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Discussione: Putin contro Bush

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    La doppia memoria
    Lo scontro Bush-Putin su Yalta e la Seconda guerra mondiale
    di Sergio Romano

    Dopo la fine della guerra fredda e una lunga pace incerta fra il crollo del muro di Berlino e il peggioramento dei rapporti russo-americani dopo l’invasione dell’Iraq, gli Stati Uniti e la Russia sono ancora una volta in guerra. Il conflitto è scoppiato ieri in una capitale del Baltico, alla vigilia della grande manifestazione che si terrà domani a Mosca per il «giorno della vittoria». Non sappiamo ancora come verrà combattuto e quali saranno le sue ricadute sugli equilibri europei.

    Ma le dichiarazioni di Bush a Riga aprono un duello della storia e della memoria che avrà, è inevitabile, ripercussioni politiche. Mentre Vladimir Putin si appresta a celebrare la fine della Seconda guerra mondiale in stile sovietico, George W. Bush non esita, per meglio denunciare la politica staliniana, a mettere in discussione quella di Roosevelt alla conferenza di Yalta. Tutto comincia apparentemente nel momento in cui il leader russo decide di conferire una particolare solennità alle celebrazioni per la fine della Seconda guerra mondiale. Qualche giorno fa, su questo giornale, Franco Venturini ha sostenuto che Putin, nel ricordare i grandi meriti dell’Urss dopo l’invasione tedesca del giugno 1941, avrebbe dovuto scusarsi pubblicamente per il modo in cui il regime sovietico si servì della vittoria nei Paesi occupati dall’Armata Rossa. Se avesse dato retta agli appelli che giungevano da qualche Paese ex satellite e dalle repubbliche del Baltico, Putin avrebbe probabilmente evitato molte critiche e reso l’evento meno contestabile.

    Ma in questa circostanza il presidente russo e i suoi maggiori collaboratori hanno preferito rivendicare, senza distinguo, le glorie della «guerra patriottica» e hanno dato la sensazione, in tal modo, di accettare tutto il passato sovietico dal 1939 al 1989: cinquant’anni nel corso dei quali l’Urss ingoiò mezza Polonia, tre Paesi baltici, la Bessarabia, un pezzo di Finlandia, ed estese la sua egemonia politica, dopo la guerra, su tutti i territori conquistati. Nella storia della Russia post-sovietica questo è un fatto nuovo a cui occorre dedicare qualche riflessione. Dopo la soppressione del partito comunista dell’Urss nell’agosto del 1991 e la morte dello Stato sovietico nel dicembre di quell’anno, Boris Eltsin adottò verso il passato un atteggiamento prudente e ambiguo. Lasciò la mummia di Lenin nella Piazza Rossa, ma scoraggiò le manifestazioni di omaggio. Lasciò che i monumenti abbattuti nel corso dell’estate dormissero nei parchi e nei depositi dove erano stati abbandonati; ma lasciò che gli altri continuassero a decorare le piazze e i palazzi pubblici. Alzò sulle guglie del Cremlino il tricolore della rivoluzione democratica del febbraio 1917, ma non intentò mai un processo al bolscevismo, al leninismo e allo stalinismo. La prudenza fu suggerita da due ragioni. In primo luogo Eltsin era stato segretario del partito negli Urali e «federale » del Pcus a Mosca nella prima fase della perestrojka.

    Con quale credibilità si sarebbe potuto atteggiare improvvisamente a giudice e censore del passato? In secondo luogo le colpe del comunismo erano state condivise da una larga parte del Paese. In una recente intervista a Francesca Sforza de La Stampa, lo storico Jurij Afanasev ha detto che «la gente non ha voluto criticare lo stalinismo perché ognuno avrebbe dovuto riconoscere la propria personale responsabilità, dalla piccola delazione alla collaborazione con la polizia segreta». Accadde in Russia dopo il 1991, in altre parole, ciò che era accaduto in Spagna dopo la morte di Franco. Nell’interesse della pace civile fu deciso di stendere sul passato nazionale una coltre di silenzio.

    Ma oggi Vladimir Putin vuole che la Russia sia orgogliosa di se stessa e ritrovi nelle pagine più eroiche della sua storia il sentimento della propria grandezza. L’orgoglio serve a compensare gli scacchi subiti dalla sua politica negli scorsi anni: l’ingresso delle Repubbliche baltiche nella Nato, la rivoluzione in Georgia, la sconfitta del candidato della Russia nelle elezioni ucraine, la presenza di basi americane in Asia Centrale, la guerra irachena. Putin non è soltanto un nazionalista sovietico e un leader autoritario. È anche un riformatore e un modernizzatore, deciso ad affrontare i grandi problemi del Paese. Ma sa che i prossimi anni saranno difficili e che il sentimento della passata grandezza può aiutare i russi a entrare nel futuro. Di queste attenuanti Bush, nella sua conferenza stampa di Riga, non ha tenuto alcun conto. Ha denunciato i tirannici regimi comunisti imposti da Mosca all’Europa centrorientale, ha predicato la democrazia a tutti gli Stati post-sovietici, fra cui la Russia, e si è spinto sino ad affermare che gli accordi di Yalta appartengono, con il patto di Monaco del 1938 e i protocolli tedesco-sovietici del 1939, a una stessa condannabile famiglia: quella delle intese che ignorano la sorte delle piccole potenze. Non si è limitato a criticare Stalin e, indirettamente, Putin.

