Risultati da 1 a 8 di 8
  1. #1
    Straborghese
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    Talking Gente di un certo livello

    Ah! La tauromachia a tutti voi Inauguriamo questa piccola rubrica di piccole perle di saggezza libertaria, tramandateci dagli illustri uomini di cui posterò anche relativa foto.



    Quando un uomo assume un incarico pubblico di fiducia, deve considerarsi proprietà pubblica.

    Il dissenso è la forma più nobile di patriottismo

    The God who gave us life gave us liberty at the same time; the hand of force may destroy, but cannot disjoin them

    It is a great truth that industry, commerce and security are the surest roads to the happiness and prosperity of a people

    Thomas Jefferson

  2. #2
    Straborghese
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    Il luogo comune secondo cui il crimine è causato dalla povertà è una specie di ingiuria nei confronti dei poveri

    La democrazia è la forma di governo che dà il diritto ad ogni uomo di essere il proprio oppressore

    La democrazia si basa su un complesso di bugie talmente infantili che debbono essere protette da un rigido sistema di tabù, se no anche i cretini riuscirebbero a farle a pezzi. La sua prima preoccupazione deve quindi essere penalizzare la libera circolazione delle idee

    Il demagogo è uno che predica dottrine che sa false a gente che sa cretina.

    In democrazia, un partito dedica sempre il grosso delle proprie energie a cercare di dimostrare che l'altro partito è inadatto a governare; e in genere tutti e due ci riescono, e hanno ragione.

    Henry Louis Mencken

  3. #3
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    Originally posted by Brave New Freedom


    Il luogo comune secondo cui il crimine è causato dalla povertà è una specie di ingiuria nei confronti dei poveri



    Henry Louis Mencken
    Quanto è vero!!

  4. #4
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    Pero',apparentemente,in questo mondo, l'unico vero crimine e' non avere soldi.

  5. #5
    Straborghese
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    Rullo di tamburi...... E' con noi, l'unico, l'inimitabile straordinario esempio di ultraindividualismo, ultraliberismo-e-dire-selvaggio-è-davvero-poco, amici ma soprattutto amiche......

    Murray Newton Rothbard



    On the free market, everyone earns according to his productive value in satisfying consumer desires. Under statist distribution, everyone earns in proportion to the amount he can plunder from the producers

    In realtà, cos'è lo stato se non criminalità organizzata? Cos'è la tassazione se non furto su scala gigantesca e incontrollata? Cos'è la guerra se non omicidio di massa che una polizia privata non potrebbe mai commettere? Cos'è la coscrizione se non schiavitù di massa?.......

    "Per sua stessa natura, lo stato deve violare le leggi morali generalmente accettate dalla maggior parte delle persone"

    Cosa può dunque fare il governo per aiutare i poveri? L'unica risposta corretta è quella del libertarismo: togliersi di mezzo

    Se davvero noi siamo il governo, allora qualsiasi cosa il governo faccia a un individuo non solo è giusta e non tirannica: è anche voluta dall'individuo!.....In base a questo ragionamento, allora, gli ebrei trucidati dal governo nazista non furono uccisi; in realtà si sarebbero suicidati, visto che erano il governo (scelto democraticamente) e quindi qualsiasi cosa il governo abbia fatto loro era da loro voluta


  6. #6
    Straborghese
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    Un petit cadeau di Pasqua, per ricordare a noi stessi chi ci ha fatto innamorare del capitalismo ....



    e che, dopotutto, "il collettivismo è la maschera della tirannia"

  7. #7
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    Smile Albert Jay Nock

    Il nostro Nemico, lo Stato

    di Albert J. Nock

    Per quanto si possa risalire il corso della civiltà, essa presenta due tipi di organizzazione politica fondamentalmente differenti. Questa differenza non è di grado, bensì di genere. Non si deve prendere uno dei due tipi come il semplice segno di un ordine di civiltà più basso e l'altro di un ordine più elevato; di solito sono considerati in questo modo, ma erroneamente. Ancor meno si dovrebbero classificare entrambi come specie dello stesso genere, classificandoli sotto il nome generico di «governo», anche se fino a molto di recente è sempre stato fatto ed ha sempre portato a confusione ed equivoci.

