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  1. #1
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    Predefinito l'essenza della castita'

    Secondo voi esiste castita' fisica senza castita' spirituale?
    Non è l'azione che conta, ma la qualita' dell'azione lo spirito con cui si fanno le cose.
    Bruciare è peggio che soddisfare. Castita' significa indirizzarsi verso l'amore sacro lasciandoci dietro le spalle l'attrazione materiale del sesso,quindi l'amore profano.
    Tutto questo sia all'esterno che all'interno del matrimonio.
    Ma questo non lo puoi chiedere ai giovani che proprio perche' giovani devono fare esperienza di bene e di male.
    Solo attraverso la conoscenza e poi l'esperienza, si raggiunge la beatitudine.


  2. #2
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    Predefinito

    L'uomo è essere fisico e spirituale, quindi la castità vive due dimensioni. Poi c'è la castità matrimoniale, certo.

    Tu dici che non è l'azione che conta ma l'intenzione. Io mi domando quindi: quando avviene questa mancanza di sintonia tra intenzione azione? Per ignoranza di solito, oppure perchè qualche accidente ha impedito la realizzazione della mia intenzione.

    L'ignoranza può essere colpevole o meno. La presenza di accidenti che impediscono la realizzazione della mia azione, se è imprevedibili, è incolpevole.

    Per conoscere il bene non è necessario conoscere e praticare il male. Non c'è bisogno di conoscere l'oscurità della notte per riconoscere lo splendore della luce. I giovani non hanno nessun diritto di compiere pratiche turpi per conoscere il male, io allo stesso modo non ha alcun diritto di uccidere per poi capire che...ops...ho combinato un guaio, e ho provocato una bella ferita, bella sì.

  3. #3
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    Predefinito ***

    Vorrei proprio vedere come sapresti riconoscere la luce senza aver visto il buio. Dio non avrebbe avuto bisogno di fare la notte e il giorno!
    Il male e il bene camminano di pari passo e servono proprio per distinguerli.

  4. #4
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    Predefinito

    Dio ha bisogno del male per esistere come bene,
    l'essere ha bisogno del non essere per esistere come essere,
    il comprensibile ha bisogno del contraddittorio per esiste come comprensibile,
    il bene ha bisogno del male per esistere come bene.

    Io ho bisogno di uccidere 6 milioni di ebrei, per capire che è male.
    Io ho bisogno di rubare alla banca sotto casa per capire che è male.


    Il solito panteismo distruttore dell'umana società, delle mente e dei cuori.

  5. #5
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    Predefinito

    che Dio si serva anche del peccato è indubbio...che sia necessario cadere in basso per poi elevarsi è un idea demoniaca.
    un idea ricorrente in molte correnti gnostiche, che non ha nulla a che vedere con il cristianesimo.

    uno deve sempre comunque puntare in alto, tanto poi le cadute piccole o grandi ci saranno comunque...ma uno deve puntare in alto, se punta in basso...è la fine.

  6. #6
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    Predefinito

    Originally posted by Maelstrom
    che Dio si serva anche del peccato è indubbio...che sia necessario cadere in basso per poi elevarsi è un idea demoniaca.
    un idea ricorrente in molte correnti gnostiche, che non ha nulla a che vedere con il cristianesimo.

    uno deve sempre comunque puntare in alto, tanto poi le cadute piccole o grandi ci saranno comunque...ma uno deve puntare in alto, se punta in basso...è la fine.
    San Paolo ha scritto più o meno la stessa cosa nella lettera ai Romani.
    Saluti
    F.

  7. #7
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    Predefinito ***

    Io ho bisogno di uccidere 6 milioni di ebrei, per capire che è male.
    guarda che l'esperienza del male è in noi da tempo immemorabile,non occorre ammazzare un uomo,o un animale,o una pianta, per sapere che non si uccide la vita.
    Io ho bisogno di rubare alla banca sotto casa per capire che è male.
    non rubare è un comandamento.
    Il solito panteismo distruttore dell'umana società, delle mente e dei cuori.
    ma hai la "fissa" col panteismo,ma che ti ci hanno bocciato a scuola?
    Io vorrei sapere cosa c'entra che lo infili da pertutto,mi sa che è la tua idea panteista.

