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Discussione: Sabato Santo

  1. #21
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    Il Sodoma, Pietà, 1540 circa, Galleria Borghese, Roma

    Tintoretto, Lamentazione sul Cristo morto, 1560 circa, Gallerie dell'Accademia, Venezia

    Tiziano Vecellio, Pietà, 1576, Gallerie dell'Accademia, Venezia

    Alessandro Turchi, Lamentazione sul Cristo morto, 1617, Galleria Borghese, Roma

    Paolo Veronese, Pietà, 1581 circa, Hermitage, San Pietroburgo

  2. #22
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    Alonso Cano, Discesa di Cristo nel Limbo, 1640 circa, Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles

    Antonio del Castillo y Saavedra, Cristo morto compianto dagli angeli nel sepolcro, 1650, Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles


    Alonso Cano, Cristo morto sorretto da un angelo, 1646-52, Museo del Prado, Madrid

    Alonso Cano, Discesa di Cristo dalla Croce, 1595, Museo del Prado, Madrid

    Petrus Christus, Lamentazioni, 1455-60, Musées Royaux des Beaux Arts, Bruxelles

    Duccio di Buoninsegna, Discesa agli inferi, 1308-11, Museo dell'Opera del Duomo, Siena

  3. #23
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    Harmenszoon van Rijn Rembrandt, Discesa dalla Croce, 1634, Hermitage, San Pietroburgo

    Pieter Paul Rubens, Discesa dalla Croce, 1612-14, O.-L. Vrouwekathedraal, Antwerp

    Pieter Paul Rubens, Discesa dalla Croce, 1616-17, Musée des Beaux-Arts, Lille

    Maestro dell'altare di S. Bartolomeo, Discesa dalla Croce, 1500-05, Musée du Louvre, Parigi

    Jean-Baptiste Regnault, Discesa dalla Croce, 1789, Musée du Louvre, Parigi

    Joseph Ignaz Mildorfer, Pietà, 1750 circa, Chiesa di S. Spirito, Sopron

    Massimo Stanzione, Pietà, 1621-25, Galleria Nazionale d'Arte Antica, Roma

  4. #24
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    Predefinito Dal Discorso sull’Incarnazione del Verbo di sant'Atanasio

    Se qualcuno dei nostri, non per spirito di contesa ma per desiderio d'istruirsi, si domanda perché Cristo non volle subire una morte diversa da quella della croce, comprenda che appunto questa forma di morte meglio giovava a noi, e il Signore l'accettò per amor nostro, non senza motivo.
    Se egli veniva a prendere su di sé la maledizione che pesava su di noi, in che altro modo sì sarebbe fatto per noi maledizione, se non avesse accettato la morte dei maledetti? E tale è la morte di croce, perché sta scritto: Maledetto chi pende dal legno (Gal 3, 13).
    Inoltre, la morte del Signore abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, è redenzione di tutti e per essa avviene la chiamata dei pagani alla fede; ora, in che modo egli ci avrebbe riuniti se non fosse stato crocifisso?
    Soltanto sulla croce si muore con le braccia aperte.
    Perciò convenne che il Signore subisse questo genere di morte, tendendo le mani, perché l'una attirasse il popolo ebraico e l'altra i pagani, e i due popoli trovassero in lui la loro unità. L'ha detto egli stesso, indicando con quale genere di morte avrebbe compiuto la redenzione: Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me (Gv 12, 32).

