Risultati da 1 a 5 di 5
  1. #1
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    07 May 2009
    Località
    INSUBRIA, next to the Ticino river
    Messaggi
    6,738
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Exclamation Hasta la victoria siempre : chi era il che.

    Scopriamo insieme chi è stato il mito Guevara, il leader comunista cubano da sempre amato da tutte le generazioni.

    Questo documento è tratto dal capitolo " L'America Latina alla prova" pag. 608 dell'opera: "Il Libro Nero del Comunismo"
    ã 1998 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Milano


    Di buona famiglia, nasce a Buenos Aires nel 1928, Ernesto Guevara De La Serna detto "CHE".

    Appassionato di viaggi in motocicletta, gira in lungo e in largo per l'America Latina, conosce luoghi e

    realtà diverse. E' affetto da asma cronica, ma ciò non gli impedisce di laurearsi in medicina agli inizi

    degli anni '50. In Guatemala viene a conoscenza delle precarie condizioni di fame e miseria delle

    popolazioni sottoposte al Regime di Dittatura Comunista di Jacobo Arbenz. A causa dei forti interessi

    economici degli Stati Uniti in Guatemala, viene inviato un contingente militare statunitense a

    rovesciare il dittatore. Comincia così un odio smisurato da parte del "CHE" verso gli Stati Uniti. In

    una notte del 1955, Guevara incontra in Messico un giovane avvocato cubano in esilio che si prepara

    a rientrare a Cuba, Fidel Castro. Subito entrano in sintonia, condividendo gli ideali, il culto dei

    "guerriglieri" e la volontà di espropriare il dittatore Batista dal territorio cubano. Il CHE sbarcherà a

    Cuba insieme a Fidel e altri guerriglieri in esilio. Nel 1956, autonominatosi comandante di una colonna

    di partigiani, si fa notare per la sua crudeltà e determinazione. Un ragazzo non ancora ventenne, un

    guerrigliero della sua unità, rubò per fame un pezzo di pane ad un compagno. Senza processo o

    interrogatorio, Guevara lo fece legare ad un palo e giustiziare mediante fucilazione. Nel 1958 riporta la

    prima "vittoria" sui miliziani del regime di Batista a SANTA CLARA. Un treno carico d'armi viene

    intercettato e bloccato dalla sua unità armata, facendo prigionieri una cinquantina di soldati; in seguito

    a questa operazione, il dittatore Batista fugge sconfitto e Guevara fu nominato "procuratore" (boia)

    della prigione della CABANA. La popolazione cubana era in festa, non sapevano che i successori di

    Batista avrebbero portato molto più morti e disperazione che la speranza di una vita migliore!

    L'ufficio in cui esercita Guevara, diventa teatro di torture e omicidi tra i più efferati. Secondo alcune

    stime, sarebbero stati uccisi oltre 20.000 persone, per lo più ex compagni d'armi che si rifiutavano di

    obbedire e che si conservavano, al contrario del "CHE", democratici e non violenti. Nel 1960 il

    "pacifista" GUEVARA, istituisce un "campo di concentramento" sulla penisola di GUANAHA,

    dove trovarono la morte oltre 50.000 persone colpevoli soltanto di non condividere i suoi ideali di

    "PACE E FRATELLANZA"!! Ma non sarà il solo campo, altri ne sorgeranno come a Santiago di Las

    Vegas dove c'è il campo Arco Iris, nel sud'est dell'isola sorge il campo Nueva Vida, nella zona di

    Palos si istituisce il campo Capitolo, quest'ultimo è un campo speciale per bambini sotto i 10 anni! Se

    una persona si era resa colpevole di reato a sfondo politico veniva arrestata insieme a tutta la famiglia.



    La maggior parte degli internati veniva lasciata con indosso le sole mutande, le celle non erano mai

    pulite, si lasciavano a marcire per anni nei propri escrementi in attesa di fucilazione o torture indicibili.

    Successivamente gli fu conferito l'incarico di Ministro dell'Industria e presidente del BANCO

    NACIONAL, la Banca centrale di Cuba.

    Guevara non perde tempo a mettere in pratica il suo"modello sovietico".

