Il pessimismo - Dolore, piacere e noia.
Affermare che l'essere è la manifestazione di una Volontà infinita equivale a dire, secondo Schopenhauer, che la vita è dolore per essenza. Infatti volere significa desiderare, e desiderare significa trovarsi in uno stato di tensione, per la mancanza di qualcosa che non si ha e si vorrebbe avere. Il desiderio risulta quindi, per definizione, assenza, vuoto, indigenza: ossia dolore. E poiché nell'uomo, la Volontà è più cosciente, e quindi più «affamata», egli risulta il più bisognoso e mancante degli esseri, e destinato a non trovare mai un «appagamento» verace e definitivo: «Ogni volere scaturisce da bisogno, ossia da mancanza, ossia da sofferenza. A questa da fine l'appagamento; tuttavia per un desiderio che venga appagato, ne rimangono almeno dieci insoddisfatti; inoltre la brama dura a lungo, le esigenze vanno all'infinito; l'appagamento è breve e misurato con mano avara. Anzi, la stessa soddisfazione finale è solo apparente: il desiderio
appagato da tosto luogo a un desiderio nuovo: quello è un errore riconosciuto, questo un errore non conosciuto ancora. Nessun oggetto del volere, una volta conseguito, può dare appagamento durevole... bensì rassomiglia soltanto all'elemosina, la quale gettata al mendico prolunga oggi la sua vita per continuare domani il suo tormento » {ivi. I, 38).
Per di più, ciò che gli uomini chiamano godimento (fisico) e gioia (psichica) è nient'altro, come avevano già sostenuto Pietro Verri e Giacomo Leopardi (1), che una cessazione di dolore, ossia lo scarico da uno stato preesistente di tensione, che ne rappresenta la condizione indispensabile. Infatti, argomenta
Schopenhauer, perché ci sia piacere bisogna per forza che vi sia uno stato precedente di tensione o di dolore (ad esempio il godimento del bere presuppone la sofferenza della sete). La stessa cosa non vale tuttavia per il dolore, che non può affatto essere ridotto, con un puro gioco dialettico di parole, a
cessazione di piacere, poiché un individuo può sperimentare una catena di dolori, senza che questi siano preceduti da altrettanti piaceri, mentre ogni piacere nasce solo come cessazione di una qualche preesistente tensione fisica o psichica. Detto negli incisivi termini figurati di una battuta (poco nota) dei
Parerga e paralipomena: «Non v'è rosa senza spine, ma vi sono parecchie spine senza rose!» (II, 385).
Di conseguenza, mentre il dolore, identificandosi con il desiderio, che è la struttura stessa della vita, è un dato primario e permanente, il piacere è solo una funzione derivata del dolore, che vive unicamente a spese di esso. Tant'è che il piacere riesce a vincere il dolore solo a patto di annullare se stesso. Infatti, non appena vien meno lo stato di tensione del desiderio, cessa anche il godimento:
«Che ogni felicità sia di natura negativa soltanto, e non positiva... ne abbiamo una prova anche in quello specchio fedele dell'essenza del mondo e della vita che è l'arte, soprattutto nella poesia. Ogni poesia epica o drammatica può in ogni caso rappresentare soltanto uno sforzo, un'aspirazione attiva, una lotta per la conquista della felicità, e non mai la felicità stessa durevole e compiuta.
Essa conduce il suo eroe attraverso mille difficoltà e pericoli sino alla mèta: non appena questa è raggiunta, subito lascia cadere il sipario. Null'altro, infatti, le resterebbe, se non mostrare che la luminosa mèta, nella quale l'eroe sognava di trovare la felicità, ha beffato anche lui, di modo che, quando l'ha raggiunta, egli non si trova meglio di prima» (77 mondo ecc., I, 58).
Accanto al dolore, che è una realtà durevole, e al piacere, che è qualcosa di momentaneo, Schopenhauer pone, come terza situazione esistenziale di base, la noia, la quale subentra quando vien meno l'aculeo del desiderio («il possesso disperde l'attrazione») oppure il frastuono delle attività o il pungolo delle preoccupazioni. Di conseguenza, conclude Schopenhauer, la vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra il dolore e la noia, passando attraverso l'intervallo fugace, e per lo più illusorio, del piacere e della gioia. Ma se il dolore costituisce la legge profonda della vita (tant'è che «nessuno si è mai veramente sentito felice nel presente, a meno che non fosse ubriaco») ciò che distingue i casi e le situazioni umane è solo il diverso modo o le diverse forme in cui esso si manifesta:
« variando secondo età e circostanze, come istinto sessuale, appassionato amore, gelosia, invidia,
odio, paura, ambizione, avarizia, infermità, ecc. E se finalmente non riesca trovar via in nessun'al-
tra forma, viene sotto la malinconia, grigia veste del tedio e della noia» (ivi. I, 57).
(1) Sebbene Schopenhauer non citi esplicitamente Verri, è quasi certo che il Discorso sull'indole del piacere e del dolore (1773) gli fosse noto, sia per la traduzione tedesca (1777) sia per l'entusiastico apprezzamento dimostrato da Kant verso il pensatore lombardo, del quale dichiarò di «sottoscrivere» senz'altro la teoria del piacere come «cessazione» del dolore (v. voi. II, cap. xxiv, par. 9). Tracce esplicite della lettura di Verri da parte di Schopenhauer emergono anche confrontando i testi delle due opere (v. par. 7.1. nota). Schopenhauer cita invece Leopardi, manifestando grande considerazione per «l'italiano» che ha saputo rappresentare in maniera « profonda » il dolore. Sembra invece che Leopardi non abbia avuto modo di conoscere il pensatore tedesco. Sul rapporto Leopardi-Schopenhauer circolano parecchi «luoghi comuni». Ciò che possiamo dire in questa sede è che si tratta di due esperienze intellettuali molto diverse, maturate in distinti contesti storico-culturali. Ciò non esclude che su taluni punti specifici del loro discorso esistenziale vi siano delle verificabili affinità.


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