    La morte sulla croce fu dunque scelta in modo sapiente e opportuno, e, sotto ogni aspetto, conforme alla ragione; essa sì fonda su argomenti validi: la salvezza di tutti gli uomini non doveva operarsi altrimenti che per mezzo della croce.
    Di fatto neppure sulla croce il Signore tollerò di essere considerato un uomo qualsiasi, ma volle che tutta la creazione rendesse testimonianza in modo straordinario alla presenza del suo Creatore.
    E non permise che il suo tempio, cioè il suo corpo, rimanesse a lungo senza vita; ma, dopo averlo mostrato preda della morte, subito, al terzo giorno lo risuscitò, presentando incorruttibile e impassibile il suo corpo risorto, come trofeo glorioso della vittoria sulla morte.
    Anzi, il Signore avrebbe potuto risuscitare subito dopo la morte e mostrarsi redivivo; ma non volle farlo per una saggia previdenza.
    Se fosse subito risorto, qualcuno avrebbe potuto sospettare che egli non fosse realmente morto, o che la morte l'avesse appena sfiorato.
    E anche se la morte e la risurrezione si fossero succedute quasi contemporanee, l'onore dell'incorruttibilità sarebbe rimasto incerto e ignorato.
    Ma perché fosse ben chiaro che il suo corpo era veramente morto, il Verbo divino lasciò passare un'intera giornata, e il terzo giorno mostrò il suo corpo incorrotto.
    Risorse il terzo giorno per dimostrare che era veramente morto.
    Se invece avesse richiamato in vita il suo corpo dopo parecchio tempo, quando già poteva essere corrotto, la risurrezione avrebbe potuto sembrare incredibile, e si sarebbe potuto pensare che egli avesse ora un corpo del tutto diverso dal precedente; per questo non aspettò più di tre giorni, e non fece attendere più oltre quelli che lo avevano udito parlare dì risurrezione.
    Quando le sue parole risuonavano ancora nel loro orecchio, quando ancora lo aspettavano con gli occhi spalancati e l'animo sospeso, quando vivevano ancora negli stessi luoghi coloro che l'avevano ucciso ed erano testimoni della sua morte, il Figlio di Dio ripresentò immortale e incorrotto quel corpo che era stato per tre giorni nel sepolcro. Allora fu chiaramente manifesto che non era morto per la debolezza della natura del Verbo che lo abitava, ma perché in esso la potenza del Salvatore distruggesse la morte.

    La morte più non conturba, è stata vinta dalla croce di Cristo e ha perduto ogni forza, è veramente morta: lo dimostra e ne è indizio certissimo il fatto che tutti i discepoli di Cristo la disprezzano, tutti se ne ridono e non la temono, ma col segno della croce e la fede in Cristo la vilipendono come cosa morta.
    Un tempo, prima della venuta del Salvatore divino, la morte era il terrore anche degli uomini santi, tutti piangevano i morti come perduti.
    Ma ora, dopo che il Salvatore risuscitò dagli inferi il suo corpo, la morte non è più causa di sgomento, ma tutti coloro che credono in Cristo la disprezzano come un nulla, e preferiscono morire piuttosto che rinnegare la fede.
    Essi hanno la certezza che la morte non li distrugge, ma per loro è causa di vita, e che risorgeranno incorrotti.
    Il demonio che prima poteva insultarci malignamente, essendo scomparsa l'afflizione che segue la morte, resta il solo veramente morto: e ne sono prova gli uomini che, non credendo in Cristo, temono la morte come spaventosa e ne rifuggono; ma poi, quando hanno abbracciato la fede e l'insegnamento di lui, la disprezzano così tanto da andarle incontro con ammirevole prontezza d'animo, ormai testimoni del Salvatore che l'ha vinta.
    Per questo anche dei fanciulli desiderano morire e non solo uomini ma anche donne sono pronte ad affrontare la morte; essa è diventata cosi debole e inerme che anche le donne, da lei ingannate per le prime, ora se ne fanno gioco vedendola ridotta al nulla.
    Così la morte fu vinta e dal Salvatore posta sulla croce con mani e piedi legati come su un cippo sepolcrale. Tutti quelli che passano da questo mondo la calpestano senza paura, rendendo testimonianza a Cristo, la deridono e la rimproverano acerbamente: Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione? (1 Cor 15, 55).

  5. #25
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    SABATO SANTO
    Al sepolcro in attesa della vita vera
    Il giorno della sepoltura di Cristo la Chiesa si astiene dall’Eucaristia, fonte della sua stessa identità. Nelle parole di monsignor Vito Angiuli teologo del Congresso di Bari il significato di questo digiuno
    Di Matteo Liut

