Nazionalsocialismo e Fascismo I



L'atteggiamento della maggior parte della storiografia europea del dopoguerra ha volutamente trattato il fenomeno delle dittature italiana e tedesca tentando di accorpare in un unico fascio tutti i totalitarismi di destra, considerando cioè Nazionalsocialismo, Fascismo, Franchismo e dittature militari sudamericane come movimenti paralleli. Come sempre è Renzo De Felice a sottolineare la peculiarità del fascismo rispetto agli altri regimi: “Quando si dice che i regime fascista è conservatore, autoritario, reazionario (ndr: parole da non ritenersi offensive se usate col loro significato più alto e nobile), si può avere ragione. Però esso non ha nulla in comune con i regimi conservatori che erano esistiti prima del fascismo e con i regimi reazionari che si sono avuti dopo”. Secondo De Felice l’elemento discriminante è quello della mobilitazione e la partecipazione attiva delle masse, che nettamente si oppone al tentativo di esclusione e demobilitazione attuato per esempio dal regime dei colonnelli in Grecia o nel Cile di Pinochet o nel regime dei generali in Argentina. Analogo discorso può essere fatto per il Nazionalsocialismo tedesco ma vale la pena approfondire la sostanziale diversità tra questo ed il fascismo italiano avvalendoci proprio della prospettiva di De Felice e di Furet, tesi condivise in buona parte anche da Nolte, e trascurando per il momento il fattore razziale antisemita sul quale torneremo. Il regime tedesco si connota per la più netta presenza dello stato nell’economia, la preminenza “dell’elemento pubblico nell’economia, il diverso ruolo del partito nazista nella società e nello Stato rispetto a quello italiano”. “In un certo senso il Nazismo è stato un totalitarismo compiuto molto più di quello italiano”. In realtà per il fascismo italiano non si adatta la parola totalitarismo, che non è comunque una parola dispregiativa se non è usata a sproposito, alla quale è preferibile il termine “sistema organico” (Cfr. Evola: “Il fascismo visto da destra”). La differenza è niente affatto sottile perché un sistema totalitario è un sistema che entra pesantemente in tutte le attività della società, dalla politica alla economia, dalla cultura allo sport e all’arte. Al contrario un sistema organico è un ente supremo che spinge verso certe posizioni anche senza essere presente in maniera pregnante, è un centro attorno al quale tutto ruota di sua spontanea volontà, senza costrizioni; è il “motore immobile” di Aristotele.





Non si può comunque non condividere il fatto che la differenza sostanziale tra queste due ideologie è connaturata al concetto di razza; la rivoluzione nazista si muove in due direzioni, una tendente verso la modernizzazione e la creazione di un mondo e di una società nuova, l’altra tendente alla creazione di un uomo nuovo. Ma la ricerca di quest’ultimo è solo una riscoperta in quanto esso esisteva da sempre; era questo l’uomo tradizionale, che andava solo ricondotto “al ruolo di soggetto storico”. Per questo il nazionalsocialismo si appellò “a valori tradizionali, antichi, addirittura immutabili per costruire questa nuova società”. Il concetto di razza serviva a sancire che effettivamente l’uomo nuovo era solamente da riscoprire nei discendenti di quel ceppo etnico che proveniva dall’Indo e che il nazionalsocialismo identificò nella razza ariana. Tutto questo in contrapposizione al fascismo per il quale “il mito della romanità.....