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Discussione: Camillo Langone

  1. #1
    Nemico del *****
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    Predefinito Camillo Langone

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  2. #2
    Nemico del *****
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    Predefinito Migranti

    Sparereste a uno stormo di rondini? di fenicotteri? di cicogne? No di sicuro, sparare ai migratori è degno di un bracconiere calabrese, l’anello di congiunzione tra l’uomo e lo sciacallo. E lo dico io che sono un partigiano della caccia. Come sempre è una questione di stile: il vir spara ai cinghiali, non ai pettirossi. Chiamare “migrante” uno straniero che entra in casa tua senza permesso, e che pure esige vitto e alloggio, significa equipararlo dissennatamente a un fragile volatile a rischio di estinzione, meritevole di cure spasmodiche.

    E’ la solita parolaccia ideologica che capovolge la realtà: in Italia a rischio di estinzione sono gli indigeni, non gli allogeni, la cui mamma è sempre incinta. Proprio nel sud dove quasi non esistono asili per i bambini le amministrazioni pubbliche devono fornire asilo a qualunque adulto si presenti, altrimenti l’Europa si arrabbia. Io che ho letto Aristotele capisco che la lettrice di Margaret Mazzantini consideri migrante una parola poetica, vagamente carducciana, parola sensibile e buona, parola Anni Zero, parola che merita applausi nei festival del cinema e della letteratura, oltre che parola capace di rilanciare i sindacati bisognosi di sangue fresco (il sindacato vescovi ovvero la Cei, il sindacato pensionati ovvero la Cgil). Io che ho letto Ignazio Silone capisco che la lettrice di Muriel Barbery consideri emigrante parola prosaica e inelegante, parola anni Cinquanta, parola da cafoni che i ricci se li mangiavano e da scrittori che non si portano più.

    Io sono figlio e nipote di emigranti, mio bisnonno Vincenzo D’Angelo è morto in America in un incidente sul lavoro, quanti cugini di mio padre hanno lasciato giovinezza e salute nelle miniere del Belgio e nelle fabbriche di Torino, io stesso ho conosciuto l’indicibile tristezza dell’emigrazione interna e ho dormito nei corridoi dei treni che salgono da Lecce, seduto sulla mia valigia. Mi ricordo che gli emigranti erano cristiani, quando il vagone cominciava a muoversi le donne si facevano il segno della croce, mentre i migranti sono spesso, non sempre ma spesso, maomettani (non trovo il nesso della lettera E con la vera religione eppure da qualche parte ci dev’essere, se lo trovo vi avviso). Gli emigranti portavano dal paese il capocollo e la soppressata, più piccanti della luganega e del salame di Varzi ma ugualmente a base di maiale. Nelle mense scolastiche non esisteva il problema dei menù differenziati e il presepe era la gioia di tutti i piccini. L’emigrante era accomodante, il migrante è invadente.

    Gli emigranti portavano braccia, i migranti portano una cultura. Un’altra cultura. Da cui la parola “multicultura”, ulteriore conato del neoturpiloquio contemporaneo. Che io sappia uno dei primi a dire “migrante” è stato Erri De Luca, autore che al posto della patria ha la punteggiatura, avanguardista dell’anomia che perciò viene citato da un gruppo Facebook dalla fronte particolarmente bassa: “MIGRANTI – ogni Essere Umano cammini libero su tutto il Pianeta”. Qui siamo nel cuore dell’ideologia parolacciara, utopia flatulente che ha trasformato gli stranieri clandestini nelle intoccabili vacche sacre di quelle piccole calcutte che sono diventate le città italiane. Io che ho letto Simone Weil capisco che il lettore di Walter Veltroni non possa arrivarci ma colui che dice “migrante” è come chi svuota il portacenere dell’automobile al semaforo: un incivile che considera il mondo res nullius. Chi dice “migrante” autorizza sei miliardi di persone a spostarsi ovunque in qualunque momento con qualunque mezzo, infischiandosene di quello che verrà inevitabilmente calpestato: culture locali, ambienti naturali, sistemi previdenziali…