    Il masso che sigilla il sepolcro è l’ultimo rumore che risuona dopo la morte di Gesù. Eppure il silenzio che regna tra il Venerdì santo e il Sabato santo è abitato dall’attesa di qualcosa di nuovo e più grande. Monsignor Vito Angiuli, direttore dell’Istituto di scienze religiose di Bari e presidente della Commissione teologica del Congresso eucaristico nazionale di Bari, spiega il valore teologico e liturgico di questi due giorni in cui la Chiesa conserva e consuma solo il pane eucaristico consacrato il Giovedì santo. Oggi il digiuno eucaristico terminerà con la grande Veglia pasquale.
    Monsignor Angiuli, qual è il significato di questo silenzio di riflessione?
    «In questo giorno accostarsi alla tomba di Cristo vuol dire riconoscere che tutta la rivelazione del Dio-Amore si muove nella dialettica tra svelamento e velamento, tra manifestazione e nascondimento. Il silenzio del Sabato santo custodisce la Parola rivelata: se la croce è la manifestazione pubblica dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, il sepolcro di Cristo è il luogo in cui l’amore si "nasconde" in un silenzio che è carico di tutta la profondità del mistero di Dio e dell’uomo».
    Un silenzio che comunica, quindi.
    «Certo, esso è anche la risposta di Dio alle domande fondamentali che l’uomo si pone sul senso della vita e della storia. A chi, come André Malraux, è ancora in attesa "del profeta che oserà gridare: non c’è il nulla", il credente deve annunciare con tutta la sua vita che il male, il dolore e la morte sono stati definitivamente sconfitti e che l’amore di Dio circonda tutta la vita. Questo annuncio cristiano contiene il segreto desiderio di ogni uomo».
    Ciò significa che non si tratta di un messaggio per pochi privilegiati?
    «Infatti. Va interpretato in tal senso il "fremito di Dio", il "desiderio dello Spirito" che serpeggia e, talvolta, divampa nel mondo contemporaneo e dà voce a quella "preghiera laica" di Heideggger: "Solo un Dio può salvarci". Ma quale Dio? Il Dio Pan che " rinasce" (per morire e rinascere ancora) o il Crocifisso-Risorto che risorge e non muore più, perché la morte non ha più alcun potere su di Lui?».
    Se la Chiesa si costituisce attorno alla mensa eucaristica, quali sono i riferimenti in questo giorno in cui l’Eucaristia viene a mancare?
    «A questo proposito vorrei richiamare un’osservazione del cardinale Ratzinger. Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ricordando una pratica esistente fin dall’epoca apostolica, nel suo "La comunione nella Chiesa", scrive che "il digiuno eucaristico era frutto della spiritualità comunionale della Chiesa. È proprio la rinuncia alla comunione in uno dei giorni più santi dell’anno liturgico, trascorso senza Messa e senza comunione ai fedeli. Era un modo profondo di partecipare alla Passione del Signore: il lutto della sposa alla quale è tolto lo sposo". Ci sono, infatti, momenti nei quali l’astenersi dalla mensa del Signore non implica un’esclusione dall’amore di Dio, ma è il segno di un desiderio della sua presenza più intenso».
    Come vivere questa esperienza di digiuno?
    «Rispondo ancora con le parole di Ratzinger: "Esso potrebbe favorire un approfondimento del rapporto personale col Signore nel sacramento; potrebbe essere anche un atto di solidarietà con chi ha desiderio del sacramento, ma non lo può ricevere. Mi sembra che il problema dei divorziati risposati, ma anche quello dell’intercomunione (per esempio, nei matrimoni misti) risulterebbe molto meno gravoso se tale volontario digiuno spirituale riconoscesse ed esprimesse visibilmente che noi tutti dipendiamo da quel salvataggio dell’amore che il Signore ha compiuto nell’estrema solitudine della croce"».
    Sullo sfondo dell’Anno dell’Eucaristia, che valore aggiunto per il Sabato santo?
    «Varrebbe la pena oggi di meditare in particolare su alcuni passaggi dell’enciclica Ecclesia de Eucharistia. In essa il Papa sottolinea che "quando si celebra l’Eucaristia presso la tomba di Gesù si torna in modo quasi tangibi le all’ora della croce e della glorificazione". La celebrazione eucaristica riconduce il tempo all’evento della redenzione, al mistero della Croce e del sepolcro vuoto, a quel fatto che ha un valore storico e cosmico».
    E in vista del Congresso eucaristico di Bari?
    «A questo proposito il riferimento al Sabato santo acquista un particolare significato anche in vista del dialogo interconfessionale. La scelta della città di Bari come sede del Congresso è dovuta alla sua naturale vocazione ecumenica. Motivi storico-geografici e soprattutto la presenza delle reliquie di san Nicola, vescovo di Myra, nella Basilica a lui dedicata, fanno della città e della Puglia un punto di incontro tra la tradizione bizantina e quella latina».
    In cosa si differenziano queste due sensibilità?
    «L’Ortodossia, nelle sue diverse espressioni teologiche, liturgiche e artistiche, pone in particolare rilievo il mistero del Sabato santo. "L’immagine della redenzione, in Occidente – ha recentemente scritto Olivier Clément –, è il Golgota. In Oriente, è la discesa di Cristo agli inferi". Cristo spezza la porta di questo stato d’esistenza dove regnano la separazione e l’angoscia e stende la mano al primo Adamo».
    Il sepolcro come condizione esistenziale?
    «Nella visione orientale l’umanità decaduta si trova sepolta nell’inferno come modalità di esistenza, un inferno che non è creazione di Dio, ma espressione dello "stato di separazione". Come ha sottolineato Hans Urs von Balthasar, è forse una lacuna della teologia occidentale quella di non considerare da che cosa Cristo ci ha riscattati. Questo "da che cosa" per l’Ortodossia è semplicemente l’inferno».