    Ha dato un duro colpo all’immagine storica di Roosevelt e Churchill, i due uomini di Stato occidentali che incontrarono il leader sovietico a Yalta nel febbraio 1945. Ha giustamente ricordato che la fine della guerra non fu, per l’Europa dell’Est, una liberazione, ma l’inizio di una nuova e più lunga servitù. E ha condannato Yalta senza neppure accennare alle speranze e agli ideali con cui il presidente americano, a torto o a ragione, aveva cercato di costruire, insieme a Stalin, un migliore ordine mondiale.

    Qualche commentatore sostiene che ha detto tutto questo per non lasciarsi imprigionare dalla manovra «sovietica» che Putin stava preparando per le celebrazioni del 9 maggio. Ma avrebbe fatto meglio, in tal caso, a declinare l’invito. La Russia, un Paese che oggi si considera accerchiato e umiliato, leggerà il suo discorso come una nuova Operazione Barbarossa: l’invasione democratica del territorio nazionale e della sua area d’influenza.
    Fra la posizione di Putin e quella di Bush vi è un parallelismo. L’una e l’altra piegano la storia agli interessi di un obiettivo politico. Non è la prima volta. In un’era in cui la diplomazia del perdono è diventata la prosecuzione della guerra con altri mezzi, sono pochi gli Stati e i gruppi etnico-religiosi che non si servano della storia per raddrizzare i torti subiti nel passato. Ma quando il gioco della memoria coinvolge due grandi potenze la partita diventa rischiosa. Mai come oggi conviene supplicare, per l’ennesima volta: lasciate la storia agli storici.
    08 maggio 2005
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Ma oggi Vladimir Putin vuole che la Russia sia orgogliosa di se stessa e ritrovi nelle pagine più eroiche della sua storia il sentimento della propria grandezza. L’orgoglio serve a compensare gli scacchi subiti dalla sua politica negli scorsi anni: l’ingresso delle Repubbliche baltiche nella Nato, la rivoluzione in Georgia, la sconfitta del candidato della Russia nelle elezioni ucraine, la presenza di basi americane in Asia Centrale, la guerra irachena. Putin non è soltanto un nazionalista sovietico e un leader autoritario. È anche un riformatore e un modernizzatore, deciso ad affrontare i grandi problemi del Paese. Ma sa che i prossimi anni saranno difficili e che il sentimento della passata grandezza può aiutare i russi a entrare nel futuro.
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    Il leader del Cremlino non ha gradito l'intervento su Yalta
    e teme la ricerca di consensi americana tra i paesi dell'ex Urss
    Putin offeso con Bush:
    noi battemmo Hitler
    Oggi a Mosca una cena nel gelo per i due presidenti
    dal nostro corrispondente GIAMPAOLO VISETTI



    MOSCA - Le bordate di Bush non fanno arretrare Putin. A fine giornata un consigliere lo descrive come "irritato, indignato e offeso". Il Cremlino sceglie però di non esasperare oltre i toni ora, alla vigilia di trionfali celebrazioni ad uso interno. I tre vertici in programma a Mosca, (Stati Csi, Putin-Bush e Russia-Ue) sono poi "troppo delicati per cadere nelle provocazioni". Questa sera Putin accoglierà a Mosca il presidente americano. Secondo uno dei portavoce "la cena nella dacia di Novo Ogariovo sarà fredda". Con i presidenti ci sono però le mogli e "nessuno vuole spingere lo scontro fino alla rottura".

    Dopo la rissa, si punta all'abbraccio: "I quattro sono d'accordo di finire con una vodka davanti al caminetto". L'aggressività Usa ha però sorpreso la Russia. Putin, per il quale "il crollo dell'Urss fu la più grande catastrofe del XX secolo", prende atto che i rapporti sono cambiati: e che per Bush "Mosca è ormai solo una tappa di cortesia" durante i tour nei nuovi Paesi alleati dell'ex Unione sovietica. "Ma sono ancora amici?", si chiede Kommersant in prima pagina. Conclusione dei politologi: in realtà no. Così anche il Cremlino attacca. Dietro le interpretazioni del passato, l'agenda del presente: gli interessi ormai divergono.

