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Discussione: LSU a iRS

  1. #201
    100% sardu
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    Originally posted by Doloverre
    Non per voler dire ma penso che corra più rischi il logudorese del sassarese, che malgrado tutto sembra un gatto con sette vite, no mòri mai !!!
    Appena terminata la grammatica sassarese, che ho in preparazione, finalmente alla sarda, senza gli insulti dell'italiano,
    le cose inizieranno a migliorare e i due parlari ad avvicinarsi ancora di più. Perdu, se vuoi, a suo tempo, ti mostrerò di cosa si tratta, visto che rimarca molto la 'tua' grafia.

    IL Gallurese non è un dialetto corso.

    Il Maddalenino è un dialetto corso, e il maddalenino non è ... gallurese ma corso.

    Qualcosa non torna, o no?

    x Farte, il passato remoto, è da un pezzo che non lo sento più in logudorese, mentre è vivo ancora in sassarese, è un secolo che non sento più dire :

    deo andèsi, tue buffesi, ecc.

    ignoro la situazione del campidanese.

    A intinditzi kitzu.
    appena finirai il tuo lavoro te ne prenderò immediatamente una copia!
    domanda, cosa ne pensi della parte sassarese del vocabolario di rubattu?

    ci troviamo d'accordo su tutto, a parte sulla definizione del gallurese

  2. #202
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    Originally posted by Perdu
    appena finirai il tuo lavoro te ne prenderò immediatamente una copia!
    domanda, cosa ne pensi della parte sassarese del vocabolario di rubattu?

    ci troviamo d'accordo su tutto, a parte sulla definizione del gallurese

    Il mio lavoro non sarà un libro 'a pagamento', ma verrà pubblicato su internet, in de badas po totus,

    Rubattu ancora non l'ho visto, ora ho tra le mani il Bazzoni, che mi interessa di più (ora) perchè ripesca tutta una serie di lemmi ormai scomparsi relativi alle arti e professioni e ai nomi degli attrezzi di lavoro di marinai, pastori, lamieristi, calzolai, ecc,, una vera miniera.

    Per quanto riguarda il gallurese, è presto discuterne, ciò che sappiamo sono 'leggende metropolitane', a proposito, sarà il caso di iniziare a tirar fuori documenti sul Giudicato di Gallura, c'è buio completo !!!! Stesso dicasi, e in misura maggiore per il Giudicato de Casteddu, troppo scarse le informazioni !

    a si biri luegus.... in S'Alighera

  3. #203
    Forumista assiduo
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    Originally posted by Doloverre
    Il mio lavoro non sarà un libro 'a pagamento', ma verrà pubblicato su internet, in de badas po totus,

    Rubattu ancora non l'ho visto, ora ho tra le mani il Bazzoni, che mi interessa di più (ora) perchè ripesca tutta una serie di lemmi ormai scomparsi relativi alle arti e professioni e ai nomi degli attrezzi di lavoro di marinai, pastori, lamieristi, calzolai, ecc,, una vera miniera.

    Per quanto riguarda il gallurese, è presto discuterne, ciò che sappiamo sono 'leggende metropolitane', a proposito, sarà il caso di iniziare a tirar fuori documenti sul Giudicato di Gallura, c'è buio completo !!!! Stesso dicasi, e in misura maggiore per il Giudicato de Casteddu, troppo scarse le informazioni !

    a si biri luegus.... in S'Alighera


    Dionigi Panedda....atta iscrittu unu libru ...supra su Juikatv de gaddura...non l'appo lessv ma est una fonte metta preziosa...digita su numene...e da essitti su libru... ...
    pesso de aere iscrittu su numene nene...si nono a cras...

