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Discussione: Cronaca di una batosta

  1. #11
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    Predefinito Chirac come il Cav.

    Parigi. E’ cominciata con un “no” la campagna elettorale francese. Non quello alla Costituzione europea – che già sta sconquassando la politica d’oltralpe – ma quello pronunciato dalla coalizione di governatori nei confronti dell’esecutivo guidato da Jean-Pierre Raffarin. I presidenti delle venti regioni socialiste di Francia si sono rifiutati di firmare le “convenzioni provvisorie” che organizzano il trasferimento di responsabilità dal governo centrale a quelli locali, come stabilisce la legge pensata e voluta dal premier, nel luglio del 2003.
    E’ l’ultima manifestazione di quella “vague rose” – l’ondata rosa – che ha interrotto il sogno di Jacques Chirac. Voleva essere “il più” presidente dei presidenti francesi: eletto con l’82 per cento dei voti il 5 maggio 2002 – dopo aver vinto il primo turno delle presidenziali con il record negativo del 19,8 per cento – Chirac pensava che l’unanimismo anti Le Pen gli avrebbe garantito una legittimità e un consenso inviolabili. Invece, due anni dopo, alle elezioni regionali del marzo 2004, la “vague rose” travolgeva lui e il suo governo. Venti regioni metropolitane a due per la “gauche”, che, per la prima volta nella storia francese, prendeva il controllo della maggioranza dei Consigli regionali.
    La destra di governo perdeva così i bastioni storici più simbolici: la Bretagna, la Picardia, la Borgogna, la Lorena e l’Auvergna di Valéry Giscard d’Estaing.
    Perfino il Poitou-Charentes, terra di elezione e di governo di Raffarin, cadeva nelle mani dei socialisti, anzi – massima umiliazione – della “zapatera” d’oltralpe, Ségolène Royal, compagna del primo segretario del Partito socialista, François Hollande. Delle quattordici regioni che governava prima del marzo 2004, al centrodestra guidato dall’Ump rimanevano soltanto l’Alsazia e la Corsica.
    Persino Hollande riconobbe la sua “sorpresa” per quel risultato
    “straordinario”.
    Il presidente francese, illuso dai bagni di folla antiamericani conquistati grazie alla sua opposizione alla guerra in Iraq, non aveva fatto i conti con la crisi economica, l’impossibilità di tagliare le tasse per i limiti imposti dall’Unione europea e lo scontento sociale per le riforme nel settore pubblico. Chirac rassicurò i francesi di “avere ascoltato il messaggio, le impazienze e le inquietudini” e, pur mantenendo Raffarin, rivoluzionò la compagine governativa.
    Le cose però non sono tanto cambiate. La popolarità del presidente è al 42 per cento, dopo essere stata oltre il 60 in tutto il periodo della guerra irachena. Le opinioni positive sul primo ministro Raffarin sono ai minimi storici, scese dal 35 al 28 per cento soltanto nell’ultimo mese. Nel frattempo, la “vague” è diventata una “digue rose” – una diga rosa – che ostacola ogni iniziativa della maggioranza. I venti esecutivi regionali socialisti si rifiutano di applicare la legge sulla decentralizzazione approvata nel luglio 2004 a colpi di maggioranza parlamentare.
    In effetti, dopo le regionali dello scorso anno, la sinistra aveva chiesto di interrompere il dibattito sulla decentralizzazione fino all’esame del finanziamento di questi trasferimenti di competenze. Di fronte all’ostruzionismo dei socialisti, Raffarin aveva proceduto a un colpo di forza, applicando l’articolo 49-3 della Costituzione, che permette al governo di far adottare il suo progetto di legge senza dibattito.
    Oggi i governatori regionali socialisti si vendicano, negando la firma sulle “convenzioni provvisorie” che organizzano il trasferimento delle competenze dallo Stato alle regioni.
    Come se non bastasse, Chirac si trova ora a dover affrontare l’inerzia del Partito socialista di fronte all’avanzata dei “no” sulla Costituzione europea. Intrappolati tra europeismo e strategia presidenziale, i dirigenti del Ps esitano ad affermare chiaramente un “sì di sinistra” – come ha denunciato anche Libération – a un referendum fortemente voluto da Chirac e che, in caso di esito negativo, ne potrebbe provocare la caduta definitiva.
    A sinistra il ragionamento è piuttosto lineare: per i francesi, dopo il referendum anti Le Pen del maggio 2002, ogni occasione è buona per un referendum anti Chirac, o almeno anti Raffarin.