    Un buon esempio di tale errore e dei suoi effetti viene fornito da Thomas Paine. All'inizio del suo pamphlet intitolato Common Sense, Paine traccia una distinzione tra società e governo. Mentre in ogni Stato la società è una benedizione, dice, «il governo, anche nel suo stato migliore, non è che un male necessario; nel suo stato peggiore, un male intollerabile». Altrove parla del governo come di «una forma resa necessaria dall'incapacità di governare il mondo da parte della virtù morale». Egli procede quindi a mostrare come e perché il governo nasce. La sua origine risiede nell'intesa comune e negli accordi della società; ed «il disegno e fine del governo», dice, sono «la libertà e la sicurezza».

    Teleologicamente, il governo realizza il desiderio comune della società, prima di libertà, poi di sicurezza. Oltre questo non va; non contempla interventi positivi sull'individuo, ma solo interventi negativi. Sembrerebbe che nell'opinione di Paine il codice del governo dovrebbe essere quello del leggendario re Pausole, che non prescriveva che due leggi ai suoi sudditi: la prima, Non fare del male a nessuno, e la seconda, Poi fa' come ti pare; e che l'intero compito del governo dovrebbe essere quello puramente negativo di badare che questo codice venga rispettato.

    Fin qui, Paine è tanto valido quanto semplice. Egli procede, tuttavia, attaccando l'organizzazione politica britannica in termini che sono logicamente inconcludenti. Non ci si dovrebbe stupire di ciò, giacché scriveva come libellista, come polemista di tipo particolare con una tesi ad captandum da sostenere, e come tutti sanno, lo ha fatto con estremo successo. Nondimeno, rimane il punto che quando parla del sistema britannico egli si riferisce ad un tipo di organizzazione politica essenzialmente differente dal tipo che ha appena descritto; differente per le origini, per le intenzioni, per la funzione primaria, per l'ordine di interessi che rispecchia. Essa non ha avuto origine nell'intesa e nell'accordo comune della società; ha avuto inizio nella conquista e nella confisca. I suoi intenti non erano quelli di assicurare "la libertà e la sicurezza", niente del genere. Prevedeva principalmente il continuo sfruttamento economico di una classe da parte di un'altra, e si interessava di libertà e di sicurezza solo tanto quanto era coerente con questo obbiettivo primario, in realtà molto poco. L'obiettivo fondamentale del sistema britannico ed il suo esercizio non erano realizzati per mezzo degli interventi puramente negativi sull'individuo come nella visione di Paine, ma per mezzo di innumerevoli e molto onerosi interventi positivi, tutti al fine di mantenere la divisione della società in una classe possidente e sfruttatrice ed in una dipendente senza proprietà. L'ordine degli interessi che rispecchiava non era sociale, ma puramente antisociale; e quelli che la amministravano, se giudicati con le comuni norme dell'etica, o anche con le comuni norme di legge applicate al singoli li individui, erano indistin-guibili dalla classe dei criminali di professione.

    Chiaramente, quindi, dobbiamo tenere conto di due distinti tipi di organizzazione politica; e inoltre, quando se ne considerino le origini, è impossibile pretendere che l'uno sia una semplice perversione dell'altro. Pertanto, quando li includiamo entrambi in un termine generale come governo, incappiamo in problemi logici; problemi di cui gran parte degli autori sull'argomento sono stati più o meno vagamente consapevoli, ma che, almeno fino all'ultimo mezzo secolo, nessuno di loro ha cercato di risolvere.

    Jefferson, per esempio, affermò che le tribù di Indiani cacciatori, con le quali aveva avuto molto a che fare in gioventù, avevano un ordine sociale altamente organizzato e ammirevole, ma erano "senza governo" Commentando ciò scrisse a Madison: «è un problema poco chiaro nella mia mente se (questa) non sia la condizione migliore», ma sospettava che fosse «incompatibile con una popolazione più numerosa.» Schoolcraft osserva che i Chippewa, sebbene vivessero in un ordine sociale altamente organizzato, non avevano alcun governo "regolare". Herbert Spencer, parlando dei Beciuani, degli Araucani e degli Ottentotti Koranna, dice che essi non hanno alcun governo "definito"; mentre Parkman, nella sua introduzione a The Conspiracy of Pontiac, riferisce lo stesso fenomeno ed è francamente sconcertato dalle manifeste anomalie.

