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  1. #81
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    Predefinito L'embrione cariato

    Roma. Susanna Tamaro contro Dolcenera, ambientalisti contro Verdi e sinistra no global, a Piazza Navona le Donne per il sì e a via Veneto quelle dell’astensione. Poco più di una settimana al referendum sulla fecondazione assistita, e allora bisogna far presto, tutte le iniziative possibili e dappertutto. Anche tutte le proteste: oggi, festa della Repubblica, i radicali manifestano davanti a palazzo Chigi perché i militari in missione all’estero possano votare, perché le liste elettorali vengano ripulite dei morti e degli irreperibili.
    Mentre Marina Rei, Syria, Mietta, Mariella Nava e Dolcenera, giovani donne famose, si preparano a cantare, a salire sul palco martedì prossimo per dire che loro sono per quattro sì senza esitazioni, ed Emma Bonino spera che quel giorno ci siano tutti, “da Lucio Dalla a Mara Venier”, a testimoniare che il bel mondo dello spettacolo è per l’abrogazione di una legge “cattiva crudele”, come ha detto Fabio Fazio. Che ha aggiunto: “Si è mai sentito parlare di far west legislativo per i dentisti? Si è mai sentito imporre a un dentista il numero massimo di denti da estrarre?”. I denti, gli embrioni, la procreazione e le carie.
    Susanna Tamaro invece ha firmato l’appello femminile del comitato “Scienza e vita” per l’astensione, per “la effettiva tutela della dignità della donna, insieme a quella del figlio”. E ci sono donne parecchio arrabbiate, femministe contro la medicalizzazione della vita che temono “l’eugenetica di Stato” e urlano contro “le donne scientiste in Parlamento e le sgallettate dello spettacolo che non rappresentano le donne: sono unite nel sì dalla becera preoccupazione di perdere il diritto all’aborto, come se non fossimo all’altezza di difendere la già acquisita preminenza della donna sull’embrione”. Invitano “a disertare le urne”, con la stessa forza con cui ottennero il divorzio e la depenalizzazione dell’aborto.
    Sono contrasti veri, come quello tra gli ecologisti: Carlo Ripa di Meana e Giannozzo Pucci hanno preparato un appello per l’astensione, firmato da molti ambientalisti, che “chiede continuità e coerenza agli ecologisti”. “E’ per la sinistra che si sottrae, a cominciare dai Verdi – ha detto Ripa di Meana – a cui ricordiamo tutte le battaglie combattute: possibile che tacciano proprio ora che il ciclone si avvicina ai materiali dell’uomo?”. pagina) La chimica, l’agricoltura, il nucleare. E soprattutto due punti essenziali: la cultura del limite e il principio di precauzione , “che viene applicato perfino ai mangimi per i bovini”, spiega Ripa di Meana. Per questi ecologisti “il silenzio dei Verdi è conformista, dettato dal politicamente corretto, è una posizione semplicemente stralunata”. I consiglieri del Lazio che voteranno Sì portano addosso un fiocchetto rosa per farsi riconoscere, mentre Silvia Costa, assessore all’Educazione, fa campagna per l’astensione e l’altra sera a Campo de’ Fiori Vincenzo Salemme e Giobbe Covatta “da comici e da cittadini”, hanno intrattenuto i ragazzi delle vinerie sul valore del voto: c’erano Lucrezia Lante della Rovere, Giovanna Melandri, Ricky Tognazzi e Simona Izzo; i Ds si preparano a mandare otto milioni di volantini, mentre Piero Fassino, invocato da Marco Pannella come unico possibile leader referendario e salvatore del quorum, corre su e giù per i dibattiti: lunedì pomeriggio con Giuliano Ferrara a Roma, lunedì sera con Gad Lerner e Umberto Veronesi a Milano.
    Gazebo in Piazza S. Babila, appuntamenti con Lella Costa e Moni Ovadia davanti al Duomo di Milano, festa conclusiva al Just Cavalli Cafè organizzata dal comitato del Partito Radicale, però anche quelli del comitato Scienza e Vita annunciano una kermesse finale a Roma (“per tutti quelli che ci hanno aiutato, per sperare che alla fine ce la faremo”).
    Piera Degli Esposti, Inge Feltrinelli, Anna Nogara e Rosetta Loy hanno detto fiere: voteremo quattro sì, invitate a farlo da Chiara Valentini. Sono gli ultimi giorni, quelli degli schieramenti finali (Alleanza nazionale annuncia che 40 senatori su 47 si asterranno dal voto), si aspettano i ritardatari e gli schivi, si cercano belle facce.

    Su il Foglio

    saluti

  2. #82
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    Predefinito Fedele e infedele

