LO YETI
di Lorenzo Rossi
Il ridicolo appellativo di “Abominevole Uomo delle Nevi”, non sembra di certo essere stato studiato per conferire credibilità all’esistenza del suo misterioso portatore, eppure, sotto numerosi aspetti, quello dello yeti rappresenta uno dei casi più irritanti, ed al contempo meglio documentati della ricerca criptozoologica. Irritante, perché oltre 50 anni di ricerche e spedizioni non hanno ancora prodotto la prova definitiva circa la sua esistenza, documentato perché benché gli avvistamenti da parte degli occidentali non siano di certo numerosi, la credibilità dei testimoni può difficilmente essere messa in discussione. Come avremo modo di constatare continuando nella lettura, infatti, la storia moderna dell’”Uomo delle Nevi” non è stata scritta da turisti occasionali o da neofiti della montagna, ma da studiosi: geologi e paleontologi, ed esploratori, che hanno passato gran parte del loro tempo sulle impervie vette himalayane e che, a rigor di logica, avrebbero dovuto conoscerne piuttosto bene la fauna locale.
Prima della curiosa scoperta che avrebbe segnato l’ufficioso ingresso nel mondo occidentale di uno tra i più affascinanti dei misteri zoologici, il famoso scalatore Erich Shipton aveva già tentato cinque volte la conquista dell’Everest, la vetta più alta della Terra, scalato innumerevoli cime e scritto numerosi libri a riguardo: probabilmente ben poche cose legate alla montagna avrebbero ancora potuto stupirlo. Con ogni evidenza una di queste gli si presentò davanti l’otto novembre del 1951. In quella data stava esplorando i dintorni del GAURI SANKAR assieme a Michael Ward e allo sherpa Sen Tensing. Alle 16:00 in punto il gruppo scoprì una scia d’impronte molto chiare, simili ad enormi piedi umani nudi, impresse sulla neve a sud ovest del passo di MELUNG-TSE. La compagnia seguì la pista per circa 1600 metri, ma dovette desistere quando questa giunse in prossimità di un crepaccio. Impossibilitati a seguire la misteriosa creatura decisero di scattare qualche fotografia delle sue orme, la più famosa di queste, quella che mostra una grande impronta accanto ad una piccozza, avrebbe in seguito fatto il giro del mondo divenendo la copertina d’innumerevoli libri sull’argomento.
Di forma ovale, sembrava essere stata impressa da un piede umano, ma era più lunga di 30 cm e larga 15, Shipton sottolineò che le impronte “erano più lunghe e profonde di quelle lasciate dai miei grandi scarponi da montagna”. L’alluce, chiaramente visibile, era nettamente separato dalle altre dita, che sembravano essere solamente tre, anche se è indubbiamente possibile che due di queste fossero talmente vicine l’una all’altra da imprimere una singola impronta sulla neve. “Dove le orme attraversavano il crepaccio, era perfettamente visibile il punto in cui la creatura aveva saltato ed usato le sue dita per assicurarsi la presa sulla neve nel ciglio opposto”.
Le prime voci riguardanti l’esistenza di misteriosi giganti pelosi abitatori delle cime più alte dell’Himalaya giunsero alle orecchie dell‘occidente verso la fine del 1800, in concomitanza dei primi viaggi in Tibet di esploratori e mercanti, ma prima della pubblicazione delle foto di Shipton, tali notizie non avevano minimamente destato l’interesse dei Media né avevano dato il via ad approcci di tipo scientifico sulla vicenda.
Nel suo libro “Among The Himalayas”, pubblicato nel 1899, il Maggiore L.A. Waddell riportava di avere scoperto enormi impronte sulla neve dirette verso le vette a nord est del Sikkim. “Sembravano le impronte dei selvaggi uomini pelosi che si crede vivano tra le nevi eterne, come i mitici leoni bianchi, il cui ruggito può sentirsi solo durante le tempeste. La credenza in queste creature è diffusa in tutto il Tibet”. Nel suo resoconto Waddell omette di descrivere accuratamente le impronte, il che impedisce ogni tipo di congettura sulla loro origine.
Il 22 settembre 1921, Howard Bury e la sua spedizione percorrevano il sentiero che da KHARTA porta a LHAPKA-LA, quando s’imbatterono in impronte 3 volte più grandi di quelle di un uomo a quota 7000 metri. Il leader della spedizione le attribuì senza indugio ad un grosso lupo grigio, ma l’opinione dei portatori tibetani era totalmente diversa. A loro modo di vedere le orme erano state impresse dal “METOH KANGMI”, nome che Henry Newman, giornalista del “Calcutta Statesman”, che per primo pubblicò questa parola tibetana, tradusse in “Abominevole Uomo delle Nevi”. Gli altri nomi con i quali questa creatura è conosciuta sono Yeh-Teh (da qui Yeti, la denominazione in uso in occidente) e Mi-Teh secondo gli Sherpa e Sogpa o Shukpa nel Sikkim, ma esistono molte altre varianti, che come vedremo in seguito, possiedono un significato incerto.