  4. #204
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    Fatti non foste a viver come bruti, ma a ricercar vertute e INDIPENDENTZIA
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    In risposta a Doloverre, che sostiene rischi la sparizione più il logudorese del sassarese. Non avrò le tue competenze linguistiche, ma a Sassari ci vivo, e penso che il 90% (minimo) della popolazione non usi il sassarese abitualmente, per non parlare poi di quelli che hanno meno di 30 anni. Nei paesi di lingua logudorese, invece, sa limba si usa, eccome. E sappiamo che questo è l'unico modo per non perderla.
    Avvidetzi sani (se mi dici che si scrive così mi fido )

  5. #205
    100% sardu
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    Originally posted by Doloverre
    Il mio lavoro non sarà un libro 'a pagamento', ma verrà pubblicato su internet, in de badas po totus,

    Rubattu ancora non l'ho visto, ora ho tra le mani il Bazzoni, che mi interessa di più (ora) perchè ripesca tutta una serie di lemmi ormai scomparsi relativi alle arti e professioni e ai nomi degli attrezzi di lavoro di marinai, pastori, lamieristi, calzolai, ecc,, una vera miniera.

    Per quanto riguarda il gallurese, è presto discuterne, ciò che sappiamo sono 'leggende metropolitane', a proposito, sarà il caso di iniziare a tirar fuori documenti sul Giudicato di Gallura, c'è buio completo !!!! Stesso dicasi, e in misura maggiore per il Giudicato de Casteddu, troppo scarse le informazioni !

    a si biri luegus.... in S'Alighera

    non vedo l'ora di leggermi il tuo lavoro apitzus de su tataresu!

    esiste una bellissima antologia dei documenti medievali sardi, di blasco ferrer, prova a consultarla!

  6. #206
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    Originally posted by sardiniae pars
    In risposta a Doloverre, che sostiene rischi la sparizione più il logudorese del sassarese. Non avrò le tue competenze linguistiche, ma a Sassari ci vivo, e penso che il 90% (minimo) della popolazione non usi il sassarese abitualmente, per non parlare poi di quelli che hanno meno di 30 anni. Nei paesi di lingua logudorese, invece, sa limba si usa, eccome. E sappiamo che questo è l'unico modo per non perderla.
    Avvidetzi sani (se mi dici che si scrive così mi fido )

    So bene che non sparirà ne l'uno e ne l'altro, ma spesso sento nel logudorese dei termini presi brutalmente dall'italiano, questo avviene anche nel sassarese, ma in misura minore e bisogna considerare il fatto che il sassarese possiede una notevole capacità di 'sassaresizzare' un po tutto.

    Forse tu vivi in 'zone nuove', abitate dalla classe impiegatizia, quelle situate nella parte alta della città, probabilmente a casa tua si parla italiano, non sò perchè, io sono nato e crescuito al Centro Storico, e da queste parti il sassarese regna incontrastato, chi non parla sassarese parla logudorese, l'italiano lo parliamo coi forestieri, con gente che in ogni caso non fa parte del nostro tessuto sociale, lo stesso succede al Monte Rosello, a S. Maria di Pisa, al Latte dolce, a S. Orsola Nord, per non parlare dell'agro, di Sorso, di Sedini e di Porto Torres, se hai tempo un sabato fatti una passeggiata a Sorso e poi mi dirai se il 90% parla italiano.


    Per quanto riguarda il saluto tipico 'Avvidetzi sani' noi crediamo sia corretto scrivere la Z dura, cosi come in logudorese, anche perchè ci ritroviamo un enormità di parole in comune e non vedo perchè dobbiamo cambiare la grafia !!
    Dico questo sulla base di un progetto di grafia unificata.

    Alcuni esempi di TZ in SAS.

    Matzoni ...... volpe
    Atza ........... coraggio
    kitzu .......... presto
    Motzu ........ tagliato
    batza ........ vasca
    butzu ........ polso
    Tzudda ......setola

    ecc.


    Saluddu

  7. #207
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    Originally posted by Perdu
    non vedo l'ora di leggermi il tuo lavoro apitzus de su tataresu!

    esiste una bellissima antologia dei documenti medievali sardi, di blasco ferrer, prova a consultarla!

    Grazie per la segnalazione, lo farò al piu presto.

    A si biri.