    La teoria di Paine sul governo è esattamente in accordo con la teoria proposta da Jefferson nella Dichiarazione d'Indipendenza. La dottrina dei diritti naturali, che è esplicita nella Dichiarazione, è implicita nel Common Sense; e l'opinione di Paine sul «disegno e fine del governo» è esattamente il parere della Dichiarazione, secondo cui «per assicurare questi diritti vengono istituiti governi tra gli uomini»; e ancora, il giudizio di Paine sull'origine del governo è che esso «deriva i suoi giusti poteri dal consenso dei governati». Ora, se applichiamo le formule di Paine o le formule della Dichiarazione, è assai chiaro che gli Indiani della Virginia avevano un governo; le stesse osservazioni di Jefferson dimostrano che essi lo avevano. La loro organizzazione politica, semplice com'era, rispondeva al suo fine. Il loro ordinamento era sufficiente per assicurare la libertà e la sicurezza all'individuo e per occuparsi di quelle violazioni che si potevano incontrare in quella società - frode, furto, aggressione, adulterio, omicidio. Lo stesso è chiaramente vero dei vari popoli citati da Parkman, Schoolcraft e Spencer. Di sicuro, se il linguaggio della Dichiarazione significa qualcosa, tutti questi popoli avevano un governo; e tutti quelli che ne hanno parlato ci trasmettono l'idea di un governo adeguato alle proprie finalità.

    Pertanto, quando Jefferson dice che i suoi Indiani erano “senza governo”, dobbiamo intendere che egli volesse dire che essi non avevano una forma di governo del tipo da lui conosciuto; e quando Schoolcraft e Spencer parlano di governo "regolare" e "definito", i loro aggettivi qualificativi devono essere intesi nello stesso modo. Questo tipo di governo, nondimeno, è sempre esistito ed esiste ancora, rispondendo perfettamente alle formule di Paine ed a quelle dalla Dichiarazione; anche se è di un tipo che anche gran parte di noi raramente ha avuto la possibilità di osservare. Non può essere ridotto al prodotto di una razza inferiore, perché la semplicità istituzionale di per sé non è assolutamente indice di arretratezza o di inferiorità; ed è stato mostrato a sufficienza che, per certi aspetti essenziali, popoli che hanno questo tipo di governo sono in una posizione di relativo vantaggio dal punto di vista dei grado di civilizzazione. Su questo punto la testimonianza dello stesso Jefferson, come quella di Parkman, sono degne di nota. Tale tipo di governo. tuttavia, ancorché documentato dalla Dichiarazione, è così profondamente diverso dal tipo che ha sempre prevalso nella storia, ed ancora prevale nel mondo al momento, che, per amor di chiarezza, i due tipi dovranno essere distinti nel nome, così come lo sono in natura. Essi sono tanto diversi nella teoria che trarre una distinzione netta tra loro è ora il compito più importante che la civiltà deve alla propria sicurezza. Per cui non è assolutamente un procedimento arbitrario o accademico dare all'uno il nome di Governo, e chiamare il secondo semplicemente Stato.

    Aristotele, confondendo l'idea di Stato con quella di Governo, pensava che lo Stato traesse origine dal raggruppamento naturale della famiglia. Altri filosofi greci, operando nella stessa confusione, in qualche modo anticiparono Rousseau nel trovare le origini dello Stato nella natura sociale e nella disposizione dell'individuo; mentre una scuola opposta, che riteneva che l'individuo è per natura antisociale, più o meno anticipava Hobbes trovando le origini nel compromesso forzoso tra le tendenze antisociali dei singoli. Un altro parere, implicito nella dottrina di Adam Smith, è che lo Stato nasca dalla associazione di certi individui che hanno mostrato una spiccata superiorità nelle virtù economiche di diligenza, prudenza e parsimonia. I filosofi idealisti, applicando in vario modo il trascendentalismo di Kant, giunsero a conclusioni ancora diverse; e proposero una o due altre opinioni, ancor meno plausibili, forse, di quelle ora menzionate.