è semplicemente un mito, letterario e retorico”. Il concetto di “romanitas” era ripreso e riadattato al momento storico, l’ideale di Impero era rivisitato in chiave moderna; non si trattò di una riproposta sterile della romanità delle legioni, dei pontefici massimi e degli aruspici, ma di un fecondo richiamarsi a valori tradizionali da parte di individui ormai imprescindibilmente cristiani ed in particolare cattolici. Risulta incontestabile altresì che il razzismo biologico che tanta presa fece in Germania, non attecchì minimamente in Italia (le leggi razziali furono promulgate nel 1938, dopo un acceso dibattito al Gran Consiglio, e scarsamente applicate fino all’occupazione tedesca), dove al contrario si venne a sviluppare un razzismo su base culturale. Anche Julius Evola, definito come il più razzista degli scrittori italiani, era più un razzista culturale che biologico, tant’è che egli era un sincero estimatore e studioso della cabala ebraica, elemento che riteneva estraneo alla cultura materialista giudaica che egli invece profondamente disprezzava. Da rimarcare che proprio il fattore razziale, assieme alla mai sopita ottocentesca tendenza al pangermanesimo, fece assumere al Nazionalsocialismo un carattere tipicamente transnazionale in senso germanico, varcando i confini angusti della Germania per estendersi dai Carpazi ai fiordi norvegesi, dal Reno agli Urali, per ricostituire intatta quella unità di popolo nordico ario che Fichte chiamava “Ur Volk”, il popolo primordiale. In senso germanico e non solo; già con l’entrata in guerra il nazionalsocialismo cominciò a divenire una realtà europea a tale punto da arruolare nelle file delle S.S. interi reggimenti formati da giovani europei; la legione Vallone (Wallonien) formata da belgi valloni, tra i quali Leon De Grelle, la Charleroi composta da belgi fiamminghi, la Charlemagne e la Jeanne d’Arc francesi, la Hiwis e la Hilfsfreiwillige con arruolati provenienti dalla Ucraina e dai paesi baltici, la Wiking e la Nordland norvegesi, o il reggimento croato degli Ustascia, che difesero il bunker di Berlino fino alla fine. Non erano stati questi certo arruolamenti coatti, ma al contrario testimoniano una adesione sincera al nazionalsocialismo di una parte della gioventù europea che la moderna storiografia si è affrettata a cancellare dai libri di testo. Il Fascismo italiano non ebbe mai carattere transnazionale e tranne alcuni minimali aggiustamenti di confini, la volontà di espansione fu limitata alle terre coltivabili senza alcuna aspirazione di panitalianesimo; l’Istria e qualche territorio francese erano sufficienti a calmare queste aspirazioni nazionalistiche e tutto l’irredentismo sopravvissuto alla grande Guerra. Per questo il fascismo si caratterizzò essenzialmente come fenomeno nazionale, molto più del Nazionalsocialismo; Mussolini stesso aveva affermato che “il fascismo non è una merce da esportazione”. Di contro però (proprio come un motore immobile) il fascismo fu preso a modello da tutti quei movimenti europei ed extraeuropei che volevano perseguire una politica di destra rivoluzionaria; c’era almeno un movimento di ispirazione fascista in tutti i paesi europei e sudamericani, senza contare paesi come il Giappone, l’Australia e il Canada. In Europa i più importanti furono la “Guardia di ferro” del rumeno Codreanu, con le loro camicie verdi, la “Falange Espanola” di Besteira e del più famoso Josè Antonio Primo de Riveira, con il giogo e le frecce come simbolo. Una più approfondita comprensione del fenomeno nazista e quindi delle sue differenze con il fascismo deve però fare i conti con i precursori di esso e con la chiara origine tradizionale di alcune sue componenti. Per quanto riguarda i primi bisogna senza dubbio citare i filosofi Hegel, per ciò che concerne la teorizzazione dello stato etico, Fichte ed i suoi studi sul popolo e la lingua tedesca, che egli definiva Ur Volk ed Ur Sprache, cioè popolo e linguaggio primordiali. Con ciò egli intendeva che la Germania era in assoluto la nazione che più aveva mantenuto i legami con il suo passato più remoto, e che quindi aveva il dovere ed il diritto di essere la guida dei popoli che avevano