  8. #208
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    Predefinito Re: Re: Sinis

    Originally posted by Taniei
    ?????? cosa intendi ?????

    io volevo fare capire che il campidanese parlato nell'area Sinis
    si differenzia da quello parlato ad Oristano o giù di li..
    L'area del Sinis (su Sìnnisi) storicamente non è un territorio antropizzato: dunque non esiste un parlato del Sinis.

  9. #209
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    tratto dalla prefazione del "Vocabolario del dialetto sassarese" di g. muzzo

    AVVERTENZA
    Una difficoltà preliminare, che si presenta a chiunque voglia scrivere in dialetto sassarese (ed ancor più, naturalmente, a chi si accinga alla compilazione di un dizionario), è quella di dare una rappresentazione grafica ad alcuni suoni, privi di riscontro nella nostra lingua, la cui pronuncia non può ricavarsi che dalla viva voce di chi il dialetto abbia appreso e parlato fin dall'adolescenza.
    Già notava Pompeo Calvia che in proposito il disaccordo è secolare; e deve anzi aggiungersi che si palesa spesso, un tale disaccordo, perfino negli scritti di uno stesso autore. Chi ne voglia ampio ragguaglio, consulti il pregevole volume di S. Sassu (Il Dialetto di Sassari, ed. Gallizzi, 1951).
    Per risolvere la difficoltà, non mi è parso consigliabile quanto il Calvia accennava, e cioè che "sarebbe conveniente adottare la trascrizione seguita dai moderni cultori della filologia" (v. fra essi, da ultimo, M. L. Wagner: La Lingua Sarda)(Questo insigne studioso dei nostri dialetti scrive ad es. “balka” (barca), “maku” (matto), “biskidu” (acido), “kaskare” (sbadiglìare), “balkone” (finestra) ecc. mentre a me è parso più conforme alla grafia della nostra lingua lo scrivere: “bàrcha”, “màccu”, “vìschidu”, “caschà”, “balchòni” ecc. ), Lo stesso Calvia, del resto, si guardò bene dal far propria questa soluzione, giustificandosi con un rilievo, che egli adduceva per i suoi versi e che parmi invece d'indole generale, e cioè che quella forma di scrivere renderebbe difficile la lettura, specialmente alle persone di modesta istruzione.
    Non restava, pertanto, che la seguente alternativa: o foggiare nuove apposite consonanti, diverse e distinte da quelle dell'alfabeto della lingua italiana, oppure servirsi di queste con l'aggiunta di particolari segni ortografici o di qualche innocente lettera, semplicemente indicativa della particolare pronuncia.
    Per il maggior numero dei suoni particolari di cui trattasi, ho seguito quest'ultimo sistema, sulle orme di precedenti studiosi e scrittori (Spano, Nurra, in parte lo stesso Calvia), dando la preferenza, come già fece il Nurra, all'espediente di usare come segno indicativo la lettera "h" (E' esatta in linea teorica l'osservazione del Campus, riportata dal Sassu (op. cii. pag. 148-149), che la lettera “h” come segno convenzionale dell'aspirata dovrebbe essere posta prima della consonante esplosiva “t”, ma praticamente è preferibile l'uso ormai invalso, che svisa meno la configurazione originaria del vocabolo. )
    Tenendo fermo in ciascun vocabolo il raggruppamento di consonanti esistente nel corrispondente vocabolo della lingua o nella presumibile radice l'aggiunta della lettera "h", divenendo abituale e costante non etimologica, ostacola la pronta percezione della natura del vocabolo e consente in pari tempo di avvertire che quel raggruppamento di consonanti, così completato, richiede la particolare pronuncia dialettale.
    Vero è che in alcuni casi la "h" trovasi già nella corrispondente parola italiana (ad es. italiano "perché", sass. "parchì") ma sono casi poco numerosi, che pertanto non potranno disorientare il lettore.
    Essenziale però mi sembra, per raggiungere questi fini, specie se si tenga presente che il nostro dialetto deriva indubbiamente dallo stesso ceppo della lingua italiana, il conservare nella grafia dialettale lo stesso nesso di consonanti che si trova nei corrispondenti vocaboli della lingua.
    Le cose potranno meglio chiarirsi attraverso una succinta esemplificazione, sia per quei suoni per i quali ho richiesto l'ausilio della lettera "h", sia per gli altri.