Nel 1925 N.A. Tombazi membro della “Royal Geographical Society”, parlò di uno strano incontro nel suo “account of a Photographic expedition to the south glaciers of Kangchenjunga in the Sikkim Himalaya”. A circa 15 km dal ghiacciaio di Zemu ad un’altezza di 4500 metri, i suoi portatori scorsero un “oggetto” in movimento più in basso.
“L’intenso bagliore della neve, mi impedì di vedere qualunque cosa per i primi secondi, poi vidi “l’oggetto” a circa 200-300 yard sotto la valle ad est del nostro accampamento. Indiscutibilmente il profilo della figura era di forma umana, camminava su due gambe e si fermava occasionalmente chinandosi su degli arbusti di rododendri nani. Era nettamente distinguibile in contrasto con il bianco della neve e per quanto potevo vedere, non portava abiti. Dopo circa un minuto si spostò finché divenne invisibile alla vista, sfortunatamente non ebbi il tempo di preparare l’obiettivo della macchina fotografica né di osservare l’oggetto tramite un binocolo. Durante la discesa, 2 ore dopo, proposi di ispezionare il punto in cui “l’uomo” o la “bestia” era stata osservata. Esaminai l’impronte chiaramente visibili sulla superficie della neve. Erano simili per forma a quella di un uomo, ma lunghe solo 15-17 cm. Contai 50 impronte, ognuna a intervalli regolari di 30- 45 cm. Le orme erano senza dubbio state lasciate da un bipede, la sequenza di impronte non avevano le caratteristiche di nessun quadrupede immaginabile. La folta vegetazione di rododendri impediva ulteriori indagini così riprendemmo la marcia”.
Per il momento non ci dilungheremo oltre sull'avvistamento di Tombazi, che riprenderemo in seguito quando esamineremo le diverse teorie circa l’ipotetica identità dello Yeti.
Durante il corso degli anni ‘50 le numerose spedizioni organizzate in luogo con il preciso scopo di catturare l’evanescente creatura, avevano raccolto una serie di testimonianze e descrizioni tali da fare supporre che sulle candide nevi eterne, potessero vivere addirittura due specie distinte di animali sconosciuti. La prima conosciuta come yeh-teh o mi-teh, sarebbe una scimmia antropomorfa rossastra, della taglia di un adolescente umano, con testa conica, che cammina in posizione eretta, ma corre a quattro zampe lasciando nella neve impronte con sole 4 dita. Vivrebbe a nord dell’India e dell’Himalaya, nel Bhutan nel Nepal e nel Sikkim. La seconda sarebbe una sorta di vero e proprio gigante alto più di due metri, dal pelo biondastro, che si sposta sempre con locomozione bipede ed è in grado di imprimere sulla neve enormi impronte a cinque dita più lunghe di 30 cm, vivrebbe nella Cina centrale e nel sud del Tibet e sarebbe conosciuto sotto il nome di nyalmo o dzu-teh.
Nel maggio del 1955 una spedizione francese sul Makalu, rinvenne numerose tracce, le migliori delle quali si trovavano presso il Barun Col ed erano ancora molto fresche. L’abate P.Bordet, il geologo del team che fotografò le orme, fornì anche una prova molto importante del fatto che la creatura che le aveva lasciate doveva necessariamente essere bipede: nel punto in cui lo yeti (?) aveva spiccato un balzo verso il basso da un piccolo muro di rocce, non vi erano tracce delle zampe anteriori.
“Ho seguito le impronte per più di un chilometro, contandone circa 3000. Erano tutte dello stesso tipo, profondamente impresse da un piede di sembianze umane. La pianta era ellittica e davanti ad essa erano impresse forme circolari delle dita, che erano quattro e non cinque, il primo dito all’interno era più grande dei restanti, che erano maggiori di quelli di un uomo e non possedevano artigli. [...] nell’impronta impressa più chiaramente si notavano piccoli ponti di neve che dividevano le dita, mostrando che queste erano leggermente separate quando la creatura camminava. La lunghezza delle orme era di circa 20 cm mentre la distanza dall’una all’altra era di 50 cm.”
Padre Bordet consultò i professori Berlioz e Aramburg del Museo di Storia Naturale di Parigi, i quali ammisero di non conoscere nessun animale capace di lasciare simili impronte e nello stesso tempo possedesse un’andatura totalmente bipede, il verdetto finale stabiliva alquanto prudentemente, che doveva trattarsi di una qualche specie d’orso o di scimmia.