smarrito la tradizione. La nozione della Germania e dei tedeschi come popolo guida (la “missione” del popolo tedesco come la definì Hitler) fu un motivo dominante di tutto il Nazionalsocialismo. Da inserire assolutamente tra questi filosofi anche Nietzsche e le sue teorie sull’individuo assoluto e la sua dottrina del superuomo nel quale si riconobbero moltissimo non solo i nazisti, ma anche i fascisti italiani; sia Hegel che Nietzsche sono da ascrivere alle origini anche del fascismo, visto che proprio Mussolini ne fu influenzato in modo particolare. Grandissima importanza nella genesi del credo nazista è da attribuirsi ancora a due personaggi meno conosciuti; Schomberg con i sui scritti dedicati al pangermanesimo, e Rosemberg che gettò le basi delle teorie sul razzismo biologico. Per quanto riguarda la presenza di correnti più prettamente tradizionali ed esoteriche, Pauwels e Bergier ne “le matin des magiciens”, affermano che “Lenin diceva che il comunismo è il socialismo più l’elettricità. In un certo senso, l’hitlerismo era il guenonismo più le divisioni blindate”. Chiaramente con il termine guenonismo non si fa propriamente riferimento a René Guenon (1886-1951) che era un contemporaneo nel periodo storico in questione e che molto poco avrebbe potuto influenzare la genesi del nazionalsocialismo con la sua opera. Si vuole invece chiamare con guenonismo tutta una corrente di tradizionalismo integrale che si richiama ad una tradizione primordiale della quale Platone, Aristotele, Dante e tutta una serie di autori minori che si erano dedicati ai vari aspetti presi singolarmente, furono i perpetuatori e che nell’epoca attuale aveva conosciuto come massimi esponenti Guenon, Evola, Eliade e Dumezil. Un legame molto forte con la tradizione è d’altronde visibile nello stesso vessillo del partito nazional socialista che al suo interno contiene la svastica; era questa il simbolo dell’Agartha, il centro iniziatico sede del Re del mondo, e chi oggi passeggia tra le rovine dell’antica civiltà del Gange la può vedere su quasi tutti i monumenti. Con una differenza sostanziale però; la svastica nazista è destrogira mentre quella di Agartha, che rappresenta il sole, è sinistrogira. Con tali premesse è facile capire anche perché Hitler si sbarazzò completamente di tutte le chiese e le religioni esistenti in Germania, da quella Luterana a quella Cattolica per instaurare la vera religione tradizionale del popolo tedesco, il paganesimo, che anche politicamente poteva risultare utile come elemento di coesione tra popolazioni che, anche se geneticamente ariane, era vissute separate le une dalle altre per molto tempo. Con il fascismo, al contrario, non vi fu alcun tentativo di restaurazione del paganesimo romano, visto anche che l’ultimo periodo della storia dell’impero è storia cristiana. Di contro però anche il fascismo impiegò come simbolo un oggetto tradizionale; il fascio littorio. Era questo un simbolo tradizionale ariano, derivato dal simbolo del martello di Thor il dio del tuono nella mitologia nordica, e diffuso anche tra gli etruschi nella forma in cui noi lo conosciamo. Il fascio fu ripreso successivamente dai romani che ne avevano fatto una rappresentazione del concetto stesso di giustizia. Era portato in processione dai littori (da cui l’aggettivo littorio) davanti ai magistrati e la scure legata alle dodici fascine rappresentava il potere che avevano questi di dare la morte ai rei. Proprio per questo motivo il simbolo fu ampiamente ripreso alla fine del 1700, in ambienti rivoluzionari, e proprio un fascio littorio campeggia sul frontespizio della prima dichiarazione dei diritti dell’uomo promulgata dal governo rivoluzionario francese, che invece un fascio rosso utilizzava come simbolo. Per tutto l’ottocento il fascio continuò a rappresentare la giustizia.