    * * *

    La parola italiana "mosca", che in dialetto ha un perfetto corrispondente, salvo solo la differente pronuncia della seconda sillaba, resterà senza dubbio bene individuata nella grafia dialettale "mòscha", che ne consentirà la facile percezione anche ai non sardi. Analogamente ad es. la parola "turco", potrà, senza rimanerne gravemente svisata, diventare "tùrchu"; e così la parola "palco" a sua volta "pàlchu", ecc. ecc.
    Vi sarà certo l'incongruenza dell'attribuzione di uno stesso suono ai nessi "sch", "rch" e "lch", ma essa apparirà accettabile, ove si consideri che le prime due consonanti servono a facilitare la pronta percezione della natura del vocabolo, mentre la "h" non vi è aggiunta che come segno indicativo della palatale, nella quale la consonante che più si fa sentire è la "c".
    La differente grafia per suoni identici non è poi cosa eccezionalissima: ne abbiamo esempio anche nella lingua italiana con l'identico suono della "c" dura e della "q", tanto che ad es. la parola "cuore" si pronunzierebbe allo stesso modo anche se fosse scritta "quore".
    La stessa situazione sopra chiarita si presenta per i nessi "lgh", "rgh" e "sgh", nei quali la particolare pronuncia palatale lascia sentire la “g” invece che la “c”. Così ho scritto ad es. “àlgha” (mondezza), “pùrgha” (purga), “irghigliòni” (gorgoglione) e “isghumbrà” (sgombrare) ecc.

    * * *

    Dell'ausilio della lettera “h” mi sono avvalso anche per riprodurre graficamente due altri suoni del nostro dialetto, che fra loro si differenziano, a seconda che nel gruppo di consonanti originario si trovi la “d” oppure la “t”, mettendo in azione nel primo caso la parte posteriore della lingua e nel secondo quella mediana, ordinariamente dal solo lato destro.
    Così l'aggettivo italiano “verde” si tradurrà nel dialettale “vèrdhi”, e “balordo” sarà “baòrdhu” ecc. e in modo analogo “questo” si trasformerà in “chisthu” e “corto” in “còrthu” ecc.
    A voler seguire un altro sistema, ci si troverebbe di fronte ad una serie di parole eteroclite, che non avrebbero riscontro né nella lingua, data la diversa grafia, nè nel dialetto, in quanto nessuno le capirebbe qualora si volesse pronunciarle così come si pretenderebbe scriverle.
    Ho letto, ad esempio, in qualche componimento poetico dialettale la parola “gialdhinu”, che nell'intenzione dell'autore stava a significare “giardino”. Ora, a me sembra che sarebbe stato più ragionevole (non dico corretto, perché mancano tavole mosaiche al riguardo) scrivere “giardhinu”, limitandosi cioè alla sola aggiunta della “h”, indicativa della speciale pronuncia dialettale, al nesso “rd” contenuto nella corrispondente parola italiana. Il vocabolo dialettale sarebbe così prontamente individuato e compreso da tutti; ed anzi con questo vantaggio: che potrebbero facilmente afferrarne il significato anche coloro i quali conoscessero solo la lingua italiana e non il nostro dialetto.
    In un altro componimento poetico ricordo che l'autore, nel magnificare quella speciale vivanda pastorale che si confeziona con interiora e budella d'agnello attorcigliate, la chiamava “coldha”. A me pare che invece avrebbe dovuto scrivere “cordha”, poiché manifestamente si tratta di un vocabolo dialettale in stretta parentela con la parola italiana “corda”. Per le stesse ragioni, parmi che dovrebbe scriversi “zerthu” (certo) e non “zelthu”; “aberthu” (aperto) e non “abelthu”; “pardhonu” (perdono) e non “paldhonu”; “chìsthu” (questo) e non “chilthu”; “orthu” (orto) e non “olthu”; “cristhianu” (cristiano) e non “crilthianu”; “Sardhigna” (Sardegna) e non “Saldhigna” e così via.
    L'uniforme uso della lettera “l” risale, è vero, all'autorità dello Spano (v. Sassu, Il Dialetto di Sassari, pag. 147) ma fu un'escogitazione che non ebbe seguito, nè, a mio modesto avviso, meritava di averlo.

