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  1. #1
    stanziale
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    il sapone e gli ebrei...

    L'orrore dei lager alimentò anche dei miti. A Gerusalemme si apre la polemica

    Storici ebrei: sapone con i deportati, leggenda nera

    Corriere della Sera

    Cade una leggenda nera, quella degli ebrei ridotti a sapone. E' una rivelazione recente che pone fine a una serie di credenze sulle atrocità dei lager nazisti, servite in parte anche a negare gli orrori commessi.

    Disinformazione di guerra, dunque. Anche se nella realtà del nazismo resta una macabra contabilità. Collezioni di scheletri e crani, corpi affidati agli istituti di anatomia delle facoltà di medicina tedesche per essere spolpati e studiati a fondo, e non solo per «conoscere», come richiedeva Himmler, il «sottotipo razziale ebreo e bolscevico», ma per redigere atlanti e manuali di medicina; capelli umani trasformati in feltro industriale «previo avvolgimento in bobine» (i capelli delle donne permettevano anche la fabbricazione di pantofole). Queste e altre simili atrocità realmente compiute sui corpi vivi e morti degli ebrei e dei deportati nei lager nazisti, sono stati all'origine della leggenda nera adesso messa in discussione. Con il grasso degli ebrei, assassinati nelle camere a gas, i nazisti avrebbero «fatto sapone» o addirittura carne in scatola, da servire agli stessi ebrei impiegati nelle industrie di guerra. Una leggenda di cui non si conosce bene l'origine, ma che circolò tra le fila della resistenza polacca e che sarebbe stata alimentata dagli ufficiali e dai commissari politici dell'Armata rossa, per dipingere con toni ancor più macabri e drammatici gli orrori del nazismo. Una leggenda fatta propria anche da taluni dei

    sopravvissuti (ne abbiamo sentito eco anche in Italia) che, per attirare l'attenzione dei molti indifferenti alla loro tragica storia, dichiaravano di avere assistito alla saponificazione di molti ebrei.

    Una storia tutta da sfatare, come ricorda l'Avvenire di ieri, e che qualcuno ha attribuito alla penna di Wiesenthal, il cacciatore di nazisti, che arrivò a ipotizzare la saponificazione di quasi un milione di corpi di ebrei assassinati da parte di un'industria tedesca nei pressi del lager di Belzec.

    Una storia che anche il direttore del Museo

    dell'Olocausto israeliano e lo storico Yeudha Bauer dell'università di Tei Aviv definiscono priva di fondamento. Tuttavia, le notizie

    delle atrocità compiute dai nazionalsocialisti erano così diffuse e, in parte, così incredibili, che non fu difficile confondere realtà e fanta-

    sia. Anzi, a volte si negava la verità dei fatti quando veniva raccontata da testimoni d'eccezione (come accadde a Jan Karski, una staffetta della resistenza polacca, che nel 1942 rischiò la vita per entrare di nascosto in un lager di sterminio nei pressi proprio di Belzec), e si credeva più facilmente alle falsità, capaci di colpire la fantasia popolare e che facevano parte di un noto e già sperimentato armamentario propagandistico di guerra psicologica contro il nemico.

    Per altro verso, gli ufficiali dell'Armata rossa, esagerando le atrocità



    • II libro: Mario La Feria, «Te la do io Brasilia», Edizioni Stampa Alternativa, pagine 166, €10

    dei nemici nazisti, riuscivano assai bene a nascondere i crimini commessi dal loro esercito liberatore sulle popolazioni e spesso anche sui loro stessi soldati, quando erano accusati di "tradimento". A tale proposito, alcune pagine del libro autobiografico di Margarete Buber-Neu-mann (Prigioniera di Sta-lin e Hitler), sono esemplari. Sopravvissuta al lager di Rayensbruck, fug-ge terrorizzata dalla fulminea avanzata dell'Armata rossa.

    Così, una leggenda nera che si trasforma in racconto (anche il regista Benigni che per il suo film La vita è bella, dichiara di essersi avvalso della consulenza di storici e sopravvissuti italiani, mette in bocca a Gio-suè la frase «con noi ci fanno i bottoni e il sapone»), negli anni verrà usata da molti negazioni-sti per affermare che lo sterminio e le camere a gas non sono mai esistiti. Chi dice il falso una volta, chi esagera sulle cifre delle vittime (nel dopoguerra una commissione sovietica affermò che ad Auschwitz erano morti quattro milioni di persone e che con la cenere dei corpi si era fabbricato del fertilizzante), allora non è credibile nemmeno quando riporta la verità fattuale.

