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    Predefinito Primavera in Medio Oriente

    Alcuni stralci di commenti della stampa israeliana sugli ultimi fatti accaduti nella regione medio-orientale, che rigaurdano l'avanzata dell'aspirazione alla libertà e alla democrazia di popoli arabi, riportati dal sito www.israele.net

    " Primavera in Medio Oriente?
    Alcuni commenti dalla stampa israeliana
    Scrive Yediot Aharonot: Il successo di un movimento d’opinione arabo disarmato che riesce ad esprimere la sua protesta non violenta e a conseguire i suoi scopi è di per sé un grande cambiamento. Si tratta di un evento che potrebbe avere ampie ripercussioni in tutta la regione. Chi avrebbe mai pensato che la strada per liberare il Libano dal giogo siriano non sarebbe stata aperta da intrighi internazionali, bensì da masse di persone semplicemente stanche della situazione?

    Scrive il Jerusalem Post: E’ solo martedì ed è già una settimana favolosa per la democrazia in Medio Oriente. Lunedì la forza dell’opinione pubblica ha buttato fuori il governo fantoccio filo-siriano a Beirut. Oggi i leader del mondo si sono riuniti a Londra per discutere un’agenda di riforme democratiche per i palestinesi… Ciò che è incoraggiante nella conferenza di Londra è che, almeno in linea di principio, dà nuova forza all’idea che i palestinesi non godono di un inalienabile diritto a creare una dittatura terroristica ai confini d’Israele. La questione è capire quando la dirigenza palestinese farà proprio questo concetto… La morale, oggi, è che i palestinesi e i libanesi, come gli iracheni e gli afgani, non sono immuni dall’umana aspirazione alla libertà. Il che significa che è giusto premere su Mahmoud Abbas (Abu Mazen) affinché porti alla sua gente libertà di stampa e di riunione e stato di diritto, sapendo che questi diritti saranno in definitiva la migliore garanzia per qualunque futuro di pace con Israele.

    (Da: Yediot Aharonot, Jerusalem Post, 1.03.05)
    "


    Shalom

  2. #2
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    dal sito di IDEAZIONE

    " Libano. La rivoluzione dei cedri
    di Federico Punzi*
    [01 mar 05]

    Omar Karami, il capo del governo libanese filo-siriano, si è dimesso. Durante il dibattito in Parlamento sull'assassinio, due settimane fa, dell'ex premier Hariri, migliaia di manifestanti hanno occupato la piazza antistante chiedendo libertà, sovranità e indipendenza dalla Siria, che occupa il Libano con migliaia di soldati e con la mano pesante dei servizi segreti, i «Syrial Killer». Il commento di Damasco alle dimissioni (definite «un affare interno») è già una vittoria per i dimostranti. «Il governo avrebbe superato il voto di fiducia, non era quello che temevano - spiega Jihad al Khazen, professore di Scienze politiche all'American University di Beirut - ma hanno perso la fiducia nelle strade, quello è l'imbarazzo. Hanno perso la legittimità e la credibilità». Le prospettive che si aprono ora, con la Siria che sembra non reagire, sono estremamente favorevoli. Un nuovo governo che goda della fiducia delle opposizioni guiderà il Paese alle urne, e questo fa sperare che saranno elezioni democratiche dalle quali potrà scaturire un Libano libero, sovrano e democratico (ai confini con Israele!).

    Nel frattempo, gli Stati Uniti non perderanno l'occasione per esigere dalla Siria un ritiro completo. Questo si aspetta la Casa Bianca: un'occasione perché i libanesi si dotino di un nuovo governo che rispecchi le diversità nel Paese e organizzi elezioni «libere ed eque» e prive «di qualsiasi ingerenza straniera». La pressione di Washington su Damasco in questi giorni è fortissima, perché cessi di appoggiare il terrorismo internazionale e di fomentare, dal suo territorio, quello in Iraq, e perché ritiri le proprie truppe dal Libano, in esecuzione della risoluzione 1559 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Nel frattempo, Bush dall'ufficio ovale si gode l'"effetto domino" innescato in Medio Oriente dalla guerra contro il terrorismo. Le tessere non fanno che cadere: dopo le elezioni in Afghanistan, in Palestina e in Iraq, ora Libano ed Egitto preparano il loro futuro democratico.

    L'evidenza delle armi nonviolente

    Ma la vera sorpresa dei fatti di ieri è che all'occidente è bastato sostenere politicamente il popolo libanese per ottenere un risultato insperato. Ciò che può un popolo che reclama la propria libertà non possono anni di appeasement e guerre. Sempre tenendo bene a mente che senza la guerra a Saddam tutto questo non sarebbe mai stato possibile e che probabilmente quella guerra ne eviterà un'altra, contro il regime siriano di Assad. Come non ricordare la fede incrollabile espressa dal presidente Bush, solo poche settimane fa, nella forza dell'universale desiderio di libertà di tutti i popoli? Come non accorgersi che la politica estera di questa amministrazione è antimperialista e anticolonialista? Ancora più sorprendente è il fatto che finora la «rivoluzione dei cedri» abbia assunto i connotati della nonviolenza, sebbene sia difficile ipotizzare un'influenza diretta del "modello" georgiano-ucraino.