    La radice del problema rispetto a tutte queste opinioni non è tanto che si tratta di semplici congetture, ma piuttosto che sono basate su una osservazione viziata. Essi non rilevano i tratti caratteristici invariabili che presenta il soggetto; così come, per esempio, fino a molto di recente, tutte le opinioni sull'origine della malaria non tenevano conto dell'invariabile contributo della zanzara, o come le ipotesi sull'origine della peste bubbonica non consideravano l'invariabile segno del parassita dei ratti. È solo nell'ultimo mezzo secolo che il metodo storico è stato applicato al problema dello Stato. Questo metodo analizza il fenomeno dello Stato fin dalla sua prima comparsa nella storia, osservandone i tratti caratteristici invariabili, e traendone le dovute conseguenze. I molti chiari riferimenti a questo metodo presenti negli autori passati – se ne possono trovare fin da Strabone - ci fanno domandare il perché la sua applicazione sistematica sia stata tanto a lungo ritardata; ma in tutti questi casi, come con la malaria ed il tifo, una volta che il tratto caratteristico è stato determinato, esso risulta così ovvio che immancabilmente ci si chiede come sia potuto rimanere inosservato tanto a lungo. Forse nel caso dello Stato, il meglio che si possa dire è che era necessaria la co-operazione dello Zeitgeist, e che non si è potuta avere prima.

    La inequivocabile testimonianza della storia ha mostrato che lo Stato ha sempre avuto origine nella conquista e nella confisca. Nessuno Stato primitivo noto alla storia ha avuto origine in alcun altro modo. D'altra parte è stato provato oltre ogni dubbio che nessuno Stato primitivo può avere avuto una qualsiasi altra origine. Per di più la sola caratteristica invariabile dello Stato è lo sfruttamento economico di una classe da parte di un'altra. In questo senso, ogni Stato noto alla storia è uno Stato di classe. Oppenheimer definisce lo Stato, riguardo alla sua origine, come una istituzione «imposta ad un gruppo sconfitto da parte di un gruppo conquistatore, con il solo fine di sistematizzare il dominio sui conquistati da parte dei conquistatori, e salvaguardarsi contro l'insurrezione dall'interno e contro l'attacco dall'esterno. Il dominio non aveva alcun altro fine ultimo diverso dallo sfruttamento economico del gruppo conquistato da parte del gruppo vittorioso».

    Uno statista americano, John Jay, ha realizzato la rispettabile impresa di comprimere l'intera dottrina della conquista in una sola frase. «In generale le nazioni», ha detto, «entreranno in guerra ogniqualvolta ci sia la prospettiva di ricavarne qualcosa.» Una qualsiasi accumulazione economica, o un notevole corpo di risorse economiche, è un incentivo alla conquista. La tecnica primitiva era quella del saccheggio dei possedimenti ambiti, appropriandosene interamente, sterminando o scacciando i legittimi proprietari. Molto presto, tuttavia, si capì che in generale sarebbe stato di maggior profitto soggiogare i proprietari ed usarli coma forza lavoro, e di conseguenza la tecnica primitiva fu modificata. In circostanze speciali, nelle quali lo sfruttamento è impraticabile o poco proficuo, ancor oggi occasionalmente viene persino rivisitata la tecnica primitiva, come nel caso degli Spagnoli in Sudamerica, o di noi Americani contro gli Indiani. Queste circostanze sono comunque eccezionali, la nuova tecnica è stata impiegata fin dall'inizio ed il suo primo apparire segna ovunque l'origine dello Stato. Citando le osservazioni di Ranke sulla tecnica dei pastori incursori, gli Hyksos, che costituirono uno Stato in Egitto intorno al 2000 a.C., Gumplowicz commenta che le parole di Ranke riassumono molto bene la storia politica dell'umanità.

    In effetti, la tecnica modificata non varia mai. «Vediamo un gruppo militante di uomini feroci che invadono i confini di un popolo più pacifico, insediandosi sul loro territorio e costituendo lo Stato, nel quale essi diventano l'aristocrazia. In Mesopotamia le irruzioni fanno seguito le une alle altre, lo Stato succede allo Stato, Babilonesi, Amorrei, Assiri, Arabi, Medi, Persiani, Macedoni, Parti, Mongoli, Selgiuchidi, Tatari, Turchi; nella valle del Nilo Hyksos, Nubiani, Persiani, Greci, Romani, Arabi, Turchi; in Grecia gli Stati Dorici ne sono uno specifico esempio; in Italia Romani, Ostrogoti, Longobardi, Franchi, Tedeschi; in Spagna Cartaginesi, Visigoti, Arabi; in Gallia Romani, Franchi, Burgundi, Normanni; in Gran Bretagna Sassoni, Normanni.» Ovunque troviamo che l'organizzazione politica procede dalla stessa origine, e presenta la stessa volontà, vale a dire lo sfruttamento economico di un gruppo sconfitto da parte di un gruppo conquistatore.