    tratto da Avvenire

  6. #26
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    26/3/2005 17:17

    SABATO SANTO, GIORNO DEL SILENZIO, DOPO UNA VIA CRUCIS ‘SENZA’ LA VOCE DEL PAPA



    ITALY 26/3/2005 17:17
    SABATO SANTO, GIORNO DEL SILENZIO, DOPO UNA VIA CRUCIS ‘SENZA’ LA VOCE DEL PAPA
    Church/Religious Affairs, Standard


    Nella malinconica sera inoltrata di ieri, quando le ultime luci di queste prime e più lunghe giornate di primavera si erano spente da qualche ora, in piazza San Pietro, su quello scenico ponte-confine che divide e unisce Roma e il Vaticano, si sono accesi quattro maxi-schermi a colori, per trasmettere dalla non lontana zona del Colosseo le immagini della ‘Via Crucis’ ai fedeli lì riuniti nella speranza di vedere Papa Giovanni Paolo II. Allo sfolgorio dei grandi schermi al plasma, nel buio che aveva concluso una giornata sì di primavera ma uggiosa e avara di luce, si è unito, alto sulla folla, il lume delle finestre dell’appartamento del Papa. E prima che cominciasse la “diretta” dal Colosseo, Giovanni Paolo II, vestito di bianco e con la stola rossa sulle spalle, e' apparso per pochi secondi sui maxi-schermi - senza parlare - seduto nella sua cappella privata. E’ stata la prima volta che le immagini televisive violavano la speciale privatezza del suo appartamento; nei successivi 90 minuti si è poi visto più volte Karol Wojtyla, al termine di ognuna delle stazioni della “Via Crucis”, inquadrato di spalle, a volte di lato, raccolto e intento a seguire il rito su un televisore posto sul pavimento davanti all’altare della sua cappellina. Per l’ultima stazione, la XIV, Giovanni Paolo II reggeva, tenendola sulle ginocchia, una grande croce, alta quasi un metro, consegnata poi a un assistente mentre gli insoliti telespettatori di piazza San Pietro non trattenevano più un commosso applauso. Impossibilitato per la prima volta ad essere tra la gente per il Venerdì Santo, il Papa, come aveva annunciato, è riuscito ad essere “spiritualmente” molto presente, “una presenza che ha testimoniato la capacita' di tenuta del pontefice – ha scritto Gianluca Vannucchi nel notiziario dell’Ansa, l’agenzia italiana di stampa - dopo i timori e gli allarmi sulle sue non semplici condizioni di salute”. E lo ha fatto offrendo le sue “sofferenze perche' il disegno di Dio si compia e la Sua parola cammini fra le genti”, nelle parole del messaggio papale letto dal Vicario di Roma cardinale Camillo Ruini. Un disegno capace di superare “la putrefazione delle ideologie”, la “sporcizia”, il “vuoto e la cattiveria” presenti anche nella Chiesa, e di opporsi a quel “nuovo paganesimo” che hanno costituite le forti ‘denunce’ risuonate nelle meditazioni della Via crucis affidate dal Papa al cardinale Joseph Ratzinger. Spiritualmente più che presente, Karol Wojtyla non ha pronunciato ieri una sola parola. Ma nel messaggio letto dal cardinale Ruini ha ugualmente detto: “Sono a mia volta vicino a quanti, in questo momento, sono provati dalla sofferenza. Prego per ciascuno di loro” e, rivolto a Cristo sulla croce, ha aggiunto: “Donaci la pazienza e il coraggio, e ottieni al mondo la pace”. Il ‘silenzio della voce’ del Papa e al tempo stesso la sua ‘sonorità spirituale’ sembrano sottolineare stamani la particolare natura liturgica della giornata che precede la Pasqua.
    Si legge infatti sull’ “Osservatore Romano” di oggi: “Il Sabato Santo è contrassegno esemplificativo della teologia silenziosa….l'atmosfera spirituale e mistica del ‘giorno del silenzio liturgico’ richiama i fedeli ad attualizzare nella loro vita il mistero pasquale a partire dall'interstizio tra il già avvenuto sacrificio del Cristo e il non ancora esploso gaudio della Risurrezione”: lo scrive Paolo Miccoli, ordinario di Storia della filosofia moderna e contemporanea nella Pontificia Università Urbaniana, in un articolo intitolato “Sabato Santo: il silenzio dell’attesa – Il Dio che tace è il Dio presente”.