    Al direttore - “Assistiamo a uno straordinario sviluppo scientifico e tecnologico. I limiti della conoscenza sembra che si allontanino continuamente. Ma, allo stesso tempo, siamo colti quasi da un fremito di angoscia per l’uso che ne viene fatto”.
    Parole formidabili scritte da Giovanni Paolo II e lette il 4 ottobre del 1991 ai partecipanti a un simposio su Scienza e Cultura in Vaticano. Le potete trovare in un ponderoso testo, “Fede e cultura”, una antologia di testi del Magistero pontificio da Leone XIII a Giovanni Paolo II, edito da Libreria Editrice Vaticana a cura del Pontificio Consiglio della Cultura.
    L’angoscia dunque.
    Ha ragione Papa Benedetto XVI nel dire, anzi nel metterci in guardia: “Dobbiamo dire che con questa capacità di fare, con questa capacità di produrre, con queste conoscenze della ricerca che arrivano fino alle radici dell’essere non è cresciuta ugualmente la nostra capacità morale”.
    E Papa Ratzinger lancia una sfida a tutti ma io credo in particolare all’ateo, al credente non praticante, al laico liberale: “Questo squilibrio tra potere tecnico, potere di fare, e la capacità di dominare il nostro essere con principi che garantiscono la dignità dell’uomo e il rispetto della creatura, del mondo, questo squilibrio è la grande sfida alla quale rispondere positivamente, è dovere di noi tutti”.
    Sì, sento questo dovere. Almeno di cercare insieme le risposte.
    “La scienza –scriveva Giovanni Paolo II – ha tante implicazioni da richiedere una maggiore vigilanza da parte della coscienza. I progressi scientifici, in particolare nel campo della genetica, mantengono la coscienza vigile e stimolano la riflessione etica. Essi non possono ridursi ad aspetti tecnici da considerarsi moralmente neutri, in quanto riguardano direttamente l’uomo in quel che ha di più prezioso: la sua struttura di essere personale”.
    E poco oltre Giovanni Paolo II scrive nel già citato documento: “In assenza di tale riflessione etica, tutta l’umanità e la terra stessa sarebbero in pericolo”.
    L’umanità e la terra in pericolo, e noi che cosa facciamo? Possiamo certo ribattere che non è vero. Che bisogno c’è oggi di pensare all’esistenza di Dio, alla libertà dell’uomo, alla immortalità come ci insegna Immanuel Kant? In fondo la scienza ha già iniziato a dare risposte attraverso la mappa sempre più precisa e infinitamente dettagliata del genoma. Che senso può avere oggi una metafisica che va oltre il dato sensibile di quello che gli strumenti più raffinati ci consentono di fotografare?
    Il vecchio e Grande Papa ci diceva:
    “Scoperta nella sua immensità e nella sua complessità, la realtà suscita nei ricercatori un atteggiamento di umiltà. Il metodo sperimentale non consente di comprendere la realtà se non in alcuni aspetti parziali, mentre la filosofia, l’arte e la religione la comprendono, nei loro specifici approcci, in modo più o meno globale”.
    Papa Benedetto XVI ha pure detto:
    “E’ cresciuto il potere dell’uomo. Potere che arriva fino alla possibilità dell’autodistruzione, della distruzione del proprio pianeta, potere che d’altra parte è arrivato alle radici del nostro essere: l’uomo è capace di fare l’uomo, di produrre in laboratorio l’uomo. (…) Diventa un prodotto nostro, che si può fabbricare, e quando si può fabbricare si può anche distruggere, sostituire con altre cose”. Ma è tutto tremendamente chiaro: è così, è vero quel che dice Ratzinger al punto che noi oggi vediamo che il prodotto uomo, la merce uomo, è vendibile, è sul mercato.
    Ecco, con umiltà mi sento di affermare che questa sfida è la vera questione dell’uomo moderno.
    Se noi riduciamo la conoscenza a un lungo e pur minuzioso e perfetto e infinitamente piccolo elenco di fatti, di sensazioni percepibili, noi escludiamo il problema fondamentale del senso dell’esistenza umana.
    Non credo ce lo possiamo permettere.

    Andrea Pamparana su il Foglio




    Al direttore - E’ consentito a un laico (diessino) non partecipare allo scontro tra neoguelfi e neoghibellini?
    Il 12 giugno andrò a votare, e voterò tre si e un no (sulla cosiddetta “fecondazione eterologa”).
    Ma questa scelta non mi impedisce di riconoscere alla Chiesa il merito di avere richiamato la sinistra a fare i conti con i grandi dilemmi morali della bioetica.
    Che la gerarchia ecclesiastica si sia sovraesposta nella vicenda referendaria è innegabile. Ma, anche qui, leggere le posizioni del presidente della Cei con la categoria dell’“ingerenza” mi sembra banale e riduttivo. In realtà più che a un’invadenza di campo ci troviamo di fronte al tentativo di costruirne uno nuovo, più vicino – per così dire – alla sensibilità cattolica.
    In questo caso, il problema è più serio. Probabilmente nell’analisi del cardinale Ruini il nostro bipolarismo soffre di una asimmetria etica che può essere solo riequilibrata attraverso la “cattolicizzazione” della Casa delle Libertà. E’ evidente che, in questa prospettiva, l’episcopato italiano rischia, invece di favorire l’incivilimento democratico e culturale del sistema politico, di appiattirsi su uno dei due poli. Tutto ciò non va demonizzato. Va riconosciuto e va capito. L’Ulivo, in fondo, può avere ancora un senso anche se saprà offrire, in alternativa, una visione di se stesso come luogo di incontro tra laici e cattolici, capace di proporre mediazioni ragionevoli e convincenti sia sul terreno sociale che su quello etico.

    Michele Magno sempre su il Foglio

    saluti

  3. #83
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    Predefinito Contra (il)liberale

