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  1. #11
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: CINA: Embargo sulle armi

    In Origine Postato da thematrix
    non esietono le armi europee, esistono le armi francesi tedesche etct etc..cmq a parte la franci gli altri paesi sono armati con armi americane non "europee" (guarda l'itlia ad esempio) ma stati come inghilterra e germania per molti settori dipendono dagli usa...e uno stato che dipende da un altro non sara mai capace di essere indipendnte a livlo di armamento..cmq non dico che le rmi europee facciamo tutte schifo...ad esempio ci sono i sottomarini tedeschi...ma quelli russi secondo me sono allo stesso livello se non superiori.
    Chiariamo una cosa: per "embargo sulle armi europee" s'intende l'embargo alla vendita di armi, prodotte sia singiolarmente che in collaborazione fra diversi stati, prodotte nell'UE.
    Se per "europee" intendi solo le armi prodotte in collaborazione fra 2 o più stati quello è il caso di molte delle più avanzate: il Typhoon ad esempio è italo-anglo-tedesco-spagnolo, l'EH-101 è italo-britannico, le Orizzonte sono italo-francesi come i missili A-A che sparano e fra un po' come praticamente 3/4 della marina italiana, il Neuron sarà franco-svedese-greco (finchè non entrerà qualcun altro), tanto per fare qualche esempio.

    "Guarda l'Italia ad esempio", già... le uniche armi americane utilizzate nelle intere forze armate italiane sono gli F-16 affittati e gli M-109 Paladin, oltre a qualche vecchio M-113 e i pochi UAV Predator presi come gap-filler in attesa che siano pronti quelli italiani!
    Anche gli altri stati europei sono armati quasi tutti solo con armi europee, a parte l'est ovviamente, che ha ereditato quelle dei tempi del Patto di Varsavia ma sta già cominciando ad "occidentalizzare". Fanno eccezione la Spagna con gli F-18, la Germania con i Phantom, che in entrambi i casi saranno sostituiti dal Typhoon, e Danimarca, Paesi Bassi e Finlandia, che hanno piccole forze aeree composte da F-16 o 18.

    I famigerati "sottomarini tedeschi", i nuovi U-212, sono tedesco-italiani e sono universalmente riconosciuti come i migliori che esistano in tutto il mondo a propulsione non nucleare.

  2. #12
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: CINA: Embargo sulle armi

    In Origine Postato da thematrix
    che centra il rafale è un caccia di quarta generazione pertanto va pargonato con il suo pariclasse, il mig42, e ancora questa volta vince il mig
    l'su27 invece è un aereo di terza generazione, paragonabile quindi all'f-15 e al mirag 2000, non al rafale che semmi va paragonato all'f-22 e al mig-42 come ho detto sopra
    E allora? Mirage e Su-27 sono caccia di classe differente.
    E poi il Rafale come tutti gli altri caccia europei di ultima generazione è progettato con i criteri limitativi del costo. E' tutto da vedere cosa sarebbe saltato fuori se al posto di fare la storica cazzata di separare il programma francese da quello comune europeo ci si fosse concentrati tutti su un solo aereo e se avessimo avuto le briglie sciolte con i fondi come ce le hanno oggi gli USA e ce le aveva ieri l'URSS.

  3. #13
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    ORA POSSIAMO ANCHE SCORDARCI CHE LA CINA DIVERSIFICHERA LE SUE RISERVE VALUTARE IN EURO..CHE FESSI NOI EUROPEI...

    Un altro mito che gira su questi forum.....la Cina che diversifica in Euro!!!!!!!

    La Cina NON PUO DIVERSIFICARE
    poiche il mercato USA rappresenta il principale sbocco per le produzioni cinesi (anche se buona parte di quei prodotti sono di fatto americani).
    La Cina detiene oltre 300 miliardi di dollari di riserve, per cui se li convertisse
    in Euro perderebbe un sacco di soldi,
    visto che l'Euro vale piu del dollaro!!!!