    Autore di una serie di saggi e articoli raccolti nel volume “Dal nichilismo alla teologia”, Miccoli in uno dei suoi scritti aveva già suggerito: “Alle sfide del nichilismo la teologia deve poter rispondere con l'ardimento propositivo dei valori evangelici”; esprimendo la convinzione che “il realismo cristiano impone fedeltà alla terra e orientamento di fede verso il cielo” aveva poi sottolineato la necessità di “ridare senso all'identità dell'uomo, offrire motivazioni plausibili dell'umano agire morale, precisare l'orientamento finalizzante del destino umano”. La “silenziosa vocalità” spirituale di Karol Wojtila sembra dunque essere di particolare aiuto nella comprensione più profonda del significato di questa giornata in cui tutte le voci del ‘Triduo Pasquale’, cominciato giovedì con la Messa ‘in Cena Domini’, anche quelle televisive, dovrebbero farsi se non altro più rispettose e sommesse. Miccoli aggiunge: “L'intervallo di abissale silenzio che intercorre tra il grido di Gesù in croce: ‘Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato’ e l'annuncio di risurrezione dell'angelo alle pie donne che si erano recate al sepolcro di Giuseppe d'Arimatea per dare onorata sepoltura al Deposto dalla croce, è zona di mistero che limita le pretese della ragione di spingersi oltre certi limiti del sapere….. Il Sabato Santo di attesa è una sorta di limite ideale tra esperienza terrena e speranza celeste, una zona di confine tra azione e contemplazione, tra parola e silenzio..”. Più avanti Miccoli cita testualmente il teologo Karl Rahner: “Il Dio che tace è il Dio presente. Sta solo ascoltando silenziosamente, attende che l'uomo smarrito taccia, per poter riprendere la parola, quella parola che all'uomo sembra solo un silenzio mortale. Il silenzio di Dio può essere scambiato per assenza o per morte di Dio, se si pensa che solo la parola sia indice di cura e di esistenza. Ma nel caso di Dio la pienezza di amore, l'attesa che l'uomo si liberi dalla prigione del finito e degli idoli, si esprime mediante quel silenzio che non è inesistenza o incomunicabilità, bensì parola senza parole”. Parola senza parole che è pienezza d’amore: una considerazione che dovrebbe lenire la malinconia e il comprensibile senso di vuoto, di smarrimento, forse il sottile timore dell’abbandono che ieri sera si poteva cogliere ai margini della Via Crucis tra alcuni italiani ma anche tra i tanti fedeli del Sud del Mondo, giunti a Roma per la Pasqua dall’Africa, dall’America Latina, dall’Asia e dal Medio Oriente, o qui residenti da tempo in una capitale che è ormai un arcobaleno del mondo. Nel fiume di gente, annota il cronista dell’Ansa, spicca anche il turbante di un indiano: “Sono qui con mia moglie, per il terzo anno. Siamo di religione Sikh, ma non importa. Il Papa ci piace, lo apprezziamo per la spiritualità forte… e stasera, stasera ci manca molto…” Una donna dal capo velato convertitasi all'Islam due anni fa aggiunge: “Sono italiana di Torino, le mie radici innegabilmente cristiane e italiane; il mio percorso di fede mi ha fatto abbracciare l'Islam, ma resto affezionata al Papa”. Concorde il marito turco, studente di teologia alla Pontificia Universita' Gregoriana: “Il Papa ha fatto molto per la convivenza pacifica tra religioni…”. Conclude, con commozione, una suora peruviana: “E' la situazione più difficile per il Papa: sta condividendo la sofferenza di Cristo ma sarà contento di sapere che siamo in tanti riuniti qui a pregare”. Assordanti forse, ma non sconvolgenti, profondamente mistici, fecondi di preghiera semplice preghiera ma forse anche di convinto dialogo interreligioso, i silenzi che echeggiano tra San Pietro e il Colosseo, nel malinconico Venerdì appena concluso e in questo Sabato Santo, portatore di Resurrezione e di quel “profumo che - come ricordava ieri la Meditazione della XIV Stazione della Via Crucis - riporta sulle tracce della vita.” (a cura di Pietro Mariano Benni)[MB]