    Ci può essere qualcosa di più barbaro del ferimento di un neonato? La sua debolezza, la sua innocenza, la sua amabilità richiamano compassione persino da parte nemica, e non risparmiare quella tenera età viene considerato come l’azione più terribile di un conquistatore adirato e crudele. Allora, quale dobbiamo immaginare che sia il cuore di un genitore capace di colpire quella debolezza che persino un nemico furente ha timore di violare?”.
    Sono, queste, domande che Adam Smith si pone nella sua “Teoria dei sentimenti morali”. “Eppure –prosegue Smith – l’esposizione, cioè l’assassinio di un neonato, era una pratica consentita in quasi tutti gli stati della Grecia, persino tra i colti e civili ateniesi, e ogni volta che la situazione economica dei genitori rendeva scomodo allevare un bambino, non veniva considerato vergognoso o biasimevole abbandonarlo alla fame, o alle bestie selvatiche”.
    E “una consuetudine ininterrotta” ha sostenuto siffatta pratica, e “non solo le dissolute massime del mondo tolleravano quel barbarico diritto, ma anche le dottrine dei filosofi, che avrebbero dovuto essere più corrette e accurate, venivano fuorviate dalla consuetudine stabilita, e in questa, come in altre occasioni, invece di censurare sostenevano questo orribile abuso, con forzate considerazioni sulla pubblica utilità”.
    Tanto è vero che Aristotele (“Politica”, VII, 1335 b 20-21) ne parla come di qualcosa che “in molte occasioni il magistrato dovrebbe incoraggiare”. E, da parte sua, Platone (“Repubblica”, V, 460 b-c), pur con tutto l’amore per l’umanità che sembra animare i suoi scritti, “non stigmatizza mai questa politica”.
    Non fu la ragione dei grandi filosofi che insegnò a proibire l’esposizione dei neonati. Fu, piuttosto, un “decreto religioso” a vietare siffatta orribile pratica: “I cristiani – leggiamo nella “Lettera a Diogneto” – non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per la lingua, né per il modo di vestire. Non abitano mai città loro proprie, non si servono di un gergo particolare, né conducono uno speciale genere di vita. (…) Adempiono a tutti i loro doveri di cittadini, eppure portano i pesi della vita sociale con interiore distacco. Ogni terra straniera per loro è patria, ma ogni patria è terra straniera. Si sposano e hanno figli come tutti, ma non abbandonano i neonati. Mettono vicendevolmente a disposizione la mensa, ma non le donne. (…) Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma col loro modo di vivere vanno al di là delle leggi”.
    E’ con il messaggio cristiano che hanno fatto irruzione nella mente e nel cuore degli uomini – e quindi nella storia – il principio della inviolabile dignità di ogni singola persona “fatta a immagine e somiglianza di Dio” e il principio della sacralità della vita sin dal concepimento. Tertulliano scriveva nell’“Apologeticum” (8, 2): “Vieni, su, spingi la lama in questo bambino, di nessuno nemico, di nulla colpevole; e, se è affar d’altri, tu almeno assisti allo spirare di questa creatura umana che muore prima di aver vissuto, spia quest’anima novella che evade, raccogli nel cavo della mano questo sangue freschissimo. (…) A noi è fatto divieto dell’omicidio una volta per sempre, è proibito soffocare in embrione una vita appena concepita. L’arresto della nascita non è che un omicidio affrettato e non c’è alcuna differenza fra il recidere una vita formata o una vita nascente. E’ creatura umana anche l’uomo in potenza e tutto un frutto è già nella sua prima semenza”.
    Contrario all’esposizione dei neonati e all’aborto, il cristiano coerente non può essere d’accordo sulla distruzione di embrioni per fini terapeutici, per i fini più nobili. L’embrione non è semplicemente l’inizio di una vita, è l’inizio di una vita umana. E qui la questione cessa di essere scientifica, per la ragione che l’embrione, dal punto di vista scientifico, è lo stesso per tutti. Quel che fa la differenza sono scelte etiche e non il sapere: per un cristiano la vità è sacra sin dal suo concepimento.

    Il punto di ignizione
    Occorrerebbe maggiore cautela allorché si parla di libertà di ricerca. Non sempre le applicazioni di scoperte scientifiche sono moralmente lecite. E non sempre è moralmente lecita la ricerca pura o di base: è forse lecito ferire o uccidere esseri umani per ricavarne informazioni scientifiche? Quante volte la stessa acquisizione di conoscenza scientifica conduce nel pieno di conflitti etici? Un solo esempio, Robert Oppenheimer, nel suo libro “Da Harvard a Hiroshima”, ricorda il problema che, a un certo momento, angustiò i costruttori della bomba A: può una bomba A riscaldare localmente l’atmosfera sino al punto di ignizione? Nel 1943, il problema venne risolto da Emil Konopinski e da Edward Teller: essi esclusero che l’ignizione potesse prevedibilmente avvenire nei limiti delle conoscenze ragionevoli dell’epoca. A tal proposito, ecco il commento, a mio avviso giusto, di Carlo Bernardini: “Oggi si sa che il calcolo di Teller e Kopinski era sufficientemente certo e corretto: ma le verifiche a posteriori, in casi come questo, sono una macabra curiosità accademica” (“L’etica della ricerca”, in “Nuova civiltà delle macchine”, V, 3-4, 1987, p. 69). E, infine, sono stato accusato di illiberalismo, a motivo della difesa dell’embrione. Sono dell’avviso, invece, che illiberali sono proprio codesti accusatori, cioè quanti non rispettano gli uguali diritti dei terzi, e soprattutto dei terzi più indifesi.
    Possiamo davvero fare a meno dell’imperativo categorico di Kant, senza distruggere il meglio dell’Occidente?

    Dario Antiseri su il Foglio

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  4. #84
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    Predefinito Quel che bolle in provetta