  4. #14
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    Cina: la difficile questione dell’embargo europeo

    La questione dell’embargo sugli armamenti europei verso la Cina è di complicata soluzione. In gioco vi sono numerosi interessi, da quelli di carattere economico fino a quelli prettamente geopolitici e strategici. La difficoltà della situazione è dovuta innanzitutto al peso delle conseguenze che ogni scelta può avere sull’equilibrio mondiale, dati gli attori principalmente coinvolti: Cina, Unione Europea e Stati Uniti.
    (Luca Alfieri)
    Equilibri.net (13 aprile 2005)


    Le ambiguità europee
    Verso la fine di marzo, il ministro degli esteri britannico Jack Straw ha proposto di posporre la decisione sulla rimozione o meno dell’embargo alla vendita delle armi da parte dell’Unione Europea verso la Cina, decisa in seguito ai fatti di piazza Tiananman del giugno 1989.
    Tale decisione, che quasi certamente avrebbe visto la cessazione dell’embargo, era prevista per giugno 2005 e probabilmente sarà rinviata fino al 2006. Ciò che però può sorprendere è che lo stesso Straw, insieme al suo governo e ad altri governi europei tra i quali quello francese e quello tedesco, era fino a poco tempo prima fautore di una rapida fine dell’embargo.
    A questo punto, verrebbe da chiedersi quali siano i motivi di questo repentino cambiamento di rotta.
    Trattandosi di Cina, ormai unanimemente potenza riconosciuta, sia l’eliminazione dell’embargo così come il suo mantenimento possono portare effetti negativi, influendo sugli equilibri geopolitici ed economici, in Europa come in Asia e nel Pacifico.
    Anche in quest’ottica è da considerare il recente comportamento del governo francese che, dopo aver rassicurato il governo del Giappone riguardo al mantenimento dell’embargo, ha similmente rassicurato il presidente della Repubblica Popolare Cinese Hu Jintao sulla prossima eliminazione del blocco commerciale di materiale bellico europeo verso il grande Stato asiatico.
    È comunque necessario, per un’accurata analisi della situazione ed un ponderato giudizio riguardo alle recenti (e future) decisioni europee, conoscere non solo i termini tecnici e specifici dell’embargo in se stesso (che non è comunque vincolante in modo giuridicamente ferreo nei confronti degli Stati membri), bensì anche tutta una serie di problematiche connesse alla questione.

    Innanzi tutto, è da considerare il rapporto esistente tra l’Unione Europea e la Cina (e parimenti tra la Cina ed ogni singolo Stato Membro). È infatti da tenere bene in considerazione il grado di dipendenza commerciale tra i due soggetti: secondo un rapporto del CSIS, il Centro Studi Strategici Internazionali degli Stati Uniti, presentato al Senato americano il 16 marzo, nel 2004 l’Unione Europea è stata il più importante partner commerciale della Cina, e a sua volta la Cina è stata il secondo partner commerciale dell’Unione Europea dopo gli Stati Uniti.
    Di non poco conto, inoltre, sono le relazioni politiche tra il Governo cinese e l’Unione Europea: dalla metà degli anni ’90 si sono tenuti sette summit sino-europei (nell’ultimo dei quali, l’8 dicembre 2004, si è proprio parlato della possibilità di porre fine all’embargo), a riprova della sempre più solida relazione tra i due protagonisti.
    Chiaramente il principale motore di queste relazioni è l’economia: se da un lato (quello europeo) c’è bisogno di un mercato dove poter dare sfogo alla produzione, dall’altro (quello cinese) c’è bisogno di un punto di riferimento dal quale assorbire conoscenze e tecnologie necessarie ad uno sviluppo economico adatto alla situazione del mondo di oggi; la combinazione di questi due fattori ha creato così un sottile equilibrio.
    Attualmente però, tale equilibrio pare sia venuto a mancare, spostando la lancetta della bilancia verso Pechino per differenti ma fondamentali ragioni.
    Prima fra tutte, il deciso ingresso della Cina nel mercato mondiale tramite il WTO, che sta già creando scompensi (soprattutto in Europa) nel settore tessile dopo il decadimento dell’accordo multifibre il 31 dicembre 2004, e che promette altrettanti problemi in altri settori.
    Parallelamente a ciò, a fronte di una crescita economica cinese che da una decina di anni si aggira sul 7% (con picchi del 9%) e che è passata indenne attraverso la crisi asiatica del 1997, si verifica in Europa una crescita media del 2%, bloccata tra le altre cose dal clima di insicurezza scaturito dai fatti dell’11 settembre e frenata dalle economie “in panne” di tre paesi maggiori, Italia, Germania e Francia.
    L’opportunità di risollevare le sorti europee è così identificata nel mercato cinese, forte di 1,3 miliardi di persone (e potenziali consumatori) e affamato di “conoscenza occidentale”. Da questa posizione, quindi, la Cina ha più facilità nel richiedere una revisione dell’embargo a proprio vantaggio.

