Parigi. E’ cominciata con un “no” la campagna elettorale francese. Non quello alla Costituzione europea – che già sta sconquassando la politica d’oltralpe – ma quello pronunciato dalla coalizione di governatori nei confronti dell’esecutivo guidato da Jean-Pierre Raffarin. I presidenti delle venti regioni socialiste di Francia si sono rifiutati di firmare le “convenzioni provvisorie” che organizzano il trasferimento di responsabilità dal governo centrale a quelli locali, come stabilisce la legge pensata e voluta dal premier, nel luglio del 2003.
E’ l’ultima manifestazione di quella “vague rose” – l’ondata rosa – che ha interrotto il sogno di Jacques Chirac. Voleva essere “il più” presidente dei presidenti francesi: eletto con l’82 per cento dei voti il 5 maggio 2002 – dopo aver vinto il primo turno delle presidenziali con il record negativo del 19,8 per cento – Chirac pensava che l’unanimismo anti Le Pen gli avrebbe garantito una legittimità e un consenso inviolabili. Invece, due anni dopo, alle elezioni regionali del marzo 2004, la “vague rose” travolgeva lui e il suo governo. Venti regioni metropolitane a due per la “gauche”, che, per la prima volta nella storia francese, prendeva il controllo della maggioranza dei Consigli regionali.
La destra di governo perdeva così i bastioni storici più simbolici: la Bretagna, la Picardia, la Borgogna, la Lorena e l’Auvergna di Valéry Giscard d’Estaing.
Perfino il Poitou-Charentes, terra di elezione e di governo di Raffarin, cadeva nelle mani dei socialisti, anzi – massima umiliazione – della “zapatera” d’oltralpe, Ségolène Royal, compagna del primo segretario del Partito socialista, François Hollande. Delle quattordici regioni che governava prima del marzo 2004, al centrodestra guidato dall’Ump rimanevano soltanto l’Alsazia e la Corsica.
Persino Hollande riconobbe la sua “sorpresa” per quel risultato
“straordinario”.
Il presidente francese, illuso dai bagni di folla antiamericani conquistati grazie alla sua opposizione alla guerra in Iraq, non aveva fatto i conti con la crisi economica, l’impossibilità di tagliare le tasse per i limiti imposti dall’Unione europea e lo scontento sociale per le riforme nel settore pubblico. Chirac rassicurò i francesi di “avere ascoltato il messaggio, le impazienze e le inquietudini” e, pur mantenendo Raffarin, rivoluzionò la compagine governativa.
Le cose però non sono tanto cambiate. La popolarità del presidente è al 42 per cento, dopo essere stata oltre il 60 in tutto il periodo della guerra irachena. Le opinioni positive sul primo ministro Raffarin sono ai minimi storici, scese dal 35 al 28 per cento soltanto nell’ultimo mese. Nel frattempo, la “vague” è diventata una “digue rose” – una diga rosa – che ostacola ogni iniziativa della maggioranza. I venti esecutivi regionali socialisti si rifiutano di applicare la legge sulla decentralizzazione approvata nel luglio 2004 a colpi di maggioranza parlamentare.
In effetti, dopo le regionali dello scorso anno, la sinistra aveva chiesto di interrompere il dibattito sulla decentralizzazione fino all’esame del finanziamento di questi trasferimenti di competenze. Di fronte all’ostruzionismo dei socialisti, Raffarin aveva proceduto a un colpo di forza, applicando l’articolo 49-3 della Costituzione, che permette al governo di far adottare il suo progetto di legge senza dibattito.
Oggi i governatori regionali socialisti si vendicano, negando la firma sulle “convenzioni provvisorie” che organizzano il trasferimento delle competenze dallo Stato alle regioni.
Come se non bastasse, Chirac si trova ora a dover affrontare l’inerzia del Partito socialista di fronte all’avanzata dei “no” sulla Costituzione europea. Intrappolati tra europeismo e strategia presidenziale, i dirigenti del Ps esitano ad affermare chiaramente un “sì di sinistra” – come ha denunciato anche Libération – a un referendum fortemente voluto da Chirac e che, in caso di esito negativo, ne potrebbe provocare la caduta definitiva.
A sinistra il ragionamento è piuttosto lineare: per i francesi, dopo il referendum anti Le Pen del maggio 2002, ogni occasione è buona per un referendum anti Chirac, o almeno anti Raffarin.
Su il Foglio del 7 aprile
saluti




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