    Su il Foglio del 7 aprile

    saluti

  2. #12
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    Predefinito Le due vie di Berlusconi

    Tutti dicono che tutto dipende da Berlusconi, ed è un po’ così.
    Ha due vie davanti a sé.
    La prima è l’incarognimento della situazione, un rilancio propagandistico, organizzativistico, personalistico. Cercare di ingabbiare alleati riluttanti, di imporre discipline che nel centrodestra non si sono mai viste, magari ritocchi tardivi alle regole del gioco elettorale imminente; come fece nel ’96, quando, in ben altre condizioni e vittima di un odioso ribaltone trasformista, perse dicendo che se avesse vinto Prodi sarebbero state forse le ultime elezioni, assurda iperbole degna dei peggiori tra i suoi avversari che straparlano di regime.
    E questa è, più o meno, l’intervista a Panorama.
    Poi c’è la via della normalizzazione politica, il modello Ballarò.
    Il Cav. diventa uno dei capi del centrodestra, consapevole e anche orgoglioso dei suoi risultati storici e di quelli di governo, attento a non offuscarli con eccessi e ridondanze personalistiche, tessitore di una tela della ragion politica in nome dell’interesse del paese a funzionare e a far funzionare il sistema, in gran parte da lui creato, dell’alternanza.
    Un anno di serio lavoro allontanando la paura di perdere, e anzi accettando quella prospettiva come una dimensione normale della politica.
    La paura di perdere ha perduto molti politici nella storia, li ha indotti agli errori più gravi anche in circostanze non eccezionali.
    Se Berlusconi se ne disfa, può ragionare in pubblico, esponendosi tranquillamente all’esercizio di un carisma meno corrucciato e solitario, sulle difficoltà del paese e del governo, sulle cose fatte e su quelle che resistono al pungolo, dando spazio all’opposizione e agli alleati, spazio alle ambizioni di altri, gareggiando senza l’ossessiva pretesa di giocare tutto in una sola posta, se stesso.
    Deve essere un presidente del Consiglio e capo di coalizione compos sui, e uno sfidante capace di proporre nuove idee, di battagliare con il sorriso sulle labbra.
    Servono gesti simbolici e concreti, di apertura, e anche un franco esercizio dell’autorità di una maggioranza politicoparlamentare che resta in carica fino al voto che rinnova le Camere.
    Il Cav. non deve sentire l’approssimarsi delle elezioni politiche come la fine del mondo, la sua presenza e opera nella storia italiana degli ultimi dieci-quindici anni ha cambiato le cose, è già la riforma delle riforme.
    Deve rivendicarla, avere una buona agenda di programma e di presenza politica nei media e nel paese, ricostruire collegamenti, lanciare un nuovo stile e saper scherzare, in modo leggero ed elegante, senza più strafare, senza richiedere obbedienze impossibili al suo pubblico e ai suoi fedeli e ai suoi rivali e ai suoi oppositori, senza più escludere e anzi includendo il più possibile.
    Se sarà capace di dare un senso non apocalittico all’anno che ci separa dalle elezioni, sarà meglio per tutti. Anche per lui.

    Ferrara su il Foglio del 7 aprile

    saluti

  3. #13
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    Predefinito

    NON TI HA RISPOSTO NESSUNO? KE KATTIVI!

    ma konsolati ke fra venti anni il successore di prodi rivendikerà l'eredita berlusconiana, dicendo la semplice verità che la sua politica trovò un precedente nei governi dal 96 al 2001, e fu continuata da quelli dal 2006 al ????.
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  4. #14
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    Predefinito Febbre di governo

    Vicedimissioni smentite.
    Ieri all’ora di pranzo, il titolo da congegnare per il giorno dopo sarebbe stato sulle ‘vicedimissioni’ di Gianfranco Fini. Dopo uno scontro con Silvio Berlusconi in Consiglio dei ministri, quella era la minaccia che il titolare degli Esteri e vicepremier e capo di An ha agitato. Inevitabile, secondo lui, una volta compresa la ritrosia del Cav. a prendere i provvedimenti reclamati da An e Udc dopo la batosta delle regionali: il ridimensionamento della Lega e un esecutivo rinnovato per l’ultimo anno di legislatura.
    Dimissioni immediate da vicepremier, ha detto Fini, non da capo della Farnesina – non mentre le più importanti diplomazie internazionali muovono verso Roma per i funerali del Papa – ma quanto basta per avviare l’esecutivo di Berlusconi alle elezioni anticipate.
    Invece è andata poi diversamente. Fini ha addirittura detto in conferenza stampa che “il governo italiano non sta attraversando nessuna crisi”. Poco dopo il Cav. risponde con un “no” monolitico alla domanda se ci sia il rischio di crisi di governo.