    Elogia l'odio per le proprietà e per lo

    "sporco" denaro ma sceglie di abitare

    in una grande e lussuosa casa

    colonica in un quartiere residenziale a

    l'AVANA. Impone la povertà

    forzata alla popolazione mentre lui vive

    nel lusso più abominevole in cui si

    possa trovare un COMUNISTA.


    Pratica sport impensabili per l'economia di Cuba, sia allora che oggi. La vita "comoda" e l'ozio

    ammorbidiscono il guerrigliero Guevara; mette su qualche chilo e passa il tempo tra un party e le gare

    di tiro a volo, ma non disdegna la caccia grossa e la pesca d'altura.

    In omaggio a Lenin, chiama il suo primogenito Vladimir. Nel suo testamento, da buon

    allievo della scuola Maoista-Leninista del Terrore, scrive:

    "AMO L'ODIO, BISOGNA CREAREL'ODIO E L'INTOLLERANZA TRA GLI UOMINI, PERCHE' QUESTO RENDE GLI UOMINI FREDDI, SELETTIVI E LI TRASFORMA IN UNA PERFETTA MACCHINA PER UCCIDERE".


    Queste parole non vengono da Heinrich Himmler, il fondatore e ideatore delle

    SS germaniche, bensì dall'uomo che per oltre 30 anni è stato falsamente mitizzato come simbolo di

    pace e uguaglianza, di amore per il prossimo e di fratellanza. Guevara si adopera a diffondere

    sistematicamente la guerriglia in giro per il mondo, il suo motto: "Creare due, tre, mille Vietnam!"

    Nel 1963 è in Algeria dove si unisce a Dèsirè Kabila, un marxista, grande sterminatore di

    popolazioni civili. Il suo continuo desiderio di diffusione per la lotta armata, lo porta del 1967 in

    Bolivia dove si allea col Partito Comunista Boliviano ma non riceve alcun appoggio da parte della

    popolazione locale, nessuno di loro si unisce alla sua unità di guerriglieri.

    Isolato e braccato, Ernesto

    Guevara De La Serna detto

    "CHE", venne catturato dai

    miliziani locali boliviani e

    giustiziato il 9 ottobre 1967.

    Molti lati di questa vicenda non

    furono mai chiariti come non si

    saprà mai quali

    responsabilità ha avuto Fidel

    Castro nella morte del "CHE".




    Ecco, a sinistra, il documento con il quale

    presentarono la notizia i giornali locali

    dell'epoca. Dopo la sua morte, Fidel Castro

    ricopriva la carica di massima autorità al

    governo di Cuba ancora vigente ai giorni

    nostri. Di tutto questo orrore sopra

    descritto non si è mai saputo niente di

    ufficiale fino alla grande fuga del popolo

    cubano del 1980.

    Milioni di cubani si riversarono nella locale

    Ambasciata del Perù chiedendo asilo

    politico per la vita durissima imposta loro

    dal Regime Dittatoriale Comunista.


    Castro concesse a solo 125.000 persone il permesso di lasciare l'isola, permesso dato solo a chi

    conveniva a lui... Fu concesso l'asilo politico agli internati dei manicomi criminali, ai peggiori individui,

    ai mutilati, ai delinquenti comuni, ai poveri senza fissa dimora, ai barboni, a gente che Castro non

    considerava esseri umani, a gente a cui diceva di interessarsi molto! Castro approfittò della situazione

    per liberarsi definitivamente di questi rifiuti umani (diceva lui) scaricandoli alla tanto odiata America.

    Oggi, tutto questo orrore continua indisturbato, prima con il "CHE" e ora con Fidel.

    Le torture, i campi di sterminio, le fughe in massa da CUBA, sono all'ordine del giorno!

    A Cuba si giustiziano con la fucilazione persone indiziate di reato senza un regolare processo!

    E il mondo cosa fa?

    Il mondo piange ininterrottamente

    gli Ebrei di Hitler!

    E per quello che ne rimane, danno la caccia agli ex nazisti ancora in vita in giro per il mondo... Fra 20 anni, quando i camerati del Terzo Reich saranno tutti morti, daranno la caccia ai loro fantasmi!