  8. #8
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    Predefinito

    Qui ti contraddici, era prevedibile.
    Prima dici che per fare il bene bisogna praticare il male, poi inizi a mettere eccezioni alla regola...come la mettiamo?
    Quella del panteismo non è una mia fissa, è semplicemente il tuo pensiero, l'hai tu stessa affermato. Ovviamente a partire da presupposti panteisti affermi le simpatiche cosucce sopra.

    ciao

  9. #9
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    Predefinito

    Premetto che in questo Forum sono un alieno, anzi un profano.

    Volevo però focalizzare un aspetto particolare di questa discussione. Si può ancora considerare l'amore materiale un peccato al pari di uno sterminio di ebrei, oppure al buio delle tenebre? E soprattutto come si concilia la castità con il "crescete e moltiplicatevi"?

    Questo è un aspetto fondamentali, poiché su queste basi possiamo iniziare a parlare della fine dell'obbligo del celibato per i sacerdoti.

  10. #10
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    Predefinito Assalto alla Continenza

    di VITTORIO MESSORI

    Sarà poi vero che l’obbligo del celibato per i preti sarebbe solo un’“invenzione recente”? Così in effetti affermano molti storici, anche cattolici. Eppure, andando a esaminare i più antichi documenti in materia, il luogo comune sembra cadere: la “continenza” sacerdotale infatti risale direttamente al Nuovo Testamento.

    I quindici anni successivi al Vaticano II hanno registrato il più alto numero di abbandoni dell’esercizio del sacerdozio nella storia della Chiesa. La grande maggioranza di coloro che hanno preso questa decisione si sono poi sposati, che avessero o no ottenute le dispense canoniche. C’erano stati altri esodi di massa, ma con caratteristiche e motivazioni diverse: le conseguenze della Riforma protestante nel Cinquecento e la Rivoluzione francese tra Sette e Ottocento. Anche allora, comunque, il celibato legato necessariamente al sacerdozio era stato respinto, in quanto giudicato non come una conseguenza della prospettiva evangelica, ma come semplice prodotto di una decisione ecclesiastica, per giunta tardiva e limitata all’Occidente. Ma la questione dell’origine del celibato è davvero come ci è stata spesso presentata da coloro che lo contestano? Devo confessare di avere avuto molti dubbi di fronte ai toni trancianti e definitivi di qualcuno. Ora, questi dubbi si sono mutati in convinzioni precise, dopo avere letto la settantina di dense pagine stampate dalla Libreria editrice vaticana con il titolo Il celibato ecclesiastico e il sottotitolo La sua storia e i suoi fondamenti teologici. Ne fu autore il cardinale Alfons Maria Stickler, salesiano austriaco, teologo di straordinaria erudizione e che non casualmente fu bibliotecario e archivista di Santa romana chiesa. Lontano da ogni polemica, basandosi costantemente e pacatamente sui testi, lo studioso mostra l’infondatezza di molto di ciò che viene spesso affermato «negli stessi ambienti ecclesiastici, alti e bassi», come precisa. Poiché, anche solo per una sintesi sommaria, lo spazio di una “puntata” non è sufficiente, si parlerà questo mese della disciplina del celibato nella Chiesa occidentale e il prossimo nella Chiesa orientale. A giustificare lo spazio che dedicheremo c’è quanto nota il cardinale Stickler sin dalla prefazione del suo libro (alla lettura completa del quale, ovviamente, rinviamo): «Per ciò che si riferisce alla storia del celibato ecclesiastico in Occidente e in Oriente si hanno oggi dei risultati importanti, maturati proprio in questi ultimi tempi, che o non sono ancora entrati nella coscienza generale o vengono taciuti se sono atti a influenzare questa coscienza in una maniera non desiderata». Innanzitutto, va chiarito che da secoli siamo abituati a parlare di celibato, cioè di rinuncia al matrimonio da parte dei candidati al sacerdozio, di solito formati nei seminari nati con il Concilio di Trento. In realtà, bisognerebbe usare il termine più ampio di continenza. Cioè, della continenza da osservare non solo non sposandosi, ma anche non usando del matrimonio se già sposati. Nella Chiesa antica, la grande maggioranza del clero era composta di uomini maturi che, col consenso della moglie, accedevano agli Ordini sacri, lasciando la famiglia, alla quale provvedeva poi la comunità stessa. E questo si inquadrava nella parola con cui Gesù promette «il centuplo su questa terra e nell’aldilà la vita eterna» a coloro che, per amor suo e del Regno, «hanno abbandonato casa, genitori, fratelli, moglie, figli». Ebbene, capita assai spesso di sentire che l’obbligo di questo “abbandono” della consorte, e sovente dei figli, con susseguente continenza perfetta, sarebbe stato deciso soltanto verso l’anno 300 al Concilio, o meglio Sinodo, ispanico di Elvira, presso Granada. Un canone, il 33, dice in effetti: «Si è d’accordo sul divieto completo che vale per i vescovi, i sacerdoti e i diaconi, ossia per tutti i chierici impegnati nel servizio dell’altare, che devono astenersi dalle loro mogli e non generare figli. Chi ha fatto questo deve essere escluso dallo stato clericale». Osserva il cardinale Stickler: «Non è possibile vedere in questo canone una legge nuova. Essa appare invece chiaramente quale reazione contro l’inosservanza di un obbligo tradizionale ben noto, al quale si annette ora anche la sanzione: o osservanza dell’impegno assunto della rinuncia alla famiglia o rinuncia all’ufficio clericale. Una novità in simile materia, con per giunta una tale retroattività della sanzione contro diritti già acquisiti, avrebbe causato una tempesta di proteste contro una tale evidente violazione di un diritto in un mondo, come quello romano, tutt’altro che digiuno di diritto. Ciò ha percepito chiaramente già Pio XI quando, nella sua enciclica sul sacerdozio, ha affermato che questa legge scritta suppone una prassi precedente ». In realtà, ad Elvira non si fece che ribadire quanto già da tempo immemorabile si praticava, seguendo la tradizione. C’è infatti una confusione in cui cascano storici dilettanti o, talvolta, anche professionisti, qualora vogliano dimostrare a ogni costo tesi prefissate, che stiano loro a cuore. Si identifica, cioè, lo jus, il diritto – il sistema giuridico di un popolo o di un gruppo, sistema basato anche su norme orali e su consuetudini – con la lex, la legge data per iscritto e promulgata in forma legittima. In realtà, il diritto, lo jus, solo lentamente, magari dopo molti secoli, diventa un sistema di leggi scritte. È dunque abusivo dire – come capita spesso di ascoltare – che solo all’inizio del 300, e per giunta in un Sinodo regionale, la Chiesa avrebbe imposto la continenza ai suoi chierici. Una novità di tale peso, tra l’altro, data come en passant, tra molte altre disposizioni minori tra le quali, ad esempio, il divieto di accendere lumini sulle tombe dei propri parenti? Che non si trattasse affatto di innovazione lo dimostrano gli atti di molti altri Sinodi o Concili, come quello africano, tenuto a Cartagine nel 390 in piena comunione con tutte le altre Chiese locali e dove si approvò all’unanimità la seguente dichiarazione: «Conviene che tutti coloro che servono ai divini sacramenti (vescovi, sacerdoti, diaconi) siano continenti in tutto, affinché custodiscano ciò che hanno insegnato gli apostoli e ciò che tutto il passato ha conservato». Dunque, ci si riferisce esplicitamente a una tradizione indiscussa, che viene semplicemente confermata e che si fa risalire addirittura all’epoca apostolica e poi a una prassi ininterrotta. In effetti, non solo non risultano opposizioni ma Stickler riporta molte testimonianze di conferma e di approvazione da parte della Chiesa di Roma, dalla quale dipendeva – in uno scambio continuo – la Chiesa africana. Per scegliere quasi a caso, papa Siricio, nel 385, afferma solennemente che «i sacerdoti e i diaconi che anche dopo l’ordinazione praticano le loro mogli, agiscono contro una legge irrinunciabile che lega i chierici maggiori sin dall’inizio della Chiesa». E a coloro che obiettano che, stando all’Antico Testamento, i sacerdoti e i leviti potevano usare del loro matrimonio al di fuori dei turni del servizio nel Tempio, il Papa ricorda che i sacerdoti del Nuovo Testamento devono prestare il loro servizio ogni giorno e, pertanto, dal momento della loro ordinazione devono vivere in una continua e perfetta continenza. In un’altra lettera, lo stesso Pontefice precisa che questa ed altre disposizioni non sono novità ma punti della fede e della disciplina che rischiano di essere trascurati. Già nel 386, un Sinodo romano, che radunava 80 vescovi, rispondeva a un’obiezione che – tra l’altro – viene anche oggi continuamente riproposta e che voleva provare la continuazione, alle origini, dell’uso del matrimonio con le parole di Paolo, nella lettera a Timoteo e a Tito, parole secondo le quali deve essere stato sposato una volta sola chi è candidato agli ordini sacri. Si replicava che questo era stato stabilito «a causa della continenza futura del chierico». Chi, cioè, restato vedovo, non aveva saputo vivere da solo e si era risposato, faceva sorgere seri dubbi sulla capacità di assoggettarsi alla castità richiesta a chi servisse all’altare. Così, questa norma paolina, anziché una prova contro la continenza clericale, diventava una prova a suo favore, per di più già richiesta da un apostolo dell’autorità di Paolo. A queste e a molte altre testimonianze a favore di una prassi indiscussa sin dalle origini e semplicemente riproposta, il cardinale aggiunge la voce dei maggiori Padri dell’Occidente, da Ambrogio a Girolamo, da Agostino a Gregorio Magno. Ne ricava che «dalla prassi occidentale accertata dai testi consegue che la continenza dei tre ultimi gradi del ministero clericale si manifesta quale obbligo che viene riportato agli inizi della Chiesa e che è stato accolto e trasmesso come patrimonio della Tradizione orale. Dopo il tempo delle persecuzioni, e a causa delle conversioni sempre più numerose che esigevano numerose ordinazioni, avvengono anche trasgressioni dell’obbligo, contro le quali però i concili e i romani pontefici procedono per mezzo di disposizioni scritte». Verso l’epoca costantiniana, dunque, lo jus diventa lex,ma quest’ultima non sancisce cose nuove, bensì mette per iscritto una Tradizione che – stando a tutti i documenti – è indiscussa e ininterrotta addirittura sin dai tempi del Nuovo Testamento. Mai, sin da quando ne appare menzione scritta, la continentia clericorum è presentata come un’innovazione. Ne conclude Stickler: «Chi volesse affermare il contrario non solo peccherebbe contro un metodo storico cogente ma taccerebbe di bugiardi tutti i testi unanimi che abbiamo ascoltato, poiché di ignoranza (della Tradizione) non li si potrebbero accusare». Per finire con questa sintesi (assai ristretta per ragioni di spazio) della questione nella Chiesa occidentale e riservandoci di parlare il mese prossimo dell’Oriente: molti, che mettono in discussione l’obbligo del celibato, dicono che questo spunta soltanto ad Elvira e soltanto come disposizione di una Chiesa locale. Ma altri, addirittura, affermano che di continenza clericale, estesa chiaramente alla Chiesa universale, si può parlare soltanto dal 1139 con una disposizione del secondo Concilio Lateranense. In realtà, le cose non stanno così, visto che quel Concilio stabilì che i matrimoni contratti da vescovi, sacerdoti, diaconi, come anche quelli di coloro che avevano emesso voti per la vita religiosa, non fossero più solamente illeciti ma anche invalidi. Il cardinale Stickler non ha così difficoltà a concludere: «Questa disposizione conciliare ha causato un fraintendimento ancor oggi molto diffuso: e, cioè, che il celibato ecclesiastico sarebbe stato introdotto soltanto allora, nel XII secolo. In realtà si è reso invalido ciò che già da sempre era proibito. Dunque, questa sanzione è piuttosto la nuova conferma di un obbligo esistente da molti secoli». D’altro canto, la coscienza profonda della Chiesa è stata sempre consapevole della indispensabile connessione tra Ordini sacri e continenza, tanto da non recedere neanche davanti a crisi drammatiche. Nel XVI secolo, Roma resistette anche alle fortissime pressioni di imperatori e re per recuperare molti preti passati alla Riforma, conservando loro le mogli. Una commissione romana studiò la questione e giunse alla conclusione del non possumus: tutta la Tradizione lo impediva, chi voleva essere reintegrato doveva rinunciare alla famiglia. Non solo: il Concilio di Trento rinnovò l’appello alla fedeltà al celibato, creò i seminari per favorirlo e rifiutò di considerarlo una legge puramente ecclesiastica, facendo così intendere che la sua origine stava nel Nuovo Testamento stesso.

 

 
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