“Gli americani rilasciano sistematicamente criminali arrestati dalla polizia irachena per sequestro di persona”: lo ha detto un alto funzionario della “nuova” polizia irachena a Patrick Cockburn, giornalista dell’Independent (1). Alla luce dell’uccisione dell’agente italiano Nicola Calipari, le rivelazioni dell’ufficiale collaborazionista iracheno sono perlomeno inquietanti.
Egli si lamenta di non trovare nessuna collaborazione, nella forza occupante, alla lotta contro la delinquenza comune: “dobbiamo affrontare un’epidemia di sequestri, estorsioni e atti di violenza. E benché sia noto che gli americani controllano le telefonate sui telefoni cellulari e satellitari, che sono spesso usati per chiedere i riscatti, a noi non passano nessuna informazione”.
Interessante l’accenno – che è una conferma – alle intercettazioni di ruoutine su tutte le conversazioni telefoniche in Irak: dunque gli Usa non potevano ignorare chi c’era su quell’auto che portava all’aeroporto Luciana Sgrena, visto che dalla macchina partivano numerose telefonate di Calipari e Roma.
Ma ancora più rivelatrice l’accusa che il funzionario iracheno eleva agli Usa. “Gli americani stanno lasciando avvenire la distruzione della società irachena” con il loro atteggiamento di non-collaborazione verso la criminalità comune, dice: “l’ondata dei sequestri per riscatto colpisce la classe media e superiore, medici e professionisti, inducendoli a lasciare il Paese. Ma una volta che gli iracheni catturano qualche criminale, gli americani lo rilasciano in cambio della sua promessa di spiare gli insorgenti”. Insomma, assoldano criminali comuni perché si infiltrino nella guerriglia.
Il che apre un’altra serie di domande.
La prima: quanti degli attentati in Irak attribuiti a “terroristi islamici” e ad “Al Zarqawi” sono invece opera di queste bande protette dagli Usa? E fino a che punto gli americani favoriscono deliberatamente “la distruzione della società” in Irak, usando i loro delinquenti prediletti?
Forse lo scopo di tutto è proprio provocare la frattura sociale dell’Irak, mettendo sciiti contro sunniti (come fa’ “Al Zarqawi”) e creando il terrore e l’instabilità permanente.
Del resto, è storica tradizione degli Usa il creare reti di criminalità organizzata da essi controllate e da usare in operazioni “irregolari” e “parallele” di ogni tipo. Lo fecero in Italia dopo la seconda guerra mondiale ricostituendo la mafia sicula, debellata dal regime fascista, e riportandola al potere nell’isola con l’aiuto di “Cosa Nostra”; l’hanno fatto in America Latina e in Vietnam (favorendo i traffici di oppio delle tribù “anticomuniste”), lo stanno facendo in Kirgizistan, dove la “rivoluzione democratica” in corso è interamente gestita dalle bande di spacciatori dell’oppio afghano, in mancanza di una sedicente “società civile” di tipo ucraino o georgiano.
In Irak seguono evidentemente la stessa strategia. Il che lascia intuire che là ogni distinzione fra “insorti che rapiscono i giornalisti” per ragioni “politiche” e sequestratori puramente criminali a scopo di lucro, è probabilmente evanescente.
di Maurizio Blondet
Note
1)Patrick Cockburn, “US free Iraqi kidnappers so they can spy on insurgents”, Independent of Sunday, 20 marzo 2005.




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