    Ai soldati che vigilavano la piazza di fronte al Parlamento, e che non hanno impedito l'ingresso ai manifestanti, sono stati donati fasci di rose. I leader dell'opposizione hanno fatto appello alla mobilitazione perpetua. Con al collo una sciarpa rossa e bianca (i colori nazionali già divenuti simbolo della rivoluzione) i libanesi cantavano, gridavano, fissavano le tende per la notte. Elias Atallah, dirigente di "Sinistra democratica", ha annunciato: «Resteremo qui fino al ritiro completo e immediato dell'esercito e dei servizi segreati siriani». «E' solo il primo passo verso la libertà, la sovranità e l'indipendenza», si è sgolato dal palco il deputato di opposizione Ahmed Fat-Fat, membro del gruppo parlamentare dello scomparso Hariri: «I prossimi tre mesi saranno cruciali, dovete essere molto vigilanti, gli agenti dei servizi segreti sono già tra di voi in questa piazza, che non dovrà rimanere mai vuota».

    I pre-commenti illustri

    In Medio Oriente oggi, secondo quanto scriveva domenica Thomas Friedman sul New York Times, «stiamo assistendo a tre momenti di svolta». Le elezioni irachene hanno trasformato quella storia nella storia di un popolo che lotta per un futuro democratico, con l'aiuto americano, contro i fascisti baathisti e i jihadisti. L'attentato per mano siriana che a Beirut ha ucciso l'ex primo ministro Rafik Hariri ha trasformato quella del Libano nella storia di un'ampia maggioranza di libanesi, cristiani, musulmani, drusi, che grida forte alla Siria e ai suoi fantocci "go home!". La storia per i palestinesi non è più una questione di resistenza all'occupazione, ma di riuscire a costruire un proprio Stato. Bisogna però lavorare, e sperare, perché questi tre «punti di svolta» diventino «irreversibili». Sarebbe «incredibile».

    L'ormai ex premier Ayad Allawi scrive sul Wall Street Journal che ora ciò di cui ha bisogno l'Iraq è l'aiuto dei media affinché il dibattito sulla nuova Costituzione sia il più pubblico possibile, in Iraq e nell'intero mondo arabo. Sul neocon Weekly Standard è intervenuto il direttore-editore Bill Kristol. Mentre molti opinionisti, anche in Europa e a New York, si stanno chiedendo se forse Bush e i neocon non abbiano ragione, non è questo il momento di fermarsi a incassare, ma di andare avanti. E ricorda le parole del leader dell'opposizione libanese Walid Jumblatt, non certo filoamericano, al Washington Post: «Se Bush sarà capace di riuscire in Iraq, cacciare la Siria dal Libano, minare il regime dei mullah in Iran, allora gli storici diranno: Bush aveva voluto combattere - e Bush ha avuto ragione... Nella nuova era nella quale viviamo, il 30 gennaio scorso potrebbe essere un momento chiave - forse il momento chiave finora - nel giustificare la dottrina Bush come la giusta risposta all'11 settembre. E ora c'è la prospettiva di un progresso ulteriore e in accelerazione».

    L'editoriale di Jackson Diehl sul Washington Post è anche emblematico: «Come migliaia di arabi hanno manifestato per la libertà e la democrazia a Beirut e al Cairo la scorsa settimana, e i dittatori disperati di Siria ed Egitto si sono dimenati sotto le pressioni interne e internazionali, è difficile non credere che quella trasformazione regionale, che l'amministrazione Bush sperava che si avviasse dall'invasione dell'Iraq, sia cominciata».

    Da 40 o 50 anni questi due regimi, Siria ed Egitto, vivevano indisturbati, mentre ora, dopo le elezioni irachene tremano e non possono neanche osare la via della repressione, che avrebbe il solo risultato di accelerare la loro caduta. Come se lo spiegano quanti hanno gridato alla catastrofe imminente per la guerra in Iraq o considerato folle l'idea di democratizzare il Medio Oriente? Quei regimi «potrebbero ancora sopravvivere, ma chiaramente, gli autocrati arabi non guardano al sogno di Bush del domino democratico come un'illusione» .

    01 marzo 2005

    f.punzi@radioradicale.it

    * Federico Punzi è il titolare del blog JimMomo
    "


    Shalom

  3. #3
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    Interessante e condivisibile sotto moltissimi aspetti l'articolo del buon Angelo Panebianco sul CorSera di oggi:

    " Corriere della Sera del 02/03/2005


    --------------------------------------------------------------------------------
    La spinta alla democrazia sempre più forte

    Il vento che soffia in Medio Oriente
    Angelo Panebianco
    --------------------------------------------------------------------------------