Scalpi di yeti
Nel 1954 il “Daily Mail”, finanziò una spedizione capeggiata da Sir Edmund Hillary, il primo conquistatore dell’Everest, con lo scopo di catturare, o perlomeno fotografare, uno yeti. La spedizione tornò in patria senza avere scorto nemmeno l’ombra del mitico scorridore dei ghiacci, tuttavia raccolse una notizia clamorosa: alcuni monasteri possedevano e veneravano diversi scalpi di yeti. I reperti migliori appartenevano al monastero di Pangboche e a quello di Khumjung: ricavati da un unico pezzo di pelle, lunghi e conici simili alla descrizione della testa dello yeti, e ricoperti di capelli che nel mezzo formavano una sorta di cresta. Hillary, che in Tibet godeva di un’enorme considerazione, riuscì nell’ardita impresa di prendere in prestito lo scalpo di Khumjung per sei settimane, iniziando una lunga corsa attorno al mondo per potere farlo esaminare ad una serie d’esperti di Chicago, Londra e Parigi.
Kunjo Chumbi, guardiano della sacra reliquia, accompagnò Hillary in ogni suo spostamento per assicurare la salvaguardia del prezioso reperto. I risultati dei primi esami furono incoraggianti: la pelle ed i peli dello scalpo sembravano non appartenere a nessuna specie d’animale conosciuto. Bernard Heuvelmans, che poté attentamente studiarlo, ne rimase favorevolmente colpito e dopo un primo esame della disposizione dei peli affermò davanti alle telecamere che a suo avviso lo scalpo era autentico. Successivamente una sorta di flashback fece sorgere un grosso interrogativo nella mente dello zoologo belga.
Fino ad allora infatti, aveva potuto esaminare i reperti solo attraverso ottime fotografie in bianco e nero, ma potendo osservare dal vivo i colori ed il tipo di peli, gli venne alla mente il collo e la criniera di un animale da lui osservato allo zoo di Amsterdam prima della guerra: il serow del sud (Capricornis sumatrensis thar), una sorta di capra tibetana. Per prima cosa Heuvelmans contattò telefonicamente l’amico e collega Ivan T.Sanderson, perché gli desse un parere sulla vicenda. Sanderson rispose che a suo avviso, gli scalpi potevano essere dei falsi: modellando un unico pezzo di pelle utilizzando il vapore lui stesso era riuscito a costruirsene delle copie, nelle quali la disposizione dei peli, era simile a quella dello scalpo di Khumjung.
Quest’ulteriore elemento, indusse Heuvelmans a ricercare un serow per compararne i peli con i campioni provenienti dai vari scalpi che era riuscito a raccogliere. Dopo non poche peripezie, “il serow è un animale che pochi giardini zoologici al mondo possiedono, vivendo nelle impenetrabili foreste himalayane è raro e sfuggente quasi quanto lo yeti”, riuscì finalmente a scovarne un esemplare imbalsamato nella collezione dell’Istituto Reale Belga di Storia Naturale a Brussels. La comparazione non lasciava dubbi, i peli degli scalpi e del serow erano gli stessi. Il 9 gennaio del 1961, Heuvelmans rese pubblica questa scoperta, ma inaspettatamente, fu attaccato e deriso per avere ammesso il suo precedente errore di valutazione.
“Avevo sempre pensato che lo scopo della scienza fosse di determinare la verità piuttosto che assicurarsi il trionfo delle proprie teorie, ma apparentemente ci sono persone che non la pensano in questo modo”. Nonostante questa delusione Heuvelmans restava fermamente convinto circa l’esistenza dell’uomo delle nevi, “credo all’esistenza dello yeti da molto prima che si parlasse degli scalpi, ed il fatto che al giorno d’oggi riusciamo a fabbricare pellicce di leopardo in nylon, non significa che il leopardo non esiste”.
Semantica
Nel libro “Abominable Snowmen” (1961), lo zoologo americano Ivan T.Sanderson, aiutato dall’orientalista Rabbino Yonah Aharon, ha cercato di fare luce sul mistero applicando studi semantici ai diversi nomi con cui lo yeti è conosciuto nelle varie zone del Tibet e del Nepal.
MI-TEH e MEH-TEH sono nomi alquanto indefinibili, che letteralmente potrebbero essere tradotti più o meno in “una cosa vivente simile all’uomo che non ha un’esistenza umana”.
YEH-TEH significa “animale sconosciuto della regione rocciosa”.
Secondo il Rabbino inoltre, la prima parola di METOH KANGMI, sarebbe stata
confusa con “MI-TEH” o “MEH-TEH” oppure con MIEH-TUH: “Colui che può portare
via un uomo”. MI-GO o MI-GU, termine usato nelle province tibetane di Amdo e di Kham,
significano “creatura veloce che si muove come un uomo”.