    Quando si parla di libertà di ricerca, e in particolare di libertà di ricerca nel campo delle scienze della vita, l’ambientalismo ha certamente molto da dire. Ricordo appena che tra i primi in Italia a sollevare preoccupazioni sui rischi legati a un uso senza limiti delle possibilità offerte dall’ingegneria genetica, applicata alle piante e agli animali ma anche alla vita umana, vi fu un grande intellettuale ecologista come Alexander Langer.
    Già allora, queste posizioni valsero alla cultura ecologista l’accusa di essere contro la scienza, e la musica oggi non è cambiata. Pochi anni fa un gruppo di scienziati anche molto autorevoli ha lanciato un manifesto in cui era scritto tra l’altro: “Un fantasma si aggira da tempo nel Paese, un fantasma che sparge allarmi ed evoca catastrofi, terrorizza le persone, addita la scienza e la tecnologia astrattamente intese come nemiche dell’Uomo e della Natura e induce ad atteggiamenti antiscientifici facendo leva su ingiustificate paure che oscurano le vie della ragione.
    Questo fantasma si chiama oscurantismo. Si manifesta in varie forme, tra cui le più pericolose per contenuto regressivo ed irrazionale sono il fondamentalismo ambientalista e l’opposizione al progresso tecnico-scientifico. Ambedue influenzano l’opinione pubblica e la politica attraverso una comunicazione subdola: l’invocazione ingiustificata del principio di precauzione nell’applicare nuove conoscenze e tecnologie diviene una copertura per lanciare anatemi contro il progresso, profetizzare catastrofi, demonizzare la scienza”.
    In questo, l’ambientalismo si trova spesso sullo stesso banco degli imputati del cristianesimo militante, analogamente accusato da molti di porre freni, limiti alla libera evoluzione della scienza.
    La prima domanda che mi pongo, e vi propongo, è se in queste rappresentazioni vi sia qualcosa di vero, di fondato, o se si tratti solo di pregiudizi. Bene, io credo che qualcosa di vero vi sia. L’ambientalismo ha tante matrici, ne ha una molto forte squisitamente scientifica; ma tra le sue anime vi è anche una vocazione antimoderna, che viene dall’idea così presente nella filosofia del ’900 che l’avvento della tecnica snaturi, letteralmente, l’uomo. Un’idea che indiscutibilmente trova riscontro, un riscontro certo più grezzo e meno colto, anche in tante inquietudini dell’uomo contemporaneo: i timori irrazionali e ancestrali della “intrusione” nel nostro corpo e nella nostra mente e della perdita d’identità, il “mito del ricordo” che identifica il passato con un Eden immaginario, l’equiparazione della morale con un immaginato “ordine naturale”. Bene, troppo spesso questa dimensione antimoderna si ritrova anche nelle impostazioni di settori dell’ambientalismo.
    Aggiungo un elemento di riflessione che riguarda la specifica realtà italiana.
    Queste tentazioni antiscientifiche hanno effetti particolarmente vistosi nel nostro paese, dove si saldano con una tradizione culturale che non ha certo favorito – uso un eufemismo – un atteggiamento di apertura della società verso la scienza.
    Questo è un paese dove per vent’anni, dalla riforma gentiliana fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, l’insegnamento delle scienze naturali è stato cancellato dalla scuola dell’obbligo, dove si è sempre guardato ai soli saperi umanistici come alla cultura alta e la scienza è stata relegata al rango dei saperi tecnici.
    E’ una tradizione che viene da lontano: nella legge Casati sull’istruzione varata in Piemonte nel 1859 si trova scritto che “c’è una cultura alta, che è quella classico-umanistica, c’è una cultura marginale, quella scientifica, e poi c’è una cultura per vili meccanici, che pure serve per sopravvivere, ed è quella degli studi tecnici”.
    Questa è, anche, la radice più antica del drammatico deficit di investimento e riconoscimento che penalizza nel nostro paese la scienza.
    Ma il confronto non sempre lineare del pensiero ambientalista con il mondo scientifico è anche il frutto di un’attenzione che io ritengo, invece, molto fertile. Questa attenzione si chiama senso, cultura del limite: di un limite che certo non è fisso, che si sposta insieme alle mentalità collettive, ma che richiama il concetto persino banale per cui anche nella scienza non tutto ciò che si può fare va fatto.
    Oggi questa cultura del limite, elemento che considero irrinunciabile per ogni visione bioetica, viene spesso confusa con una cultura del “divieto”, con l’attitudine a mortificare la libertà e la ricerca di conoscenza dell’uomo: è un problema serio e difficile da risolvere, è la ragione per cui personalmente diffido dei tentativi di fissare in norme cogenti le attitudini bioetiche che cercano di dare spazio e valore al senso del limite.
    Proprio perché così legato all’idea di limite, l’ambientalismo è avvantaggiato nel mettere in discussione le visioni neo-positiviste che restano forti nella comunità scientifica. Questo discrimine riguarda anche il tema della procreazione medicalmente assistita.
    Per me, per esempio, è un errore per la sinistra laica giustificare i sì al referendum con il principio che i potenziali genitori debbano essere “sovrani” in tutte le scelte che riguardano la procreazione. Per me esiste un diritto-dovere della collettività di intromettersi nelle scelte personali di individui e famiglie quando queste influenzano il presente e il futuro della convivenza sociale, quando riguardano non la morale ma il destino di altre persone.
    Sostenere un’astratta sovranità delle famiglie nei campi
    “bioeticamente sensibili” vuol dire – come ha scritto Jürgen Habermas – proporre una visione sostanzialmente liberista non troppo lontana da quella che si contesta ai padroni dell’attuale globalizzazione.
    Insomma: io non rimpiango una società fondata sul peccato, sulla rinuncia, sull’espiazione, ma nemmeno me ne piace una che traduce sistematicamente i desideri in bisogni, i bisogni in diritti. Ora è innegabile che questa idea del “laissez faire” in campo bioetico trovi grande ascolto anche in esponenti prestigiosi della comunità scientifica: cito per tutti Edoardo Boncinelli, che in un suo recente articolo sul Corriere della Sera liquida come nemici della scienza figure di scienziati il cui unico torto è stato ed è di vivere la conoscenza non come fede, di interrogarsi sui limiti della scienza, da Giulio Maccacaro a Marcello Cini.
    Dal suo rifiuto dei miti positivisti di una scienza neutrale e sempre intrinsecamente benevola, l’ambientalismo deriva anche una speciale attenzione per un altro nodo che io ritengo ineludibile e che invece tende molte volte a venire eluso: la scienza deve essere libera, ma deve esserlo anche dalla subordinazione totale agli interessi economici, deve coltivare la responsabilità verso i bisogni umani.
    Oggi, io credo, la scienza si preoccupa troppo poco di questo genere di libertà.
    Rischia, soprattutto, di rimanere schiava dell’economia, di annullarsi nella tecnologia, di perdersi nella progressiva mercificazione anche dei processi biologici.
    Oggi, in effetti, il collegamento tra scienza e tecnologia rischia di trasformarsi in simbiosi: da oltre un ventennio è in atto una vera corsa alla privatizzazione delle attività di ricerca, alla liberalizzazione sempre più spinta dei mercati, al rafforzamento dei diritti di proprietà intellettuale, da cui deriva un condizionamento crescente degli orientamenti della ricerca scientifica e tecnologica.
    Nei settori strategici delle biotecnologie, delle telecomunicazioni, dell’informatica, delle nanotecnologie, l’economia della conoscenza è ormai nelle mani di pochissimi soggetti, basti dire che già nel 1995 il fatturato delle prime 20 multinazionali operanti nelle telecomunicazioni superava il prodotto interno lordo del Regno Unito.
    Nessuna persona di buonsenso può immaginare un futuro nel quale i vincoli di dipendenza ormai strettissimi tra scienza e poteri economici vengano eliminati, in cui si torni a un’irrealistica e neppure desiderabile condizione di separatezza.
    Ma nessuna persona di buona volontà può nascondersi che se i cittadini, la “democrazia”, per utilizzare un termine generico ma efficace, non conquisteranno la capacità di condizionare anch’essi gli orientamenti della scienza, ci attende un destino in cui potrebbe perdersi ogni legame tra lo sviluppo delle conoscenze e la possibilità di rispondere ai bisogni sociali più urgenti dell’umanità. Concludo con un’unica osservazione sul tema specifico della legge su cui saremo chiamati a pronunciarci il 12 e 13 giugno prossimi. Legambiente non ha espresso alcuna posizione al riguardo: i quesiti oggetto della consultazione si pongono al di fuori dei valori e degli obiettivi condivisi dalla nostra associazione. Ma una cosa voglio dirla, riguarda la scelta compiuta anche da soggetti associativi – penso alle Acli – di fare appello all’astensione. Naturalmente è più che legittimo che cittadini elettori decidano di astenersi: lo è molto meno che grandi organismi collettivi, che ci si aspetterebbe molto sensibili ai valori della democrazia partecipata, si battano per quella che con tutta evidenza è una “furbizia”, è l’espediente tecnico per sommare al tasso fisiologico di astensione che si registra in ogni consultazione elettorale la quota di persone che effettivamente sceglieranno di non votare per esprimere un orientamento. Io penso che per un’associazione che esprime cittadinanza attiva, così come per un partito, promuovere l’astensione sia mancare al proprio ruolo.