[fine prima parte]

Nazionalsocialismo e Fascismo (seconda parte)



Una più approfondita comprensione del fenomeno nazista e quindi delle sue differenze con il fascismo deve comunque fare i conti con i precursori di esso e con la chiara origine esoterica di alcune sue componenti. “Lo storico che tratta della Germania nazista sembra così ignorare ciò che era il nemico che venne abbattuto.[...] Aver abbattuto un tal nemico con coscienza di causa, esigerebbe una concezione del mondo e del destino umano adeguata alla vittoria”. Con questa frase Pauwels cercava di scoprire il velo che la storia aveva gettato su un fenomeno che non si può comprendere se non integralmente, senza lasciarsi pervadere dalla mentalità positivista e razionalista che quando qualcosa incontra di diverso fa in modo che venga addirittura cancellato, come non fosse mai avvenuto. Il nazionalsocialismo affonda le sue radici, senza mezzi termini, nell'esoterismo; “Il nazismo fu il momento in cui lo spirito di magia si impadronì delle leve del progresso materiale” (Pauwels e Bergier: “Il mattino dei maghi”). Società come l’ Armanen Orden di Guido Von List, o i nuovi Templari fondata da Von Liebenfall, o la società dei Vril, società di Berlino dal nome ispirato ad un racconto di Bulwer Lytton, o la celebre società della Thule (Thule Gesellschaft) del barone Von Sebottendorffurono certamente alla base di molte concezioni dell’etica nazista; Eckardt (che può essere cosiderato il maestro spirituale di Hitler) e Rosemberg appartenevano a questo gruppo e molto della loro filosofia è contenuto nel Mein Kampf. L’unico storico che si è interessato a questi movimenti è stato George Mosse, che nel suo libro “le origini culturali del Terzo Reich” collegava alcuni aspetti del Reich al substrato ideologico scaturito dai movimenti völkisch. Con questo termine si intendeva la stretta comunanza di idee e sentimenti, in gran parte irrazionali, che amalgavano le genti germaniche. Tutti questi gruppi avevano un credo sviluppatosi attorno al paganesimo e alla mitologia germanica, della quale cercavano di far rivivere le antiche festività. Ma accanto a questa si ricercavano tradizioni più antiche, alla ricera della tradizione unica e primordiale che apparteneva non solo ai Germani, che in parte l’avevano persa, ma anche ai loro antichi antenati che si erano mossi dalla valle dell’Indo; da qui la riscoperta anche delle dottrine indù. Proprio in seno a questo fermento venne maturando la dottrina della razza ariana e le teorie sul razzismo biologico, anche antiebraico: quest’ultime attendevano solo il momento propizio per essere divulgate. Inoltre Hitler era affascinato da tutte le manifestazione dell’esoterismo e dell’ occulto ed aveva stretti rapporti con esoteristi come Karl Haushofer, dell’ordine dei nuovi Templari, ed occultisti come Friedrich Krohn, del gruppo Germanenorder (di cui la Thule Gesellschaft era una filiazone). Fu proprio dal primo che venne il suggerimento di utilizzare la svastica come simbolo del partito: il più antico esempio di questo simbolo è stato ritrovato in Transilvania, ma era disegnato spesso sui fusi dei vasi, se ne trovano esempi datati XIV sec. a.C., ed ancora se ne trovano tra le rovine di Troia. L’India ne è piena ed esempi se ne trovano anche in Cina ed in Giappone ma la cosa più importante è che sembra totalmente sconosciuta alle popolazioni semitiche; è un simbolo prettamente ariano. A tale proposito Guido Von List affermò, nel 1908, che la svastica era il simbolo della purezza del sangue e doppione di un segno di conoscenza esoterica rivelato dalla decifrazione dell’epopea runica dell’Edda; la runa in questione è la diciottesima, la più misteriosa, fyrfos. Non solamente Hitler era affascinato dalle manifestazioni dell’occulto e delle scienze esoteriche; la maggior parte degli alti gerarchi nazisti coltivavano questi interessi e per questo basti pensare a Rudolph Hess, il delfino di Hitler e discepolo di Haushofer, che, dopo essersi fatto paracadutare sulla Scozia nel Maggio 1941 per una missione misteriosa di cui non ha mai voluto rivelare i particolari, ha trascorso i suoi anni di prigionia nel carcere di Spandau, immerso nella lettura di libri di