    Basta con la perseveranza dei loro Crimini !

  2. #2
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    07 May 2009
    Località
    INSUBRIA, next to the Ticino river
    Messaggi
    6,738
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    http://crimini.web-gratis.net/nuova1.htm

    ...e basta itaglia, ovviamente.



  3. #3
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    07 May 2009
    Località
    INSUBRIA, next to the Ticino river
    Messaggi
    6,738
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito chi sono ...essi.



    Ads by ImageShack

  4. #4
    Non sono d'esempio in nulla
    Data Registrazione
    25 May 2003
    Località
    Firenze
    Messaggi
    8,664
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Post Un'altro compagno

    IL 17 APRILE ‘75 COMINCIAVA LA SANGUINOSA AVVENTURA DEL LEADER DEI KHMER ROSSI. LA RACCONTA UNA BIOGRAFIA
    POL POT l’uomo che mangiava rivoluzione
    di Claudio Gallo

    Chi avesse potuto osservare Phnom Penh dall'alto, tra il 16 e il 17 aprile 1975, avrebbe visto la città esplodere e sputare con dolorosa lentezza milioni di persone in colonne formicanti verso Nord e Sud. Pol Pot e i suoi khmer rossi, che avevano appena conquistato la capitale cambogiana, scacciando i resti del governo fantoccio filoamericano di Lon Nol, li vedevano marciare, attraverso le dovute purificazioni, verso un mondo di giustizia perfetta, mentre loro, le vittime, vedevano l'inferno sulla terra nel qui e adesso. Era tale la confusione, il dolore e lo spavento, che quelle masse sfigurate non riuscivano a percorrere più di tre o quattro chilometri al giorno.
    Racconta l'archeologo francese François Ponchaud, uno dei rari testimoni occidentali, che «i malati venivano abbandonati dalle famiglie al bordo della strada. Chi non riusciva più a camminare veniva ucciso da miliziani». Bambini sperduti cercavano le madri, donne partorivano nei fossi. La gente esausta si stendeva sopra i corpi dei soldati morti. Ponchaud non dimenticherà mai «un padre piangente che portava la figlia ammalata di dieci anni in un lenzuolo annodato al collo e un uomo con un piede che gli penzolava da una gamba, attaccato solo a un lembo di pelle».

    La crudeltà del potere
    Era il paradiso di Pol Pot, il leader della Kampuchea Democratica a cui il giornalista britannico Philip Short, autore di una celebre storia della vita di Mao Zedong, dedica una ponderosa biografia Pol Pot, anatomia di uno sterminio, pubblicata da Rizzoli.

    Pensava forse di ritrarre la crudeltà del potere con un esempio irripetibile Elias Canetti quando, nel 1960, in Massa e potere ricordò la storia del sultano turco di Delhi Muhammad Tughlah che, nel 1329, sentitosi minacciato da certe lettere anonime gettate nella sala delle udienze, stabilì per decreto che tutti gli abitanti dovessero allontanarsi di quindici chilometri dalla città. Passeggiando per le vie deserte, il sultano incontrò ancora un cieco e uno storpio e li fece torturare a morte.

    Seicentoquarantasei anni dopo, trent'anni fa, mentre in Italia il Parlamento approvava il voto a 18 anni e al cinema davano Qualcuno volò sul nido del cuculo con Jack Nicholson, un altro Tughlak khmer emanava i suoi editti di deportazione di massa. C'era una differenza importante però, Pop Pot non voleva proteggere se stesso ma proprio il popolo che stava massacrando: le utopie rivoluzionarie degli ultimi tre secoli avevano lasciato il segno. La parte più interessente della biografia di Short è la minuziosa descrizione della formazione del giovane Saloth Sar (Pol Pot sarà il più celebre dei suoi futuri nomi di battaglia) dal villaggio di Prek Sbauv a Parigi, al ritorno in Cambogia, la «bildung» del futuro tiranno. Cortese, simpatico affabile eppure riservato, talvolta schivo. La dolcezza algida del suo sorriso resterà un tratto distintivo del suo carattere, un tratto così tipico tra i khmer, abituati a celare i sentimenti dietro al sorriso come la polvere sotto lo zerbino. Tra i 9 e i 10 anni, il bambino fu mandato un anno al Wat Botum Vaddei, un ampio monastero buddhista della capitale, accanto al palazzo reale, ad apprendere i precetti del Dharma.