    Sto parlando dei nuovi unni e quella congiura contro la verità che è la neolingua vorrebbe assimilarli agli usignoli di fiume. Che poi gli uccelli migratori vanno e vengono mentre i migranti, in spregio alla grammatica, vengono e restano. Non sono migranti, sono migrati. Li trovo davanti al supermercato e alla libreria, giovanotti petulanti che offrono libercoli africanisti per leggere i quali si dovrebbe pure pagare, e qualche anziana signora ci casca e sgancia. Si sono integrati in fretta questi abbronzati, sono diventati bamboccioni come i coetanei nativi e pensano che ai vecchi spetti il dovere di mantenerli. Io che ho letto san Bernardo di Chiaravalle capisco che al lettore del cardinale Martini piaccia la dromomania delle moltitudini ma non pretenda di pagare lo spettacolo coi miei soldi e col mio vocabolario. E’ settembre, se sono migranti è tempo che migrino
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  3. #3
    Nemico del *****
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    Predefinito ESCORT?

    Per il bene del meretricio, c’è una parola da eliminare
    Puttane, si chiamano puttane. La donna che vende il proprio corpo in una blasfema parodia dell’amore è una puttana, una baldracca, una bagascia, una mignotta, una zoccola, una troia. Poi si riveste e magari torna a essere una madre, una moglie, una studentessa, una commessa e a quel punto la chiamerò madre, moglie, studentessa, commessa: ma nel momento che prende soldi per aprire le labbra la chiamo puttana. Sono uno scrittore e voglio onorare il suo mestiere di putta cattiva, di ragazzaccia, di bad girl cantata da Donna Summer e poi Jamiroquai. La verità rende liberi e non chiamandola escort salvo il suo cliente e salvo lei. Entrambi devono sapere quello che fanno se non vogliono andare all’inferno senza nemmeno accorgersene: la neolingua è demoniaca (la neolingua delle parolacce che sto analizzando in questa serie di articoli) e ha come primo obiettivo quello di capovolgere la realtà, di confondere l’uomo fino a renderlo incapace di distinguere il bene dal male. E a quel punto sono cazzi, come dice Isaia 5,20.

    Escort è quasi una bella parola, significa scorta, e tutti abbiamo bisogno di protezione, di aiuto. “Prego che sia mia scorta” scrive Francesco Petrarca nella “Canzone alla Vergine” e perciò, di traduzione in traduzione, chi chiama escort una puttana chiamerà puttana la Madonna. Anche Michelangelo Buonarroti, sommo artefice e grande poeta i cui mal protesi nervi non lo facevano sentire gaio bensì, giustamente, disgraziatissimo, scrisse sovente di scorte e non alludeva a marchettari. Scorta, nel Rinascimento sì presuntoso ma ancora irraggiato dal luminoso Medio Evo, ricordava i cavalieri senza macchia e senza paura della Tavola Rotonda, Avalon e Camelot, un mondo favoloso basato sull’onore, la fedeltà, la giustizia. Dio mio, com’è possibile che una parola così nobile sia caduta così in basso? Com’è accaduto che sulla prima pagina di Repubblica sia trasformata in infamia e manganello? Per il bene del vivere civile bisogna risalire alle sorgenti del significato e separare le sorti delle parole in oggetto. Per il bene dello stesso Ezio Mauro che ha ridotto un giornale che si vuole autorevole e riflessivo a edizione contemporanea della “Tariffa de le puttane”, il catalogo pubblicato nel 1535 da Antonio Cavallino o da Lorenzo Venier (l’attribuzione è incerta siccome al tempo in cui esisteva la vergogna testi del genere uscivano anonimi). Il sottotitolo era “Ragionamento del forestiere e del gentil huomo: nel quale si dinota il prezzo e la qualità di tutte le cortigiane di Venezia, col nome delle ruffiane”.