    tratto da
    Agenzia Misna

  7. #27
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    Giovanni Battista della Rovere, La Santa Sindone, XVII sec., Galleria Sabauda, Torino

    Jean Gaspard Baldoino, Sepoltura del corpo di Gesù avvolto nella Sindone, XVII sec., Cappella della Sacra Sindone, Nizza


    Ambrosius Francken, Discesa dalla Croce, 1580 circa, O.-L. Vrouwekathedraal, Antwerp

    Jean-Baptiste Jouvenet, Discesa dalla Croce, 1697, Musée du Louvre, Parigi

    Jean-Baptiste Jouvenet, Discesa dalla Croce, Hermitage, San Pietroburgo

  8. #28
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    Ludovico Carracci, Trinità con Cristo morto, 1590 circa, Pinacoteca, Vaticano

    Jean Fouquet, Pietà, 1445 circa, Chiesa parrocchiale, Nouans-le-Fontaines

    Luis de Morales, Pietà, 1560 circa, Real Academia de Bellas Artes, Madrid

    Il Sodoma, Pietà, 1533, collezione privata

    Bartolomeo Schedoni, Deposizione, 1613, Galleria Nazionale, Parma

    Guido Reni, Pietà con i SS. protettori di Bologna (SS. Petronio, Domenico, Carlo Borromeo, Francesco d'Assisi e Procolo), detta anche Pietà dei Mendicanti, 1616, Pinacoteca Nazionale, Bologna

    Luca Saltarello (attrib.), Cristo morto, 1632 circa, Museo de l'Accademia Ligustica di Belle Arti, Genova

    Annibale Carracci, Cristo morto, 1582 circa, Staatsgalerie Stuttgart, Stoccarda

  9. #29
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    Michele Parrasio, Cristo morto adorato da S. Pio V, 1572-75, Museo del Prado, Madrid

    Pavel Zhukovsky, Pietà, 1876, Gemeente Museum, Den Haag

    Anne-Louis Girodet-Trioson, Cristo morto sostenuto dalla Vergine ovvero Pietà, 1789, Chiesa di Saint-Victor, Montesquieu-Volvestre

    Lavinia Fontana, Cristo morto con gli strumenti della Passione, 1581, El Paso Museum of Art, Kress Collection

    Carlo Maratti, Adorazione della corona di spine, XVII sec., collezione privata

    Rogier van Weyden, Pietà, 1450, Museo del Prado, Madrid

  10. #30
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    Pieter Pawel Rubens, Cristo morto sulle ginocchia della Vergine, XVII sec., musée du Louvre, Parigi

    Giovanni Bellini, Cristo morto sorretto da due angeli o Pietà, 1475-80, Gemäldegalerie, Berlino

    Jacob Cornelisz Van Oostsanen, Cristo morto sostenuto da Dio Padre, XVI sec., musée Magnin, Digione

    Tintoretto, La Pietà, XVI sec., Pinacoteca di Brera, Milano

    Jean-Jacques Henner, Cristo nella tomba, XIX sec., musée Jean-Jacques Henner, Parigi

    Pietro Perugino, Pietà, 1494-95, Galleria degli Uffizi, Firenze

 

 
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