    Da tempo, gli storici si sono fatti più prudenti, hanno cercato di sfatare miti e leggende, di correggere eccessi nella descrizione di orrori e nel numero delle vittime, per offrire una verità sempre più vicina all'uomo, che accusi i carnefici, ammonisca gli spettatori indifferenti e renda giustizia alle vittime.

    Frediano Sessi

  2. #2
    Totila
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    A forza di sfatare chissà dove si arriverà...

  3. #3
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    Ricapitolando:
    -le teste umane rimpicciolite erano una falsità;
    -il sapone fatto con grasso umano era una falsità;
    -i paralumi in pelle umana erano una falsità;
    -i 4 milioni di ebrei morti ad Auschwitz erano una falsità.

    Siamo arrivati a un milone e mezzo....... ma la cifra reale che ormai ogni storico serio accetta è di 500.000 ebrei morti ad Auschwitz per malattie e scarsa alimentazione .
    Sulla "religione olocaustica" il futuro ci darà ancora delle belle sorprese.....

    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  4. #4
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    Post #2 di 21

    In quest'articolo, ahimé, Frediano Sessi ha detto più di quel che doveva dire. Anzi, ha addirittura elencato i dati essenziali che sono alla base della genealogia del cosiddetto ''olocausto''. C'è poi un riferimento [a Jan Karski] inintellegibile ai più, sul quale sarà bene, in seguito, aggiungere qualcosina [lascio stare il commento su Wiesenthal, ovviamente verissimo].

    In pratica, che dice Sessi?

    Dice che sulle atrocità naziste circolavano diffusamente voci incontrollate e ''in parte incredibili''.

    Dice, cosa essenziale, che tali ''falsità'' ''facevano parte di un noto e già sperimentato armamentario propagandistico''.

    Dice, altro elemento essenziale, che la voce sul sapone umano ''circolò tra le fila della resistenza polacca e che sarebbe stata alimentata dagli ufficiali e dai commissari politici dell'armata rossa''

    Dice, ancora, che ''sarebbe stata fatta propria anche da taluni dei sopravvissuti''.

    In questi passaggi c'è, ovviamente in modo schematico, praticamente tutto.

    C'è innanzitutto la motivazione: ovvero ''propaganda dell'orrore'', sistema già ampiamente noto e sperimentato.

    C'è poi la cinghia di trasmissione di tale propaganda, ovvero resistenza polacca-armata rossa-sopravvissuti
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  5. #5
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    Post #3 di 21

    Il riferimento alla resistenza polacca è indubbiamente il punto più importante dell'articolo di Sessi.

    Il motivo è semplicissimo: è stata la resistenza polacca a mettere in circolazione la propaganda sull'olocausto e per l'ovvia ragione che tutti i cosiddetti ''campi di sterminio'' erano in Polonia [Auschwitz e Chelmno nella parte di Polonia annessa al Reich, Treblinka, Sobibor, Belzec e Majdanek nel Governatorato generale, cioè nella parte di Polonia occupata ma non annessa].

    La resistenza polacca aveva come riferimento il governo polacco in esilio in Inghilterra. Quindi, la cinghia di trasmissione prevedeva che la propaganda elaborata dalla resistenza raggiungesse gli alleati per poi essere diffusa da questi.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  6. #6
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    Post #4 di 21

    Altro elemento importante messo in luce da Sessi è il ruolo dei sovietici.

    Anche qui la cosa è ovvia, visto che furono i sovietici a occupare i ''campi di sterminio'' polacchi [in realtà solo quelli di Majdanek e Auschwitz, perchè gli altri 4 erano già stati chiusi dai tedeschi].

    La commissione d'inchiesta polacco-sovietica che agì a Majdanek, nell'agosto 1944, arrivò alla conclusione che in quel campo c'erano state 1.380.000 vittime [in realtà le vittime furono circa 42.000].