    Le pressioni americane
    “Grazie a tutti voi! (ma perchè diavolo volete vendere armi alla Cina?)”.
    Questo è stato il titolo provocatorio dell’Economist della prima settimana di marzo, riferendosi alla visita di George W. Bush a Bruxelles innanzi tutto per ringraziare del contributo europeo alla guerra in Iraq nonostante le divisioni che la guerra stessa ha creato all’interno del Vecchio Continente e, in seconda battuta, per cercare di dissuadere la stessa Europa dal revocare l’embargo alla Cina.
    Autoproclamatisi (e da molti riconosciuti) a capo delle forze schierate a difesa della sicurezza internazionale, è naturale che gli Stati Uniti vedano come una minaccia, ed ancora più come lo scricchiolio di un alleanza decennale, la vendita di armi ad un Paese potenzialmente “nemico” da parte di Paesi storicamente (eccetto qualche episodica defezione) “amici”.
    Il motto “la Cina è vicina”, che negli anni ’60 eccheggiava tra i popoli e le classi dirigenti occidentali, possiede ancora più valore oggi che questo Paese ha deciso di aprirsi al mondo e al mercato e che vuole abbandonare in modo sempre più convinto l’ideologia comunista per lasciar spazio ad una visione più pragmatica del socialismo e del capitalismo di stato.
    Ed è ovvio che un Paese di così grandi dimensioni, solidamente organizzato sebbene in modo poco ortodosso secondo i canoni democratici occidentali e nonostante una dissidenza comunque presente e crescente all’interno (e all’esterno) dei propri confini, possa preoccupare l’attuale indiscussa potenza americana.
    Anche il sottosegretario di Stato americano Robert Zoellick, in una sua recente visita a Bruxelles, non ha nascosto preoccupazioni in vista della probabile manovra europea, auspicando non il rinvio della fine dell’embargo, bensì il mantenimento dello stesso embargo sine die. In gioco ci sono gli stessi interessi transatlantici, già minacciati dallo spostamento del baricentro mondiale dall’Oceano Atlantico a quello Pacifico. Gli Stati Uniti non negano l’importanza degli obiettivi economico-commerciali che investono la società europea, ma aggiungono che ancora più importanti sono gli interessi (questa volta planetari) che concernono la sicurezza mondiale, che è quindi anche sicurezza americana.
    Nelle parole di Zoellick, riportate dal Sole 24 ore, è possibile leggere facilmente la situazione dei rapporti tra Stati Uniti e Cina, non essendo nascosta l’ipotesi di un possibile scontro futuro con il gigante asiatico, o comunque contro un avversario che utilizzi armi di produzione europea.
    In questi ultimi anni, gli interessi americani e cinesi sono sempre più interconnessi e spesso sovrapposti, spaziando dall’economia, all’influenza politica nel continente asiatico e nel Pacifico fino all’approvvigionamento energetico.
    Quest’ultimo fattore è quello che al momento pare essere il problema principale dell’amministrazione USA e non solo: assicurarsi forniture di petrolio e di gas risulterà sempre più difficile dal momento che la Cina (e l’India, altro grande Paese in espansione e bisognoso di energia) ha iniziato la sua corsa all’oro nero in giro per il mondo, comprando petrolio in America del Sud e puntando gli occhi in Medio Oriente e in Africa (e in particolare in Sudan, che con il complicato problema del Darfur riserverà sicuramente importanti sviluppi sugli equilibri internazionali). L’attuale aumento del prezzo del petrolio, toccando punte di quasi 60 dollari al barile rende il quadro poco sereno, e se si aggiungono le recenti stime di Goldman Sachs, che ha previsto addirittura un prezzo raddoppiato nel futuro prossimo, gli scenari che si profilano potrebbero essere tutt’altro che rassicuranti.
    È naturale che per gli Stati Uniti, contendersi le risorse energetiche con un avversario come la Cina in futuro potrebbe essere molto più arduo rispetto a quanto successo negli ultimi anni con le due guerre irachene, soprattutto se la Repubblica Popolare avesse dalla sua parte la fornitura di armi e tecnologie degli Stati Membri dell’Unione Europea.