    Un documento importante dal quale si ricava, fra l’altro, che la capitale del meretricio non era ancora Bari. Se Mauro non avesse la lingua opaca avrebbe potuto titolare “Tutte le puttane di Berlusconi”. Non esiste, che io sappia, un Arcitroie e nemmeno un Batton Pride, le donne di malaffare non hanno i medesimi strumenti di pressione degli omosessuali e Mauro non avrebbe ricevuto la caterva di insulti che ho ricevuto io dopo la prima puntata di Parolacce, da parte di ferocissimi froci nemici della lingua italiana e della libertà di espressione. Nessuno lo avrebbe chiamato “effemminato”, “frocio represso”, nessuno gli avrebbe augurato “tutto il peggio dalla vita”, nessuno lo avrebbe apostrofato come “fascistone schifoso” (ammesso che non fosse un complimento, magari era un estimatore di Sylvia Plath e del suo verso immortale “Ogni donna ama un fascista”). Nessuno, soprattutto, avrebbe denigrato i suoi mocassini Cole Haan (l’offesa che più mi ha ferito). Eppure quel titolo lì, “Tutte le puttane di Berlusconi”, in prima pagina non è uscito e non uscirà mai perché per dire puttana ci vogliono le prove e soprattutto ci vuole il gusto per la realtà. E per andare a puttane? Per andare a puttane basta pagare. Naturalmente, come sempre, conosco bene la materia di cui scrivo, un giornalista è il contrario di una verginella e figuriamoci chi ha un passato e forse un futuro nel giornalismo enogastronomico, il settore più unto che ci sia. Semplicemente richiamo la perenne efficacia dell’ottavo comandamento che imponendo di chiamare puttana la puttana aiuta a ricordare che sono altre le figure professionali da candidare alle elezioni. Quando il vocabolario funziona si può andare a puttane senza mandare a puttane la propria capacità di giudizio. Infine si può addirittura non andare a puttane, esistono piaceri quasi altrettanto sensuali che risparmiano la tristezza del post coitum: il Lambrusco Vecchia Modena, le biciclette Taurus, i libri Adelphi…
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  4. #4
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    Predefinito ateo? no, laico...

    Perché non usate "empio", "miscredente" o "irreligioso"?


    Ha il più bel seno del giornalismo italiano ma non conosce il significato della parola laico. Secondo lei è sinonimo di ateo. Scrive di qua, scrive di là, scrive sui maschili e sui femminili, sulle riviste e sui giornali, a volte perfino in prima pagina, senza sapere che laico è innanzitutto, trascrivo il De Mauro, “chi non appartiene al clero”. D’accordo, Tullio De Mauro è stato ministro in un governo Amato quindi viene spontaneo diffidare di lui e allora attingo direttamente dal testo base dell’istituzione entro la quale la parola è nata, il Catechismo della chiesa cattolica: “Col nome di laici si intendono tutti i fedeli a esclusione dei membri dell’ordine sacro”. Io sono laico: io porto la croce al collo, ho l’anello del rosario, vado a messa tutte le domeniche, spesso leggo l’Epistola dall’ambone, firmo l’otto per mille, non mangio carne il venerdì, il Mercoledì delle ceneri e il Venerdì santo digiuno a pane e acqua, ma non essendo un sacerdote sono laico. Non conto nulla, non faccio testo? Certo, meglio fare un altro esempio. San Francesco era laico: predicatore trascinante, stigmatizzato, fondatore dei frati minori, inventore del presepe, alter Christus, patrono d’Italia, ma non essendo sacerdote (non ha mai detto messa) era laico.