    * * *

    Concedendo il meritato riposo alla lettera “h”, ho altrimenti rappresentato il suono particolare del nostro dialetto che ha un perfetto riscontro nella pronuncia della “j ” nella lingua francese.
    Ho seguito al riguardo l'uso già invalso di usare il nesso “sg”, che appare pienamente giustificato per l'analogia di suono che nella nostra lingua ha il nesso “sc” quando seguito dalle vocali “e” ed “i” (es. scena, scintilla ecc.). La presenza della “g” in luogo della “c” avvertirà facilmente dell'esatta pronuncia, nella quale si sente appunto la “g” anziché la “c”, come ad es. in “àsgiu” (agio, calma), “càsgiu” (cacio), “bràsgia” (brace) ecc.

    * * *

    Abbiamo, com'è noto, nel nostro dialetto un'altra pronuncia speciale: quella della “d” palatale, che è comune ad altri dialetti sardi ed al dialetto siciliano. Anche qui ho adottato un espediente, che potrà apparire arbitrario, ma che praticamente riuscirà di incontestabile vantaggio. Ho usato la doppia “dd” tutte le volte che dovrà farsi sentire il suono palatale e la “d” scempia negli altri casi di pronuncia dentale, sia con suono duro che debole. Mi sono a ciò indotto, sia perché la “d” con pronuncia palatale corrisponde alla doppia “ll” della lingua italiana (es. códdu = collo, bèddu = bello ecc.) sia perché nel nostro dialetto la “d” con suono dentale duro costituisce la regola, mentre il suono debole è di eccezione e si presenta in un ristretto numero di parole. Basta considerare che la “d” si pronuncia col suono dentale duro anche quando corrisponde alla “t” della lingua italiana e quindi fra l'altro nel rilevante numero dei participi passati (es. amàdu = amato, andàdu = andato ecc.). La “d” scempia in tutti questi casi si palesa quanto meno più aderente alla grafia della lingua, mentre la doppia “dd” appare ingiustificata.
    Poiché questa durezza di pronuncia non si limita alla sola “d” ma è una caratteristica del nostro dialetto che si estende a tutte le consonanti, trovo fuori di luogo l'uso seguito da molti scrittori moderni di sovrabbondare nelle doppie, mentre sarebbe preferibile, a mio avviso, attenersi, per quanto possibile, all'ortografia della lingua.
    Alcuni, del resto, usano la doppia perfino in casi nei quali essa non si fa sentire neppure nella pronuncia dialettale. Ad es. ho avuto talvolta occasione di leggere “puettu” (poeta) anziché “puetu”; e “abbriri” (aprile) anziché “abriri” e “pruffissori” (professore) anziché “prufissori” e “antiggu” (antico) anziché “antigu” ecc. Questa profusione di doppie mi sembra non solo ingiustificata, ma pregiudizievole, perché ostacola la pronta percezione del vocabolo, trasformando parole comunissime, che sarebbero a colpo d'occhio comprese, in parole... ostrogote, che richiedono una più o meno lunga rifiessione per farsi capire.

    * * *

    Di altro analogo espediente mi sono assunto la responsabilità, sempre per ragioni di utilità pratica, col raddoppiare la “zz” in tutti i casi nei quali tale consonante si pronuncia con suono aspro, riservando la “z” scempia ai casi di pronuncia col suono dolce.
    Se ne trarrà il vantaggio di evitare possibili equivoci, confondendo ad es. la parola “pìzzu” (pizzo) con “pìzu” (panna, strato superficiale), oppure “pézzi”, plurale di “pézzu” (pezzo), con “pèzi” (pece) ecc.
    Circa la “s” mi sono astenuto da segni particolari, bastando tener presente che tale consonante si pronuncia con suono dolce quando trovasi fra vocali in corso di parola o, se iniziale, quando preceduta da parola terminante in vocale.