    Quando, negli anni Novanta del secolo scorso, gli analisti valutavano i progressi della democrazia nel mondo (oggi sono ormai in maggioranza gli Stati almeno formalmente democratici), erano sempre costretti a constatare l'esistenza di un «buco nero»: il mondo arabo-islamico, l'unico luogo della terra in cui nulla si muoveva, nulla sembrava destinato a cambiare. Il Medio Oriente era, come sempre, una palude stagnante, alla mercé di tirannie «laiche», monarchie corrotte, regimi clericali.
    La guerra in Iraq ha messo ora in moto potenti forze che scuotono l'area. Le prime elezioni libere in Iraq e in Palestina stanno scatenando un’onda democratica, un effetto di contagio, destinato a durare. La pacifica protesta di piazza che a Beirut ha fatto cadere il governo fantoccio dei siriani, è stata percepita, e così presentata a milioni di arabi dalle televisioni mediorientali, come un evento storico. La domanda di libertà e di democrazia si diffonde e il dittatore egiziano Mubarak, pressato dagli americani, è costretto ad accettare elezioni presidenziali con più candidati. Persino in Arabia Saudita la pressione per la democrazia si fa ogni giorno più forte.
    La strada della democratizzazione del Medio Oriente sarà certo lunghissima, costellata da chissà quante stragi e omicidi. Il clero iraniano e il terrorismo di Stato siriano, ad esempio, non molleranno facilmente la presa nei loro Paesi (né rinunceranno di buona grazia all'azione di destabilizzazione in Iraq o in Palestina). Però la falla si è aperta e chiuderla, per i tiranni mediorientali, non sarà facile. È difficile negare che dietro a tutto questo ci sia la concezione visionaria di chi, dopo l'11 settembre, ha pensato che solo spingendo il Medio Oriente verso la democrazia fosse possibile, in prospettiva, essiccare le fonti del terrorismo islamico.
    Può essere che tra dieci anni accada a George Bush ciò che è accaduto a Ronald Reagan, il vincitore della guerra fredda. All'inizio degli anni Ottanta, Reagan venne linciato in effigie sulle piazze europee, quando scelse di dispiegare gli euro-missili per bilanciare i missili sovietici. E da irresponsabile guerrafondaio venne dipinto quando lanciò il progetto di riarmo detto «guerre stellari». «Stupido cowboy», dicevano. Ma lo stupido cowboy, grazie al suo continuo gioco al rialzo, portò l'Unione Sovietica allo sfinimento e all'implosione. E nessuno oggi può più disconoscerne il valore. Magari fra dieci anni, chissà?, molti di coloro che hanno dato, ancora una volta, dello stupido cowboy a un presidente repubblicano, Bush, saranno costretti a ricredersi e ad ammettere che con la guerra in Iraq cominciò a cambiare il volto politico del Medio Oriente.
    La caduta dell'impero sovietico portò democrazia e libertà ma provocò anche lutti e guerre, dal Caucaso ai Balcani. Pochi però, nonostante quei lutti, si augurerebbero la rinascita dell’Urss. In Medio Oriente la partita della democratizzazione è solo all'inizio e nessuno pensa che là dove la tirannia è sempre stata di casa possano impiantarsi di colpo democrazie come qui in Occidente le intendiamo. Ma un processo di cambiamento politico è in atto e, quali che ne siano gli esiti a breve termine, ciò è sicuramente un bene. Non si chiede a quelli che hanno condannato la guerra in Iraq di andare a Canossa, essi hanno il diritto di continuare a pensare che quella guerra fosse sbagliata o immorale. Si chiede loro, però, di non chiudere gli occhi, di riconoscere che la «storia è di nuovo in cammino», e che compito di noi occidentali è fare il possibile per aiutare il mondo arabo a liberarsi delle sue catene.
    "

    Saluti liberali

  4. #4
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    Libano, Capezzone: è un momento potenzialmente straordinario nella storia dell'umanità, non solo del Medio Oriente
    E’ come il 1989, il "muro" sta davvero crollando.


    Roma, 28 febbraio 2005

    • Dichiarazione di Daniele Capezzone, segretario di Radicali italiani:

    Per carità: è chiaro che i rischi sono sempre dietro l'angolo. Ed è anche chiaro che la delicatezza della situazione libanese è tale da indurre tutti alla cautela.

    Ma le dimissioni del governo filo-siriano e l'esultanza della folla che chiede libertà sono un'altra pagina commovente.

    Ciascuno può pensarla o averla pensata in molti modi sulla "vicenda-Iraq". E, da radicali, siamo e restiamo convinti che molti costi, molti atroci costi si sarebbero potuti evitare seguendo la proposta "Iraq libero" lanciata da Marco Pannella, e quindi evitando il passaggio alla fase bellica dell'intervento militare.

    Ma -detto questo- non c'è alcun dubbio sul fatto che il combinato disposto della linea di promozione globale della libertà e della democrazia scelta e difesa dalla Coalition of the willing da una parte (Usa e Gb in testa), e dall'altra il desiderio di liberazione di milioni di donne e di uomini, sta determinando qualcosa che resterà nei libri di storia.

    E' un momento potenzialmente straordinario della storia dell'umanità, non solo del Medio Oriente. E' come il 1989, e un altro "Muro" sta davvero crollando. Ogni democratico, ogni sincero antitotalitario, non può che essere speranzoso e commosso.

  5. #5
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    Sul tema anche questo interessante articolo di Rocca su "Il Foglio" di oggi:

    http://www.difesa.it/files/rassegnas...0302/6UJQA.pdf


    Saluti liberali

  6. #6
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    Predefinito Le due "resistenze" in M.O.