    Follini aspetta.
    Nel passaggio dall’allarme ai segnali di tregua, c’è un ruolo anche per Marco Follini: come in passato, il segretario dell’Udc avrebbe sostenuto la mossa di Fini ma non al punto di seguirlo.
    Intanto riprendono con forza voci secondo cui settori consistenti dell’establishment finanziario e imprenditoriale cercherebbero di organizzare un raccordo tra Pier Ferdinando Casini (con i suoi) e Romano Prodi. Un lavorìo per influenzare l’orientamento dell’Udc.

    Le mire di An.
    Fini ha convocato i vertici del suo partito per oggi pomeriggio subito dopo i funerali del Papa.
    La minaccia di rimettere il suo mandato non è rientrata e se messa in pratica determinerebbe il ritiro della delegazione ministeriale di An. Fini non rinuncerà a reclamare dal Cav. una regolare crisi che conduca alla formulazione di un governo ‘senza tecnici’. Le vittime identificate dai finiani sarebbero Lucio Stanca (Innovazione), Pietro Lunardi (Infrastrutture), Girolamo Sirchia (Salute), Antonio Marzano (Attività produttive) e Domenico Siniscalco (Economia).
    Raccontano – ma non sarebbe una novità – che Gianni Alemanno punti al ministero di Siniscalco o, più realisticamente, a quello del mai amato Marzano.

    Il Cav. non vuole lasciare.
    Da ambienti vicini alla presidenza del Consiglio filtra uno sfogo (“sono una gabbia di matti”) e giunge la conferma che di elezioni anticipate il Cav. non vuol sentire parlare:
    “E’ piuttosto determinato a vedere fin dove si spinge l’azione di Fini o Follini, a capire se è un bluff già visto – come credono i leghisti che accusano i due di fuga ‘badogliana’ di fronte alla disfatta –oppure se davvero sono in cerca di spazi e visibilità per il ‘dopo Berlusconi’ da loro vagheggiato”.
    E’ determinato, il Cav., ma si mostrerebbe anche “duttile”, dicono, rispetto all’idea di “concedere ad An e Udc un governo diverso da quello attuale”.
    Il punto centrale, per Berlusconi, è la riaffermazione della propria leadership. Su una cosa finiani e forzisti sono invece d’accordo: nello scontro all’interno della Cdl vedono affacciarsi il brutto ricordo della notte che condusse al dimissionamento di Giulio Tremonti, nel luglio scorso.
    Sanno bene, insomma, che se prevalgono toni e umori esasperati l’evoluzione della crisi può finire al di là di ogni controllo.

    Il problema Storace.
    Può anche darsi che oggi An proclami il suo ritiro dal governo.
    A sconsigliare la mossa c’è però la coincidenza con i funerali del Papa – con quel che ne deriva in termini di visibilità sui giornali – e un problema tutto interno ad An, Francesco Storace.
    In un crescendo polemico, l’ex governatore del Lazio ha messo contestualmente sotto accusa il proprio partito, la leadership del Cav. e quella di Fini.
    Poi avrebbe rifiutato con sdegno l’offerta di un ministero ad hoc ma senza rango (le Aree urbane o qualcosa di simile).
    Quindi ha fatto notare ai colleghi che il suo posto naturale è fra i massimi dirigenti di partito.
    Addirittura al posto di Gianni Alemanno nel triumvirato formato dal ministro dell’Agricoltura con Altero Matteoli e Ignazio La Russa?
    “Perché no?”, avrebbe detto Storace. Innescando così la reazione preoccupata di un Alemanno già consapevole che, dopo la sconfitta alle regionali, il suo partner nella Destra sociale avrebbe preteso per sé una collocazione appropriata sia in An sia nella sua componente.

    Da il Foglio del 8 aprile

    saluti

  5. #15
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    Predefinito Il Cav. è primo imputato. Poi c'è la Lega....

