......pur non seguendo i reality al netto di X factor (qualche volta) debbo dire che sto' ragazzo sembra meritare, magari fosse di esempio.Non lascerà il lavoro, ma investirà i 300 mila euro del montepremi in una ca*sa e negli studi universitari. «Le luci dei riflettori si spengo*no velocemente. Torno alle mie origini, non ho nessuna ca*pacità per lavorare nel mondo dello spettacolo. Anche se uno dei miei sogni era di fare l’atto*re, ma bisogna studiare. Alme*no un film lo voglio girare, pe*rò più in là. Ora ho altri piani: voglio il diploma dell’istituto al*berghiero, poi mi iscriverò al*l’università. Psicologia o medi*cina: la mente umana mi affa*scina, ma quando in Montene*gro c’era la guerra, capivo quan*to sarebbe stato importante fa*re qualcosa di utile». La guerra ritorna nelle paro*le di Ferdi: «I miei genitori han*no concepito me e mia sorella mentre si combatteva. Avevano 16 anni, litigavano, si tradivano. Stavo con la nonna che mi ha insegnato a cucinare». Abban*donato dalla madre, con il papà intraprende il «viaggio della speranza» verso l’Italia. «Mi fa male rivedere i barconi dove le persone vivono ammassate. Bi*sogna trovare una soluzione. Io paura non ne avevo: l’Italia rap*presentava i soldi, una vita mi*gliore. E, invece...». Invece, Fer*di ha scoperto una realtà duris*sima: il padre lo ha costretto a rubare e a partecipare a com*battimenti fra minorenni. Se*parato dal genitore è cresciu*to in un istituto. «Non lo sen*to dal ’98, forse ci sarà una riappacificazione. Mia madre l’ho rivista durante il reality, in un video, mi è sembrato di morire. Si era fatta sentire sol*tanto anni fa, per telefono: mi chiese i soldi per le sigarette. Nel mio cuore non c’è più rab*bia, ma sono cresciuto dall’al*tra parte della barricata. Ci vo*glio restare». Vorrebbe soltan*to rivedere la sorella, che vive in Germania. «Però non posso andare all’estero. Non sono ita*liano e nemmeno montenegri*no perché i miei documenti so*no andati persi durante la guer*ra ». Qualche episodio di razzi*smo lo ha subito da bambino. «Sarei felice se la mia vittoria facesse superare i pregiudi*zi. Però essere un simbolo può diventare un’arma a doppio taglio. I rom non sempre si impegnano per dimostrarsi migliori. È una cultura strana, anche se non bisogna fare di tut*ta l’erba un fascio. Am*metto che un po’ di diffi*denza l’ho avuta pure io. Faccio volontariato nei cam*pi nomadi e, parcheggiando l’auto, ho pensato: sta’ a vedere che me la rubano».




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