Teorie
Le varie correnti di pensiero circa il mistero dello yeti si sono finora suddivise in queste quattro teorie principali:
Animali tipici le cui impronte sono deformate dallo scioglimento della neve
Nelle zone impervie che fanno da sfondo alle apparizioni dell’uomo delle nevi esistono numerose specie animali di discrete dimensioni, in particolar modo tre scimmie le cui misure variano da 130 a 150 cm: il Langur Himalayano (Semnopithecus schistaceus), il Rinopiteco di Rossellana (Rhinopithecus roxellanae) e l’Entello (Semnopithecus entellus). In generale sono scimmie dotate di un pelame nero, argentato o rossastro, munite di un corpo slanciato, coda lunghissima e braccia relativamente brevi, più corte delle gambe. Frequentano le regioni forestali e possono salire anche a 1500 metri d’altitudine. Nel 1937 Guy Dollman del British Museum, avanzò un’ipotesi secondo la quale le orme scoperte da Shipton, erano opera di una di queste scimmie, probabilmente del Rinopiteco di Rossellana, che tra queste è la più imponente.
Le dimensioni mastodontiche e la singolare conformazione, sarebbero state provocate dal graduale scioglimento della neve in cui erano impresse, dando così l’idea di giganteschi piedi simili a quelli umani. Indubbiamente è possibile che le scimmie citate da Dollman possano, in qualche occasione, essere state scambiate per degli yeti, ma senz’altro non possono essere responsabili delle orme fotografate da Shipton e da Bordet.
Per prima cosa le tracce sono chiaramente bipedi, mentre le scimmie chiamate in causa camminano e corrono a quattro zampe, in secondo luogo, se le impronte fossero state allargate dallo scioglimento della neve, la distanza dall’una all’altra avrebbe dovuto ridursi drasticamente fino a fondere le orme in un’unica scia, cosa che non è avvenuta. Infine, molte delle tracce scoperte erano state lasciate di recente e gli agenti atmosferici non avrebbero avuto il tempo per deformarle.
Uomini che vivono in isolamento
Il primo a proporre questa teoria fu N.A. Tombazi a seguito dell’esperienza di cui fu protagonista nel 1925 e che già conosciamo. Dopo un consulto avuto con vari esperti di etnologia, concluse che la sagoma da lui avvistata apparteneva ad un membro di una comunità di asceti buddisti, che rinunciano alle cose del mondo per seguire il loro dio in luoghi aspri ed inaccessibili. Lo yeti di Tombazi sarebbe stato dunque uno Sadhu, un eremita in grado di vivere in condizioni di estrema povertà ad altitudini superiori ai 5000 metri.
Sempre un eremita potrebbe essere la causa di un altro avvistamento, apparso per la prima volta il 2 novembre 1924, quando il “Times” pubblicò un’intervista a William Knight, in cui era riportato un singolare incontro avvenuto presso Gangtok, “Mi fermai per far riposare il mio cavallo, [...]sentii un suono e mi guardai attorno. Vidi qualcuno a 15 o 20 passi di distanza: una figura che supposi essere uno degli uomini pelosi di cui parlano le spedizioni sull’Everest e che i tibetani chiamano Abominevoli uomini delle nevi. Era alto circa 180 cm, la sua pelle, giallognola, era come quella dei cinesi, capelli arruffati sulla testa, piccoli peli sul volto, piedi grandi e piatti, e grandissime mani. Lo sviluppo muscolare delle braccia, gambe e torace era terrificante, teneva in mano quello che sembrava un arco rudimentale”.
Questa spiegazione, apparentemente affascinante, presenta due punti deboli. Il primo è che le impronte che generalmente sono attribuite allo yeti sono troppo larghe, in proporzione alla loro lunghezza, per appartenere ad un uomo.
Anche ammettendo che possano essere deformate dallo scioglimento della neve, rimarrebbe da chiarire come persone che vivono pacificamente in preghiera ed isolamento, possono essere state all’origine dei racconti sugli esseri pelosi e famelici abitatori delle vette.
Normalmente inoltre gli esseri umani sono dotati di cinque dita, mentre la maggior parte delle impronte attribuite allo yeti ne possiede solo quattro (Ralph Izzard 1955, abate Bordet 1955, Tom Slick 1957, Alastair Cram 1960, Peter Taylor 1964, Akira Namba e Hiroshi Matsushita 1974). In sintesi la teoria di Tombazi potrebbe forse spiegare il suo e qualche altro avvistamento, ma non è certo una risposta completa al mistero dello yeti.