    La donna col più bel seno del giornalismo italiano lo ignora perché è laureata in Italia, masterizzata negli Usa e patentata dall’ordine dei giornalisti, inventato da Benito Mussolini per uniformare la stampa. La corporazione dei pennivendoli è un grande successo del fascismo, insieme alla bonifica pontina una delle poche realizzazioni sopravvissute al regime, al secolo e pure al millennio. Gli uomini dei media anche quando ostentano difformità sul piano delle idee sono perfettamente allineati sul piano della lingua, ben più decisivo, essendo le cose conseguenza delle parole. Quando bisogna dire ateo, come un sol uomo dicono “laico”. E pensare che, volendo variare, non mancherebbero i sinonimi: empio, miscredente, irreligioso, incredulo… Perfino i giornalisti cattolici tendono per quieto vivere a usare il termine nell’accezione comoda e scorretta, a volte circondandolo di virgolette sperando di salvarsi l’anima. Che invece è persa. “Chi accetta il lessico del nemico si arrende senza saperlo. Prima di diventare espliciti nelle proposizioni, i giudizi sono impliciti nei vocaboli” spiega Nicolás Gómez Dávila. I cuculi della chiesa cattolica, i parassiti del vocabolario cristiano, vanno buttati giù dal nido. Stefano Rodotà e Umberto Veronesi non devono più nutrirsi di parole religiose e poi rigurgitarle addosso agli amici di Gesù con senso rovesciato.

    Se arrossiscono a definirsi atei peggio per loro anzi no, meglio per loro: soltanto la verità salva. L’a privativa rende palese la condizione disgraziata del senza Dio che invece a sentirsi definire laico gode come un gatto quando gli gratti in mezzo alle orecchie. Pensa di essere un eroe del libero pensiero mentre sta indulgendo alla vanità dello scetticismo di massa. Gli manca qualcosa ed è convinto di essere di più. Qualche settimana fa, durante una delle mie periodiche crisi di purezza, ho sentito l’urgente bisogno di chiudere ogni rapporto con chiunque profani questa parola cristiana, semplice e neutra, degradandola a parolaccia ideologica, faziosa e tendenziosa. Fatti i conti mi sono risolto a più miti consigli, essendomi accorto che avrei perso la maggioranza degli interlocutori: non solo chi ha il più bel seno del giornalismo italiano ma anche chi ce l’ha un po’ meno bello, e perfino chi non ce l’ha affatto, né bello né brutto, scrocca “laico” a duemila anni di cristianesimo per farne abuso nelle redazioni.

    Pertanto ho ripiegato sulla cacciata dalle rubriche di tutte le persone che non soltanto usano l’accezione falsa ma che nemmeno conoscono l’accezione vera. La donna col seno più bello del giornalismo italiano è una di queste. L’ho messa alla prova, le ho detto di essere laico ed è diventata paonazza: “Ma come, lo sanno tutti che sei cattolico!”. Ciuccia e presuntuosa, come si dice nel vecchio regno di Napoli (antichissima espressione mai stata così attuale). Lei è un esemplare emblematico di donna moderna, perfettamente impermeabile alla conoscenza. E atea, ovvio. Forse con quel seno può dire ciò che vuole ma il problema è che non si limita a dirlo, lo scrive pure. E’ un’infaticabile spacciatrice d’ignoranza e menzogna, una specialista dell’articolo finito ancor prima di aver cominciato a pensare. Non riconoscendo alcuna verità oltre ai propri organi ghiandolari, alla prima smagliatura comincerà a dubitare di se stessa. Ma non del proprio lessico: come può pentirsi chi nemmeno sospetta la sua colpa? Continuerà a scrivere laico a vanvera fino alla fine dei suoi capezzoli.
    Difendi, Conserva, Prega

  5. #5
    Nemico del *****
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    Predefinito Gay

    Ci sono parole che una persona elegante non pronuncia mai. Gay, per esempio

    I neoturpiloqui involgariscono la lingua italiana

    Ci sono parole che una persona elegante non pronuncia mai. Non mi riferisco al turpiloquio tradizionale: io continuo a non rassegnarmi all’idea che una donna possa dire “scopare” o “cazzo” come se niente fosse ma so che comunque il mondo non cascherà, che il problema rimarrà circoscritto perché quelle parole diminuiscono soltanto lei. Invece il neoturpiloquio oltre che involgarire il singolo parlante diminuisce l’intera società che lo accetta e anzi vi indulge, minando la capacità di ragionamento di milioni di uomini. La prima delle nuove parolacce è talmente infettiva che non mi basta usare, a mo’ di guanti o di pinze, le tradizionali virgolette. Chiaramente sto riferendomi alla parola di tre lettere che comincia con G e finisce per Y. Se la vedrà chi in redazione dovrà titolare l’articolo, io non la pronuncio di sicuro, io indosso giacche Boglioli e pantaloni Incotex, ho uno stile da difendere.