    La paura di Taiwan
    Il 14 marzo, l’Assemblea Nazionale del Popolo cinese ha varato la “legge anti-secessione” verso Taiwan. In pratica, se l’isola al largo delle coste del Fujian dovesse proclamare l’indipendenza e non più chiedere una semplice autonomia (che comunque non le viene formalmente accordata dal momento che Formosa, secondo la Repubblica Popolare Cinese, fa parte insieme alle isole Pescadores di una provincia “ribelle”), l’esercito cinese si ritiene autorizzato ad intervenire militarmente per sedare le eventuali istanze secessioniste.
    In termini prettamente giuridici, sempre che non si ledano i diritti umani, all’interno dei propri confini vige la piena sovranità dello Stato e il diritto internazionale prevede la clausola della non ingerenza, anche se numerose volte nella storia recente si sono verificate “secessioni” più o meno legittime e più o meno violente (dal Pakistan, al Bangladesh, fino agli ancora vivi conflitti in Cecenia, Sri Lanka ed in altre parti del pianeta), spesso coadiuvate da interventi esterni.
    A differenza di questi altri conflitti però, l’evoluzione storica che coinvolge Taiwan e la Repubblica Popolare Cinese rende (o può rendere) la diatriba sull’isola un fatto di rilevanza internazionale. Sebbene la quasi totalità degli Stati riconoscano formalmente Taiwan come territorio della Cina continentale (in Europa è la sola Città del Vaticano a riconoscere la supremazia giuridica di Taipei su Pechino), viene comunque attribuita all’isola un’indipendenza o un’autonomia de facto.
    La legge varata dall’Assemblea Nazionale è quindi suonata in certi ambienti politici, soprattutto americani, come campanello d’allarme, e in certi casi come una vera e propria dichiarazione di guerra. Pochi giorni dopo la pubblicazione della legge, numerosi manifestanti di Taipei sono scesi in piazza con cartelloni per metà scritti con ideogrammi e per metà con l’espressione in caratteri latini “No Anschluss” (richiamando così l’attenzione internazionale e soprattutto la memoria storica europea e occidentale).
    Il desiderio di reimpossessarsi di Taiwan non è mai stato celato dagli ambienti ufficiali cinesi, ma questa formalizzazione ha reso pubblica perlomeno l’intenzione di usare la forza in caso di necessità. Tutto questo a pochi mesi dalla data prevista per la fine dell’embargo.
    Sicuramente anche tale decisione, comunicata nella conferenza stampa successiva alla riunione dell’Assemblea, ha influito sul dietro-front dei Paesi Europei, concedendo all’isola (e al pianeta) un possibile rinvio della presa di posizione cinese.
    Sebbene queste “paure” non siano del tutto infondate, è comunque da tenere in conto che anche la Cina è consapevole dei possibili rischi di un intervento militare rivolto contro Taiwan, i cui legami con gli Stati Uniti sono ancora molto stretti, anche se non sono più ufficiali. È molto probabile che la Cina sia desiderosa innanzitutto di assicurarsi la fedeltà delle provincie ribelli o presunte tali (come lo Xinjiang, abitato dalla minoranza Uigura, o il Tibet) per evitare di dover affrontare problemi interni nel pieno della sua corsa alla globalizzazione.

    Conclusioni
    Porre fine ad un embargo di armi non è cosa semplice, se il soggetto a cui era stato rivolto è un Paese che ha la possibilità di diventare una grande potenza militare oltre che economica e demografica, e che al suo interno mostra di avere poca considerazione dei diritti umani. D’altra parte anche mantenere l’embargo non è facile, soprattutto se la contropartita è identificabile in un miglioramento dell’economia europea, in seguito ad una più omogenea e concordata gestione dei flussi commerciali dalla Cina, (che stanno attualmente creando problemi ad un’Unione Europea in una già difficile situazione economica), e soprattutto se la più appetibile risorsa economica del pianeta è proprio la Cina. L’Europa, o meglio il concerto degli Stati Membri che la compongono con tutte le diatribe sulla gestione della politica estera comune, si trova in una difficile situazione, e deve riuscire a risolverla nel modo meno dannoso possibile; in primo luogo per se stessa, per la sua situazione economica e per la sicurezza del sistema internazionale.

    http://www.equilibri.net/asiaepac/cina2705.htm
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  5. #15
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    La Cina (come tanti altri paesi) meno armi ha meglio è. Ben venga quindi qualsiasi embargo. Taiwan libera!