    La commissione d'inchiesta ad Auschwitz, invece, arrivò alla conclusione che le vittime di questo campo erano 4 milioni. Tale cifra venne poi divulgata ufficialmente in un articolo della ''Pravda'' del 7 maggio 1945 e ricevette una sanzione definitiva nell'udienza del 19 febbraio 1946 del processo di Norimberga.

    Questa leggenda dei 4 milioni di morti è ricordata anche da Sessi nel suo articolo. Solo che Sessi ha dimenticato di aggiungere che le lapidi del campo di Auschwitz con sopra questa cifra rimasero in bella evidenza addirittura sino al 1990...

    Attualmente [cifre non revisioniste], il numero dei morti di Auschwitz è sceso a 510.000 [Fritjof Mayer]
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    Post #5 di 21

    Prima di ricapitolare il tutto, qualche considerazione su Karski.

    Frediano Sessi facendo il nome di Karski da un lato dà un esempio concreto di come funzionava la propaganda olocaustica, dall'altro prende una cantonata stratosferica.

    Jan Karski era un membro della resistenza polacca, autore di un rapporto sul campo di Belzec [e non su un ''lager di sterminio nei pressi di Belzec''].

    Tale rapporto venne consegnato da Karski al governo polacco in esilio in Inghilterra nel novembre 1942.

    Il 25 novembre 1942 un sunto del rapporto veniva pubblicato sul ''Daily News Bullettin''

    Il 20 dicembre 1942 il ''New York Times'' riferiva che tale rapporto era stato ufficialmente riconosciuto come veridico dall'Inter-Allied Information Committee.

    Successivamente, un sunto del rapporto di Karski trovò posto in un testo pubblicato nel 1943 a New York, ossia ''The Black Book of Polish Jewry''.

    La stratosferica cantonata presa da Sessi [ma anche da tutti coloro che diedero credito al rapporto Karski] è che in tale rapporto c'è scritto che le esecuzioni a Belzec avvenivano tramite ''folgorazioni elettriche'' in apposite ''baracche'' che avevano per pavimento '' una lastra metallica''!!! Altro che ''verità dei fatti''...
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  8. #8
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    Post #10 di 21

    Alcune note conclusive sull'articolo

    Innanzitutto, è interessante il riferimento al film di Benigni, ennesima dimostrazione di come persino i ''consulenti'' [''storici e sopravvissuti italiani''] del film abbiano confermato simili leggende. C'è da chiedersi quale attendibilità abbiano simili ''storici e sopravvissuti italiani'' se continuano a propalare tali leggende...

    Altro punto importante è l'accenno a Wiesenthal, che Sessi fa rimanere a livello appunto di accenno. In effetti, però [riprendo questo pezzo da un articolo di Roberto Beretta], "già nel 1946 Wiesenthal pubblicava su Der Neue Weg, il giornale della comunità ebraica austriaca, un articolo in materia: «Fu nel Governatorato generale della Polonia (che iniziò la saponificazione degli ebrei) e la fabbrica si trovava in Galizia, a Belzec. Dall'aprile 1942 al maggio 1943 900 mila ebrei furono utilizzati come materia prima in questa fabbrica». In pratica i cadaveri sarebbero stati macabramente riciclati in diversi usi, quindi «il resto, lo scarto grasso residuo, veniva impiegato per la produzione di sapone. Il mondo civilizzato non può immaginare la gioia che questo sapone procurava ai nazisti del Governatorato generale e alle loro donne. In ogni pezzetto di sapone essi vedevano un ebreo che era stato messo là magicamente e al quale si era impedito di diventare un secondo Freud, Ehrlich o Einstein»".
    Quindi Wiesenthal ebbe un ruolo importante nella diffusione di tale leggenda.


    Sempre dall'articolo di Beretta, ricavo che ''la vicenda fu presto accreditata dalle citazioni di grossi calibri del sionismo come Ben Gurion e la filosofa Hannah Arendt («La camera a gas e la fabbrica di sapone sono le cose a cui può condurre l'antisemitismo»)''. Altra testimonianza della pervasività della ''leggenda nera'' del sapone.