    Vi è però una significativa eccezione. Dovunque lo sfruttamento economico sia stato per qualsivoglia ragione impraticabile o non proficuo, lo Stato non è mai venuto alla luce; il Governo è esistito, ma mai lo Stato. Le tribù americane di cacciatori, per esempio, la cui organizzazione stupiva tanto i nostri osservatori, non hanno mai formato uno Stato perché non esiste un modo per rendere il cacciatore economicamente dipendente e farlo cacciare per un altro. La conquista e la confisca erano senza dubbio praticabili, ma non se ne sarebbe potuto ricavare alcun guadagno economico, perché la confisca avrebbe dato agli aggressori ben poco di più di quello che già possedevano; il massimo che ne sarebbe potuto risultare sarebbe stato l'appagamento del desiderio di lotta. Per ragioni simili i contadini primitivi non hanno mai formato uno Stato. L'accumulazione economica dei loro vicini era troppo misera e troppo deperibile per essere interessante; Il e, specialmente con l'abbondanza di terre libere nel dintorni, l'asservimento dei propri vicini sarebbe stato impraticabile, non fosse altro che per i problemi di polizia connessi."

    Si può ora facilmente vedere quanto sia grande la differenza tra l'istituzione del Governo, come è inteso da Paine e dalla Dichiarazione di Indipendenza, e l'istituzione dello Stato. Si può concepire che il Governo abbia avuto origine come pensavano Paine, o Aristotele, o Hobbes o Rousseau; mentre lo Stato non solo non è mai nato in nessuno di quei modi, ma non avrebbe neppure potuto nascere così. La natura ed i fini del governo, come vengono ricostruiti da Parkman, Schoolcraft e Spencer, sono sociali. Basati sull'idea dei diritti naturali, i governi assicurano quei diritti all'individuo per mezzo di un intervento strettamente negativo, rendendo la giustizia gratuita e di facile accesso; ma non si spingono oltre. Lo Stato, d'altra parte, sia nella sua genesi che nel suo fine primario, è puramente antisociale. Non si fonda sul diritto naturale, ma sull'idea che l'individuo non ha diritti tranne quelli che lo Stato può provvisoriamente concedergli. Lo Stato ha sempre reso la giustizia costosa e di difficile accesso, e si è invariabilmente ritenuto al di sopra della giustizia e della morale comune tutte le volte che ne poteva trarre vantaggio." Così, ben lungi dall'incoraggiare un salutare sviluppo dei potere sociale, esso ha invariabilmente, come ha detto Madison, approfittato di ogni occasione per diminuire il potere sociale ed accrescere il potere dello Stato. Il Come ha osservato il dottor Sigmund Freud, non si può neanche dire che lo Stato abbia mai mostrato una qualsivoglia disposizione a sopprimere il crimine, ma solo a salvaguardare il proprio monopolio del crimine. In Russia ed in Germania, per esempio, abbiamo visto di recente lo Stato muoversi con grande alacrità contro l'infrazione del suo monopolio da parte di persone private, esercitando allo stesso tempo quel monopolio con spietatezza priva di scrupoli. Prendendo lo Stato ovunque lo si trovi, entrando nella storia in un momento qualsiasi, non si vede alcun modo per distinguere le attività dei suoi fondatori, amministratori e beneficiari da quelle di una classe di criminali di professione.

    Questi sono gli antecedenti dell'istituzione che è ora ovunque indaffarata a convertire su larga scala il potere sociale in potere dello Stato. La loro identificazione è molto utile per risolvere, se non tutte, almeno buona parte delle apparenti anomalie che la condotta dello Stato moderno denuncia. È di grande aiuto, per esempio, nel comprendere il fatto noto e manifesto che lo Stato si muove sempre lentamente e di malavoglia verso ogni compito che sia a vantaggio della società, ma si muove rapidamente e con alacrità verso quello a proprio vantaggio; ed esso non si muove mai di propria iniziativa verso fini sociali, se non sotto pesante pressione, mentre la sua azione verso fini antisociali non ha bisogno di stimoli.