    Roberto Della Seta
    Dalla relazione introduttiva al seminario su “Etica e ricerca scientifica” organizzato da Legambiente a Roma il 23 maggio

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    saluti

  5. #85
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    Predefinito Ribellarsi è giusto, astenersi è giusto

    L’aggressione ai diritti umani, per la prima volta al centro di una campagna concepita dalla sinistra laica e libertaria, ha fatto emergere un risvolto molto sgradevole, l’insulto reiterato e sistematico alla libertà di parola e al pluralismo politico, civile e culturale.
    Volevano impostare la guerra abrogazionista contro una legge laica e di compromesso, che autorizza la fecondazione artificiale e la regola in nome del bilanciamento dei diritti delle donne, della scienza e degli embrioni umani concepiti in provetta, con un’argomentazione che saltava a pie’ pari l’oggetto della disputa, la decisione intorno al fatto se l’embrione umano sia qualcosa o qualcuno.
    Fallito il progetto, vistisi perduti, hanno scartato come cavalli pazzi e si sono messi a dare di miserabile alla scelta astensionista, parlano ridicolmente di parrocchie militarizzate, rispolverano l’armamentario più trito del più vecchio anticlericalismo, e adesso chiedono ai sostituti procuratori della repubblica di incriminare i preti che predicano l’astensione, costituzionalmente protetta dalla clausola del quorum necessario a convalidare un referendum e storicamente inventata da Marco Pannella nel 1985 (referendum della scala mobile).
    Invece di argomentazioni liberali, minacce di galera per gli interlocutori, deformazione grottesca della disputa, imposizione virtuale di un pensiero unico obbligatorio.
    Noi eravamo, e lo abbiamo scritto, contro la scelta dell’astensione, perché determina un’insana alleanza con il partito dell’indifferenza e perché è segno di insicurezza.
    Ma di fronte a tanto boriosa e orgogliosa sicurezza, di fronte all’alleanza del partito del “sì” con il partito opposto del “no”, anch’essa ambigua perché fondata sulla commistione di opinioni opposte al fine di abrogare una legge giusta, passiamo volentieri all’astensione.
    E soprattutto passiamo oltre perché non cascheremo, come non siamo cascati finora, nella trappola di parlare del niente quando in gioco c’è tutto.
    Il “noi” come sempre vale per la linea editoriale di un giornale come questo, quanto al come votano i foglianti, professionisti e cittadini liberi come pochi nelle loro opinioni, sarà come sempre un pezzo liberale e corretto di ricognizione a dirlo ai lettori, lo facciamo da quando siamo nati e siamo l’unico giornale a farlo con risultati sempre sorprendenti.
    Ma la linea dell’astensione è ormai la linea della ribellione all’incenso laicista e al suo aroma insopportabilmente asprigno: ribellarsi è giusto, astenersi è giusto.

    Ferrara su il Foglio

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  6. #86
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    Predefinito Le ragioni di Rutelli

    Roma. Astensione. Sarà questa la scelta di Francesco Rutelli ai prossimi referendum sulla fecondazione assistita. Una decisione presa “come politico e come parlamentare e non come presidente della Margherita” e illustrata nel corso di un incontro pubblico svoltosi ieri mattina.
    L’ex sindaco di Roma ha difeso la “perfetta legittimità dell’astensione”, definendola “la risposta giusta e lo strumento giusto per questi referendum”, perché “l’estrema complessità e la varietà dei temi porta i promotori a una semplificazione inadeguata”.
    “E’ un onere dei proponenti dimostrare di non rappresentare una minoranza del popolo”, ha detto Rutelli, anche perché “con un quarto degli elettori si può riuscire a modificare una legge”.
    Il leader della Margherita non ha risparmiato critiche a chi oggi si scaglia contro l’astensione, ricordando che “tutti coloro che definiscono in modo aggressivo la scelta dell’astensione, in passato, almeno una volta, si sono politicamente astenuti su altri quesiti”.
    Insomma, insiste il leader Dl, “è singolare che oggi chi in passato ha promosso l’astensione attiva, definisca furbesca, miserabile e ipocrita l’azione per l’astensione attiva su questi referendum”, che è perciò il “modo politico più efficace per rigettare questa contesa e questi quesiti”, quindi “chi vota no finisce involontariamente per aiutare la riuscita del sì.
    E’ una testimonianza che io rispetto, ma in una contesa politica devi trovare lo strumento più efficace per raggiungere i risultati”. Rutelli inoltre ritiene che l’astensione consenta di “migliorare questa legge che non è perfetta” ma che “è indispensabile verificare”. Al contrario “il no imbalsama la legge attuale e delegittima la possibilità di modificarla; il sì produce una legislazione inaccettabile; il non raggiungimento del quorum lascia la strada aperta alla sua modifica”.