    Quella parola lì è quattro volte insoffribile: 1) è una parola inglese-americana; 2) è una parola rubata al neolatino; 3) è una parola che non si legge come si scrive; 4) è una parola che impone un giudizio. La prima colpa può sembrare lieve ma fateci caso: da quant’è che a Parma, se siete di Parma, non sentite la parola “culano”? e se siete di Bologna, la parola “busone” da quanto tempo non risuona melodiosa nelle vostre orecchie? Io in via del Pratello non l’ho mai sentita, gli studenti fuorisede sono i più conformisti, l’ultima ridotta potrebbe essere l’osteria Da Vito, se Guccini ci capita ancora. L’inglese internazionale applicato alla tecnologia e ai suoi recenti ritrovati è meno nocivo, denominando oggetti nuovi non uccide parole esistenti, quando invece si accanisce su cose antiche come il mondo (tipo la sodomia) ecco che taglia le lingue, falcia interi vocabolari. La parola cattiva scaccia quella buona e negli ultimi anni molti meravigliosi sinonimi si sono estinti e molti altri sono serissimamente minacciati, alla stregua del rinoceronte di Giava. Il movimento per i diritti di coloro che cominciano per G e finiscono per Y (scusatemi se non sono più esplicito, io vesto camicie Borrelli e maglie Zanone, non vorrei dover portare tutto in lavanderia) ci impone il dovere di parlare la sua lingua. Altro che difesa dei dialetti, qui è già molto se riusciamo a difendere l’italiano e la sua ricchezza espressiva. Infatti la proposta di legge della lesbica professionista Paola Concia, la cosiddetta legge contro l’omofobia, aggredisce finanche l’italiano regionale di “finocchio” e “culattone” e l’italiano-italiano di “invertito” e “pederasta”: ogni vocabolo tradizionale sarà querelabile e i magistrati diventeranno i nuovi cruscanti, l’italica favella cadrà nelle loro mani.

    Colpa numero due: quella parola assassina è una parola ladra che ha saccheggiato il provenzale, una delle lingue più poetiche del pianeta, già massacrata dal centralismo francese. Lo sanno bene i piemontesi e i liguri che di cognome fanno Gay e i cui capostipiti erano allegri, non culi, e che oggi si ritrovano forse dileggiati e di sicuro storpiati foneticamente per colpa dell’omosessualismo giunto da Oltreoceano. Vista la gravità della colpa numero tre vorrei che il turpiloquente si buttasse in acqua con l’evangelica macina al collo: la parola di tre lettere che comincia per G e finisce per Y provoca dislessia, specie nei più piccoli. Perché la mancata corrispondenza tra grafema e fonema, problema tipico dell’inglese, colpisce la neurobiologia del bambino italiano, a cui il latte materno suggerisce di pronunciare A la lettera A. Ci sono studi medici in proposito ma gli omosessualisti non se ne curano: chi più egoista di loro?