    * * *

    Per quel che riguarda la riproduzione grafica dei vocaboli in generale, quando letteralmente possibile mediante l'impiego dell'alfabeto della lingua italiana, mi è parso miglior consiglio attenermi al precetto di Quintiliano (Ist. Ord. I, VIII) registrando i singoli vocaboli quo modo sonant, e cioè come effettivamente vengono pronunciati.
    Perciò, anziché scrivere, come fanno molti, ad es. “aliba” (oliva), “alàru” (alloro), “dòlzi” (dolce) ecc. ho preferito scrivere “ariba”, “aràru” e “dòzzi” ecc. che mi sembra forma più corretta perché più strettamente aderente alla forma dialettale in uso. Coloro i quali hanno seguito la diversa grafia illudendosi di tenersi più vicini alla lingua, non hanno avvertito che in realtà si discostavano ad un tempo dal dialetto e dalla lingua, usando parole eteroclite, che nessuno sentirà mai pronunciare né nell’uno né nell’altra.

    * * *

    Facendo omaggio allo stesso canone del rispetto all'uso, mi sono studiato di superare un'altra difficoltà, dovuta ad una vera lotta (mi si consenta di così esprimermi) svoltasi nel corso dei secoli, durante la formazione del nostro dialetto, fra alcune consonanti che nella pronuncia han finito per sostituirsi l'una all'altra.
    E’ facile constatare che al termine di questa lotta la consonante “c” è stata assorbita dalla “g”, la “f” dalla “v”, la “l” dalla “r”, la “p” dalla “b”, la “t” dalla “d” e la “v” a sua volta dalla “b”. Così da “pecora” passiamo nel dialetto a “pégura”, da “garofano” a “garóvuru”, da “oliva” ad “ariba”, da “papa” a “pàba”, da “muto” a “mùdu” e infine da “povero” a “pobaru”, ecc. (In un certo numero di parole la “c” originaria si è mutata in una “z”, come ad esempio in “pàzi” (pace), “pèzi” (pece), “ipézia” {specie), “mònza” (monaca), “vizinu” (vicino) ecc.)
    In tutti questi casi ho riportato i singoli vocaboli così come in pratica vengono costantemente pronunciati, poiché è forza riconoscere che in essi la consonante più forte ha definitivamente soggiogato ed assorbito quella più debole.
    Ma vi sono altri casi nei quali l'assorbimento è solo occasionale; e sono quelli che si presentano quando l'una o l'altra delle sopraddette consonanti, che abbiamo chiamate deboli, è la iniziale del vocabolo e trovasi preceduta dall'articolo determinativo maschile o femminile, oppure dall'articolo indeterminativo femminile o da vocale in genere.
    Ad es. la parola “càni” (cane), pronunciata isolatamente o preceduta da consonante, rimarrà sempre con la sua brava “c”, per cui, volendo ingiuriare un Tizio, gli si dirà con netta pronuncia “càni màccu” (cane matto) oppure che è “un càni”, mentre, quando preceda l'articolo determinativo o una vocale in genere, si dirà “lu gàni” (il cane) o “maradèttu gàni” (maledetto cane).
    Analogamente, avrete occasione di sentire “faura è” con una nitida “f”, ma in pari tempo “una vaura” (una bugia) con una non meno nitida “v”;oppure “giatta” (gatto) con la “g” e poi “la jatta” con la “j”. E così nei casi consimili, nei quali dunque occorreva, e così ho fatto, riportare il vocabolo con la sua consonante originaria, bastando avvertire che il mutamento è una semplice questione di occasionale pronuncia.
    Non pochi scrittori usano promiscuamente la doppia grafia, che, a mio modesto avviso, non trova alcuna logica giustificazione, trattandosi solo di una questione di pronuncia. La parola dovrà esser scritta con quella consonante iniziale con la quale viene pronunziata isolatamente, salvo, in omaggio alla sopraddetta regola, a pronunciarla nel modo voluto, qualora sia preceduta da vocale non accentata ecc. come sopra si è chiarito.