    Rispettare il programma dell’Ulivo
    Per Rutelli è stato un errore “la forzatura che i partiti della federazione dell’Ulivo hanno compiuto nel promuovere questi referendum, per la mancata informazione degli altri partner e per il contenuto”. Ma soprattutto, “il referendum contrasta con il programma dell’Ulivo 2001-2006” che su questa materia chiedeva un effettivo controllo, prevedeva la procreazione assistita solo in casi di sterilità, invitava a tener conto dell’interesse di chi deve nascere e proponeva una stretta vigilanza sulle manipolazioni della vita.
    Quanto alle conseguenze possibili indotte dal risultato della consultazione, Rutelli ha detto che “la discussione sui referendum parzialmente abrogativi della legge sulla procreazione assistita non ci deve portare, e non ci porterà, a modificare la legge sull’aborto… non si può prendere a spunto questo referendum per modificare la legge sull’aborto, anche se non si fa tutto per disincentivare l’interruzione della gravidanza”. Tuttavia “non credo che si possa essere disinteressati alla solitudine della vita nascente e che non sia giusto il presunto diritto di creare materia vivente per distruggerla nel laboratorio: è un limite che dobbiamo darci”.
    La campagna referendaria, per Rutelli, ha rispolverato “false antinomie tra laici e cattolici, centrodestra e centrosinistra, oscurantisti e fautori della scienza”.
    Lui si asterrà in virtù di una “opinione interamente espressione di una cultura laica”, perché “la difesa della vita è un argomento democratico, progressista, riformista, come scrisse Norberto Bobbio”.
    Per Rutelli è “progressista anche la battaglia contro la ricerca orientata e obbligata solo dal mercato che ignora le malattie nei paesi poveri e le malattie rare nei paesi ricchi; lo è una cultura che associa al progresso scientifico una paziente definizione del limite”. “Nella prospettiva dei prossimi decenni, non superare quei limiti che porterebbero all’eugenetica e alla selezione dei nostri figli è il fondamento di una cultura che associa diritti e doveri, promuove una libertà che include il diritto di non selezionare e scegliere i propri figli”.
    Dopo aver precisato che “nessuno di noi sente come nemici i fautori del sì”, il leader della Margherita ha auspicato che “possiamo trovare subito dopo il referendum la capacità di pensare e di progettare alto sui temi della bioetica che interpellano la cultura progressista, chiamata a confrontarsi con la dirompente crescita delle opportunità scientifiche e che pone il problema di trovare un equilibrio tra diritti e doveri”. Proprio per questo occorre ricordare che i referendum intervengono su “questioni molto differenti tra loro, ciascuna delle quali esige risposte molto diverse”. Temi quindi che pongono “dubbi e non raffiche di asserzioni apodittiche”. Posizioni quest’ultime che sfociano nella “terribile polemica che si fa stravolgendo il contenuto di questi referendum”, visto che ad esempio “non c’è una sola persona al mondo che sia stata curata con il prodotto della ricerca sulle cellule staminali embrionali”. “Sono favorevole – ha detto Rutelli – a una larga convergenza per un piano straordinario di ricerca pubblica sulle staminali adulte che, a differenza delle staminali embrionali, già producono risultati nella cura di gravi malattie”.
    Sono molte le domande lanciate da Rutelli ai suoi interlocutori.
    E’ lecito creare embrioni per distruggerli in laboratorio?
    Dove passa il confine che porta alla selezione eugenetica nei prossimi decenni? Abbiamo presenti le implicazioni sociali della fecondazione eterologa? Le implicazioni sociali dei mutamenti profondi dei rapporti parentali?
    E’ giusto caricare sulla condizione femminile le conseguenze di una società che spinge le donne a lavorare senza avere figli oppure a tentare di avere figli quando il tasso di fertilità lo consente con grandi difficoltà? Su tutto questo, ha detto, dovere di ogni politico (“scientificamente incompetente, medicalmente inesperto, filosoficamente superficiale, ma colui che ha più responsabilità di tutti”) è la coscienza della fragilità e dell’inadeguatezza degli orientamenti in campo biopolitico, “occorrerà una disponibilità autentica a dialogare, correggere, correggersi di fronte ai travolgenti mutamenti che ci attendono”.

    Su il Foglio

    saluti

  7. #87
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    Predefinito Il P.R. ha "partorito" un altro leader

    Roma. Francesco Rutelli ha preso il largo, definitivamente.
    Si è infilato nello scandalo, parlando a braccio e per un’ora e mezza di bioetica, ha detto che “la difesa della vita è un argomento democratico, progressista, riformista, e lo è una cultura che associa al progresso scientifico una paziente definizione del limite”.
    Molto più di “mi astengo”, e con il sangue nelle vene.
    E’ uscito dalla gabbia conformista in cui gli avevano chiesto di restare ad aspettare, ha fatto ciao con la mano a Romano Prodi, ha ripetuto più forte quel che disse nel 2003:
    “La pensavo così già dodici anni fa. Il liberismo applicato alla scienza e alla genetica rischia di produrre mostri. Qui non si tratta di difendere una frontiera di libertà, ma al contrario di approvare una finta liberalizzazione che toglie libertà e responsabilità all’individuo e alla società”.
    E’ finita che il formidabile Partito radicale ha creato un altro leader, oltre a Pannella, è finita che il percorso di Rutelli, “la statuina del presepe”, come l’ha definito qualcuno dei suoi amici dell’Ulivo, ha superato i partiti, ha messo in fila piccoli strappi e infine ha creato un esercito e una faccia vera, la sua.
    Lui che è stato una bella faccia per Marco Pannella, una di quelle belle facce di cui Pannella si circonda e a cui dà la vita (e Rutelli fu il più giovane segretario nazionale di partito, tiepido nella battaglia sull’aborto, infuocato sulla libertà di pensiero e nella difesa di Toni Negri), adesso guarda da lontano Pannella dritto negli occhi, come nemmeno Prodi o Fassino.
    Rutelli è stato Verde, anzi è stato il presidente dei Verdi (dopo essere scivolato via da Pannella), e con la scissione è stato un Verde arcobaleno, di quelli riflessivo scientifici, di quelli riformisti, di quelli che adesso chiedono agli altri ambientalisti di ripensare al proprio percorso e alle proprie battaglie e di non appiattirsi su quei quattro sì strozzati e stralunati, ché la manipolazione dovrebbero sapere cos’è, e la precauzione si applica persino ai mangimi per i bovini, e invece per la vita umana che inizia si voltano dall’altra parte, senza neanche più un sospetto verso le case farmaceutiche.
    Rutelli è stato Verde (anche un verde ministro dell’Ambiente per un giorno, non esente dalla follia di Mani pulite) e si è diluito nel mestiere di sindaco – ai residenti che protestavano per il rumore in una zona al centro di Roma rispose: “Andate ad abitare all’Olgiata se non volete il casino”, non ha fatto l’eterno Festivalbar di Veltroni ma un sacco di belle strade su cui poi Veltroni ha messo le bandierine e i nomi che gli piacciono, tipo “Largo vittime di tutte le mafie”.