esoterismo. Dopo la conquista del potere Hitler si preoccupò di liberarsi di tutte le sette e le società segrete in quanto potevano rappresentare una minaccia per lo stato. René Allenau, ne “Les sources occultes du nazisme”, spiega: “Il partito nazionalsocialista non tollerava le società segrete perchè era una società segreta esso stesso, col suo gran maestro, la sa gnosi razzista, i suoi riti e le sue iniziazioni”. Per quanto riguarda i riti di iniziazione basti pensare alle Schutz Staffel (meglio conosciute come S.S.) di Himmler; la struttura rigidamente gerarchica, con a capo il misterioso “cerchio più interno”, formato da iniziati con a capo lo stesso Himmler che ne era in pratica il Gran Maestro, i riti di iniziazione che avvenivano nei Burg, le leggi che facevano sì che l’appartenenza alle S.S. durasse per tutta la vita, avevano creato più un organizzazione esoterica che un gruppo militare. In un certo senso, chi ha voluto vedere un parallelo tra l’Ordine Nero e l’antico ordine dei Cavalieri Teutonici, non ha lavorato di fantasia; i punti in comune sono molti a cominciare dall’idea degli aderenti totalmente votati alle finalità dell’ordine, praticamente dei monaci guerrieri. A tal proposito va fatto notare che noi stiamo parlando delle S.S. testa di morto, da non confondere con le Waffen S.S. che al contrario erano la milizia pura e semplice, dei frati terziari o conversi in un certo senso. La base neopagana del credo dell’Ordine Nero era uno degli elementi essenziali di un culto che aveva tra le pietre di Exernsteine il luogo di culto e a Wevelsburg la propria cattedrale esoterica. Anche il paganesimo nazista fu comunque una rielaborazione ed un ammodernamento di ciò che fu nel passato; accanto alla religione antica del Vallahalla, di Wotan e Thor, di Sigfrido e dei Nibelunghi, si unì la fede alla dottrina cosmologico mistica di Horbigern che vedeva nell’intero universo una lotta eterna tra ghiaccio e fuoco, o la fede ritrovata dopo i secoli del razionalismo, nella mistica esoterica. La genesi e l’affermarsi del fascismo in Italia è invece radicalmente diversa: non ci sono alle origine del fascismo movimenti che ne annunciassero l’avvento o che in qualche modo ne coltivassero l’ideologia. Per meglio spiegare tale genesi è opportuno far riferimento alle parole di un grande filosofo italiano: Giovanni Gentile. Ecco alcune sue parole particolarmente esplicative: “Il Fascismo è un movimento recente ed antico dello spirito italiano, intimamente connesso alla storia della Nazione italiana, ma non privo di significato ed interesse per tutte le altre. Le sue origini prossime risalgono al 1919, quando intorno a Benito Mussolini si raccolse un manipolo di uomini reduci dalle trincee e risoluti a combattere energicamente la politica demosocialista allora imperante. La quale della grande guerra da cui il popolo italiano era uscito vincitore ma spossato, vedeva soltanto le immediate conseguenze materiali e lasciava disperdere, se non lo negava apertamente, il valore morale.....”. I fasci di combattimento si formarono saldamente attorno al nucleo degli arditi; uomini avvezzi al sacrificio nelle logoranti trincee e abituate a gettare il cuore oltre le trincee nemiche. Proprio a questi era risultata più invisa la pace che, per molti versi aveva sancito una vittoria mutilata, visti gli infimi vantaggi territoriali che ne erano venuti; non bisogna dimenticare che per la città di Fiume fu necessaria una azione di forza da parte di D’Annunzio e dei suoi. Inoltre proprio gli arditi erano i più sensibili alle offese che frequentemente i socialisti rivolgevano al Re e all’Italia stessa, presi com’erano dal sentimento internazionalista mirante alla distruzione dello stesso ideale di patria e nazione. La caratterizzazione del fascismo è comunque rivoluzionaria, nel senso di un cambiamento completo delle strutture vetuste dello stato monarchico e liberale che ormai aveva fatto il suo tempo. In questo una diversità ed una somiglianza con l’ascesa del partito Nazionalsocialista in Germania; anche quest’ultimo aveva come obbiettivo una completa ricostruzione dello stato, ma mentre in Germania l’impero del Kaiser era stato sostituito dalla repubblica