  6. #16
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    In Origine Postato da capitanamerica7
    Un altro mito che gira su questi forum.....la Cina che diversifica in Euro!!!!!!!

    La Cina NON PUO DIVERSIFICARE
    poiche il mercato USA rappresenta il principale sbocco per le produzioni cinesi (anche se buona parte di quei prodotti sono di fatto americani).
    La Cina detiene oltre 300 miliardi di dollari di riserve, per cui se li convertisse
    in Euro perderebbe un sacco di soldi,
    visto che l'Euro vale piu del dollaro!!!!
    capitanamerica qua non si tratta di convertire le riserve valutarie che la cina ha già da dollari in euro, qua si parla soltanto delle riserve che la cina in futuro potrà accumulare: e se il progetto europeo riesce, le riserve che la cina in futuro accumulerà non saranno solo di dollari ma anche di euro.--e qui però ci vuole una decisione della cina visto che fino ad ora l'unica moneta che la cina autorizza ad accumulare è il dollaro...e oggigiorno non è previsto l'euro....
    Nè DAVANTI Nè DI DIETRO, MA DI LATO

  7. #17
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    In Origine Postato da fabbio2
    La Cina (come tanti altri paesi) meno armi ha meglio è. Ben venga quindi qualsiasi embargo. Taiwan libera!
    Precisa...."Taiwan fascista libera"

    perchè quella è l'origine dello stato taiwanese...
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  8. #18
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    La Cina non avrà le armi europee
    La revoca dell’embargo, prevista per giugno, è ormai slittata. I motivi? Le pressioni di Washington, la posizione britannica, l’isolamento di Gerhard Schroeder all’interno del suo partito


    La Cina non potrà ancora acquistare armi dall’Europa, se ne riparlerà il prossimo anno. La pressione degli americani, manifestata da Bush durante la sua recente visita in Europa, è stata forte e il Vecchio Continente, inizialmente orientato al ripristino degli affari commerciali in campo bellico con la Cina, ha fatto un passo indietro. Per ora Pechino dovrà rivolgersi ad altri fornitori.

    L’Unione europea avrebbe dovuto rimuovere l’embargo alla vendita di armi nei confronti della Cina. Il provvedimento era stato preso nel 1989, dopo la repressione del movimento studentesco, culminata nei massacri di piazza Tienanmen. La protesta dei giovani cinesi – ribattezzata la «primavera cinese» – aveva un carattere marcatamente internazionale, era infatti una conseguenza di quanto stava accadendo sul fronte europeo, dove le democrazie popolari dell’Est stavano afflosciandosi come castelli di carte, di fronte alla spinta popolare, che traeva la sua forza e la sua legittimazione dal crollo del muro di Berlino.

    Dalla repressione di Tienanmen, ordinata da Deng Xiaoping, sono passati sedici anni e la Cina ha registrato progressi, soprattutto in campo economico. Anche a livello di rispetto dei diritti umani sono stati riconosciuti all’Impero celeste, notevoli miglioramenti. Ciò non toglie che è la possibilità di sfruttare il boom cinese ad aver determinato la volontà dell’Unione europea di rimuovere l’embargo. A volerla dire tutta, infatti, la Cina è e resta un paese governato da un partito unico, dove pluralismo e tolleranza non hanno ancora trovato spazio.

    L’Europa guarda con favore alla rimozione dell’embargo, perché fare affari con la Cina, di questi tempi, conviene assai. Il tasso di crescita di Pechino sfiora il dieci per cento e incrementare il volume degli affari, significherebbe per l’Europa dare ossigeno a un’economia ingessata, che non cresce. Il mercato delle armi, inoltre, è una delle attività europee più redditizie. Basta guardare i dati diffusi dall’Archivio Disarmo, che certificano come nel 2004 la vendita di armi in Italia sia una delle attività più dinamiche e in crescita.