    La piazza del Libano

    Beirut. Il governo libanese guidato dal premier prosiriano Omar Karame ha dato le dimissioni ieri. Ai manifestanti di piazza dei Martiri, vestiti di bianco e rosso, i colori della bandiera con il cedro nel mezzo, non basta. I capi dell’opposizione hanno chiesto di non lasciare la piazza nonostante la prima vittoria sia stata ottenuta. Rimarranno lì, ad accendere candale sulla tomba dell’ex premier Rafiq Hariri – ucciso in un attentato il 14 febbraio – e a gridare alla Siria di andarsene, tra ritratti della Vergine, del Cristo e mezzelune islamiche, finché Damasco non accetterà di ritirare le truppe dal paese. Ieri, per la prima volta dopo l’esplosione sul lungomare, il Parlamento riunito ha affrontato la questione dell’uccisione di Hariri. L’opposizione ha presentato una mozione di sfiducia al governo, accusato di essere, con la Siria, dietro la strage. Il premier Karame aveva in realtà annunciato già la settimana scorsa le possibili dimissioni dell’esecutivo.
    Era poi rimasto, forse perché convinto - racconta Radio Israele – dai servizi segreti siriani.
    Ieri, l’uscita di scena.
    Ancor prima che l’Assemblea si esprimesse, Karame, l’aria timida e visibilmente scosso, ha detto che, nonostante fosse certo di vincere in caso di voto, se ne sarebbe andato con i suoi ministri: “Non desidero che il governo diventi un ostacolo per il bene del paese. Annuncio le dimissioni dell’esecutivo che ho avuto l’onore di presiedere”. Ovazione nella piazza, grida di giubilo tra la folla. I siti dell’opposizone sostengono che in strada ci fossero 200 mila persone, alcuni mass media internazionali parlano di 50 mila. Le agenzie di stampa scrivono 25 mila. Tra loro moltissimi giovani. E tante donne.
    E’ da domenica notte che i sostenitori dell’opposizione sfidano il divieto governativo e i cordoni della (spesso collaborativa) polizia. “Si può capire dallo sguardo dei soldati e dai loro sorrisi dove stiano veramente”, ha detto Marwan Hamadé, leader dell’opposizione, ministro dimissionario ai tempi dell’emedamento costituzionale pro presidente Emile Lahoud (e dunque pro Siria) e obiettivo di un fallito attentato.
    Alcuni poliziotti hanno simpatizzato con i manifestanti, dando loro dritte su come riuscire a oltrepassare il cordone di sicurezza.
    Poi il sit in notturno, gli slogan antisiriani, l’inno nazionale e le canzoni di Fairouz, la diva libanese della musica araba. Le scuole, le banche, i negozi della capitale sono rimasti chiusi
    per lo sciopero generale indetto in concomitanza con l’inzio della sessione parlamentare. Si resta in piazza finché la Siria non se ne va, questo è il messaggio che ieri hanno mandato tutti i capi dell’opposizione. Si resta pacificamente per tutto il tempo necessario a strappare un ritiro delle forze di Damasco, da dove arriva il commento alle dimissioni del governo: “E’ un affare interno” libanese. “La battaglia è lunga e questo è il primo passo – ha detto Ghattas Khoury, parlamentare dell’opposizione – questa è la batttaglia per la libertà, la sovranità e l’indipendenza”. Il prossimo passo richiesto sono le dimissioni dei capi dell’intelligence e della polizia libanesi.

    Jumblatt e i 140 intellettuali di Damasco
    Il leader druso Walid Jumblatt ha parlato di vittoria del popolo, ma ha chiesto alla folla in piazza di evitare “slogan sciovinisti contro la Siria, con la quale siamo determinati a mantenere buone relazioni”. “Siamo estremamente addolorati e arrabbiati nel vedere e sentire che alcuni libanesi hanno insultato la Siria e la sua popolazione senza che questi abbiano colpa alcuna”, è scritto in una lettera firmata da 140 intellettuali siriani, a sostegno dell’opposizione libanese e in favore del ritiro delle truppe di Damasco. Cento di questi si sono riuniti nella capitale siriana la scorsa settimana per protestare contro l’assassinio di Hariri. Rischiano tutti di finire in carcere.
    Il presidente della Repubblica, Emile Lahoud, ha accettato le dimissioni del governo Karame, ma non ha ancora fatto sapere quando inizieranno le consultazioni per la formazione del nuovo esecutivo. Il portavoce del Parlamento, Nabih Berry, teme il vuoto di potere. Le elezioni sono in agenda a maggio. Beirut sembra farsi prendere sempre più da quella che il quotidiano an Nahar ha chiamato “la rivoluzione popolare del 2005”, anticamera della “seconda indipendenza libanese”.

    Il Foglio del primo marzo

    saluti

  7. #7
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    Predefinito Le strategie