    Gli Inglesi del secolo scorso osservarono questo fatto con comprensibile ansia nel momento in cui notarono il rapido svuotamento del potere sociale operato dallo Stato britannico. Uno di loro era Herbert Spencer, che ha pubblicato una serie di saggi raccolti in seguito in un volume intitolato The Man versus the State (L'Uomo contro lo Stato). Viste le condizioni attuali dei nostri affari pubblici, è piuttosto singolare che nessun pubblicista abbia approfittato della possibilità di riprodurli parola per parola semplicemente sostituendo esempi tratti dalla storia americana a quelli che Spencer trae dalla storia inglese. Se questo venisse fatto in modo appropriato, costituirebbe una delle opere più pertinenti ed utili che potrebbero essere prodotte in questo periodo.

    I saggi sono dedicati all'esame dei diversi aspetti della crescita contemporanea del potere dello Stato in Gran Bretagna. Nel saggio Over-legislation (Eccesso di legislazione), Spencer nota il fatto, così comune nella nostra esperienza, che quando il potere dello Stato viene applicato a fini sociali, la sua azione è invariabilmente «lenta, stupida, stravagante, rigida, corrotta e di ostacolo». Egli dedica svariati paragrafi a ciascun capo d'accusa raccogliendo abbondanti prove. Quando conclude, ha termine anche la discussione; semplicemente non c'è più nulla da obiettare. Dimostra inoltre che lo Stato non assolve neppure in modo efficiente a quelli che chiama i suoi «indiscutibili doveri» verso la società; non garantisce né difende efficacemente i diritti fondamentali dell'individuo. Stando così le cose - e anche da noi questa è l'esperienza comune - Spencer non vede alcuna ragione per attendersi che il potere dello Stato venga applicato in modo efficiente a fini sociali secondari. "Se noi avessimo provato la sua efficacia [dello Stato] come giudice e difensore, invece di esserci resi conto che è infido, crudele e da evitare come la peste, ci sarebbe qualche incoraggiamento a sperare di ricevere altri benefici dalle sue mani."

    E tuttavia, commenta, è proprio a questa speranza mostruosamente stravagante che si abbandona continuamente la società; e lo fa di fronte all'esperienza quotidiana che ne dimostra l'illusorietà. Spencer si sofferma sulle contraddizioni che possiamo leggere tutti su un qualsiasi giornale. «Prendetene uno», dice Spencer, «e probabilmente vi troverete un articolo di fondo che accusa la corruzione, la negligenza o la cattiva gestione di qualche dipartimento dello Stato. Ponete l'occhio sulla colonna accanto, e non sarà improbabile che leggiate di proposte per una estensione della supervisione dello Stato. ... Così, mentre ogni giorno vi è la cronaca di un insuccesso, ogni giorno riappare la convinzione che sia sufficiente una legge del parlamento ed un gruppo di funzionari per realizzare qualsiasi fine desiderato. In nessun luogo è dato di scorgere con maggiore chiarezza la ingenuità perenne dell'umanità.»