L’orso bruno Tibetano (Ursus arctos isabellinus)
I maggiori esponenti di questa teoria furono G.S. Cansdale, sovrintendente dello zoo di Londra e Reginald I.Pocock del Museo di Londra, secondo i quali gli artefici delle grandi impronte trovate sulla neve non potevano essere altro che gli orsi rossi tibetani (Ursus arctos isabellinus), una specie locale dell’orso bruno europeo (Ursus arctos). Più recentemente, nel libro “Yeti. Leggenda e verità” anche il famoso alpinista Reinhold Messner, dopo numerosi anni di ricerche sul campo, ha affermato di essere dello stesso parere.
La possibilità che lo yeti potesse essere un orso bruno era stata seriamente presa in considerazione da Heuvelmans nel suo libro “Sur la piste des Betes Ignorées” (1955): “[...] questi orsi, che in rari casi superano i due metri di altezza, possono facilmente imprimere sulla neve orme lunghe anche 33 cm simili per forma a quelle umane”.
L’autore continua descrivendo il comportamento dell’animale associandolo alle leggende sullo yeti, “[...]come il resto dei plantigradi a volte si alza sulle zampe posteriori. Sorpreso in questa posizione non sarebbe potuto divenire all’origine delle voci sui giganti pelosi? E se qualche nativo fosse stato attaccato e divorato da un vecchio maschio adulto divenuto completamente carnivoro (come spesso accade nelle zone povere di cibo), ciò avrebbe alimentato le voci sugli orchi della neve ghiotti di carne umana. Questa teoria possiede molti validi argomenti a proprio favore”.
Nel 1962, il geologo italiano Ardito Desio, si trovava sul ghiacciaio del Biafo, quando ad un tratto, vide strane orme sulla neve che tagliavano obliquamente la direzione di marcia della sua spedizione. “Erano simili a quelle di un piede umano, ma di dimensioni assai maggiori, direi quasi una volta e mezzo un piede normale.”
A un certo punto una sorta di panico cominciò a sfociare tra i portatori, “Drenmo, Drenmo!” “[...] Riuscii finalmente a scorgere in lontananza un essere bigio, alto più di un uomo, che si muoveva lentamente. [...] Afferrai il binocolo e un grosso orso apparve davanti ai miei occhi. Per conto mio, lo yeti del Biafo non è che un grosso orso bigio.”
In data 24 novembre 2003, dall’abitazione dell’amico Eric Le Noel, figlio dell’esploratore e criptozoologo Christian Le Noel, mi recai assieme a lui presso il Centro Studi Buddisti Tibetani di Montreaux, Svizzera, con il privilegio di potere parlare con l’anziano Maestro Pemba, facente parte di un gruppo di esuli provenienti dalla remota regione del Kham, nel Tibet Orientale, oramai sotto il controllo della Cina. Nel corso di una precedente visita Eric era infatti venuto a conoscenza del fatto che Pemba, quando era ancora un ragazzo, ebbe un incontro ravvicinato con lo yeti. Il monaco mi disse che una notte, mentre si trovava al pascolo con i pastori, un Dre-Mo fece irruzione nei pressi dell’accampamento, spostandosi a quattro zampe molto lentamente, totalmente preso dalla ricerca del cibo. Appena trovava per terra qualcosa di commestibile l’appogiava alle mani e la portava alla bocca. L’essere aveva le dimensioni di uno yak e puzzava terribilmente.
Gli uomini spaventati, spararono un colpo in aria, ma il Dre-Mo continuò la sua ricerca come se non fosse successo nulla, fino a scomparire nell’oscurità. Sebbene fornita di insoliti particolari, come ad esempio una lunga chioma che cadendo sul volto della creatura le copriva totalmente il volto, la descrizione di Pemba mi fece subito pensare ad un grosso orso, decisi così di chiederglielo direttamente e con mia grande sorpresa, mi rispose che non aveva mai visto un orso, ma che secondo le descrizioni che gli erano state fatte, l’orso e il Dre-Mo non erano lo stesso animale. Inizialmente un po’ perplesso potei in seguito giungere alla banale conclusione che in effetti esistono due ben distinte specie d’orso nelle quali è possibile imbattersi nella regione himalaiana. La prima, molto comune è rappresentata dall’orso tibetano, che raggiunge in media il metro e mezzo di lunghezza, mentre la seconda è l’orso bruno, molto più raro, massiccio e notturno del precedente, che con ogni probabilità era il Dre-Mo che i ricercatori occidentali hanno sovente confuso con lo yeti.
Nonostante ciò un esame attento delle impronte attribuite allo yeti, in particolar modo a quelle rinvenute dall’abate Bordet, induce a credere che non possano essere state lasciate da un orso. Per prima cosa le fotografie in nostro possesso ci permettono di vedere chiaramente la disposizione delle orme che alternano regolarmente il piede sinistro a quello destro e viceversa: le piste delle impronte lasciate dagli orsi non sono mai così chiare perché capita raramente che le loro zampe posteriori si posino perfettamente sulle orme lasciate da quelle anteriori, inoltre non esiste nessuna specie conosciuta d’orso capace di lasciare impronte sempre perfettamente nitide per distanze che spesso superano il chilometro.