    Ancora dall'articolo di Beretta la leggenda del sapone è unita ad un'altra incredibile leggenda: ''anche durante i processi per crimini di guerra alcuni testimoni oculari dissero che i nazisti producevano sapone e paralumi rispettivamente con grasso e pelle umana. Tanto che nel 1948 il governatore militare americano della Germania occupata inviò i presunti manufatti in pelle umana a un laboratorio e ne ebbe il responso che erano in realtà di pelle di capra''.

    Sempre dall'articolo di Beretta, un interessante precedente: "forse ha ragione chi cita un precedente della Grande Guerra, quando la propaganda anti-tedesca ricorse fece circolare la terroristica notizia che i soldati del Kaiser che tagliavano le mani ai bambini belgi e ricavavano sapone dai corpi dei soldati morti: un classico della «disinformazione» usata a fini bellici".

    Pertanto, l'articolo di Sessi è, a suo modo, revisionista. Ovviamente, revisionista verso l'indifendibile. Revisionista, cioè, solo verso gli aspetti più incredibili della propaganda olocaustica. Ma per fare ciò Sessi si è visto costretto a smascherare i meccanismi propagandistici che furono alla base della propaganda olocaustica. Ed è questo l'aspetto davvero importante dell'articolo [visto che i revisionisti già da decenni avevano smontato le fole sul ''sapone''].

    PS. quanto fosse pervasiva la leggenda del sapone, lo dimostra il fatto che fosse diffusa anche nelle file ''neofasciste''. Ad esempio, ecco due strofe di una canzoncina cantata sull'aria di ''ventiquattromila baci'' di Celentano

    Con ventiquattromila ebrei, quanto sapone ci farei.
    E se ne restasse uno vivo, ci farei pure il detersivo.
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    Tratto da "Avvenire'' di giovedì 24 marzo 2005


    IL CASO
    Gli storici ebrei smascherano una diceria legata ai lager: forse fu inventata dagli stessi nazisti per infierire sulle vittime Ma c'è una pista sovietica