    Colpa numero quattro: la parola di tre lettere che comincia per G e finisce per Y impone alla società un giudizio positivo su chi imposta la propria vita sui rapporti omosessuali. E’ una parola pubblicitaria e se lo sterminio dei sinonimi non verrà fermato presto non ce ne saranno altre. L’uomo orgoglioso di andare con gli uomini è gaio quindi felice, è uno che ride, che balla e si diverte e non avendo figli da mantenere può permettersi più viaggi, più vacanze, più ristoranti, più mostre, più cinema, più concerti. Uno che si gode la vita: questo è il significato nemmeno tanto subliminale della parolaccia in questione. E se invece io giudicassi costui un povero sfigato, in senso stretto e lato, una cicala che non canterà a lungo, un patrimonio genetico finito in un vicolo cieco, un segno di ripugnante decadenza? Vincesse Paola Concia dovrei usare un mucchio di frasi contorte mentre invece qui mi basta dire “frocio”: una parola, questa sì, all’altezza dei miei mocassini Cole Haan.
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  6. #6
    a.k.a. tolomeo
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    Predefinito Rif: Camillo Langone

    Avati: «Dio mi ha salvato dai salotti»

    In Italia per essere considerati registi cattolici bisogna farsi presentare da Umberto Galimberti, firmare appelli con Margherita Hack, partecipare a conferenze con Massimo Cacciari. Ma questo ancora non basta: bisogna girare film in cui si ripudia il Vangelo, si attaccano i preti e si mettono in bocca a un simil-Cristo le parole di un circa-Rousseau, negando l’esistenza del peccato originale e invitando gli uomini a salvarsi da soli, con i propri mezzi, perché la Chiesa non si deve impicciare e anche Dio è meglio che se ne stia alla larga. Bisogna quindi essere autori di Centochiodi e chiamarsi Ermanno Olmi. Se invece si va a messa tutti i giorni e non ci si affretta a smentire una religiosità papista, se non addirittura ratzingeriana, non si viene considerati registi cattolici bensì, orrore, registi di destra, e perciò meritevoli di essere tagliati fuori dal giro dei premi, delle sovvenzioni e dei convegni. In quest’ultimo caso ci si chiama ovviamente Pupi Avati. Per un lettore del Vangelo non ci sono motivi di sorpresa, è stato lo stesso Gesù a porre sull’avviso i suoi discepoli: «E sarete odiati da tutti a causa del mio nome». Meno male che il regista bolognese ha saputo fare di necessità virtù, fondando col fratello Antonio una società di produzione grazie alla quale, rischiando soldi propri e non del contribuente, gira quattro film nello stesso tempo in cui Nanni Moretti scrive mezza sceneggiatura. Eppure la questione va toccata.
    Non ha mai pensato di mimetizzare la sua appartenenza religiosa, possibile causa di ostacoli?
    «Al contrario. Io certi problemi me li sono andati a cercare, ho capito che l’isolamento mi era necessario per difendere la mia identità. Quando sono arrivato a Roma, nei primi anni Settanta, cominciai a frequentare il salotto di Laura Betti: c’erano Moravia, Pasolini, Bernardo Bertolucci... Era un contesto affascinante e rischiavo di venire assorbito».
    Di venire omologato, per usare un’espressione proprio di Pasolini.
    «Sì, omologato, adeguato. Ma per fortuna me ne accorsi in tempo. Uscii da quel mondo dichiarando, un paio di sere di seguito, di essere cattolico praticante e di votare Democrazia cristiana. Lo feci apposta, in modo provocatorio, ero consapevole delle conseguenze».
    C’era il rischio della disoccupazione.
    «Ero già disoccupato da quattro anni. Ma per fortuna, sempre grazie a Laura Betti, che era una specie di crocerossina e mi aiutò a trovare il produttore, realizzai il mio primo successo, La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone. Protagonista Ugo Tognazzi».
    Il titolo fa venire in mente le commedie scollacciate degli anni Settanta, come Quel gran pezzo dell’Ubalda. Ovviamente l’argomento era diverso, ma è anche vero che i suoi film non sono mai immediatamente riconoscibili come film religiosi.