Anche ammettendo la possibilità di una simile evenienza bisognerebbe risolvere il problema dell’alluce; sia nelle orme scoperte da Shipton che in quelle rinvenute da Padre Bordet, questo dito si trova nella parte interna della pianta del piede, (come negli uomini e nelle scimmie antropomorfe) mentre nelle impronte lasciate dagli orsi il dito più grosso si trova all’esterno, come il naturalista Giorgio Boscagli descrive magistralmente nel suo libro “L’orso”: “Tra i mammiferi non c’è nessun animale le cui orme possano essere confuse con quelle di un orso adulto. [...] Nelle ricognizioni sulle impronte d’orso sarà utile ricordare che, contrariamente a quanto si osserva nei piedi umani, il polpastrello più grosso è quello del dito verso l’esterno e non viceversa”.
Ritorniamo ora al libro di Messner, nel quale ogni informazione diretta sullo yeti sembra sempre essere volontariamente nebulosa ed incomprensibile. Nella parte in cui l’esploratore altoatesino fa il suo primo incontro ravvicinato con l’enigmatica creatura si legge quanto segue: “Mi guardai intorno, e sulla destra, con la coda dell’occhio, intravidi la sagoma di un bipede che correva tra gli alberi diretto verso il margine della radura[...].” E, più avanti, “La figura che si stagliava minacciosa sullo sfondo, coperta da un fitto pelame, si reggeva su due corte gambe, e le braccia possenti pendevano quasi a toccare le ginocchia. Stimai che in altezza dovesse superare i due metri. [...] Era ovvio che nessun uomo poteva correre in quel modo in piena notte”.
Se la fisionomia dell’essere descritto può senza dubbio appartenere ad un grosso orso, altrettanto non si può dire del suo modo di spostarsi. L’autore afferma per ben due volte di avere scorto la sagoma di un bipede che correva come un uomo non avrebbe potuto. Sappiamo che gli orsi sono soliti rizzarsi sulle zampe posteriori, ma se decidono di correre lo fanno a quattro zampe, un orso in posizione eretta può percorrere, con una certa goffaggine, discrete distanze, ma non può di certo correre con la velocità, agilità e potenza attribuitagli da Messner.
La situazione non diventa certo più chiara quando l’alpinista descrive le impronte da lui rinvenute: “[...] Se non fossero state troppo grandi, avrei scambiato quelle orme per impronte di piedi umani. Le fotografai. Non c’erano tracce d’artigli, e se il gigante era un quadrupede aveva sempre messo le zampe posteriori nelle orme lasciate da quelle anteriori”. La descrizione è davvero approssimativa, Messner si limita ad affermare che la loro forma sembrava essere quella di un piede umano, ma non descrive minimamente la posizione e la conformazione delle dita, di avere seguito la pista per ore, ma non per quanta distanza si estendevano le orme e soprattutto non ha fatto nessuna misurazione.
La mia personale opinione è che l’autore, pur di convincere il lettore della validità dell’equazione yeti = orso bruno, ha attribuito a questo plantigrado comportamenti e caratteristiche che secondo i testimoni sono tipiche dell’uomo delle nevi, ma che non sono riscontrabili in un orso. In parole povere nel suo resoconto Messner ha deciso di infarcire il suo avvistamento con particolari palesemente inventati di sana pianta (dato che un orso che corre in posizione bipede è un'impossibilità biologica) senza i quali non avrebbe potuto attirare su di sé l'attenzione del pubblioco e dei Media.
In definitiva, benché questa teoria sia in grado di spiegare molti presunti avvistamenti dello yeti, non riesce a contenerli tutti e più che una soluzione definitiva risulta piuttosto essere un ottimo filtro.
E’ altresì interessante notare come, dopo avergli mostrato diverse immagini di ominidi, il monaco Pemba mi disse che il Dre-Mo era diverso dal Mi-go, spiegandomi che il Mi-Go è una specie di scimmia che riesce ad imitare il comportamento dell’uomo, mentre il Dre-Mo è un comune animale.
Uno o più primati conosciuti solo allo stato fossile o totalmente sconosciuti
Verso la metà degli anni ‘50 una nevicata inattesa permise al Dr. Sydney W.Britton, professore di antropologia dell’Università della Virginia, di fare un’interessante scoperta. La neve era appena caduta e il docente era curioso di vedere come uno scimpanzé (Pan troglodytes) arrivato dall’Africa l’anno prima, avrebbe reagito davanti ad un fenomeno totalmente nuovo.