    Negli ultimi giorni le strategie alternative degli Stati Uniti e dell’Ue nei confronti dei paesi arabi si sono confrontate nei fatti, con un quasi trionfo per quelle americane e l’ennesima sconfitta per quelle europee.
    Grazie a fortissime pressioni statunitensi, infatti, il presidente Hosni Mubarak è stato costretto a smentire se stesso e a promettere elezioni presidenziali democratiche il prossimo settembre.
    Nonostante fortissime pressioni europee, invece, il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika ha stracciato la riforma del diritto di famiglia che si era impegnato a varare e ha mantenuto in vigore “il codice dell’Infamia” del 1984, che sancisce una posizione semischiavistica della donna, secondo la più rigida Legge coranica.
    Un fiasco pieno della democratizzazione dei paesi arabi, secondo il modello francese e più precisamente “à la Jacques Chirac”. Un fiasco reso ancora più evidente dall’approvazione del 16 gennaio del 2004 da parte del Marocco, su pressione americana, di un Codice di famiglia rivoluzionario, di piena parità della donna, conseguente a una interpretazione moderna del Corano.
    Ad Algeri (dove le ultime presidenziali sono state una farsa) partner dell’Unione europea, la democratizzazione fallisce, mentre avanza al Cairo e a Rabat, partner degli Stati Uniti.
    La ragione è semplice: Washington ha definito una strategia generale (l’iniziativa per il grande medio oriente di George W. Bush) che mette al primo posto le riforme e usa coerentemente finanziamenti per imporle.
    L’Europa, invece, non ha alcuna strategia nei confronti dei paesi arabi ed elargisce i suoi finanziamenti senza vincolarli a nessun progetto riformista.
    Nel caso dell’Egitto è stato semplice per il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, far valere, con buon piglio, le richieste di democratizzazione: ha annullato un viaggio in Egitto e ha fatto iniziare una discussione al Congresso per tagliare i due miliardi di dollari che il Cairo riceve ogni anno (50 miliardi complessivi fino a oggi). Sono fondi legati all’accordo di pace Sadat-Begin del 1979 che condizionano tutta l’élite egiziana.
    Due terzi di questi due miliardi di dollari (su 90 miliardi di Pil) sono infatti destinati alle Forze armate, il che significa che tutti i generali egiziani – base del regime – ricevono il proprio lauto stipendio da Washington. Ma quella egiziana è una “società militare”, un incrocio tra peronismo e soviettismo, in cui i generali vanno in pensione a cinquant’anni per diventare manager di industrie, banche, società dello Stato. La minaccia di sospendere quel finanziamento tocca tanto da vicino il cuore del regime che Mubarak, che per un anno aveva sdegnosamente rifiutato la richiesta di riforme avanzata da Bush, ha dovuto fare una precipitosa marcia indietro.
    Anche con il Marocco, gli Stati Uniti hanno seguito la strada del portafoglio, a partire dalla svolta maturata alla fine degli anni Novanta, quando Rabat ha riconosciuto lo Stato di Israele. La coraggiosa riforma del Diritto di famiglia del 2004 è stata infatti “pagata” con la concessione dello status di “nazione più privilegiata”, che ha convogliato investimenti americani in un’economia marocchina completamente liberata dai dazi doganali.
    Anche alla radice dell’ennesimo insuccesso europeo nella democratizzazione di un paese arabo vi è Israele, ma con una posizione opposta a quella degli Stati Uniti. A fronte dell’accordo di pace Begin-Sadat del 1979, l’Europa infatti scelse la linea del boicottaggio.
    Così il 13 giugno 1980, il Consiglio europeo di Venezia, presidente il premier italiano Francesco Cossiga, decise di entrare in rotta di collisione con la logica negoziale dell’accordo dando un pieno, clamoroso riconoscimento all’Organizzazione per la liberazione della Palestina di Yasser Arafat, che lo rifiutava con sdegno e minacciava di morte Sadat (ben presto accontentato, al solito). La motivazione di questa scelta era semplice: a seguito della rivoluzione in Iran il petrolio era salito a 40 dollari al barile (96 di oggi, a parità di valore d’acquisto) e la “vecchia Europa” ne trasse le conseguenze, ingraziandosi i paesi produttori che intanto scacciavano Sadat dalla Lega araba. Scegliere Arafat voleva dire scegliere il simbolo del “Fronte del Rifiuto” ricco di petrolio (Iraq, Siria, Algeria e Libia, oltre all’Olp). Significava affossare la posizione israelo-americana che assegnava alla Giordania il ruolo di interlocutore per i Territori palestinesi (e imponeva ad Arafat il raccordo con il moderato re Hussein) ed esponeva il processo di pace alle incursioni del terrorismo e alle ciniche pressioni sovietiche. Voleva dire ritardare il processo di pace sino all’uscita di scena di Arafat. Il reiterato appoggio dell’Europa ad Arafat degli ultimi anni è figlio di quella scelta. Così come l’avvio del processo di pace con Abu Mazen è oggi figlio della scelta di Sharon e di Bush di isolare le velleità dell’Europa e di non considerare più Arafat un interlocutore.