    La situazione è analoga per paesi come Inghilterra, Francia e Germania. Proprio Berlino e Parigi avevano guidato la cordata di Stati favorevole alla rimozione dell’embargo. I motivi sono noti: Francia e Germania attraversano un momento economico non favorevole, la disoccupazione è in forte crescita, le esportazioni in calo, la bilancia commerciale tende al negativo, rispetto alle performance degli anni Ottanta e Novanta. Lo sblocco al divieto di vendita delle armi alla Cina avrebbe avuto un effetto benefico per le economie francese e tedesca. La rimozione del divieto avrebbe sortito l’effetto di aprire nuovi fronti commerciali. L’embargo, infatti, è ritenuto per lo più una questione diplomatica, nonostante i notevoli profitti che le aziende europee trarrebbero dalla sua rimozione. In una recente intervista all’International Herald Tribune, Gernot Erler, consigliere diplomatico del cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, ha precisato: «La lotta di Schröder per togliere l’embargo ha un carattere principalmente diplomatico, tocca le relazioni commerciali. Il Cancelliere, infatti, è solito recarsi una volta all’anno in Cina, accompagnato da un trust di consiglieri economici». Il cancelliere tedesco, quindi, è uno degli alfieri della rimozione dell’embargo. Insieme a luisi è schierato con decisione il presidente francese Chirac. Anche su questo tema, dunque, si è creato un asse franco-tedesco.

    Tuttavia, se in Francia c’è un consenso esteso sulla necessità di normalizzare i rapporti con la Cina, in Germania, recentemente sono affiorati diversi problemi e la posizione di Shroeder è risultata indebolita. Sempre Gernot Erler ha spiegato che negli ultimi mesi i socialdemocratici hanno assunto le posizioni dei Verdi di Joschka Fisher, decisi a prorogare l’embargo. Schoeder, perà, va avanti per la sua strada. Una strada che potrebbe risultare perdente.

    Un altro problema, messo in luce da Judy Dempsey, in una brillante analisi pubblicata sull’Herald Tribune, riguarda il fatto che nessun paese europeo, allo stato attuale delle cose, se la sente di prendere la decisione di rimuovere l’embargo, durante il proprio semestre di presidenza. Non se l’è sentita il Lussemburgo, non se la sentirà la Gran Bretagna (che prenderà la presidenza a giugno), che marcia a braccetto con Washington e che all’America è legata a filo doppio dalla cosiddetta teoria della special relationship, in base alla quale Londra svolge in ruolo storico di cinghia di trasmissione tra le due sponde dell’Atlantico. L’eventuale rimozione dell’embargo durante la presidenza britannica avrebbe ricadute pericolose sull’asse anglo-americano. Se ne parlerà, quindi nel 2006.
    Matteo Tacconi 18/04/2005
    http://www.ilcassetto.it/notizia.php?tid=200


    Ricordiamo le date,

    TIEN AN MEN , 3 Giugno 1989

    crollo Muro di Berlino 7 NOVEMBRE 1989

    Pare proprio che l'embargo sia stata la condizione posta dagli americani per accettare la riunificazione tedesca e l'uscita dell'europa est dall'orbita sovietica...

    L'Europa non aveva alcun interesse a tale embargo, essendo stata la Cina causa importante di quel crollo e della sua liberazione, laCina, non i manifestanti di Tien an Men.....
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  9. #19
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: CINA: Embargo sulle armi

    In Origine Postato da thematrix
    ah si? e dimmene uno ad esempio..a mio parere le armi russe sono superiori a quelle europee in tuti i campi(
    BEH IN EFFETTI IL TUO E' UN PARERE AUTOREVOLE DATO KE SEI UNO KE LE SPARA MOLTO GROSSE!

  10. #20
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: CINA: Embargo sulle armi

    In Origine Postato da thematrix
    non esietono le armi europee, esistono le armi francesi tedesche
    AH ECCO ORA E' PIU' CHIARO,LA FABBRICA NON E' EUROPEA MA FRANCESE O TEDESCA,DI UNA CHIAREZZA UNICA CARO THEMATRIX,VISTO KE FACEVO BENE A FIDARMI DI TE

 

 
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