Dopo i primi, incerti passi del primate, lo stupore si dipinse sul volto di Britton: lo scimpanzé stava camminando in postura eretta sulle zampe posteriori. L’antropologo americano, pensò che ciò potesse dimostrare come la neve avesse giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione della locomozione umana da quadrupede a bipede. Nel 1937 il Dr. Serge Frechop del “Belgium Royal Institute of Natural History” era giunto alla stessa conclusione.
Secondo Heuvelmans, questi studi dimostrerebbero che sull’Himalaya una scimmia potrebbe avere imparato a camminare sulle zampe posteriori per ridurre al minimo il doloroso contatto con il ghiaccio sotto la neve. Sempre secondo lo zoologo belga questo spiegherebbe la curiosa forma quasi umana dell’alluce tipica delle impronte attribuite allo yeti, ma diversa da quella degli altri primati conosciuti.
Oggi sappiamo con certezza che alcuni primati superiori possono assumere, se costretti, una postura eretta permanente: recentemente il Jane Goodall Institute ha liberato dalla cattività un maschio di scimpanzé che durante gli anni di prigionia, a causa delle ridottissime dimensioni della gabbia nella quale era rinchiuso, aveva imparato suo malgrado a camminare a due zampe. Oggi vive liberamente nella riserva keniota ed è diventato un maschio dominante, ma il fatto più incredibile è che i giovani scimpanzé lo prendono a modello ed hanno cominciato anch’essi a deambulare sulle sole zampe posteriori.
Ipotizzando come valida la teoria dello zoologo belga, non resta che individuare quali specie di scimmie possano avere fatto nascere le leggende sullo yeti. Secondo Heuvelmans il candidato numero uno sarebbe un diretto discendente dell’enorme Orang-utan del Pleistocene conosciuto solo allo stato fossile e denominato Gigantopiteco (Gigantopithecus blacki), distribuito in aree geografiche prossime alle catene montuose himalayane.
Dobbiamo la sua scoperta al paleontologo olandese Ralph Von Koenigswald, che nel 1934, mentre passeggiava per le strade di Hong Kong, fu attirato da una di quelle farmacie cinesi in cui è possibile trovare ogni sorta di cianfrusaglia. Sbirciando all'interno di un orcio, egli scoprì un enorme dente molare, simile a quello umano, ma sei volte più grosso. Il negoziante gli rivelò che si trattava di un "dente di drago", che i contadini trovavano molto spesso nei campi. Il paleontologo scoprì altri denti, che in seguito furono rinvenuti anche in Cina, India e Pakistan, si poté così dare per certa l'esistenza di un grosso primate fossile sino allora sconosciuto.
Successivamente una porzione di mandibola ritrovata in una caverna a sud della Cina, fu scrupolosamente studiata dal Dr. Pei Wen-Chung del Laboratorio di Paleontologia Vertebrata dell’Accademia di Sinica. Un suo articolo apparso nell’American Anthropologist dell’ottobre del 1957 catalogava definitivamente il Gigantopiteco come un’enorme scimmia antropomorfa, la più vicina all’orang-utan fino ad ora scoperta.
La dieta dell’animale doveva essere un misto di carne e vegetali, leggermente diversa da quella delle scimmie moderne che si nutrono di frutta. Il suo aspetto era davvero imponente, dato che per statura e costituzione era circa il doppio di un attuale gorilla. Secondo Heuvelmans il colossale dzu-teh potrebbe essere un gigantopiteco attardato, mentre il mi-teh, (lo yeti nel senso stretto del termine) un discendente della fauna miocenica di primati che vivevano presso i monti Siwalik, India: un parente del Sivapithecus, che la scienza ufficiale considera quale progenitore dell’orango, e per il quale Heuvelmans ha suggerito il nome scientifico di Dinanthropoides nivalis.
Dal mio punto di vista, esiste un’altra possibilità in grado di spiegare le affinità orango * yeti, ipotizzando un’origine molto più recente di quest’ultimo senza scomodare antenati preistorici, ma prima di procedere è necessario un piccolo preambolo per presentare a grandi linee l’Orang-utan (Pongo pygmaeus), che è attualmente la maggiore delle scimmie asiatiche.
Possiede un pelo lungo, ruvido e lanoso di un colore rosso-brunastro molto intenso, è dotato di braccia lunghissime, che toccano terra ed è quasi esclusivamente arboricolo, a tal punto che lo scheletro della sua mano presenta una forte curvatura delle ossa metatarsali che gli permette una maggiore agilità nel tenersi aggrappato ai rami degli alberi. Al contrario delle braccia le gambe sono corte e gracili e raramente lo si vede a terra ed ancor più raramente assumere una postura eretta. Attualmente la sua distribuzione, fortemente minacciata dall’incuria dell’uomo, è limitata alle foreste di Sumatra e del Borneo, ma sappiamo, da numerosi ritrovamenti fossili, che un tempo questa scimmia era presente in vasta scala anche sul Continente. Si pensa che gli ultimi esemplari siano scomparsi in periodi relativamente recenti, ma in alcune zone dell’Assam, del Myanmar, del Vietnam e della Cina del sud, circolerebbero ancora voci sull’attuale presenza di alcune popolazioni relitte.