    È inutile dire che le ragioni che propone Spencer per il comportamento antisociale dello Stato sono estremamente valide, ma ora possiamo vedere con quanta forza esse siano corroborate dai risultati ricavati dal metodo storico; un metodo che non era stato applicato quando scrisse Spencer. Dati questi risultati, è chiaro che la critica di Spencer a tale condotta è strettamente storica. Quando i mercanti di città del diciottesimo secolo spodestarono la nobiltà terriera che aveva il controllo della macchina dello Stato, essi non cambiarono il carattere dello Stato; ne adattarono semplicemente il meccanismo ai propri interessi particolari, e lo rafforzarono incommensurabilmente. Lo Stato mercantile rimase un'istituzione antisociale, un puro Stato di classe, analogamente allo Stato della nobiltà; il suo fine e la sua funzione rimasero immutati, tranne che per gli adattamenti necessari ad adeguarsi al nuovo ordine di interessi che avrebbe dovuto servire di lì in poi. Pertanto, nelle sue palesi carenze di finalità sociali, per le quali viene accusato da Spencer, lo Stato era in perfetta coerenza con la propria natura. Spencer non discute quella che chiama «la perenne fiducia dell'umanità» nell'attivismo statale, ma si accontenta di elaborare la dogmatica osservazione di Guizot, secondo cui «la fede nel potere sovrano della macchina politica» non è nient'altro che «una grossolana illusione». Questa fede è principalmente un effetto dell'immenso prestigio che lo Stato si è accuratamente costruito da quando la dottrina del potere per diritto divino è stata abbandonata. Non c'è bisogno che consideriamo i vari strumenti che lo Stato usa per accrescere il proprio prestigio; gran parte di essi sono ben noti e le loro funzioni sono ben comprese. Ce n'è una, tuttavia, che in un certo senso è peculiare dello Stato repubblicano. Il repubblicanesimo permette all'individuo di persuadersi che lo Stato è una sua creazione, che l'azione dello Stato è la sua azione, che quando lo Stato si esprime è la sua espressione, e che quando si celebra è lui ad essere celebrato. Lo Stato repubblicano incoraggia questa convinzione con tutto il suo potere, consapevole che si tratta dello strumento più efficiente per innalzare il suo prestigio. La frase di Lincoln «del popolo, dal popolo, per il popolo» è stata probabilmente il più abile colpo di propaganda mai fatto per il prestigio dello Stato repubblicano.

    Quindi la stima che l'individuo ha di se stesso lo spinge a disdegnare decisamente l'affermazione che lo Stato sia per sua natura antisociale. Egli guarda alle sue mancanze ed ai suoi abusi più o meno con l'occhio di un genitore, concedendogli il beneficio di un codice etico speciale. Inoltre, si aspetta sempre che lo Stato impari dai propri errori. Pur ammettendo che il suo modo di trattare i fini sociali sia confuso, inefficiente e iniquo - pur concedendo, come il funzionario pubblico citato da Spencer, che ovunque ci sia lo Stato c'è furfanteria egli non vede la ragione per la quale, con il crescere dell'esperienza e della responsabilità, lo Stato non debba migliorare.

    Qualcosa del genere sembra essere l'ipotesi di base del collettivismo. Lasciamo che lo Stato confischi tutto il potere sociale, ed i suoi interessi diventeranno identici a quelli della società. Ammettendo che lo Stato abbia un'origine antisociale, e che durante tutta la sua storia abbia mantenuto uniformemente tale carattere, lasciamogli estinguere completamente il potere sociale, ed il suo carattere cambierà; si fonderà con la società, e ne diventerà l'organo efficiente e disinteressato. Lo Stato storico, in breve, scomparirà, e rimarrà solo il governo. È un'idea attraente; la speranza di poterla in qualche modo tradurre in realtà è ciò che, solo pochi anni fa, rendeva "l'esperimento russo" così irresistibilmente affascinante per gli spiriti generosi che si sentivano disperatamente oppressi dallo Stato. Un più attento esame delle attività dello Stato, tuttavia, mostrerà che questa idea, per quanto possa essere attraente, cozza contro la ferrea legge dei fondamenti dell'economia, cioè che l'uomo tende sempre a soddisfare i propri bisogni ed i propri desideri con il minimo sforzo possibile. vediamo come.

    Esistono due e solo due metodi o due mezzi tramite i quali possono essere soddisfatte le necessità ed i desideri dell'uomo. Uno è la produzione e lo scambio di ricchezza; tali sono i mezzi economici. L'altro è l'appropriazione senza compenso della ricchezza prodotta da altri; questi sono i mezzi politici. L'esercizio primitivo dei mezzi politici è stato realizzato, come abbiamo visto, per mezzo di conquista, confisca, espropriazione, e con l'introduzione dell'economia schiavista. Il conquistatore suddivideva il territorio conquistato tra i beneficiari, i quali da quel momento soddisfacevano i loro desideri e le loro necessità sfruttando il lavoro degli abitanti ridotti in schiavitù. Lo Stato feudale e lo Stato-mercantile, dovunque comparissero, non fecero che assumere e sviluppare l'eredità in termini di natura, fini ed apparato coercitivo che lo Stato primitivo aveva trasmesso loro; in sostanza essi non sono che sintesi più elevate dello Stato primitivo.