    Shoà, la leggenda del sapone


    Di Roberto Beretta

    Anche Roberto Benigni è finito in una bolla di sapone. La vita è bella, scena in cui il protagonista Guido deve rendere conto al figlio Giosuè se sia vero che «con noi ci fanno i bottoni e il sapone»: «Sarebbe il colmo dei colmi… Ci pensi: domani mattina mi lavo le mani con Bartolomeo, una bella insaponata, poi mi abbottono con Francesco»...
    Beh, per sdrammatizzare la paura Benigni cercava il paradosso e invece ha incontrato la verità. Al di là delle barzellette assai macabre che circolano al riguardo, infatti, pare che la storia degli ebrei trasformati in sapone sia una bufala, un clamoroso falso, una leggenda metropolitana. Anzi: una leggenda concentrazionaria, come tante certo ne sorsero nell'angusto e asfittico «piccolo mondo» dei lager e dei gulag, dei «campi» di destra e di sinistra.
    Quella del sapone ebraico è tuttavia una storia istruttiva, anche perché è tanto radicata nell'immaginario dell'Olocausto che a sfatarla si corre il rischio di passare per antisemiti. E invece sono stati anche autorevoli storici ebrei ed esponenti del giudaismo a confermare che si tratta solo di una leggenda; per esempio Yehuda Bauer, responsabile degli studi sulla Shoah presso l'università di Hebrew a Tel Aviv, in un intervista all'edizione internazionale del Jerusalem Post: «I tedeschi non hanno mai trasformato i corpi degli ebrei in sapone. Anzi, pare che la voce fu messa in giro dai nazisti stessi per cattiveria». Anche il direttore del Museo dell'Olocausto israeliano, Shmuel Krakowski, definì privo di fondamento il cosiddetto «sapone umano»: non esistono prove che i nazisti abbiano fabbricato saponette con i cadaveri degli ebrei.
    Quanto però a scoprire l'origine della leggenda concentrazionaria, è un'altra faccenda; come ammette un «classico» come lo storico Raul Hilberg: «Fino ad oggi, l'origine della diceria del sapone umano resta ancora sconosciuta». C'è chi dice che l'inventore sia stato Simon Wiesenthal, il più accanito «cacciatore di ge rarchi» nazisti del dopoguerra; già nel 1946 Wiesenthal pubblicava su Der Neue Weg, il giornale della comunità ebraica austriaca, un articolo in materia: «Fu nel Governatorato generale della Polonia (che iniziò la saponificazione degli ebrei) e la fabbrica si trovava in Galizia, a Belzec. Dall'aprile 1942 al maggio 1943 900 mila ebrei furono utilizzati come materia prima in questa fabbrica». In pratica i cadaveri sarebbero stati macabramente riciclati in diversi usi, quindi «il resto, lo scarto grasso residuo, veniva impiegato per la produzione di sapone. Il mondo civilizzato non può immaginare la gioia che questo sapone procurava ai nazisti del Governatorato generale e alle loro donne. In ogni pezzetto di sapone essi vedevano un ebreo che era stato messo là magicamente e al quale si era impedito di diventare un secondo Freud, Ehrlich o Einstein».
    Per altri la diceria sarebbe di origine sovietica. In ogni caso, la vicenda fu presto accreditata dalle citazioni di grossi calibri del sionismo come Ben Gurion e la filosofa Hannah Arendt («La camera a gas e la fabbrica di sapone sono le cose a cui può condurre l'antisemitismo»). Anche durante i processi per crimini di guerra alcuni testimoni oculari dissero che i nazisti producevano sapone e paralumi rispettivamente con grasso e pelle umana. Tanto che nel 1948 il governatore militare americano della Germania occupata inviò i presunti manufatti in pelle umana a un laboratorio e ne ebbe il responso che erano in realtà di pelle di capra.
    Non altrettanto si è fatto con i reperti di presunto «sapone umano» conservati al Palazzo della Pace dell'Aia ad uso dei turisti; non a caso vari esponenti del revisionismo anti-sionista invocano una perizia medico-legale su quella materia. Pare che all'Aia ci sia anche la formula chimica per per la fabbricazione di sapone umano, l'attendibilità della quale è tuttavia molto dubbia.
    Forse ha ragione chi cita un precedente della Grande Guerra, quando la propaganda anti-tedesca ricorse fece circolare la terroristica notizia che i soldati del Kaiser che tagliavano le mani ai bambini belgi e ricavavano sapone dai corpi dei soldati morti: un classico della «disinformazione» usata a fini bellici. La leggenda si nutriva poi di dettagli grotteschi, come le 20 casse di sapone «solennemente inumate» nel marzo 1946 nel cimitero giudaico della piccola città romena di Folticeni. Del resto molto più recentemente a Magdiel, presso Tel Aviv, è stata riscoperta una piccola lapide con la scritta «Sapone dei martiri»: sotto, ci sarebbe una cassa con saponette provenienti anch'esse dalla Romania e sepolte nella «terra promessa» da una profuga ebrea.
    Non si tratta di fare i negazionisti. Nella versione popolare, anzi, l'esistenza dei forni crematori fa a pugni con la «diceria dell'untore» a base di sapone: se le povere vittime dei lager, infatti, venivano bruciate, è evidente che i loro corpi o le ossa non potevano servire a fabbricare prodotti per cui sono essenziali le materie grasse. Ma forse l'assimilazione tra la cenere (spesso usata come sbiancante nei bucati delle nonne) e il sapone ha addirittura rafforzato la credibilità della leggenda.
    Perché proprio il sapone, infatti? Una risposta potrebbe essere il dato di fatto che in molte zone europee (anche italiane) e da secoli l'industria saponifera era specialità di famiglie ebraiche: dunque la circostanza di trasformarne i cadaveri in sapone suonava orrido ma adeguato contrappasso. Un'altra ipotesi è racchiusa nell'insulto razzista scagliato dai nazisti contro gli ebrei, di essere appunto «sporchi». Ma forse la scelta dipende semplicemente dalla sigla impressa dal Reich sui pezzi di sapone, che a causa della guerra erano diventati di interesse governativo: Rif, ovvero Reichsstelle fur industrielle Fettversorgang, «Ufficio del Reich per l'approvvigionamento industriale di grassi». Qualcuno invece, con un'inammissibile forzatura d'iniziale, interpretò l'acrostico come Rein Judisches Fett, cioè «puro grasso ebraico». Una leggenda su cui la storia tuttavia continua a scivolare.
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