    «Sì, io non faccio film espliciti, biblici, come la Lux di Bernabei, eppure il mio eroe è il povero di spirito così come viene definito da Cristo nelle Beatitudini. Nick Novecento, uno che non fingeva di essere un ingenuo ma che ingenuo lo era davvero, ha incarnato perfettamente questo modello. Nei miei film racconto la vita del perdente, dell’essere umano che vorrebbe essere felice ma non ce la fa, e che per questo merita la massima attenzione».
    Va a messa abitualmente?
    «Vado a messa tutte le sere nella nostra parrocchia di San Giacomo, in via del Corso, qui a Roma, e occupo la stessa panca che occupava mia madre».
    Quindi la fede è una questione di famiglia.
    «Ho avuto un’educazione profondamente religiosa, entrambi i miei genitori erano cattolici praticanti. Ma un tempo non andavo a messa così di frequente. Quando è morta mia madre ho pensato fosse giusto prendere il suo posto».
    Raccogliere il testimone.
    «Sì, perché mettere in pratica tutto il Vangelo è impossibile, va oltre l’umano, il Vangelo indica una direzione ma non un traguardo accessibile in vita, mentre invece è possibile seguire puntualmente i riti. C’è solo un momento che mi mette in crisi, quello dell’omelia, purtroppo ci sono tanti sacerdoti senza talento e senza vocazione».
    Se i preti sono quello che sono per fortuna c’è il Papa.
    «All’inizio temevo che il confronto con Giovanni Paolo II fosse insostenibile, ma poi Benedetto XVI mi ha convinto con le sue dichiarazioni contro il relativismo, che è il problema numero uno della cultura occidentale e il tema che più mi angustia. Io vivo circondato da persone che si sono costruite una fede prêt-à-porter e da non credenti che mi guardano con una insopportabile espressione di compatimento. È la supponenza che tutta una cultura di sinistra ha sviluppato nei riguardi di una cultura che di sinistra non ha mai voluto essere».
    L’ambiente del cinema non si è mai segnalato per devozione.
    «La cartina al tornasole sono i funerali della gente di spettacolo alla chiesa degli artisti in Piazza del Popolo. Ci sono tante persone che partecipano e non partecipano, sembrano voler essere da un’altra parte e al momento del Padre Nostro non muovono un labbro».
    Però mi risulta che nonostante tutto qualche altro regista cattolico ci sia: Giulio Base, Alessandro D’Alatri, Enrico Vanzina... E in passato abbiamo avuto il grande Fellini.
    «Anche Fellini entrava in chiesa con qualche imbarazzo. Me lo ricordo bene perché lo incontravo a San Giacomo quando andava a prendere Giulietta Masina, che era amica di mia madre e come lei praticante assidua».
    Ai tuoi figli hai trasmesso la religione così come tua madre ha fatto con te?
    «I miei tre figli seguono ancora oggi, magari senza saperlo, non gli insegnamenti miei ma quelli dei miei genitori, perché io ho trasmesso a loro esattamente quello che a mia volta avevo ricevuto. Valori inalterati, applicabili all’oggi senza nessun disagio perché, al di là delle apparenze, nella sostanza nulla è mai mutato».
    Il cuore dell’uomo resta sempre quello, facile preda del peccato. I cineasti in particolare godono di cattiva fama, il regista ce lo immaginiamo come un erotomane che colleziona attrici.
    «È uno stereotipo. Io che prima di fare cinema sono stato per quattro anni direttore della Findus per l’Emilia-Romagna e le Marche posso dire che l’ambiente impiegatizio, tra uffici e segretarie, è molto più sensibile alla questione. L’ho raccontato in un film che si intitolava appunto Impiegati. Un regista invece è tutto preso dal suo lavoro, spesso l’appagamento lo trova lì. Io per esempio faccio cinema 18 ore al giorno e non ho il tempo né la voglia di frequentare le attrici fuori dal set. A dire la verità non frequento nessuno dell’ambiente, neanche attori o registi».
    Bella forza, sono loro che non la vogliono.
    «È vero, né io né mio fratello veniamo mai invitati alle iniziative di settore, questo da un lato ci inorgoglisce dall’altro porta a farci una domanda: che cosa abbiamo fatto di male?».
    Il male, appunto: anche il Pupi Avati tutto lavoro e famiglia un vizio ce l’avrà.
    «L’invidia. Io non riesco a non invidiare, se un collega fa un film di grande successo io come cristiano dovrei essere contento per lui...».
    E invece?
    «E invece la cosa mi fa molto incazzare».