    Le tappe di un’emancipazione
    Da parecchio Rutelli sbuffava.
    Sulle pensioni, sul mercato del lavoro, sul welfare e su molte altre storielle importanti nella storia della sinistra dopo il crollo del muro di Berlino.
    Sul rifinanziamento della missione in Iraq, lo scorso febbraio. Quel “rametto” dell’Ulivo, come l’aveva sputacchiato Prodi, che voleva “affermare la posizione riformista dell’Unione”, ma niente, neanche un ordine del giorno di strategia era passato.
    L’aveva detto, Rutelli, però: “Ci sono momenti in cui bisogna esprimere le proprie opinioni e non si deve avere paura di andare in minoranza se si hanno delle idee diverse”.
    Come l’uscita sulle riforme di Berlusconi, pazzesca: tutti lì a dire appena torniamo al governo azzeriamo tutto, buttiamo via tutto, al rogo e lui: “Ma che dite, questa la teniamo, quest’altra anche, questa funziona, questa la sperimentiamo e poi decidiamo i punti su cui intervenire”.
    Accolto dal gelo e dalle critiche, a parte Nicola Rossi.
    Occhieggiato con diffidenza dall’egemonia postcomunista, ma finalmente un po’ d’identità a quel partito –la Margherita – scassato e incredulo.
    Fino al Rutelli pride, alla cicoria e alla vittoria, senza paura di essere vivo.
    Sembrava uno scherzo quello dei dieci giorni, “fra dieci giorni dirò quello che penso”, sembrava un altro degli imboscati, dei “cattolici adulti” che poi vanno a Creta con le proprie furbizie, poteva essere un bofonchiamento apatico sui dubbi riguardo all’eterologa, o un’astensione balbettata in fretta.
    Alla Margherita non avevano idea di cosa avrebbe detto, pensavano che ci fosse da qualche parte un foglietto già scritto a cui aggiungere qualche esclamazione, magari una frecciatina.
    Invece Rutelli ha preso il largo.
    Ha travolto i suoi, ha travolto gli altri.

    su il Foglio

    saluti

  8. #88
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    Predefinito Il dissenso laico

    Sono letteralmente impazziti.
    Laici che non tollerano il dissenso laico.
    Laici che esigono la galera per gli astensionisti cattolici.
    Laici che mentono in pubblico su quell’astensione referendaria da loro stessi inventata e propugnata fino a due anni fa.
    Laici che agitano cure taumaturgiche inesistenti e ricattano in forme moralmente ripugnanti il dolore vero e la presunta credulità della gente che soffre.
    Laici che scantonano, che parlano nullisticamente del come si vota e non del per che cosa e contro che cosa si vota.
    Laici che si avvinghiano alla cultura femminile per farla cedere alla logica del corpo di donna come esperimento di se stesso, nemici giurati dei bombardamenti che liberano dalle tirannie mortifere interi popoli e amici dei bombardamenti ormonali che aggiogano le femmine al carro del desiderio indotto dalla tecnica.
    Laici che vogliono emancipare le donne dalla “gabbia biologica” per imprigionarle in quella ideologica.
    Laici che attribuiscono alla donna e al suo ministro profano di culto, il tecnico di laboratorio, il potere di vita e di morte sulla radice di essere umano prodotta in nome del desiderio di maternità.
    Laici che trasformano la medicina da cura a selezione, da arte della compassione a tecnica per una scelta, per uno “scegliere” chi eliminare.
    Laici incapaci di dire che cosa è l’embrione umano, di riconoscere la realtà, il fatto che li scandalizza. E’ qualcosa o qualcuno l’embrione?, si sentono domandare i nuovi piccoli Rasputin, e rispondono: è qualcosa di molto importante, una risposta degna dei pagliacci da circo, degli imbonitori da fiera di paese, dei farisei di tutti i tempi.
    Laici incapaci di uscire dal linguaggio e attingere almeno una verità che non sia relativa, la verità della vita umana al suo inizio.
    Laici vanitosi e post moderni che parlano dell’ovocita fecondato dal seme maschile come la Corte suprema degli Stati Uniti parlava dei negri schiavi dell’Alabama a metà dell’Ottocento: è un essere umano, forse, ma non una persona, è il giudice che decide e non la natura e l’idea umanistica di che cosa è l’eguaglianza e la bellezza creaturale degli uomini e delle donne.
    Laici scolastici, che si rifugiano in san Tommaso e parlano dell’anima bestemmiando il Dottore Angelico, mescolando la sua sapienza con le nostre concrete, attuali conoscenze biologiche, con il nostro potere di creare la vita in laboratorio e di distruggerla.
    Laici che non sanno nemmeno guardare la fotografia di ventuno bambini usciti dal freddo dei frigoriferi all’azoto liquido e arrivati alla Casa Bianca a miracol mostrare.
    Laici che soffocano sotto il basto della loro erudizione fattasi ignoranza per sentimentalismo.
    Laici che non conoscono la poesia di Kavafis e la sua apologia dei desideri insoddisfatti.
    Laici, salvo eccezioni di valore, che suonano la tromba apocalittica dell’eugenetica democratica o nazista, intercambiabili strumenti del credo delirante della società di massa del Novecento.

