprese, costrette a competere con il dumping valutario, sociale e ambientale, applicato dai concorrenti cinesi.
    I dati sono allarmanti. Per il solo settore calzaturiero dall'inizio dell'anno le richieste di importazioni sono schizzate verso l'alto a valori prima nemmeno immaginabili: per ogni paio importato nei primi due mesi del 2004, quest'anno alle dogane europee ne sono già arrivati sette. I dati delle associazioni di categoria (Anci) parlano di un aumento del 600%, con una discesa del prezzo medio del 28%.
    Ed è oggi sempre più chiaro che l'avanzata della Cina viene fatta puntando sul prezzo, cercando di 'spiazzare' in termini di costo del prodotto finito le imprese italiane che a quei livelli non possono certo competere, e farle chiudere.
    A quel punto il mercato sarà definitivamente 'libero' per le sole merci cinesi, e da quel momento gli stessi cinesi potranno anche aumentare i prezzi dei loro prodotti, tanto la concorrenza sarà già stata debellata. Previsione catastrofica? Il solito pessimismo che da mesi compare su questo giornale? Non crediamo.
    Non crediamo perchè finora i fatti ci stanno dando ragione, e non crediamo anche perchè guardando a quanto successo in altre nazioni, ciò che si è verificato è proprio questo stato di cose. E a dirlo è una fonte del tutto al di sopra di ogni sospetto: il Ministero delle Attività Produttive, che nei mesi scorsi ha stilato il 'Primo Rapporto sulla liberalizzazione del settore tessile: 1 Gennaio 2005, come reagire all'invasione asiatica'.
    Questo studio, del quale abbiamo già scritto e che oggi dimostra di essere alquanto realistico, è basato su un'analisi di Euratex relativa ad alcuni prodotti già liberalizzati il primo gennaio 2002.
    In esso si dimostra un comportamento fortemente aggressivo delle importazioni da alcuni paesi asiatici (in particolare la Cina) nei mercati europei e americani. «L'esperienza Usa - scrive il rapporto - mostra come la liberalizzazione del settore dell'abbigliamento abbia prodotto nell'arco di 3 anni un totale cambiamento dei flussi commerciali nel mercato. La Cina, ad esempio, che aveva quote di mercato pari al 10%, è passata nel giugno del 2004 al 72%, a danno di tutti gli altri partner commerciali».
    Il dato che più fa riflettere è quello che dimostra che solo la Cina, rispetto ad altri paesi, ha notevolmente aumentato le proprie quote di mercato.
    La Cina ha praticamente sbaragliato la concorrenza di tutti gli altri paesi.
    «La scalata della Cina nel mercato tessile americano - scrive il rapporto - è stata impressionante». Nel 2001 questa quota era del 10%; nel 2002 del 31%; nel 2003 del 72%; nel 2004 dell180%. Ciò è avvenuto oltretutto con un continuo calo dell'andamento dei prezzi, «a causa della sostituzione dei prodotti statunitensi e degli altri partner commerciali con quelli cinesi, a prezzi notevolmente inferiori».
    Dall'inizio del 2004 però i prezzi medi hanno cominciato a rialzarsi, «e ciò suggerisce - scrive ancora il rapporto - che la conquista del mercato americano può essere stata condotta dalla Cina anche attraverso una strategia aggressiva di prezzo; ora che questo paese ha ottenuto oltre il 70% del mercato è in grado di influenzare il livello dei prezzi attraverso la propria posizione dominante».
    In pratica per qualche anno i cinesi hanno 'ucciso' i loro competitori, abbassando notevolmente i prezzi sul mercato, mentre ora grazie alla posizione dominante ottenuta, i prezzi tendono a rialzarli.
    Uno scenario che, leggendo le cifre sulle importazioni di prodotti tessili in Italia dopo la fine dell'Accordo Multifibre, sembra realizzarsi anche nel nostro paese. I cinesi ci invadono a basso costo, sfruttando il dumping valutario, ambientale e sociale, e fanno chiudere le nostre imprese (questo non lo diciamo noi, ma le associazioni di categoria). Una volta chiuse le imprese italiane, potranno liberamente alzare i prezzi, perchè sul mercato avranno raggiunto una posizione del tutto dominante. Chi resisterà? Le grandi imprese e le grandi firme, quelle che licenziano qui e delocalizzano in Cina, producendo a costi cinesi e vendendo a costi italiani. Le piccole imprese, la colonna portante della nostra economia, chiuderanno bottega.
    Nel frattempo però la Fiat, tra i sorrisi e gli applausi di Ciampi e di Montezemolo, annuncia che andrà a produrre in India. Domanda: dei pochi stabilimenti italiani della Fiat ancora rimasti, cosa ne facciamo? E soprattutto: dove mandiamo a lavorare gli operai italiani? In India o in Cina?

    Maurizio Fugatti

 

 
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