    Lo Stato, quindi, che sia primitivo, feudale o mercantile, è l'organizzazione dei mezzi politici. Ora, giacché l'uomo tende sempre a soddisfare i suoi desideri e le sue necessità con il minimo sforzo possibile, egli impiegherà i mezzi politici ovunque possa farlo - se possibile da soli, altrimenti in associazione con i mezzi economici. Egli farà ricorso, nella situazione attuale ad esempio, al moderno apparato coercitivo dello Stato; l'apparato di tariffe, concessioni, rendite monopolistiche e simili. La più immediata delle osservazioni basterà a convincerci che ciò costituisce il suo primo impulso. Quindi, finché sarà disponibile l'organizzazione dei mezzi politici - finché lo Stato burocratico altamente centralizzato si ergerà principalmente come distributore di vantaggio economico, come arbitro dello sfruttamento - quell'impulso verrà soddisfatto. Uno Stato proletario, come lo Stato mercantile, non farebbe altro che spostare l'incidenza dello sfruttamento, e non ci sono ragioni storiche per presumere che uno Stato collettivista sarebbe in un qualsiasi aspetto essenziale diverso dai suoi predecessori; come stiamo cominciando a vedere, “l'esperimento russo” si è risolto nell'edificazione di uno Stato burocratico estremamente centralizzato sulle rovine di un altro, lasciando intatto e pronto all'uso l'intero apparato di sfruttamento. Perciò, alla luce della legge fondamentale dell'economia vista poc'anzi, aspettarsi che il collettivismo alteri in modo apprezzabile il carattere essenziale dello Stato sembra illusorio.

    Quindi, i risultati ai quali si arriva con il metodo storico sostengono l'immenso corpo di considerazioni pratiche proposte da Spencer contro le invasioni dello Stato ai danni del potere sociale. Quando Spencer conclude che «nelle organizzazioni statali la corruzione è inevitabile», il metodo storico mostra abbondantemente le cause per cui, secondo la natura delle cose, ciò è da aspettarsi - vilescit origine tali. Quando Freud commenta la scandalosa disparità tra etica di Stato ed etica privata - e le sue osservazioni su questo punto sono estremamente profonde e penetranti - il metodo storico fornisce subito i più validi argomenti sul perché inevitabilmente dovremo attenderci ciò. Quando Ortega y Gasset dice che «lo statalismo è la forma più elevata che la violenza e l'azione diretta, stabilite come norma di vita, possano assumere», il metodo storico ci permette di percepire immediatamente che questa definizione si sarebbe potuta fare a priori.

    Il metodo storico, inoltre, stabilisce l'importante fatto che, come nel caso delle malattie tabetiche e parassitarie, lo svuotamento del potere sociale da parte dello Stato, una volta oltrepassato un certo punto di sviluppo, non può più essere controllato. La storia non mostra un solo caso in cui, una volta superato tale punto, lo svuotamento non sia terminato in un crollo completo e permanente. In alcuni casi la disintegrazione è lenta e dolorosa. La morte pose il suo marchio su Roma alla fine del secondo secolo, eppure la sua esistenza si trascinò pietosamente ancora per qualche tempo dopo gli Antonini. Atene, d'altra parte, crollò rapidamente. Alcune autorità pensano che l'Europa sia pericolosamente vicina a quel punto, se non già oltre; ma le analisi dei contemporanei sono probabilmente prive di grande valore. Quel punto potrebbe o meno essere stato raggiunto in America; anche in questo caso, non è possibile averne la certezza - si possono sostenere argomenti plausibili a favore dell'una o dell'altra tesi. Di due cose, tuttavia, possiamo essere certi: la prima è che la velocità con cui l'America si sta avvicinando a quel punto sta prodigiosamente accelerando; e la seconda è che non ci sono prove di nessun tentativo di ritardarla, o di una qualsivoglia consapevolezza del pericolo che tale accelerazione fa presagire.

  8. #8
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    Predefinito Re: Albert Jay Nock

    Il denaro non paga nulla, non lo ha mai fatto e non lo farà mai. È un'assioma economico vecchio come il mondo che i beni e i servizi vengono ripagati solo con beni e servizi.


 

 

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