    "Abbiamo già denunciato nell'89 il patto Molotov-Ribbentrop - dice Putin a Le Figaro - ma ricordiamo che non fu molto diverso dall'accordo di Monaco tra Hitler e l'Occidente, che regalò i Sudeti a Berlino. Dovrebbero piuttosto suscitare sdegno i monumenti baltici alle SS". Come Bush, la Russia rilegge anche le spartizioni belliche. "Nulla di strano nella confessione Usa su Yalta - dice lo storico Iuri Afanasiev: peccato sia tardiva. I tempi erano selvaggi e banditeschi: le grandi potenze si dividevano il bottino, mica pensavano alla pace. Le sentenze politiche retroattive non hanno senso: tutti i leader di allora ragionavano con lo stesso metro".

    Niente scuse dunque per la liberazione-annessione dei Baltici e l'occupazione dell'Est europeo fino al 1991. "Siamo stupiti - affonda il ministro degli Esteri Lavrov - da chi dice oggi che l'Occidente non abbia mai riconosciuto questi Paesi come parte dell'Urss. Nel 1975 Usa, Europa e Canada firmarono ad Helsinki la distensione con l'Unione sovietica. Riconobbero la sua integrità territoriale e l'inviolabilità delle frontiere. Il presidente Ford dichiarò di sottoscrivere "con piacere". Urss erano anche gli Stati dove oggi Bush condanna la nostra occupazione".

    Più duro ancora il ministro della Difesa Ivanov: "Non si può occupare - taglia corto - ciò che ti appartiene". Quelle di Bush e del presidente Ue Barroso sarebbero "assurdità e scemenze".

    Anche Putin, inaugurando un monumento davanti ai veterani, calca così la mano. "Il nostro popolo - ricorda a Washington e Bruxelles - ha liberato 11 Paesi europei dai nazisti. Altro che invasione. L'Urss fu decisiva: sbaragliò tre quarti della macchina bellica di Hitler. Il mondo non aveva mai visto un simile eroismo". Putin teme l'offensiva Usa nelle repubbliche ex sovietiche.

    Dopo l'affronto dei comizi in Lettonia e Georgia, avvisa Bush: "La democrazia non si può esportare con armi e dollari. E se gli Usa pensassero a ritirarsi ora dall'Iraq, farebbero un secondo colossale errore". A gelarlo, la lettera al Financial Times di 75 personalità internazionali. "La Russia ha tradito - scrivono - i principi morali del 1945: celebrare l'anniversario a Mosca è una beffa". Risposta: "Prima di parlare, consultare i documenti".

    (8 maggio 2005)
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    Putin ordina: bel tempo E i caccia bombardano le nuvole


    Mosca - Che il sole splenda sulla Piazza Rossa il 9 maggio mattina quando i leader di mezzo mondo assisteranno alla maestosa parata militare per i sessant'anni della vittoria sulla Germania . O perlomeno che non piova. Così ha ordinato il presidente Vladimir Putin. E l’aeronautica militare russa bombarda da ieri con speciali sostanze a base di azoto liquido e argento di iodio le minacciose nuvole sopra la capitale. Almeno undici Antonov-12 e Ilushin-18 ai comandi di un asso dell’aviazione, il colonnello Aleksandr Raievski, sono impiegati nella ripulitura dei cieli fino a 150 chilometri di distanza da Mosca. A riprova di come Putin voglia fare le cose davvero in grande. Massima allerta naturalmente per un’altra minaccia: quella del terrorismo ceceno.


    [Data pubblicazione: 08/05/2005]
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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  5. #15
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    Al di là della piena solidarietà che si deve a Putin in questo frangente, che festeggia quella che per lui e per i russi è una vittoria nazionale e patriottica, non la vittoria del bolscevismo ebraico sul fascismo e sull'Europa, ma del popolo russo contro una nazione occupante (e la vittoria russa sui Tedeschi non si può negare che fu entrambe le cose), solidarietà legata anche al fatto che le manovre diplomatiche e politiche di Bush vanno lette nel contesto geopolitico attuale più che viste come analisi storiche, al di là di tutto questo, nel merito Bush ha pienamente ragione:
    l'accordo di Yalta fra quei tre criminali che erano quell'immondo panzone alcolizzato di Churchill, quel sifilitico di Roosevelt e quel baffuto assassino georgiano di Stalin fu davvero il sugello dell'alleanza demoniaca del male contro i popoli e contro ogni valore positivo che la storia esprimesse in quel momento.
    Però Bush dovrebbe (ma non lo sarà mai) essere coerente fino in fondo e riconoscere che la conseguenza logica immediata e inevitabile del suo sacrosanto giudizio è che lui stesso e la nazione che lui guida non hanno nessuna legittimità morale per guidare il mondo e per essere una potenza non dico mondiale, ma nemmeno regionale o locale, perché l'egemonia americana è la diretta conseguenza di quella vittoria e di quell'alleanza e che quindi egli stesso è automaticamente delegittimato, poiché il suo potere è figlio del male e del crimine, e non ha diritto di pretendere nessuna minima influenza su nessuna parte del globo.

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    Predefinito Soldati con le vecchie bandiere sovietiche sfilano in piazza Rossa (Afp)

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  7. #17
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