    Si noti che a questa stessa regola soggiace dal suo canto anche l'articolo determinativo, sicché a me sembra che, ad es., dovrebbe sempre scriversi “a li femini” (alle donne), pur pronunziando “a ri femini”, e così pure “a lu bugiu” (al buio) pur pronunziando “a ru bugiu”, poiché l'articolo determinativo è “lu”, “la” e (pl.) “li”, quale si palesa quando viene isolatamente pronunciato o quando si trova in principio di una frase o periodo. Né mi sembra che possano trasportarsi nel nostro dialetto le preposizioni articolate della lingua (es. allo, nello, collo ecc.) scrivendo ad es. “aru” o “iru” ecc. poiché ne manca una qualsiasi ragione giustificativa, dal momento che solo si tratta di pronunziare la “l” dell'articolo come “r” in applicazione della sopraddetta regola generale di pronunzia.
    E da notare tuttavia che anche nella consonante iniziale si è talvolta operata la definitiva trasformazione. Ad es. “bàzza” (vasca) si pronuncia sempre con la “b” iniziale e così pure “bìschu” (vischio) ecc. In questi casi bisogna riconoscere il fatto compiuto dell'assorbimento definitivo.
    Ai fini dell'esatta pronuncia e per evitare confusioni di significato, ho avuto particolare cura nell'indicare l'accento tonico in genere e il grave o l'acuto in specie sulla “e” e sulla “o”. A dimostrarne l'utilità pratica, basterà qualche esempio. La parola “fóra”, con l'accento acuto, significa “fuori”, mentre col grave “fòra” significa “favola”; e così “cóipu” con l'accento acuto significa “corpo”, mentre col grave “còipu” significa “colpo” e infine “zéru” con l'accento acuto significa “cielo”, mentre col grave “zèru” significa “zero”, ecc.
    La precisa indicazione dell'accento gioverà anche ai poeti per l'esattezza delle rime. Per esempio la parola “bòru” (volo), poiché ha l'“ò” aperto non può far rima con “sóru” (solo) che ha l'“ó” chiuso; nè “signòri” (signore) può rimare con “córi”; nè “sòri” (sole) con “ischóri” (scuole) ecc., come da qualche autore si è fatto.
    Mi preme chiudere queste note, avvertendo che esse non sono state scritte da un glottologo, né con la pretesa di dar saggio di sapienza glottologica o filologica, ma da un pratico ed esclusivamente a fini pratici.


    queste teorie sono ferme ormai ad una quarantina di anni fa, e viste ora con una grafia nazionale sarda unica dovranno essere drasticamente cambiate, ma sicuramente possono servire ad inserire nella stessa dei punti di partenza per trovare una grafia anche ad altri suoni speciali o locali, per esempio il pensiero mi va ad alcuni cognomi: Angioy = Angioni nasalizzato; Dessy o Dessì = De Sini nasalizzato; al suono Th che ricorda quello inglese o il suono della z o c spagnolo (forse lo stesso suono che ha trasformato il sardo Tatari in Sassari) ecc.

  10. #210
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    http://www2.hu-berlin.de/Vivaldi/

    qui ci sono alcuni esempi di parole e frasi pronunciate nelle varie zone della sardegna e non solo


    http://www.scots-online.org/grammar/

    qui invece qualcosa sullo scozzese (non gaelico o gaidhlig): grafia e pronuncia anche divisa tra i vari dialetti e il perchè si è arrivati ad una grafia comune pur conservando decine di dialetti, insomma un nuovo caso dalla scozia molto simile alla situazione sarda

    x doloverre
    sogu in pinsamentu puru eyu pa' lu to' travallyu

    (aggiu iscrittu bè?)

 

 
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