    ....E Fini

    Roma. “Il problema è che l’allenatore è anche il padrone del centrodestra (non dobbiamo aver paura delle parole!) Se fosse sul serio interessato al centrodestra (e non solo ai fattacci suoi!) Berlusconi dovrebbe andarsene via... Berlusconi, comportati da persona seria (se lo sei): vattane!”.
    Adesso, dopo il voto delle regionali, il forum del sito di Alleanza nazionale trabocca di antiberlusconismo.
    Al Cav., parecchi militanti del partito di Fini accollano l’intero disastro elettorale. Qualcuno, invece, lo carica direttamente sulle spalle del leader di An. Parecchi ce l’hanno con la Lega (ma alla fine sempre con Fini, accusato di “troppe lampade”, che con Bossi non rompe). Ma appunto, nemmeno il premier è risparmiato. Anzi, al premier i militanti di An puntano.
    Pure se, come scrive Emanuele, “sorrido amaramente pensando a un’eventuale sconfitta del centrodestra alla prossime politiche. Berlusconi tornerebbe a fare l’imprenditore.
    E An che farebbe?”.
    Giusto quesito, anche se per ora prevale il risentimento. “Se non si vuole ‘gettare la spugna’ già da adesso, una sola cosa è possibile: un passo indietro di Berlusconi, uno scossone forte, un trauma forse, ma inevitabile per riprendere slancio”, sostiene Andrea.
    E Tullio: “Se vogliamo vincere le elezioni politiche del 2006 bisogna togliere con coraggio l’unico argomento alla sinistra: il presidente Berlusconi deve lasciare la leadership e rimanere per un po’ in secondo piano”.
    C’è chi (ma è raro) non è d’accordo: “La responsabilità non può essere attribuita a Berlusconi, troppo comodo”.
    C’è il militante stranito dalla visione di Ballarò: “Ho assistito anch’io allo spettacolo vergognoso al quale ci ha costretto Berlusconi, vedere Alemanno muoversi come tirato da un burattinaio con le braccia ingessate è stato veramente penoso. Ma la dignità dov’è?”.
    Insiste Giove: “Bisogna cambiare candidato alla presidenza del Consiglio, Berlusconi non è più credibile agli occhi della gente, così si va verso una sonora mazzata”.
    E ancora: “Il Cavaliere senza ombra e senza macchia ora cosa ci proporrà? Di tenerci stretti la Lombardia e il Veneto?”.
    E più l’entità della sconfitta si fa chiara, più il tono sale.
    Come nella missiva intitolata “Io mi vergogno di Lui”: “Basta, ci sta trascinando verso il baratro! Sono stanco delle sue improvvisate e soprattutto delle sue stupidate da Bar dello Sport: l’ho detto, non l’ho detto, mi avete frainteso, strumentalizzato... Voi avete le televisioni! Avete visto la faccia di Alemanno? Vi ricordate quella di Fini a Strasburgo?
    Dai, su, fuori i coglioni, Gianfranco...”. E Niko: “Penso che abbiamo venduto la nostra identità finendo solo a fare da paravento a Berlusconi”.
    C’è chi sospira sconsolato: “Il bello è che il leader della nostra coalizione dovrebbe essere un esperto divulgatore!”.
    Pochi, pochissimi i riferimenti alla sinistra. Sì, se ne dice male,
    “paese in mano alla sinistra, paese che fa sangue da tutte le parti”, ma in fondo solo lo stretto indispensabile, anzi si annota: “Mentre a sinistra si cucivano mediazioni, a destra per lo più si è venduto il capitone”.
    E comunque, paradossalmente, se ne dice meno male del Cav.
    Meno della Lega. Forse persino meno di Fini.
    Del resto, il partito di Bossi sembra un vero e proprio incubo per l’elettorato finiano. Un incubo (“Si vince solo dove c’è la Lega. Poveri noi!”), che però suscita anche una sorta di non celata ammirazione: “Ragazzi, la Lega rogna quando crede di doverlo fare, e credo che sia il metodo migliore per far sapere agli elettori di non essere piatti”.
    Analizza Salvatore: “Il problema è che il nostro partito sembra appannato da FI e Lega”.
    Urla un napoletano: “Basta con la Lega!!!”.
    Invoca Strano: “Caro Gianfranco, stiamo ahimé diventando ostaggi di una politica che non ci riguarda e che a malincuore dobbiamo mandare giù come un piatto di maccheroni freddi... Taglia i fili del burattinaio, stiamo perdendo la faccia per colpa di chi ci mette nelle mani di un manipolo di contadini che non parlano nemmeno l’italiano e dettano legge. Salvaci, io non voglio amici con la camicia verde”.
    Che pure, dall’invocazione all’insulto, il passo si fa breve, nel forum di An.
    E su Fini vengono scritte cose inimmaginabili fino a poco tempo fa.
    Fa sapere Duja: “Ormai è arrivato il momento di dire basta alla politica del nostro beneamato Gianfranco”.
    Aggiunge Friederich: “Lo Stato Maggiore guarda il dito e non la luna. Forse il problema è che nella Destra manca ancora una leadership forte. Gianfranco Fini è ‘solo’ un funzionario di partito più intelligente della media”.
    Minaccia Leonardo: “Io mi sono stufato, e se non ci sarà un impegno maggiore, autoritario, prepotente di Fini credo che non voterò più oppure guarderò altrove”.
    La critica dei militanti, ovviamente, riguarda il leader ma anche l’intera Alleanza nazionale. “An le sta pagando tutte, alle prossime elezioni ripresentiamoci così e altri cinquant’anni di oblio non ce li toglie nessuno”.
    Si rifà vivo, con metafora non proprio felice, Friederich: “La maxibatosta è stata presa per lo stile che il partito ha copiato pari pari dal mercato ittico di Portico d’Ottavia”, e rammenta che il percorso “da via della Scrofa alle Catacombe” non è così impossibile.
    C’è chi si interroga: “Spero che alla maggioranza piaccia Fini, forse è una persona troppo onesta e coerente per scatenare le fantasie della gente”.
    Un militante si lamenta “che per la fine del mese non ho più un centesimo da spendere, non dico per me, ma per la mia famiglia... Non so se sono riuscito a spiegarmi, ma tornerò a votare An quando la mia vita sarà un po’ meno un incubo, nel frattempo: boia chi molla!”.
    Prova a consolare Liberio: “Benché amareggiato dai risultati elettorali, ritengo che dal punto di vista morale è comunque una vittoria”.
    Ma qualcuno evoca il nuovo libro (profetico) di Marcello Veneziani, “dal titolo ‘Perdenti’”.