Numerose zone dell’ habitat continentale possiedono una vegetazione estremamente diversa da quella tipica della foresta pluviale, dove attualmente sono stanziate le ultime popolazioni di oranghi, e non è quindi impossibile, che a causa di forti pressioni ambientali, gli oranghi del continente, costretti a vivere in un ambiente così altamente selettivo, abbiano sviluppato un’andatura eretta: l’ipotesi della neve himalayana precedentemente discussa potrebbe essere una di queste cause. In base a questa teoria, lo yeti non sarebbe quindi un antenato dell’orango, quanto una forma altamente specializzata e più recente di quest’ultimo. Alle medesime conclusioni era giunto indipendentemente anche l’antropologo Groover Krantz, durante una spedizione di ricerca in Cina, sulle tracce dello “Yeren”:
“I nativi descrivono creature alte circa due metri, dotate di peli rossastri molto lunghi, specialmente sulle braccia, ed un’alta fronte. Questi tratti si accostano bene all’idea di un bipede simile all’Orang-utan”. Segue poi una considerazione sulle attuali caratteristiche ambientali delle zone in cui vivrebbero gli yeren: “Molte delle foreste che anticamente coprivano i pendii erano più dense di quanto non lo siano attualmente, ma d’altro canto numerose altre possiedono un terreno inadatto alla crescita degli alberi.Le mie conclusioni sono che l’ambiente originale non era comparabile a quello di una tipica foresta pluviale, dato che non esisteva una sufficiente continuità nell’impalcatura arborea. Il significato della vegetazione naturale diventa evidente quando immaginiamo degli oranghi che debbano viverci. Il terreno e la vegetazione, non possono chiaramente supportare una popolazione di grandi scimmie totalmente arboricole. Qualunque scimmia costretta a vivere lì dovrebbe passare almeno la metà del suo tempo a terra, cercando lì il nutrimento, presumibilmente spostandosi da una zona all’altra. Gli oranghi viste le circostanze potrebbero avere sviluppato una forma terrestre di locomozione bipede, così come riportato dai nativi”.
Le prove che stiamo cercando forse potrebbero emergere dai risultati degli esami di alcuni campioni di pelo insoliti ritrovati nelle zone che si pensano abitate dallo yeti. Sembra infatti che esista un interessante studio condotto da Michel Trainer del Museo di Storie Naturali di Parigi, su alcune ciocche che secondo lo studioso sarebbero “peli di un primate rossiccio prossimo all’orang-utan”. Al momento comunque, i risultati dei suoi studi non sono ancora stati pubblicati in nessun articolo scientifico, ed ogni tentativo da parte del sottoscritto e del criptozoologo francese Michel Raynal di contattare il ricercatore per ottenere maggiori informazioni è risultato vano.
Notizie estremamente interessanti sono state pubblicate sul Times del 2 aprile 2001, che riporta come un gruppo di quattro scienziati britannici, allestito da Channel 4 per girare un documentario, abbia rinvenuto un ciuffo di peli attribuiti allo yeti, rimasti impigliati in una corteccia d’albero nella parte orientale del Bhutan. Questi campioni sono stati studiati da Bryan Sykes, Professore di genetica umana dell’Istituto di Medicina Molecolare di Oxford, uno dei maggiori luminari mondiali nel campo delle analisi del DNA. “Abbiamo trovato del DNA nel campione, ma non sappiamo da dove provenga. Non è umano, non è di un orso né di un qualcosa che siamo anche solo lontanamente in grado di identificare. E’ un mistero che non avrei mai creduto si sarebbe concluso in un mistero. Prima d’ora non avevamo mai incontrato del DNA che non fossimo riusciti ad identificare”. In una corrispondenza nella quale chiesi a Sykes maggiori informazioni, quest’ultimo rispondeva, con un certo imbarazzo, che non era davvero in grado di aggiungere alcun che alle precedenti dichiarazioni.
La cosa risulta strana: se anche un dna dovesse risultare sconosciuto, una sua comparazione con dna simili permetterebbe ad ogni modo di capire la probabile identità del suo proprietario. Credo che il motivo del silenzio di Sykes possa essere rintracciato nella data i pubblicazione dell'articolo del Times... molto vicina al primo di aprile...
Sembra proprio che la parola fine al mistero dello Yeti dovrà così attendere ancora parecchio tempo prima di essere posta in maniera definitiva.
http://www.criptozoo.com/absolutenm/...d=43&zoneid=13
Dal sito http://www.criptozoo.com/





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