Le due vie di Berlusconi (ilfoglio)
L’incarognimento oppure l’accettazione della realtà, senza paure piccine
Tutti dicono che tutto dipende da Berlusconi, ed è un po’ così. Ha due vie davanti a sé. La prima è l’incarognimento della situazione, un rilancio propagandistico, organizzativistico, personalistico. Cercare di ingabbiare alleati riluttanti, di imporre discipline che nel centrodestra non si sono mai viste, magari ritocchi tardivi alle regole del gioco elettorale imminente; come fece nel ’96, quando, in ben altre condizioni e vittima di un odioso ribaltone trasformista, perse dicendo che se avesse vinto Prodi sarebbero state forse le ultime elezioni, assurda iperbole degna dei peggiori tra i suoi avversari che straparlano di regime. E questa è, più o meno, l’intervista a Panorama.
Poi c’è la via della normalizzazione politica, il modello Ballarò.
Il Cav. diventa uno dei capi del centrodestra, consapevole e anche orgoglioso dei suoi risultati storici e di quelli di governo, attento a non offuscarli con eccessi e ridondanze personalistiche, tessitore di una tela della ragion politica in nome dell’interesse del paese a funzionare e a far funzionare il sistema, in gran parte da lui creato, dell’alternanza. Un anno di serio lavoro allontanando la paura di perdere, e anzi accettando quella prospettiva come una dimensione normale della politica. La paura di perdere ha perduto molti politici nella storia, li ha indotti agli errori più gravi anche in circostanze non eccezionali.
Se Berlusconi se ne disfa, può ragionare in pubblico, esponendosi tranquillamente all’esercizio di un carisma meno corrucciato e solitario, sulle difficoltà del paese e del governo, sulle cose fatte e su quelle che resistono al pungolo, dando spazio all’opposizione e agli alleati, spazio alle ambizioni di altri, gareggiando senza l’ossessiva pretesa di giocare tutto in una sola posta, se stesso.
Deve essere un presidente del Consiglio e capo di coalizione compos sui, e uno sfidante capace di proporre nuove idee, di battagliare con il sorriso sulle labbra. Servono gesti simbolici e concreti, di apertura, e anche un franco esercizio dell’autorità di una maggioranza politico-parlamentare che resta in carica fino al voto che rinnova le Camere.
Il Cav. non deve sentire l’approssimarsi delle elezioni politiche come la fine del mondo, la sua presenza e opera nella storia italiana degli ultimi dieci-quindici anni ha cambiato le cose, è già la riforma delle riforme.
Deve rivendicarla, avere una buona agenda di programma e di presenza politica nei media e nel paese, ricostruire collegamenti, lanciare un nuovo stile e saper scherzare, in modo leggero ed elegante, senza più strafare, senza richiedere obbedienze impossibili al suo pubblico e ai suoi fedeli e ai suoi rivali e ai suoi oppositori, senza più escludere e anzi includendo il più possibile. Se sarà capace di dare un senso non apocalittico all’anno che ci separa dalle elezioni, sarà meglio per tutti. Anche per lui.




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