    saluti

  6. #16
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    Predefinito Il fattore Lega

    I dirigenti di Alleanza nazionale e dell’Udc che premono su Silvio Berlusconi per una svolta nell’azione del governo e nella configurazione dell’alleanza di centrodestra, sembrano ossessionati dalla volontà di escludere o almeno di limitare l’influenza della Lega.
    In una fase di tensione, di fronte a risultati tanto preoccupanti, è comprensibile che prevalgano le esigenze di compattamento interno dei partiti. Prendersela con qualcuno, in questi casi, è la reazione più facile.
    Se però si arriverà a un’analisi più razionale del dato elettorale bisognerà riconoscere che in queste elezioni la Lega ha ottenuto risultati eccellenti, accrescendo i consensi in Lombardia e in Emilia, dove sembrava scomparsa, e persino in Veneto, nonostante la contemporanea affermazione di una lista
    “ultraleghista” che ha superato il 6 per cento dei consensi.
    Può darsi che una parte di questo risultato sia l’effetto dello sfaldamento di settori dell’elettorato di Forza Italia, ma il fatto che essi si siano indirizzati verso il partito di Umberto Bossi significa che la sua linea federalista e antiburocratica resta attraente.
    Se il centrodestra si caratterizzasse come partito della spesa pubblica e del pubblico impiego, secondo un’ispirazione statalista e assistenzialista di sapore tardo-democristiano, finirebbe con l’entrare in rotta di collisione non solo con la Lega, ma con gli interessi e le opinioni di larga parte dei cittadini dell’area più avanzata del Paese.
    In una visione strategica della funzione nazionale del centrodestra, collocato sia al governo sia all’opposizione, è essenziale incorporare questi elementi di modernizzazione e di federalismo. Contrapporre a un asse del Nord privatistico e federalista un asse del Sud assistenzialista e centralista significherebbe non solo mettere in crisi un governo, ma rinunciare a una sintesi, cioè a una funzione politica nazionale.
    L’esigenza di concorrere a una sintesi, naturalmente, investe anche Bossi, ma è difficile persino affrontare il problema se si parte da un’esclusione immotivata del fattore Lega dal ragionamento politico.

    Il Foglio del 9 aprile

    saluti

  7. #17
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    Predefinito Per An è più facile accordarsi....