    Carlo Panella su Il Foglio

    saluti

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    Tre anni e mezzo dopo l’attacco di al Qaida all’America, nel resto del mondo qualcosa, appena un po’, è cambiato.
    C’era chi temeva, o addirittura auspicava, che l’aggressiva risposta di Washington alla guerra dichiarata dai fondamentalisti arabo-islamici potesse fallire miseramente e magari causare la rivolta delle piazze arabe. Invece quando le piazze arabe hanno avuto per la prima volta la possibilità di esprimersi liberamente il risultato è stato quello previsto dai cosiddetti ideologi neoconservatori: un virtuoso effetto domino, un vorticoso e irresistibile contagio democratico.
    Certo non è stata una passeggiata, certo ancora la strada è lunga, certo l’Iran degli ayatollah non
    mostra segni di cedimento, ma i risultati fin qui ottenuti, e in così breve tempo, dimostrano come i cocciuti ideologi fossero gli altri, i realisti, i difensori dello status quo e coloro che volevano
    condannare gli arabi alla dittatura perenne.
    Ecco un riepilogo di quanto è successo dall’11 settembre 2001.
    1) Il regime fascista-islamico dei talebani è stato abbattuto, a ottobre gli afghani hanno votato liberamente il proprio presidente. Una donna è diventata governatrice di una provincia. L’Afghanistan ha ripreso un cammino di civiltà.
    2) Il regime nazionalsocialista, un po’ nazi e un po’ comunista, di Saddam Hussein è stato abbattuto da un intervento armato anglo-americano.
    Due anni dopo, gli iracheni hanno votato per la prima volta e ora discutono liberamente le regole di convivenza e il proprio futuro.
    I nostalgici del regime e i fascisti islamici tentano di impedirlo, così uccidono gli stessi iracheni, non più gli americani.
    Gli iracheni purtroppo continuano a morire (per mano dei terroristi, non degli americani), anche se in quantità inferiore rispetto a quando gli assassini non erano costretti a nascondersi, ma stavano al potere. Ieri ci sono stati oltre cento iracheni uccisi davanti a un ospedale, senza che nessun pacifista abbia protestato o chiesto il ritiro delle truppe terroriste straniere che occupano l’Iraq.
    3) Israele si ritirerà da una parte dei territori occupati nel 1967 dopo una guerra subita e vinta.
    Prima della svolta post 11 settembre, sembrava impossibile. Ora si parla di Stato palestinese anche in Israele.
    E’ accaduto perché Bush ha scelto di chiudere i rapporti con Yasser Arafat, il responsabile del fallimento del processo di pace. Due anni di porte sbattute in faccia al dittatore, e a chiunque lo avesse sostituito senza una legittimazione popolare, hanno convinto la classe dirigente palestinese a uscire dal vicolo cieco in cui Arafat aveva cacciato il suo popolo. Ci sono state le elezioni, ora c’è una speranza concreta di pace.
    4) La Siria più che uno Stato è un’organizzazione terrorista, nonostante Repubblica ieri abbia lodato per due pagine il dittatore Assad come uomo di pace. I siriani hanno paura, si sentono circondati dall’abbattimento dei tiranni amici.
    Ecco perché cercano un asse con l’Iran, supportano gli attentati in Israele e, come dicono a Beirut, hanno ucciso l’ex premier libanese che chiedeva il ritiro delle truppe d’occupazione siriane (a proposito: perché i pacifisti non ne hanno mai chiesto il ritiro?).
    5) I libanesi sono scesi in piazza e non sono più tornati a casa. Protestano, urlano a squarciagola “Syria out now”.
    Ieri il governo filosiriano è stato costretto a dimettersi.
    Sembra il 1989 o l’Ucraina.
    6) Già, c’è anche l’Ucraina. Non c’entra con il medio oriente, ma nel frattempo gli americani hanno fatto anche questo: finanziato l’opposizione democratica e antirussa, fregandosene dell’amico Vladimir Putin, al quale hanno fatto capire che non gli saranno permesse interferenze sul fronte della democrazia. Sebbene per Ennio Caretto del Corriere Bush abbia perso la conferenza stampa con Vladimir Putin (ora Bush sarebbe sotto 4 a 0, avendo perso anche i tre dibattiti con John Kerry), la realtà è un’altra. Il progetto neocon di esportazione della democrazia, con le buone o con le cattive, ha ottenuto due grandi successi in casa dello zar russo. Oltre alla rivoluzione arancione di Kiev infatti c’è stata anche la rivoluzione delle rose in Georgia. Le prossime tappe di questo vorticoso processo saranno in Moldova e in altre ex Repubbliche sovietiche.
    7) Grazie al voto iracheno, in Egitto si fa strada un’opposizione democratica che chiede riforme e democrazia. E’ dura, ma si comincia.
    La gente scende in piazza contro il regime, gli americani minacciano di non versare più i 2 miliardi di dollari l’anno di aiuti, così il dittatore Hosni Mubarak è stato costretto ad annunciare elezioni multipartitiche. Bisognerà valutare la portata di queste riforme, ma quando si apre una falla è difficile tapparnee i buchi, nonostante La Repubblica abbia prima sottovalutato e poi addirittura oscurato la notizia, preferendo una difesa della tv antisemita al Jazeera.
    8) I sauditi sono molto attivi. Temono di doverla pagare (e sarà sempre troppo tardi).
    Così fanno quello che sanno fare benissimo: vendere il fontanone agli allocchi occidentali, organizzando finte elezioni locali e convegni farsa contro il terrorismo.
    Però in questo caso ci ha creduto soltanto Repubblica.

    Christian Rocca su Il Foglio

    saluti

  9. #9
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    Predefinito La strage