    Dopo un fallito baccalauréat al liceo francese di Phnom Penh, Pol si diploma in una scuola tecnica e ottiene una borsa di studio per l’École Française de Radioéléctricité. Quando, nel 1950, sbarca abbacinato nella Ville Lumière non sa sa neppure che cosa sia il comunismo. Condivide con i suoi coetanei khmer un vago sentimento indipendentista. Nella metropoli affascinante e tentatrice, (nella futura vulgata dei khmer rossi le città diverranno simbolo di ogni male, sebbene ci sia chi dice che l’esodo dalle città fosse dovuto a necessità alimentari) si avvicina al Cercle Marxiste e al pcf, all'inizio più per la loro radicale opposizione al colonialismo che per motivi ideologici. Pol Pot resterà per tutto la vita un marxista assai eretico e per questo sarà spesso rimproverato dai suoi dogmatici alleati cinesi. Per lui i tomi del Capitale sono indigeribili, meglio la Breve storia del partito comunista (bolscevico) dell'Urss o Il marxismo e la questione nazionale di Stalin.
    «Sono più facili da capire», confessò. Poi scoprì Sulla nuova democrazia di Mao Zedong che più si attagliava alla sua Cambogia. La ricetta del Grande Timoniere prevedeva lo scardinamento del potere coloniale attraverso una rivoluzione in due fasi: prima il momento del fronte nazionale e solo in seguito «la dittatura del proletariato». Il fascino politico, per un rivoluzionario del terzo mondo, stava nell’autorizzazione filosofica a saltare il passaggio del capitalismo borghese previsto da Marx.

    Ma le radici dell'utopia criminale di Pol Pot, che non fece mai tradurre in khmer i testi marxisti, scendono ancora, giù fino al 1789, letto attraverso gli occhiali di Kropotkin. Quando il principe anarchico russo descrive nella Grande Rivoluzione la caduta di Luigi XVI, Pol Pot non può fare a meno di pensare alla Cambogia feudale e al principe Sihanouk. Senza mai distinguersi come radicale, il giovane continua a nutrire la sua anima di idee radicali. La mentalità rivoluzionaria sintetizzata pochi anni dopo, nel 1970, da Eric Voegelin nel suo Il mito del mondo nuovo (un libro allora poco amato dalle sinistre): «L'ordine dell'essere dovrà essere cambiato nel corso di un processo storico», «da un mondo cattivo dovrà emergere, per evoluzione storica, un mondo buono».

    Al ritorno in patria, nel 1953, Pol Pot che «mangiava e dormiva la rivoluzione», cominciò una doppia vita di militante segreto e cittadino borghese. Disse più tardi: «La polizia sapeva chi ero ma non che cosa ero». Di qui in poi la segretezza diventa per lui un’ossessione che lo porterà a cambiare molte volte nome e a celare spesso la sua attività anche ai compagni. Durante il declino e la caduta della dominazione francese s'inizia la lunga stagione della foresta dove, aiutato dagli odiati vietnamiti, si forma il movimento comunista. Il regime golpista di Lon Nol e le bombe americane (solo sulla Cambogia ne fu sganciato un quantitativo maggiore di tutte quelle lanciate sul Giappone, atomiche comprese) ingrossarono le file dei rivoluzionari che nel 1975 riuscirono a entrare vittoriosi nella capitale. Tranne qualche dirigente, era gente bestiale e sanguinaria che arrivata nella capitale, beveva l'acqua nelle tazze dei gabinetti e mangiava il dentifricio, ma era anche, nella mente di Pol Pot, quella «carta bianca» di Mao su cui si potevano scrivere le parole di giustizia del mondo nuovo. Dal 1975 per quattro anni di follia e soffrenza, tutti divennero carta bianca. E molti fogli immacolati finirono in cenere, inadatti alla perfezione socialista: su sette milioni di cambogiani, più di uno e mezzo morirono assassinati e per fame. Se questa biografia ha un difetto, è che mancano le voci delle vittime mentre abbondano quelle dei carnefici.

