Un altro dei papabili s’è affrettato a migliorare le sue possibilità “lanciando un forte messaggio in favore degli insediamenti ebraici in terra santa” (1). Stavolta si tratta di Christoph Schoenborn, cardinale di Vienna. Ha scelto queste ore per precipitarsi alla Hebrew University di Gerusalemme (domani potrebbe essere tardi) e dichiarare che il sionismo è il compimento delle speranze bibliche per i giudei.
Nel suo discorso, il candidato-Papa s’è rivolto una domanda retorica: “che cosa significa Eretz Ysrael per noi?”. Una domanda gradita al fondamentalismo giudaico fin nei dettagli: per loro “Eretz Ysrael” è il termine biblico e mistico che definisce la terra data dal Signore agli eletti. E non solo: “Eretz Ysrael” si estende – secondo i rabbini – dal Tigri al Nilo. Guardate una carta, e vedrete che cosa vogliono annettersi in nome di Geova: Egitto, Siria, Irak. Il sogno imperialista giudaico.
Il papabile è andato a benedirlo. Ha chiarito che i cristiani riconoscono la connessione degli ebrei con la terra, ed ha assicurato che il fatto che i catttolici riconoscano la Bibbia come loro libro sacro non significa “usurpazione” della unicità ebraica.
“Una volta sola nella storia umana Dio ha preso una terra come eredità e l’ha assegnata al popolo da Lui eletto”, ha detto il papabile. Aggiungendo che anche Giovanni Paolo II ha dichiarato che il comandamento agli ebrei di vivere in Israele è un patto eterno, che rimane valido anche oggi. Per questo, ha detto Schoenborn, i cristiani si rallegrano del ritorno degli ebrei alla Terra Santa come compimento delle profezie bibliche.
Tanto peggio per Gesù. Il Messia profetizzò infatti agli ebrei, che non l’avevano voluto riconoscere, che l’”antica alleanza” era decaduta (per inadempienza di un contraente) in tutti i suoi particolari, anche territoriali: “sarà lasciata la vostra casa deserta…finché non direte: benedetto Colui che viene nel nome del Signore”. A quanto pare, in Vaticano è stata elaborata a questo proposito una dottrina nuova e rivoluzionaria. Sarebbe bene, però, raccordare la nuova teologia (con cui la Chiesa si autodefinisce un’illusione marginale – ha sbagliato a definirsi per 2000 anni Novus Israel - destinata ad assorbirsi nell’ebraismo mondiale trionfante) con i passi evangelici che – in apparenza – la contraddicono.
Infatti un prete cattolico palestinese, presente all’enunciazione del nuovo “credo” di Schoenborn, s’è confessato un po’ confuso. Non era stato informato dei cambiamenti avvenuti nel Vangelo. E ha chiesto al papabile come poteva predicare, lui, ai suoi palestinesi, che l’instaurazione del nuovo Stato ebraico a forza di fuoco, inganno e menzogna non era una “catastrofe”, ma l’adempimento delle promesse di Dio. Dopo Cristo, ci sono ancora popoli rifiutati dall’”elezione”? Esclusi dal “mondo a venire”? S’è chiesto, l’ingenuo prete arabo, se per caso in Schoenborn non parlava il senso di colpa europeo (e austro-tedesco) per quel che hanno fatto agli ebrei nella seconda guerra mondiale.
Schoenborn ha rimbeccato aspramente: "ma quale senso di colpa io stesso sono un profugo”. E’ risultato infatti che da bambino Schoenborn scappò con la famiglia dalla Cecoslovacchia in Austria. Come esodo è breve, qualche decina di chilometri: ma basta, ai suoi occhi, a farne quasi un ebreo errante. In ogni caso, ha aggiunto, il conflitto arabo-isrealiano è questione di diritto internazionale, mentre “il diritto degli ebrei alla "terra santa" è materia di fede ed iscritta nella Bibbia”. E’ scritto, per la precisione, nell’Antico Testamento. Si riteneva che un cardinale cattolico avesse qualche nozione del Nuovo Testamento, che nega chiaramente il diritto giudaico alla ”terra santa”. Ma, evidentemente, il nuovo cattolicesimo ha abolito la Nuova alleanza, ed è tornato alla Vecchia.
Le sofferenze dei palestinesi sotto il martello di Giuda non fanno piangere Schoenborn: “vorremmo tutti una soluzione. Ma non sono ingenuo [no, decisamente no]. I conflitti sono causati dall’amore per la terra [di entrambe le parti] ed è sempre stato così…non c’è una soluzione semplice”.
E dire che persino il Consiglio Mondiale delle Chiese di Ginevra, che riunisce soprattutto chiese protestanti (347 di 120 paesi) ha lanciato un allarmato appello ad Israele perché “rinunci alle misure unilaterali” che sta prendendo, “volte ad impedire che Gerusalemme diventi una città a sovranità condivisa” (2). Ed hanno lanciato “l’appello a una Gerusalemme di due popoli e comune alle tre fedi, cristiana, musulmana ed ebraica”. Evidentemente loro credono ancora un poco a Gesù, anzi ad Isaia, il quale sosteneva che la volontà di Dio fosse che Gerusalemme “diventi casa di preghiera per tutte le genti”, elette o no. Retrogradi.
E’ molto indicativo che Schoenborn sia andato a dire queste cose agli ebrei non mesi o anni fa (quando la dottrina nuova è stata formulata) ma proprio adesso, nell’imminenza del Conclave. Come fosse convinto che la nota lobby sia in grado di manovrare il pacchettto decisivo di voti per il nuovo Papa nell’imminente conclave. E non è il solo a crederlo. Due settimane fa Angelo Scola, altro papabile, s’è precipitato a New York per incontrare gli onnipotenti rabbini americani. Ma entrambi sono stati battuti sul tempo dal cardinale R. che, come capo della Cei, ha preso posizione a favore dell’invasione dell’Irak – invasione fortemente voluta da Sharon – e contro il “pacifismo” del Papa Wojtyla.
di Maurizio Blondet
Note
1)“Papal candidate gives pro-zionist talk”, Jerusalem Post, 1 aprile 2005.
2)“Churches warn Israel over Jerusalem”, Al Jazeera, 1 aprile 2005.




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