    Camillo Langone
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

  7. #7
    Final Yuga ◒ ◐ ◑ ◓
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    Predefinito Rif: Camillo Langone

    «Puoi togliere il selvaggio dalla foresta, ma non puoi togliere la foresta dal selvaggio.»
    Paolo Sizzi

  8. #8
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    Predefinito preghiera quotidiana

    8 Novembre 2009

    Europei pallidi, flebili lettori, andate e affollate la mostra sui Santi Patroni d´Europa (Roma, Palazzo Venezia, da oggi fino al 10 gennaio). Nei quadri dei grandi maestri e dei sorprendenti minori vedrete croci di ogni misura e foggia raffigurate sulle corazze e sugli altari, sui paramenti e sulle bandiere, e insieme alle croci vedrete lame non meno evangeliche ("Chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una", Luca 22, 36), e quindi vedrete aste, vedrete lance, vedrete durlindane, nelle mani di Sant´Olav di Norvegia vedrete perfino un´ascia. Vedrete legioni di santi combattere draghi, mostri, diavoli, pagani e maomettani, vedrete pale più attuali di un telegiornale. Stanchi europei, lettori esausti, chiedete protezione a Benedetto e a Brigida, a Cirillo e a Metodio, a Francesco e a Caterina, ne avete bisogno, poi però assumetevi la responsabilità di imitare Boris e Gleb, santi molto completi: nell´icona stringono la croce nella destra e la spada nella sinistra. Su fondo oro.
    Difendi, Conserva, Prega

  9. #9
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    Predefinito Rif: Camillo Langone

    29 agosto 2008
    Stupidino a chi? Massimo Cacciari ha definito stupidino il custode di Ca' Rezzonico che ha fermato una maomettana interamente velata in nome del regolamento, del buon senso e dei putti a culo nudo del Tiepolo, quindi ha proposto di intitolare ponti e piazzali di Venezia a cadaveri eccellenti. Se c'è qualcosa di frizzante e di vitale in quella città marcia e morta è la toponomastica pre-Cacciari: Ponte del Vin, Calle Malvasia, Corte del Fumo, Calle delle Canne, Calle Minestra, Corte Lardona, Fondamenta delle Zitelle, Calle delle Oche, Rio terrà delle Carampane, Rio degli Zecchini, fino al favoloso Ponte delle Tette, nome che nessun filosofo avrebbe mai potuto concepire. Stupidino a chi?

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    di Camillo Langone

  10. #10
    de-elmettizzato.
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    Predefinito Rif: Camillo Langone

    Citazione Originariamente Scritto da amerigodumini Visualizza Messaggio
    29 agosto 2008
    Stupidino a chi? Massimo Cacciari ha definito stupidino il custode di Ca' Rezzonico che ha fermato una maomettana interamente velata in nome del regolamento, del buon senso e dei putti a culo nudo del Tiepolo, quindi ha proposto di intitolare ponti e piazzali di Venezia a cadaveri eccellenti. Se c'è qualcosa di frizzante e di vitale in quella città marcia e morta è la toponomastica pre-Cacciari: Ponte del Vin, Calle Malvasia, Corte del Fumo, Calle delle Canne, Calle Minestra, Corte Lardona, Fondamenta delle Zitelle, Calle delle Oche, Rio terrà delle Carampane, Rio degli Zecchini, fino al favoloso Ponte delle Tette, nome che nessun filosofo avrebbe mai potuto concepire. Stupidino a chi?

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    di Camillo Langone
    Vogliamo mettere con la "Calle dei bari" ed il "Ponte dei pugni" , ed il "Rio terà degli assassini" ? Nazidecadenza pura.
    Preferisco di no.

 

 
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