    Nella furia del marxismo senza proletariato di Pol Pot, Philip Short ha voluto, forse con alcune imprecisioni concettuali, vedere l'influsso degli insegnamenti ricevuti da ragazzo nel tempio buddhista. Magari esistono delle simmetrie tra il buddhismo theravada e le concezioni dei Khmer rossi, ma l'insegnamento originale nell'utopia dei «killing fields» è distorto, squartato, caricaturale. Come ha notato Nayam Chanda sul Washington Post, difficilmente il buddhismo, che insiste ostinatamente sul rispetto della vita, può essere il retroterra culturale delle stragi cambogiane. Il celebre studioso francese di buddhismo khmer François Bizot, che fu prigioniero dei khmer rossi, colse certe somiglianze tra i corsi di rieducazione a cui era sottoposto e la disciplina monastica e chiese se c’erano affinità tra le due dottrine. Douch, il suo carceriere, oggi in prigione a Phnom Penh, rispose che non c’era alcun legame. Bizot lo scrive nel libro Le Portail, che pure è citato nella bibliografia di Short.

    «Coscienza limpida»
    Il 15 aprile 1998 Pol Pot è morto di malattia nel suo letto, in un capanno nella giungla, a cavallo della frontiera thailandese. La furia epuratrice che negli anni della fuga nella foresta e del ritorno alla guerriglia finanziata da cinesi e americani dopo l'invasione vietnamita, aveva decimato i suoi dirigenti, si era rivoltata contro di lui e da qualche tempo viveva agli arresti domiciliari. Si dice che avesse sempre lo stesso sorriso e leggesse avidamente Paris Match. Disse nell'ultima intervista: «La mia coscienza è limpida».

    ATROCE ILLUSIONE
    Esce da Rizzoli la biografia Pol Pot - Anatomia di uno sterminio (pp. 663, e25). Ne è autore Philip Short, un giornalista inglese che è stato corrispondente da Mosca, dall’Uganda, dalla Cina e da Washington per il Times, l’Economist e la rete televisiva BBC. In precedenza Short ha pubblicato una biografia di Mao Zedong considerata definitiva dagli esperti. In questa nuova opera ripercorre la vita complessa, e per molti versi oscura, di Pol Pot, un rivoluzionario che, in nome di una visione distorta del marxismo, ha insanguinato il Sud-Est asiatico. Di Pol Pot (all’anagrafe Saloth Sar) viene ricostruita l’infanzia mistica in un monastero buddhista. Il giovane proveniente da famiglia benestante viene poi rintracciato in Francia, a Parigi, nel turbine di un movimento di idee contro il colonialismo che determina nel giovane borghese la convinzione che gli cambierà la vita: è possibile creare un «nuovo uomo comunista». Questa utopia lo fece precipitare nella follia di una guerriglia che insanguinò quella che all’epoca si chiamava Indocina.

    dal sito: http://www.lastampa.it/_web/_RUBRICH...t_articolo.asp

  5. #5
    Non sono d'esempio in nulla
    Data Registrazione
    25 May 2003
    Località
    Firenze
    Messaggi
    8,664
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Il boia Saloth Sar


 

 

Discussioni Simili

  1. Hasta la victoria siempre, Comandante Che
    Di L'idraulico (POL) nel forum Destra Radicale
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 15-06-08, 03:13
  2. Cuba - HASTA LA VICTORIA SIEMPRE
    Di andreab (POL) nel forum Politica Estera
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 26-02-08, 21:02
  3. Hasta la victoria siempre!
    Di marcejap nel forum Fondoscala
    Risposte: 29
    Ultimo Messaggio: 05-05-06, 14:52
  4. Hasta la victoria siempre!
    Di Corsair nel forum Sinistra Italiana
    Risposte: 23
    Ultimo Messaggio: 11-10-05, 13:10
  5. Hasta La Victoria Siempre!
    Di Egol nel forum Sinistra Italiana
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 22-10-04, 18:17

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito