Gustave Thibon
24/11/2006




Essenza della nobiltà



Se venissi interrogato sulla mia concezione della morale, confesserei volentieri che la differenza tra nobile e basso mi sembra più essenziale della differenza tra bene e male.
Ma in che cosa consiste sostanzialmente la nobiltà?
In primo luogo nel rifiuto della facilità (piccoli profitti, calcoli meschini, impiego di tutti i mezzi per arrivare e per dominare, ecc): l'uomo nobile è quello che sceglie i mezzi.
In secondo luogo nel disprezzo per un certo tipo di prudenza: l'essere nobile sa rischiare...
Ma tutto ciò non giunge al nocciolo della questione, giacché si può, come i rompicollo di ogni specie, amare la difficoltà e il rischio senza avere un'anima nobile.
La parola nobiltà evoca in primo luogo, per me, l'idea di distanza.
Precisiamo: la nobiltà esteriore e apparente consiste nell'essere distanti nei confronti degli altri, la nobiltà interiore e reale consiste nell'essere distanti nei confronti di sé stessi.
L'uomo nobile pone la ragion d'essere della sua esistenza e la sorgente delle sue azioni in una fede, un ideale, un codice d'onore che s'innalzano enormemente al di sopra del suo meschino io.
La sua maniera di sentire, di giudicare e di agire è tutta impregnata di questa distanza: così le sue virtù sono indenni da quella viscosità, da quella aderenza dell'io, che insozzano e abbassano le migliori azioni.
Il principio della sua virtù è infatti fuori di lui, la sua sinistra ignora quel che fa la destra: lo scordarsi i servizi resi costituisce uno dei criteri essenziali della nobiltà.
Quella stessa distanza che lo separa dalle proprie parti basse, produce in lui l'oblio di ciò che dona e la memoria di ciò che riceve.



E' distaccato senza essere incostante, e fedele senza essere «appiccicoso» (la fedeltà dell'essere appiccicoso interessa soltanto la carne e l'io, è una fedeltà senza distanza).
Egli si ama anche, ma da lontano.
In ogni cosa, si tratta dall'alto.
Il grado di nobiltà di un individuo ci appare dunque misurato dallo scarto tra le sue ragioni di vivere e di agire e le esigenze del suo io carnale e vanitoso. Laddove un tale scarto non esiste, la bassezza è assoluta; laddove è infinito, la nobiltà è senza limiti, come nei santi, la cui anima abita in Dio...
Il disprezzo della morte, essenziale in ogni tipo di nobiltà, segna bene questa distanza.
Mentre l'anima vile, legata indissolubilmente ed interamente ai suoi appetiti inferiori, sacrifica tutto alla conservazione della sua vita terrena, l'anima nobile preferisce spontaneamente la morte al disonore.
Bisogna amarsi da molto in alto, da molto lontano per scegliere così la morte, quando la carne e l'io gridano da tanto vicino!
Il sacrificio della vita costituisce d'altronde il martirio, cioè la testimonianza dell'uomo a una realtà che lo supera.
Sempre la distanza!
Distacco nei confronti dell'io carnale e vanitoso, abbiamo detto.
Vi sono tuttavia delle anime essenzialmente nobili (un Luigi XIV, un Lamartine ad esempio) che sono vittime della carne e della vanità.
E' vero, ma esse non impegnano in ciò che una parte di se stesse, non aderiscono completamente alla loro passione, qualcosa in esse di incorruttibile e di alato resta lontano, quasi assente dalle loro debolezze.
In altri termini, le anime nobili possono conoscere delle cadute, ma non commettere delle bassezze: possono cadere, ma non appartengono al basso.
Dato che la nobiltà è definita come fedeltà ad un richiamo che ci supera, ne segue che esistono tante varietà di nobiltà, quante sono le vere vocazioni.



Ricordo di aver letto in «Revolution iiber Deutschland», il discorso tenuto ai loro ufficiali da alcuni soldati che si rifiutavano di partecipare all'attacco suicida che i capi della marina germanica progettavano di compiere, nell'ottobre del 1918, contro l'Inghilterra: «Sappiamo che gli ufficiali hanno giurato di morire piuttosto che abbandonare le loro navi all'Inghilterra. Ma l'onore degli ufficiali non è il nostro onore. Il nostro onore è quello di vivere e di lavorare per allevare i nostri figli, ecc.».
E'chiaro che l'onore di colui che guida l'aratro non ha le stesse esigenze dell' onore di colui che tiene la spada: il primo tende al mantenimento dei valori vitali (primum vivere), il secondo al mantenimento dei valori spirituali (potius mori quamfoedari).
E' chiaro anche che l'onore aristocratico postula l'esistenza di una classe sociale svincolata dalla maggior parte delle servitù materiali.
A colui che guadagna il suo pane con il sudore della fronte e la cui anima è completamente occupata dalla preoccupazione di questo pane sempre incerto e minacciato, non si può chiedere di aprirsi alle sottigliezze di una morale superiore.
La coltura dei valori spirituali implica un minimo di ozio e di sicurezza materiali: si disprezza meglio la morte quando si ha la vita assicurata!
Questi due onori si completano reciprocamente, poiché bisogna che l'uomo mangi pane, ma l'uomo non vive solamente di pane.
Le virtù aristocratiche sono più alte e più pure delle virtù popolari; ma sono anche più fragili e più minacciate, poiché invece di essere sorrette dal di fuori dall'incessante pressione della necessità, occorre che siano create dal di dentro attraverso lo sforzo della libertà.
La decadenza delle aristocrazie è d'altronde la peggiore di tutte: non esiste tipo più ripugnante di quello dell'uomo che non si guadagna la vita e non disprezza la morte.

Gustave Thibon