Il Cav. è convinto che l’immagine sia tutto, la realtà niente.
E che sulla scena pubblica il “parere”, già considerato nel dovuto modo dall’inventore della politica moderna, il Machiavelli, sopravanzi e schiacci “l’essere”.
Ieri in Senato ha egli stesso dimostrato che non è così.
Un breve discorso, asciutto, fondato sui fatti, del tutto privo di carisma e di ansia, ha testimoniato di un’azione di governo impeccabile, segnata da ambiguità note in materia di pagamento di riscatti, ma sempre rivolta al risultato e sempre ferma nel respingere il vero ricatto terrorista, che è quello politico, la destabilizzazione, la rotta del nemico.
Il presidente del Consiglio non ha lasciato niente alla mistica dell’immagine, ha anzi tagliato corto con i molti primitivismi di questo grottesco carnevale che ha circondato, fra polemiche belluine di un segno o dell’altro, il rilascio di Giuliana Sgrena e la tragedia del check point nei pressi dell’aeroporto.
Non ha cercato quei vantaggi da tempi elettorali che sono in casi come questi la negazione avvilente della politica seria, la sua traduzione in faziosità tribale.
Non ha alzato la voce con gli americani, alla ricerca di un sussulto nazionale da cavalcare, perché aveva richiesto con eccezionale tempestività, e ottenuto, tutto quello che gli americani potevano e dovevano dare a un alleato serio, una ricerca congiunta della verità su un ennesimo caso, e disperante, di fuoco amico.
Non ha alzato la voce con i sostenitori della teoria dell’agguato imperialista, perché certe scemenze sono al di sotto della polemica, meritano di cuocere nel loro brodo ideologico.
Non ha nemmeno approfittato dell’occasione parlamentare per infierire su un’opposizione di centro sinistra che, in Italia e in Europa, comincia a esercitare il dubbio sulle ragioni dell’amministrazione americana e della coalizione in medio oriente.
Quando fai la cosa giusta, non ha importanza il controllo di giornali e tv, non contano le luci di proscenio, non c’è par condicio che tenga.
Quando fai la cosa giusta, e usi il linguaggio appropriato, la comunicazione politica viene da sé, il riconoscimento del lavoro ben fatto segue di necessità.
Una sola cosa mancava forse al discorso, una notazione di cultura e di morale che oggi è urgente diffondere:
gli eroi o i giusti al servizio dello stato, gli uomini d’azione che agiscono sul teatro di una guerra, devono essere considerati per la loro funzione anche quando sono vivi.
Non devono essere obbligati a morire per aprire gli occhi ai ciechi e per sfatare i luoghi comuni sullo stato.

Ferrara su il Foglio del 10 marzo

saluti