    ....con gli alleati che all'interno

    Roma. Probabilmente per An sarà più difficile, alla fine, trovare la composizione delle polemiche all’interno del partito che all’interno del governo.
    Fin dalle prime ore successive alla sconfitta elettorale, Ignazio La Russa getta acqua sul fuoco e blinda il sistema dei coordinatori voluto da Fini.
    Così che dentro il partito ormai circola una battuta: “La rissa in An? Macché, casomai La Russa. Nel senso che dormiamo...”. Battuta di un certo successo, se anche il portavoce del partito, Mario Landolfi, commenta ironico: “C’è un dibattito in corso? Non mi sono accorto. E se c’è stato si vede che larussavo, non l’ho sentito...”.
    Di ritorno dall’America, Fini troverà un governo avviato sulla stanca strada della verifica, e un partito che ribolle.
    “Dieci giorni dopo una sberla elettorale del genere – sbotta persino un parlamentare finiano – non abbiamo ancora discusso di niente, passeggiamo avanti e indietro tutto il giorno con le mani in tasca, fischiettando e fingendo indifferenza...”.
    Mordono il freno i seguaci del presidente, mordono il freno persino i seguaci della Destra sociale di Alemanno e Storace (che pure l’altro giorno, sulla prima pagina del Secolo d’Italia ha scritto un articolo di fuoco), e allora parlano e si sfogano i senza corrente, quelli senza aspettative ministeriali, quelli esclusi dalla triade coordinatrice che governa il partito.
    Come Publio Fiori, tra i primi democristiani a passare con Fini all’inizio degli anni Novanta. “Uno schifo”, risponde secco a chi gli chiede un’opinione sul dibattito post elettorale nel partito.
    “Bisogna mettere in discussione la classe dirigente del partito, i metodi di selezione, il metodo di gestione del partito stesso. Altro che riunioni da club privato! Il partito ha perso il 37 per cento dei voti, non capisco che cosa si aspetta...”. E ha inviato una lettera a Fini chiedendo “l’immediata convocazione della direzione nazionale”, con la necessità di “fare autocritica sugli errori commessi, sulle leggi votate contro il proprio convincimento, sui silenzi compiacenti”.
    In realtà, molti dentro An condividono la richiesta di Fiori.
    Anche se pochi, alla vigilia del vertice con Berlusconi, hanno voglia di ammetterlo. Giusto, per esempio, Gustavo Selva, presidente della Commissione esteri. O Teodoro Buontempo, che ha mandato una lettera a tutti i colleghi deputati, “visto che ancora oggi non è stata convocata né da An né dalla Casa delle libertà una riunione per analizzare quello che è accaduto”.
    E se non ci sarà presto una convocazione, Buontempo invita tutti gli eletti di An in Parlamento ad “autoconvocarsi”.

    Ma ieri, il tormentone è stato anche su cosa farà Francesco Storace. Una certa tentazione a entrare nel governo, nonostante i molti che lo sconsigliano, l’ex governatore del Lazio ce l’ha. Anche perché, come nota Carmelo Briguglio, vicecapogruppo ed esponente di Destra sociale, “lui viene da una regione dove abbiamo il 24 per cento dei voti, che devono essere rappresentati”.
    Spiega un dirigente di via della Scrofa: “Per Storace, l’unica cosa che avrebbe senso sarebbe la nascita di un’opposizione interna al partito. Ma onestamente, non c’è aria, anche se Fini ha dato negli ultimi tempi più di una ragione per la nascita di questa opposizione”.
    Ancora fino a sera, raccontavano dentro An che Storace non aveva deciso se accettare il ministero delle Aree urbane. Tanto che pure Briguglio ironizzava e sognava l’impossibile: “Storace ministro delle Riforme sarebbe un forte elemento di discontinuità...”.
    E’ discontinuità la parola magica che ricorre dentro An, evocata da ognuno in vista del vertice con Berlusconi.
    “An ha oggi un unico linguaggio”, giura La Russa. Ma tutti sanno che è solo per ora (e già non per tutti è così).
    Per dire, in attesa di Fini, ieri a Palazzo Grazioli, oltre ai coordinatori, si è presentata una quarta persona.
    “I tre sono andati – ridacchia Mirko Tremaglia – e per caso passava da quelle parti pure Gasparri”.
    Dentro An alzano le spalle: un po’ di insofferenza, un po’ di indifferenza.
    “Ma dovremo pur discutere tra di noi, prima o poi. Al confronto, l’Udc oggi pare un partito serio”.

    da il Foglio del 14 aprile

    saluti

 

 
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