    Costretti a soffrire
    I laici del consenso e dell’uniformità sono costretti a soffrire. Qualcosa o qualcuno gli ha rovinato l’inizio dell’estate, la marcia trionfale del referendum per abrogare un civile compromesso sulla fecondazione artificiale.
    Avevano digerito il dissenso di Pier Paolo Pasolini, perché in fondo era un grido poetico e cattolico: lasciate cantare l’usignolo della Chiesa, il peccatore che si redime facendosi corsaro, così si erano detti negli anni Settanta.
    Negli anni Ottanta avevano digerito Norberto Bobbio, il papa eretico del laicismo che non capiva come mai i laici lasciassero ai cattolici “il privilegio di dire che non si deve uccidere”.
    D’altra parte Bobbio non parlava del faustismo d’accatto, del privilegio di uccidere dopo aver creato in laboratorio un puro oggetto di desiderio, parlava del tema tragico ed equivoco dell’aborto, aveva intuito che dietro una legge spuntava un’ideologia destinata a quotidiano farsi forte della debolezza dell’umanità, ma non aveva capito invece che sul proprio corpo e sulla propria anima la donna ha un diritto ancestrale sempre esercitato da millenni, quel tremendo diritto del più forte che non può essere affidato alle mammane e ai praticoni, che dovrebbe (ciò che non è avvenuto, colpevolmente) essere risanato dalla cultura e dall’impegno pubblico.
    I laici del consenso e dell’uniformità coatta, diversi dai radicali libertari che sanno bene di avere intrapreso per disperazione la loro prima crociata contro i diritti umani, hanno digerito anche i sassi, ma questa no, questa gli è andata di traverso.
    La Chiesa cattolica ha eletto Papa un grande teologo e pensatore laico del secolo, quel professor Ratzinger a noi da sempre intellettualmente molto caro che ha preso il nome di Benedetto XVI.
    \Insieme con Jürgen Habermas, campione europeo del pensiero laico e liberale, queste due teste hanno tagliato la testa agli idoli del laicismo del consenso e dell’uniformità.

    La generalizzazione politica di una concezione del mondo di tipo secolare non è compatibile con la neutralità ideologica del potere statale, che garantisce eguali libertà etiche per tutti i cittadini. Ai cittadini secolarizzati non è permesso, nell’esercizio del loro ruolo di cittadini dello Stato, né negare di principio un potenziale di verità alle immagini religiose del mondo, né contestare ai concittadini credenti il diritto di dare il proprio contributo alle discussioni pubbliche con un linguaggio religioso. Una cultura politica liberale può persino aspettarsi che i cittadini secolarizzati partecipino agli sforzi per tradurre rilevanti contributi dal linguaggio religioso in un linguaggio pubblicamente accessibile.

    Così ha detto Habermas, vero laico e liberale moderno, insofferente del laicismo di stato e dell’intolleranza anticristiana e antireligiosa, parlando con il cardinale Ratzinger.
    E queste sono le radici del dissenso laico oggi in Italia, le radici del gran pezzo contro l’eugenetica di Oriana Fallaci, dei pronunciamenti del direttore scientifico della Fondazione Einaudi, Giovanni Orsina, e delle molte altre testimonianze dal mondo femminista, ambientalista e della cultura secolare ma non neosecolarista che il Foglio pubblica da anni ormai.
    Qui sta anche la buona incertezza degli Amato e dei Fassino e delle Livia Turco e delle Miriam Mafai, tutte firme in calce all’appello del Foglio contro l’eugenetica liberale, tutta gente che voterà “sì”, a nostro giudizio contraddicendosi platealmente, ma che si preoccupa di costruire i confini antieugenetici del dopo referendum, comunque vada.
    Tutta gente che magari ha partecipato al linciaggio di Rocco Buttiglione e della parola “peccato”, una tristizia culturale oggi ripagata dagli schiaffi presi dalla costituzione piccolo-massonica europea rigettata da francesi e olandesi, ma che sa di avere fatto una battaglia fondata sul settarismo secolarista, sull’intolleranza e sul torto di non conoscere Immanuel Kant con la sua distinzione di morale e diritto o di averlo abrogato come in un referendum.
    Il dissenso laico oggi prende anche la forma dello splendido pronunciamento di Francesco Rutelli per l’astensione, atto libero di un uomo libero, che cerca nella modernità politica e civile non il vecchiume anticlericale ma l’assolutamente nuovo degli interrogativi lancinanti sul mondo che verrà.
    I laici adulti, che non subiscono ricatti conformisti, che si ribellano e si battono al fianco di cattolici che possono oggi insegnare ai laicisti dell’uniformità che cosa sia davvero la libertà di coscienza, sono appunto un boccone indigeribile, sono il tormento di chi parla e scrive dai pulpiti del piccolo nichilismo, della sciatteria e dell’indifferenza travestite da galileismo e da resistenza al potere clericale.
    Sono in sostanza un embrione, la radice di un nuovo modo di essere liberi dal fanatismo e dal pregiudizio.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  9. #89
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    In origine postato da UgoDePayens
    Alzi la mano chi pensa che la scienza senza limiti di sorta sia in grado di risolvere i problemi dell'uomo.

    Questo referendum non è A FAVORE della ricerca, è CONTRO i limiti di buonsenso che si vogliono stabilire alla ricerca.

    Ah si, e perchè con la religione invece i problemi dell'uomo vengono risolti n'evvero?!?

    Vallo a dire ai malati terminale chiusi negli ospedali o nelle loro case, che coscienti attendolo la morte in pochi mesi o settimane, poi mi vieni a dire cosa gli risolve la religione nella speranza di una vita "eterna" dopo la morte.
    Quando le armi saranno fuorilegge, solo i fuorilegge avranno le armi

  10. #90
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    In origine postato da Rick_Hunter
    Ah si, e perchè con la religione invece i problemi dell'uomo vengono risolti n'evvero?!?

    Vallo a dire ai malati terminale chiusi negli ospedali o nelle loro case, che coscienti attendolo la morte in pochi mesi o settimane, poi mi vieni a dire cosa gli risolve la religione nella speranza di una vita "eterna" dopo la morte.
    Ho parlato di religione o piuttosto di BUONSENSO?
    Ateo o cristiano, credente, credulone o incredulo non importa un fico secco: i malati si curano e si assistono, non li si illude con promesse vane, né si può accettare la logica aberrante della MANIPOLAZIONE della vita umana.

 

 
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