di Weimar, in Italia i primi passi del fascismo si mossero in uno stato monarchico, che lo aiutò nella conquista del potere. L’altra sostanziale differenza tra i due regimi fu l’atteggiamento nei confronti del problema ebraico: il nazionalsocialismo nacque già con una forte componente antiebraica che traspariva nei primi comizi politici tenuti in Germania da Hitler. D’altra parte questo nasceva anche da ragioni storiche, legate alla sconfitta nella grande Guerra del 1914 -1918. Il cittadino tedesco aveva duramente pagato quella sconfitta sulla sua pelle e provava un profondo disprezzo nei confronti di coloro che erano usciti indenni da quella tempesta; gli ebrei che avevano rifiutato l’arruolamento e i ricchi banchieri ebrei che si erano prima arricchiti con la guerra e che poi, vista la peggio, avevano ritirato i loro finanziamenti al Kaiser, ponendosi come una delle cause che avevano determinato la sconfitta. Senza contare che gran parte della sconfitta era anche da ascrivere ai socialisti (tra le cui fila numerosi erano gli ebrei) e alle loro azioni di boicottaggio contro la guerra; si era manifestato ciò che dagli antisemiti venne definito il “complotto giudaico”, che da una parte azionava le leve economico finanziarie e dall’altra alimentava le forze socialiste, con l’obbiettivo della dominazione mondiale. Comunque sia il terreno era fertile per seminare quelle teorie razziali che erano state concepite in seno ai movimenti völkisch. In Italia, al contrario non esisteva un problema ebraico, anche se proprio in Italia la Chiesa li teneva confinati nel ghetto fino ancora al 1870. C’è da dire, per esempio che molti ebrei furono dei sostenitori del fascismo sia prima, che durante; il fatto che il fascismo rappresentasse il baluardo contro le violenze e l’avanzata socialista, aveva fatto si che molti ebrei appartenenti alle classi agiate cominciassero a nutrire simpatie e a finanziare direttamente il partito fascista, lì dove le violenze socialiste si erano manifestate con più vigore. Daltronde questo fu un fenomeno abbastanza comune in tutta Europa dove si manifestò una duplicità di ruoli nella società ebraica: borghese e comunista. Se se ne trovano numerosi nei ranghi comunisti, li si trova in prima linea nell’anticomunismo liberale (come fa notare lo storico tedesco Ernst Nolte). Non bisogna assolutamente sottovalutare questo aspetto e val la pena ricordare che i Rothschild, la famosa dinastia di potentissimi banchieri ebrei con filiali in tutta Europa, furono oggetto di veementi attacchi da parte della letteratura socialista del 19esimo secolo. A questo popolo, che agli occhi della maggior parte dei socialisti rappresentava l’emblema della borghesia ricca ed opulenta gelosa dei propri averi e della sua posizione, lo stesso Marx (che era un ebreo il cui vero nome era Mardocai) aveva dedicato un saggio, “la questione ebraica”, nel quale esplorava e contestava il concetto di “popolo eletto”. La situazione cominciò a divenire critica nel 1938 allorché nella notte tra i 6 e il 7 ottobre, il Gran Consiglio promulgò le leggi razziali. Dai provvedimenti restrittivi (divieto di iscriversi al P.N.F., allontanamento dai pubblici uffici e dalle scuole statali etc.) furono escluse le famiglie degli ebrei decorati in guerra; si tratta proprio di una considerazione etica e non biologica del razzismo. Per altro nessun campo di concentramento fu allestito in Italia fino al 1943, quando a costruirli furono i tedeschi, come il campo di lavoro di Merano. Ma non si vuole qui affermare che non ci siano stati punti di contatto tra queste due ideologie; i valori fondamentali della tradizione, la concezione etica dello stato, lo spirito guerriero, la visione gerarchica della società, l’odio per l’ignavia della società moderna e per la borghesia che ne è la padrona assoluta, la tendenza alla spiritualità ed il rifiuto del materialismo sono elementi comuni ad entrambe queste due ideologie. D’altronde Hitler era un sincero ammiratore di Mussolini e quando quest’ultimo fu invitato a fare un discorso in Germania davanti ad una folla di tedeschi, Hitler lo presentò con queste parole: “Ecco uno di quegli uomini che non subiscono la storia, ma la fanno!”.