    Baghdad. Era dalla caduta del regime di Saddam Hussein, il 9 aprile 2003, che non succedeva qualcosa di simile.
    I terroristi suicidi islamici, che terrorizzano l’Iraq e che considerano la democrazia una “menzogna americana”, come ha sostenuto nel suo manifesto politico il loro leader Abu Musab al Zarqawi, ieri mattina hanno messo a segno l’attentato più sanguinoso dal 2 marzo dell’anno scorso, quando a Baghdad e Kerbala ci furono 180 morti.
    Uno o più attentatori suicidi hanno fatto esplodere un’automobile nell’affollato mercato di Hilla, una città in gran parte sciita, a sud della capitale, Baghdad: per il momento il bilancio è di 125 morti e oltre 150 feriti.
    L’obiettivo principale era la lunga coda di iracheni che stavano aspettando il loro turno per sottoporsi alle visite mediche e ottenere il certificato per l’arruolamento nelle forze di sicurezza e per accedere ai lavori nell’amministrazione pubblica.
    Fra questi c’erano anche molti ex membri del partito Baath, al potere ai tempi di Saddam Hussein, che, essendo stati allontanati da tutti gli incarichi dopo l’intervento anglo-americano, possono ora essere riabilitati e riammessi agli uffici pubblici.
    I soccorritori si sono trovati di fronte a scene agghiaccianti: arti spappolati e busti tagliati in due disseminati ovunque, in un lago di sangue. Le cassette per la frutta sono state adibite alla raccolta dei resti, visto che gran parte dei corpi è stata dilaniata e per questo sarà ancora più difficile stabilire il numero preciso delle vittime.
    Da oltre una settimana al Iraqia, la televisione di Stato, sta trasmettendo le confessioni di presunti terroristi arrestati dalle forze di sicurezza che confermano di essere stati addestrati in Siria e finanziati da emissari del regime di Damasco.
    Nelle retate attorno a Mosul è stato arrestato anche “Anas”, un agente che sostiene di essere un tenente dell’intelligence siriana e fa il nome dell’ufficiale superiore che lo ha incaricato di finanziare una delle tante reti del terrore in Iraq.
    Altri rei confessi ammettono che le armi più sofisticate arrivavano dalla Siria, grazie a bande specializzate di contrabbandieri.
    Uno dei capi della rete attorno a Mosul, indicato con il nome di battaglia “Abu Baker”, avrebbe portato un gruppo di guerriglieri ad addestrarsi in un campo su territorio siriano vicino al porto di Lathiqia.
    Come ha raccontato il New York Times, altri campi si troverebbero nei dintorni di Damasco, dove, secondo i presunti terroristi catturati, sono stati addestrati a preparare macchine esplosive. L’Amministrazione Bush ha sempre condannato la politica della Siria che, nonostante le dichiarazioni ufficiali, le smentite e i convenevoli diplomatici, non ha mai fatto nulla di efficace per impedire il passaggio di terroristi al confine con l’Iraq e anzi, secondo fonti del Pentagono, ha fornito documenti e mezzi di trasporto: l’ambasciata irachena a Damasco non ha mai riconosciuto il governo provvisorio di Baghdad né, ovviamente, il risultato delle recenti elezioni.
    Poi, sotto le pressioni della comunità internazionale, Bashar el Assad, il giovane presidente siriano, ha adottato una strategia bifronte, nascondendo con una buona dose di vittimismo – il governo siriano smentisce sempre tutto, cercando di scaricare sui servizi segreti, che non informerebbero il governo, le operazioni
    “sporche” – una politica estera antiamericana spregiudicata.

    La morsa attorno all’ambiguità siriana
    In questo contesto d’ambiguità s’inserisce anche la cattura del fratellastro di Saddam, Ibrahim al Hasan al Tikriti, ricercato dagli americani, che pilotava la guerriglia dalla Siria.
    Le prime indiscrezioni giunte da Baghdad parlavano di una collaborazione di Damasco nell’arresto, che sarebbe avvenuto a cavallo fra il confine siriano e iracheno.
    Ieri, però, il governo siriano ha smentito, sostenendo che le soffiate sul suo coinvolgimento “fanno parte delle pressioni statunitensi” su Damasco.
    La morsa non è destinata ad affievolirsi.
    Ieri Iyyad Allawi, premier iracheno, ha scritto sul Wall Street Journal: “Continueremo ad aver bisogno e a cercare assistenza per ancora un po’ di tempo”.
    Il coinvolgimento del popolo iracheno è sempre stato il principale obiettivo dell’Amministrazione Bush, che non ha intenzione di lasciare la regione senza aver portato a compimento il processo di stabilizzazione.
    Le pressioni su Damasco sono in questo senso strategiche: ma in questo l’America non è sola.
    Onu, Unione europea, Israele contribuiscono a compattare il fronte occidentale.
    Il resto è lasciato alle piazze che, come scriveva sabato David Brooks sul New York Times, si chiedono: “Perché non qui?”.
    A Beirut ieri le bandiere bianche e rosse hanno costretto il premier libanese a dimettersi. Un filosiriano, naturalmente.

    Il Foglio

    saluti

  10. #10
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    Predefinito Re: Le strategie

    In origine postato da mustang
    Negli ultimi giorni le strategie alternative degli Stati Uniti e dell’Ue nei confronti dei paesi arabi si sono confrontate nei fatti, con un quasi trionfo per quelle americane e l’ennesima sconfitta per quelle europee.
    Grazie a fortissime pressioni statunitensi, infatti, il presidente Hosni Mubarak è stato costretto a smentire se stesso e a promettere elezioni presidenziali democratiche il prossimo settembre.
    Nonostante fortissime pressioni europee, invece, il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika ha stracciato la riforma del diritto di famiglia che si era impegnato a varare e ha mantenuto in vigore “il codice dell’Infamia” del 1984, che sancisce una posizione semischiavistica della donna, secondo la più rigida Legge coranica.
    Un fiasco pieno della democratizzazione dei paesi arabi, secondo il modello francese e più precisamente “à la Jacques Chirac”. Un fiasco reso ancora più evidente dall’approvazione del 16 gennaio del 2004 da parte del Marocco, su pressione americana, di un Codice di famiglia rivoluzionario, di piena parità della donna, conseguente a una interpretazione moderna del Corano.
    Ad Algeri (dove le ultime presidenziali sono state una farsa) partner dell’Unione europea, la democratizzazione fallisce, mentre avanza al Cairo e a Rabat, partner degli Stati Uniti.
    La ragione è semplice: Washington ha definito una strategia generale (l’iniziativa per il grande medio oriente di George W. Bush) che mette al primo posto le riforme e usa coerentemente finanziamenti per imporle.
    L’Europa, invece, non ha alcuna strategia nei confronti dei paesi arabi ed elargisce i suoi finanziamenti senza vincolarli a nessun progetto riformista.
    Nel caso dell’Egitto è stato semplice per il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, far valere, con buon piglio, le richieste di democratizzazione: ha annullato un viaggio in Egitto e ha fatto iniziare una discussione al Congresso per tagliare i due miliardi di dollari che il Cairo riceve ogni anno (50 miliardi complessivi fino a oggi). Sono fondi legati all’accordo di pace Sadat-Begin del 1979 che condizionano tutta l’élite egiziana.
    Due terzi di questi due miliardi di dollari (su 90 miliardi di Pil) sono infatti destinati alle Forze armate, il che significa che tutti i generali egiziani – base del regime – ricevono il proprio lauto stipendio da Washington. Ma quella egiziana è una “società militare”, un incrocio tra peronismo e soviettismo, in cui i generali vanno in pensione a cinquant’anni per diventare manager di industrie, banche, società dello Stato. La minaccia di sospendere quel finanziamento tocca tanto da vicino il cuore del regime che Mubarak, che per un anno aveva sdegnosamente rifiutato la richiesta di riforme avanzata da Bush, ha dovuto fare una precipitosa marcia indietro.
    Anche con il Marocco, gli Stati Uniti hanno seguito la strada del portafoglio, a partire dalla svolta maturata alla fine degli anni Novanta, quando Rabat ha riconosciuto lo Stato di Israele. La coraggiosa riforma del Diritto di famiglia del 2004 è stata infatti “pagata” con la concessione dello status di “nazione più privilegiata”, che ha convogliato investimenti americani in un’economia marocchina completamente liberata dai dazi doganali.
    Anche alla radice dell’ennesimo insuccesso europeo nella democratizzazione di un paese arabo vi è Israele, ma con una posizione opposta a quella degli Stati Uniti. A fronte dell’accordo di pace Begin-Sadat del 1979, l’Europa infatti scelse la linea del boicottaggio.
    Così il 13 giugno 1980, il Consiglio europeo di Venezia, presidente il premier italiano Francesco Cossiga, decise di entrare in rotta di collisione con la logica negoziale dell’accordo dando un pieno, clamoroso riconoscimento all’Organizzazione per la liberazione della Palestina di Yasser Arafat, che lo rifiutava con sdegno e minacciava di morte Sadat (ben presto accontentato, al solito). La motivazione di questa scelta era semplice: a seguito della rivoluzione in Iran il petrolio era salito a 40 dollari al barile (96 di oggi, a parità di valore d’acquisto) e la “vecchia Europa” ne trasse le conseguenze, ingraziandosi i paesi produttori che intanto scacciavano Sadat dalla Lega araba. Scegliere Arafat voleva dire scegliere il simbolo del “Fronte del Rifiuto” ricco di petrolio (Iraq, Siria, Algeria e Libia, oltre all’Olp). Significava affossare la posizione israelo-americana che assegnava alla Giordania il ruolo di interlocutore per i Territori palestinesi (e imponeva ad Arafat il raccordo con il moderato re Hussein) ed esponeva il processo di pace alle incursioni del terrorismo e alle ciniche pressioni sovietiche. Voleva dire ritardare il processo di pace sino all’uscita di scena di Arafat. Il reiterato appoggio dell’Europa ad Arafat degli ultimi anni è figlio di quella scelta. Così come l’avvio del processo di pace con Abu Mazen è oggi figlio della scelta di Sharon e di Bush di isolare le velleità dell’Europa e di non considerare più Arafat un interlocutore.

    Carlo Panella su Il Foglio

    saluti

    L'Europa non ha una strategia coerente, ne' unitaria, ne' tanto meno realistica. Gli Stati Uniti devono supplire anche alla pochezza europea. E gli Europei non si rendono conto che la fonte primaria di gran parte del cosiddetto "unilateralismo" dell'Amministrazione americana ....sono loro stessi.
    Per quanto riguarda i paesi arabo-islamici i processi in corso sono complessi, contraddittori e non scevri da rischi e insidie.....tuttavia risulta abbastanza chiaro che mentre gli Stati Uniti sanno che cosa vogliono e lo attuano in modo il più possibile conseguente, l'Europa sa solo cosa non vuole, e neppure il perchè. Certamente Chirac sa che cosa vuole, ma quello che vuole lui è francese non europeo, ossia è europeo solo nella misura in cui la Francia può riuscire ad ambire ad una sorta di egemonia continentale fondata su una gestione sciovinista degli interessi dell'Unione.
    In ogni caso gli interessi generali dell'occidente e della stabilizzazione internazionale e della democrazia, che sono poi la stessa cosa, o diverse sfaccettature del medesimo oggetto, vedono negli Stati Uniti d'America l'unico soggetto che ha una politica che, nel bene e nel male, è degna di definirsi tale e rispetto alla quale, le obiezioni europee sono solo degli ideologismi privi di alternative concrete.
    Le speranze di una primavera medio orientale vedono purtroppo l'Europa senza una funzione da protagonista, se non quella che, per pura cortesia transatlantica, gli Stati Uniti vogliono e vorranno lasciarle.

    Saluti liberali

 

 
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